Il "Fanciullino" e il "Superuomo": due miti complementari

Il «fanciullino» pascoliano e il superuomo dannunziano sono due miti che, pur nascendo negli stessi anni (il romanzo Le Vergini delle rocce compare nel 1885, il fanciullino nel 1897), appaiono antitetici. Per usare l'efficace descrizione di Carlo Salinari, «lì la lussuria e qui l'innocenza, lì la violenza e qui la mansuetudine, lì il tono esaltato e qui la voce smorzata, lì gli oggetti e i paesaggi più esotici e strani, qui gli oggetti e i paesaggi di tutti i giorni, lì il lusso e quì la povertà, lì il dominio e qui la sofferenza». In realtà, a ben vedere, essi hanno le radici nello stesso terreno, sono risposte diverse ma specularmente equivalenti e complementari agli stessi problemi e agli stessi traumi.

IL CONTESTO STORICO
A fine Ottocento si verificano anche in Italia, e non solo quindi in ambito europeo, grandiosi processi di trasformazione storica che hanno effetti sconvolgenti sulla coscienza collettiva: la civiltà industriale che assume proporzioni sempre più gigantesche e ritmi produttivi sempre più frenetici, la concentrazione monopolistica che tende a cancellare l'iniziativa del singolo individuo, la complessità labirintica della vita economico-finanziaria e degli apparati burocratici nelle metropoli moderne, che riducono l'individuo ad una trascurabile rotellina di un ingranaggio, priva di possibilità di scelta e di incidenza sul processo complessivo, i conflitti sempre più esasperati fra il capitale e le masse operaie, che sconvolgono la vita sociale con disordini e violente repressioni, lo scatenarsi degli imperialismi aggressivi che entrano in conflitto fra loro e minacciano una guerra apocalittica ( che difatti scoppierà di lì a pochi anni, nel 1914).
Tali processi incidono in modo devastante soprattutto sulle masse dei ceti medi, che si trovano come schiacciate tra grandi forze anonime, senza volto, che non sono in grado di dominare, la grande industria, il grande capitale finanziario, gli apparati burocratici, le messe proletarie inquiete e sovversive. Da un lato la nuova organizzazione produttiva, spazzando via tutta una serie di attività che non possono più reggere la concorrenza (la piccola impresa semiartigianale, la piccola proprietà agricola, molte professioni e mestieri antichi), declassa il ceto medio tradizionale a condizioni squallide, talora di vera indigenza; dall'altro genera un nuovo, sterminato ceto medio impiegatizio, totalmente massificato.
In conseguenza di questi processi sociali, ch tendono ad annullare l'individuo, entra in crisi nella coscienza collettiva un'intera nozione di uomo, quale era stata vagheggiata dalla civiltà borghese nel suo apogeo: l'individuo libero, energico, sicuro di sé, capace di crearsi il suo mondo con la sua iniziativa e la sua volontà, entro la sua specifica sfera di azione che è costutuita dal lavoro produttivo e dalla famiglia.
Il fenomeno investe con particolare violenza gli intelletuali, che appartengono in larga misura proprio ai ceti medi. Lo scrittore e l'artista si trovano spesso declassati ad una condizione piccolo borghese, privati del peso sociale e del prestigio di cui godevano in passato. Da questa condizione sociale scaturisce uno stato d'animo diffuso, che si rispecchia nella cultura di questa età, un senso di smarrimento angoscioso di fronte alla complessità della realtà moderna, che appare ostile, minacciosa, soffocante,  e sfugge sia alla comprensione sia al controllo degli intellettuali.

Il mito del «fanciullino»

Il «fanciullino» e il superuomo sono appunto due risposte compensatorie, elaborate da due intellettuali provenienti dai ceti medi provinciali, a questi processi traumatizzanti. Creando il mito dell'infanzia pascoli «coglie un tratto reale della psicologia e della condizione dell'uomo moderno» (Salinari), e propone quindi una soluzione destinata a suscitare echi profondi nell'anima collettiva: l'idea di un Eden innocente che si sottragga alle brutture della società contemporanea, in cui non esistano violenze e conflitti laceranti, ma solo fraternità. amore, mitezza, in cui alla spietatà logica produttiva si sostituisca la fantasia, la contemplazione incantata e ingenua del mondo.
È un mito consolatorio, d'evasione, che esprime un rifiuto della società e della storia, il bisogno disperato di regredire in una condizione fuori del tempo, ignorando gli sviluppi più angosciosi della realtà moderna. Intimamente collegato con il mito dell'infanzia è quello del «nido» familiare, che, chiudendo nel suo ambito geloso, tiepido e avvolgente, può preservare intatta la condizione edenica dell'infanzia, impedire all'uomo di venire a contatto traumatico con il mondo esterno, proteggerlo dall'urgere di forze aggressive e paurose respingendole al di là dei propri confini, creare un clima d'illusoria pace e serenità al proprio interno.
A loro volta infanzia e «nido» non possono che collocarsi sullo sfondo idillico della campagna che, in contrapposizione alla vita cittadina nelle metropoli moderne, veri mostri capaci solo di spersonalizzare e alienare l'uomo, di istillargli la smania del possesso e di spingerlo alla comeptizione e all'aggressività, consente ancora un rapporto innocente e fraterno con la natura, con alberi, fiori, uccelli, garantisce una vita tranquilla, sgombra di angosce e paure, appagata del poco e quindi felice.

Il mito del superuomo

A questo scontro traumatico con la modernità D’Annunzio, col mito del superuomo, reagisce in modo contrario, non fuggendo all’indietro ma, per cosi dire, "in avanti": invece di rimuovere, decide di celebrare proprio ciò che fa paura, l'espansione industriale, la macchina, la guerra, il conflitto sociale violento, il dominio dei più forti che schiacciano i più deboli. Da un lato, in Pascoli, a compensare l’impotenza e la sconfitta, si ha il ripiegamento entro il guscio protettivo delle piccole cose quotidiane e degli affetti più comuni e miti; dall’altro, in D’Annunzio, si ha il rovesciamento immaginario dell'impotenza in onnipotenza, attraverso atteggiamenti attivistici e aggressivi, attraverso l’esaltazione della lotta e del dominio imperiale, l'affermazione oltre ogni limite dell’io e di una sensibilità eccezionale.
Alla base di atteggiamenti del genere si possono però ravvisare le stesse angosce, gli stessi traumi, lo stesso senso di impotenza e di sconfitta: difatti affiora costantemente nell’opera dannunziana, come si è potuto ampiamente verificare, l’attrazione per la morte, per il disfacimento, per il nulla, che esercitano un fascino morboso e voluttuoso. La costruzione del mito superomistico non è che il tentativo di occultare quelle spinte disgregatrici, nichilistiche. D’altronde D’Annunzio, prima di approdare al superuomo, aveva proprio esordito con personaggi deboli e sconfitti (Andrea Sperelli del Piacere, Giorgio Aurispa del Trionfo della morte), che si ritraggono con orrore dinanzi alla realtà contemporanea e alle sue novità più sconvolgenti, rifugiandosi neH’interiorità solipsistica o nel culto dell'arte. È solo con una scelta disperatamente velleitaria che D’Annunzio, per reagire alle spinte autodistruttive che sente in se stesso, contrappone a quegli eroi "inetti a vivere" i suoi superuomini dominatori e violenti, dotati, oltre che di sensibilità eletta per la Bellezza, di una forza barbarica e ferina.

"Due vati”

Quello del superuomo è per sua natura intrinseca un mito "pubblico", destinato ad agire nella collettività: non meraviglia perciò che D’Annunzio, per divulgarlo, abbia assunto le vesti del poeta "vate", del tribuno fascinatore di folle, persino del divo che propone il suo «vivere inimitabile» come modello. Per contro si potrebbe pensare che Pascoli, data la sua chiusura intimistica e la fuga dalla storia verso l’Eden dell'infanzia, sia stato indotto a rifiutare ogni ruolo pubblico, di poeta "vate”. Ma non è così: anche Pascoli, negli stessi anni di D’Annunzio, amò assumere posizioni ufficiali, seppure in forme diverse, più dimesse, meno reboanti, meno appariscenti e divistiche.
Era infatti convinto, come abbiamo appena letto, che la poesia "pura", espressione dell'ingenua meraviglia del «fanciullino» dinanzi al mondo, potesse essere, proprio in quanto poesia “pura”, di una «suprema utilità morale e sociale», divulgando un ideale tra francescano e tolstoiano di non violenza, di mansuetudine, di perdono, di pace e fratellanza fra i popoli; riteneva anche che essa potesse avere un valore consolatorio verso il male del mondo e indurre gli uomini a contentarsi della loro condizione, per quanto umile, quindi ad eliminare i dirompenti conflitti fra le classi. Anche il «fanciullino», quindi, cela un “vate" che diffonde miti e ideologie. E i due "vati”, nonostante le profonde differenze (l’uno aristocraticamente vitalistico e superomistico, l’altro umile, dimesso e modesto), si rivolgevano in fondo allo stesso pubblico, quelle masse piccolo medio borghesi create dallo sviluppo della civiltà moderna, schiacciate e frustrate dai suoi meccanismi spersonalizzanti: nella parola magica del superuomo dominatore quelle masse trovavano riscatto dal loro squallore quotidiano, sentendosi trasportare in un mondo più splendido, fatto di esperienze rare e preziose; nei messaggi del «fanciullino» pascoliano potevano scoprire la bellezza e la "poeticità” segreta che era insita nella loro vita grigia e comune ed essere indotti ad accettarla con umile rassegnazione.
Comunque anche il «fanciullino», all’occorrenza, sapeva divenir tribuno, cantore ufficiale delle glorie patrie come in Odi ed Inni, Canzoni di re Enzio, Poemi italici, Poemi del Risorgimento, o celebratore dei miti nazionalistici e colonialistici, come nel discorso sulla guerra di Libia, La grande proletaria si è mossa.
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