Un ritratto allo specchio: Andrea Sperelli ed Elena Muti

La donna amata dall’eroe tronca all’Improvviso la relazione e scompare. Quando ritorna, Andrea apprende che, per evitare il disastro economico, ha dovuto sposare un ricco inglese, Lord Heathfield, individuo vizioso e ripugnante. Andrea è disgustato nello scoprire che «una passione [...] altissima, inestinguibile, veniva a essere interrotta da un affar di denaro», ed è assalito dall’orrore al pensiero che Elena è toccata dalle mani immonde, «improntate di vizio», del marito. Per giungere a comprendere il comportamento della donna esercita su di lei tutte le sue acutissime facoltà analitiche; e, nel tracciare un ritratto crudele di Elena, ne costruisce uno altrettanto impietoso di se stesso.

Chi era ella mai?
Era uno spirito senza equilibrio in un corpo voluttuario. A similitudine di tutte le creature avide di piacere, ella aveva per fondamento del suo essere morale uno smisurato egoismo. La sua facoltà precipua, il suo asse intellettuale, per dir così, era l’imaginazione: una imaginazione romantica, nudrita di letture diverse, direttamente dipendente dalla matrice, continuamente stimolata dall'isterismo. Possedendo una certa intelligenza, essendo stata educata nel lusso d'una casa romana principesca, in quel lusso papale fatto di arte e di storia, ella erasi velata d’una vaga incipriatura estetica, aveva acquistato un gusto elegante; ed avendo anche compreso il carattere della sua bellezza, ella cercava, con finissime simulazioni e con una mimica sapiente, di accrescerne la spiritualità, irraggiando una capziosa luce d’ideale.
Ella portava quindi, nella comedia umana, elementi pericolosissimi; ed era occasion di mina e di disordine più che s’ella facesse publica professione d’impudicizia.
Sotto l’ardore della imaginazione, ogni suo capriccio prendeva un'apparenza patetica. Ella era la donna delle passioni fulminee, degli incendi improvvisi. Ella copriva di fiamme eteree8 i bisogni erotici della sua carne e sapeva transformare in alto sentimento un basso appetito...
Cosi, in questo modo, con questa ferocia, Andrea giudicava la donna un tempo adorata. Procedeva, nel suo esame spietato, senza arrestarsi d’innanzi ad alcun ricordo più vivo. In fondo ad ogni atto, a ogni manifestazione delPamor d’Elena trovava l'artifizio, lo studio, l'abilità, la mirabile disinvoltura nell’eseguire un tema di fantasia, nel recitare una parte dramatica, nel combinare una scena straordinaria. [...]
Ben però, in qualche punto, egli rimaneva perplesso, come se, penetrando nell'anima della donna, egli penetrasse nell'anima sua propria e ritrovasse la sua propria falsità nella falsità di lei; tanta era l’affinità delle due nature. E a poco a poco il disprezzo gli si mutò in una indulgenza ironica, poiché egli comprendeva. Comprendeva tutto ciò che ritrovava in sé medesimo.
Allora, con fredda chiarezza, definì il suo intendimento.
Tutte le particolarità del colloquio avvenuto nel giorno di San Silvestro, più d'una settimana innanzi, tutte gli tornarono alla memoria; ed egli si piacque a riconstruir la scena, con una specie di cinico sorriso interiore, senza più sdegno, senza concitazione alcuna, sorridendo di Elena, sorridendo di sé medesimo. - Perché ella era venuta? Era venuta perché quel convegno inaspettato, con un antico amante, in un luogo noto, dopo due anni, le era parso strano, aveva tentato il suo spirito avido di commozioni rare, aveva tentata la sua fantasia e la sua curiosità. Ella voleva ora vedere a quali nuove situazioni e a quali nuove combinazioni di fatti l'avrebbe condotta questo giuoco singolare. L’attirava forse la novità di un amor platonico con la persona medesima ch'era già stata oggetto d’una passion sensuale. Come sempre, ella erasi messa con un certo ardore all’imagina-zione d’un tal sentimento; e poteva anche darsi ch’ella credesse d’esser sincera e che da questa imaginata sincerità avesse tratto gli accenti di profonda tenerezza e le attitudini dolenti e le lacrime. Accadeva in lei un fenomeno a lui ben noto. Ella giungeva a creder verace e grave un moto dell'anima fittizio e fuggevole; ella aveva, per dir così, l'allucinazione sentimentale come altri ha l’allucinazione fisica. Perdeva la conscienza della sua menzogna; e non sapeva più se si trovasse nel vero o nel falso, nella finzione o nella sincerità.
Ora, a questo punto era lo stesso fenomeno morale che ripetevasi in lui di continuo. Egli dunque non poteva con giustizia accusarla. Ma, naturalmente, la scoperta toglieva a lui ogni speranza d’altro piacere che non fosse carnale. Ormai la diffidenza gli impediva qualunque dolcezza d’abbandono, qualunque ebrezza dello spirito. Ingannare una donna sicura e fedele, riscaldarsi a una grande fiamma suscitata con un baglior fallace, dominare un’anima con l’artifizio, possederla tutta e farla vibrare come uno stromento, habere non haberi, può essere un alto diletto. Ma ingannare sapendo d’essere ingannato è una sciocca e sterile fatica, è un giuoco noioso e inutile.
G. D'Annunzio, Prose di romanzi, a cura di A. Andreoli, voi. 1, Mondadori, Milano 1988

Analisi del testo

I procedimenti narrativi.
Nei primi paragrafi ci troviamo di fronte a un discorso interiore del personaggio, in forma indiretta libera. Da «Così, in questo modo» interviene invece il narratore che pronuncia espliciti giudizi sul personaggio («con questa ferocia», «esame spietato», «cinico sorriso interiore»).
II narratore dunque non lascia interamente la parola ad Andrea Sperelli, ma introduce la sua prospettiva per prendere da lui le distanze. Si manifesta in tal modo quell’at-teggiamento critico dell'autore verso il suo eroe che è la struttura portante di tutto il romanzo. Però anche Andrea è critico verso se stesso e vede con spietata lucidità dentro il proprio animo.
La critica all’estetismo.
Ciò su cui si esercita l’analisi corrosiva di Andrea Sperelli (e dell'autore dietro di lui) è il nucleo centrale stesso del suo estetismo. Nei primi due libri del romanzo l’eroe è costantemente presentato nell'atto di sovrapporre alla vita le sue costruzioni estetiche: ogni cosa, paesaggi naturali e scorci cittadini, situazioni, volti, gesti, arredi, passando attraverso i suoi occhi richiama particolari di opere d’arte famose (ad esempio la bellezza di Elena Muti è accostata a quella della Danae dipinta dal Correggio, i vasi che adornano la stanza sono simili a quelli del tondo di Botticelli). Ora Andrea arriva a mettere a nudo la menzogna che si cela dietro tali sublimazioni estetizzanti: anche in lui, come in Elena, le «fiamme eteree» mascherano semplice-mente «bisogni erotici» della carne, gli impulsi sensuali più materiali e volgari. È il momento di massima consapevolezza dell’eroe (e dello scrittore stesso), forse la chiave migliore per penetrare l’intero romanzo. Si misura qui con perfetta chiarezza come l'immagine dell’esteta entri in crisi, e D’Annunzio, inquieto e insoddisfatto, voglia prendere le distanze da essa, denunciandone le mistificazioni e le intime debolezze. In realtà sappiamo che l’estetismo esercita ancora un forte fascino sullo scrittore, per cui alla durezza della critica si mescola anche un ambiguo vagheggiamento dell’eroe.
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