Biribò e la Luna

Ricordo ancora quando ascoltai per la prima volta la storia di Biribò e la Luna. Avevo otto anni e come ogni estate mi ero trasferita nella casa vicino Gubbio dei miei nonni, una vecchia casa canonica costruita su di un avvallamento tra le colline che lambiscono la gola del Furlo per poi declinare lentamente verso Cagli. Faceva corpo unico con una piccola chiesetta bianca che la domenica, puntuale alle dieci, accoglieva pochi parrocchiani per l’unica messa domenicale officiata dal giovane parroco, Don Bruno. Rimanevo sempre stupita dalla bellezza di quel paesaggio. Pioppi, betulle, salici gli uni accanto agli altri in una difformità di colori quasi commovente in cui il giallo delle ginestre si affacciava improvviso. E poi le mille spighe di grano che nei campi intervallavano sparuti papaveri, ed i girasoli magnifici nel loro colore aranciato.

Le giornate trascorrevano senza peso e le notti arrivavano rapide accompagnate dal chiacchiericcio festoso delle cicale e dalla intermittente curiosità delle lucciole. Sopra di noi le stelle meravigliose. Il buio della campagna sembrava farle splendere ancora più intensamente. E la luna… la luna..era magnifica e quando era piena mi inacantavo ad osservarla.

Una sera mio nonno, mentre eravamo sotto il piccolo portico della casa, mi chiese: “Ti ho mai raccontato la storia di Biribò e la Luna?”.

“No!” risposi io accoccolandomi accanto alla nonna.

“Una volta la luna non aveva questo colore argentato” iniziò a raccontare. “Un tempo, quando le fate ed i folletti erano padroni dei boschi, era di colore blu. Le stelle la illuminavano numerose così poteva rischiarare la notte divenendo azzurra. Senza di esse era senza vita, senza luce.

Durante un plenilunio una gatta di nome Minou partorì tre gattini, due maschi ed una femmina. Due erano rossi color del sole e solo uno, un maschietto, bianco argentato. La gatta si sorprese della differenza: “Non si sono mai visti gatti di questo colore!” pensò, ma superato lo stupore lo accolse con gioia e lo chiamò Biribò.

Passarono i giorni e Biribò crebbe. Il suo pelo diveniva sempre più chiaro al punto che al tenue chiarore della luna blu brillava. Una stella dispettosa di nome Astrea, una notte, vide dal cielo il cucciolo e rimase sorpresa del fatto che il piccolo avesse un pelo così particolare. Risplendeva più di una stella! Gelosa decise che Biribò doveva sparire. “Un gatto non può essere più luminoso di una stella!!! Più luminoso di Astrea!” disse furiosa.

“Hei, tu!” lo chiamò

“Dici a me?” rispose Biribò perplesso.

“Sì! Mi chiamo Astrea” disse.

Il piccolo alzò il musetto e vide la stella. Era meravigliosa. La luce che emanava era bellissima, impalpabile. Con gli occhi spalancati alzò una zampetta e cercò di toccarla.

“Vuoi venire quassù?” disse la stella. “Potresti toccare la luna!”  insistette.

“Toccare la luna? E come?” ribadì Biribò.

“E’ semplice. Arrampicati su quell’albero” disse Astrea indicando un vecchio olmo. “Raggiungi la sua cima!” e per convincerlo sorrise.

Così il piccolo incuriosito iniziò la salita. L’albero era alto e difficile da risalire. Giunto a metà si accorse dell’altezza e si spaventò. Fermo sul tronco gridò: “Non riesco! E’ troppo alto!”.

“Come! Ti arrendi!?” disse Astrea. “Non sei un gatto? Non sai arrampicarti? Pfui!”

Biribò allora prese coraggio e ricominciò a salire su su senza riposo finché giunse alla cima: “Ecco sono arrivato! Dove sei?” miagolò sfinito cercando Astrea.

“Sono qui!” rispose, mentre si mostrava a pochi metri dall’olmo. “Raggiungimi!”.

 “Come?” disse il gattino.

“Salta!” disse la stella.

“Salta!!! Ma scherzi???”

 “NO!” disse la stella. “Salta!!! Non aver paura ti prenderò tra le mie braccia. Salta!!!” insistette.

Biribò ingenuo saltò ricadendo nel vuoto e poi al suolo senza vita. Astrea aveva vinto. “Nessun gatto può brillare come una stella!” ribadì tremenda prima di scomparire. Un silenzio pesante discese tra gli alberi. Le cicale smisero di cantare e le fate si radunarono attonite intorno al piccolo. La luna stupita del silenzio guardò verso il basso e vide il piccolo. Resasi conto di quello che era accaduto allargò le sue braccia e preso Biribò su di esse lo portò via stringendolo dolcemente. In quell’istante divenne color bianco argento e iniziò a brillare come mai aveva fatto prima. Brillava ancor più delle stelle senza la loro luce perché nel suo cuore batteva quello di Biribò!” concluse mio nonno. Guardai la luna che riempiva il cielo e con le lacrime agli occhi pensai a Biribò ed alla Luna che grazie ad un gesto d’amore era divenuta la sirena splendente che noi tutti amiamo e che ancora oggi, ogni notte, ci regala sogni e riposo.

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