L'infinito di Leopardi - Analisi del testo

Sempre caro mi fu quest'ermo colle
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor nno si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'e dolce in questo mare.
L'infinito è la teoria del «vago e indefinito». L'infinito nel 1819 anticipa in forma poetica un nucleo tematico che diverrà il centro delle riflessioni leopardiane negli anni successivi, a partire dal luglio del 1820: la «teoria del piacere», da cui si sviluppa la teoria del «vago e indefinito» (-> ITI a-lo, pp. 11-19). Le pagine dello Zibaldone sono indispensabili a chiarire retrospettivamente il senso della poesia. Come si ricorderà, Leopardi vi sostiene che particolari sensazioni visive o uditive, per il loro carattere vago e indefinito, inducono Luomo a crearsi con l’immaginazione quell’infinito a cui aspira, e che è irraggiungibile, perché la realtà non offre che ni aceri finiti e perciò deludenti. L'infinito è appunto la rappresentazione di uno di questi momenti privilegiati, in cui l’immaginazione strappa la mente al reale, che è il «brutto», e la immerge nell'infinito; e, significativamente, le teorizzazioni dello Zibaldone richiamano proprio L'infinito come un esempio.
I due momenti della poesia. La poesia si articola in due momenti, corrispondenti a due distinte sensazioni di partenza. Nel primo momento (vv. 1-8) ravvio è dato da una sensazione visiva, o, per dir meglio, dall’impossibilità della visione: la siepe che chiude lo sguardo, impedendo ad esso di spingersi sino all’estremo orizzonte. L’impedimento della vista, che esclude il «reale», fa subentrare il «fantastico» (per usare le parole dello Zibaldone: «allora in luogo della vista, lavora l'immaginazione e il fantastico sottentra al reale»); il pensiero si costruisce l’idea di un infinito spaziale, cioè di spazi senza limiti, immersi in «sovrumani silenzi» e in una «profondissima quiete».
Nel secondo momento (vv. 8-15) l’immaginazione prende l’avvio da una sensazione uditiva, lo stormire del vento tra le piante. La voce del vento (nella tradizione poetica il vento è slato sempre l’immagine di qualcosa di effimero e di vano) viene paragonato all'in-finito silenzio creato dall’immaginazione e suscita l'idea del perdersi delle labili cose umane nel silenzio dell'oblio. Viene così in mente al poeta l'idea di un infinito temporale (l'«eterno»), in contrasto con le epoche passate e ormai svanite, e con l'età presente, col suo carattere ugualmente effimero, destinato anch'esso a svanire presto nel nulla.
Tra i due momenti vi è anche un passaggio psicologico: l'io lirico, dinanzi alle immagini interiori dell’infinito spaziale, prova come un senso di sgomento («per poco il cor non si spaura»); ma nel secondo momento l’io si «annega» nell’«immensità» dell’infinito immaginato (spaziale e temporale), sino a perdere la sua identità; e questa sensazione di '‘naufragio" dell'io è piacevole, «dolce». Se la coscienza rappresenta all’uomo il «vero», cioè la sua necessaria infelicità, lo spegnersi della coscienza individuale dà una sensazione di piacere, garantisce una forma di felicità. Ira Io “spaurarsi” del cuore e la "dolcezza del naufragio" non vi è però contrasto, come potrebbe apparire a prima vista: essi infatti non sono che i due aspetti di quell’«orrore dilettevole» che, secondo il sensismo, è suscitato dall'immaginazione dell’infinito (Cellerino, 1972).
«Estasi» mistica o esperienza sensistica? Sarebbe facile leggere il componimento in chiave mistico-religiosa: il perdersi dell’io nelLinfinito è il dato costitutivo di ogni esperienza mistica; il linguaggio tipico della mistica è richiamato dalla metafora del mare in cui l’io naufraga, e Leopardi stesso, nello Zibaldone, usa il termine «estasi» a indicare simili momenti di rapimento creati da sensazioni indefinite. Già De Sanctis interpretava in chiave religiosa la lirica («Così i primi solitari scopersero l’Iddio»); e in senso religioso l’ha interpretata la tradizione successiva della critica idealistica.
Ma bisogna fare attenzione: non è ravvisabile nel componimento nessun accenno ad una dimensione sovrannaturale; l’infinito non ha le caratteristiche del divino, di un'entità spirituale e trascendente: anzi, nello Zibaldone Leopardi lo esclude esplicitamente, con fermezza: «L’infinità della inclinazione dell'uomo è una infinità materiale» (luglio 1820). Non solo, ma questo «infinito» non è un infinito oggettivo, come dovrebbe essere la divinità, bensì tutto soggettivo, creato solo dall’immaginazione dell'uomo («io nel pensier mi fingo»); ed è evocato a partire da sensazioni fisiche, in chiave prettamente sensistica, come di derivazione sensistica è la riflessione del piacere misto a paura provocato nelLimmaginazione dall'idea dell’infinito.
Con questo, non si può del tutto escludere una componente mistica nella poesia: bisogna però supporre che essa sia radicata negli strati più profondi della personalità leopardiana, e che, per arrivare a esprimersi, debba passare attraverso le forme culturali acquisite dal poeta, sensistiche e materialistiche, conformandosi a esse e subendo una decisiva trasformazione, che muta volto agli impulsi originari.
Le strutture formali. La durata temporale e il processo psicologico in cui si articola l'esperienza cantata nella poesia prendono corpo in una struttura dal rigoroso disegno costruttivo, fondata su precise simmetrie. I due momenti, corrispondenti all’esperienza dell'infinito spaziale (vv. 1-8) e a quella dell’infinito temporale (vv. 8-15), occupano ciascuno esattamente sette versi e mezzo. 11 passaggio tra i due momenti avviene al verso 8, che è diviso in due da una forte pausa al centro, segnata dal punto fermo: «il cor non si spaura. // E come il vento». La pausa serve a distinguere i due momenti; però vi sono anche chiari elementi che sottolineano la continuità fra di essi, il latto cioè che viene descritto un processo unico, in cui un'immaginazione scaturisce dall'altra, senza contrasti con la precedente (nonostante l’apparente opposizione «spaura» — «m’è dolce»): si tratta di un elemento sintattico, la congiunzione coordinativa «e» all’inizio del secondo periodo, e di uno metrico, la sinalefe che collega in una sillaba sola la vocale finale di «spaura» con la «e» successiva.

Tratto da Testi e Storia della Letteratura - Paravia
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