Il capitale disumano

Il capitale disumano

Antonio Bonifati
alias Farmboy

Poesie e racconti anti–capitalismo


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© Copyright 2017 Antonio Bonifati.
Responsabile della pubblicazione: Antonio Bonifati.
2ª edizione. Libro pubblicato a cura dell’autore.

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La storia e i nomi dei personaggi dei seguenti racconti e poesie sono opera di fantasia. Ogni riferimento a persone, cose o fatti realmente accaduti è puramente casuale e non intenzionale.

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Ringrazio il Prof. Mario Coronello per i preziosi consigli e il paziente lavoro di editing del testo.

 
 
 
 

Introduzione dell'autore


Oggigiorno si conosce
il prezzo di tutto,
ma non si conosce
il valore di niente

– Oscar Wilde

Prima di 20.000 anni fa l'uomo era cacciatore e raccoglitore. Poi è iniziata l'agricoltura e l'allevamento, una forma primitiva di tecnologia. Infatti il carro, la zappa, l'aratro, il mulino sono state le principali realizzazioni tecniche di questo periodo.

Con l'agricoltura l'uomo, invece di essere nomade e spostarsi per raccogliere quello che nasce spontaneamente nel luogo dove ci sono le condizioni affinché questo avvenga da sé, si è stabilito in un posto e ha cercato lui stesso di creare le condizioni per far nascere in quel posto tutto quello di cui aveva bisogno.

Questa sua idea si è spesso rivelata problematica e soggetta a insuccessi. Già il solo fatto di indovinare il momento giusto per la semina è difficile, mentre se le sementi si trovano già in terra, la natura sa quando è meglio farle spuntare e ogni anno i tempi sono diversi.

Inoltre è spesso difficile immaginare quali possano essere le conseguenze del lavoro umano che interferiscono con il corso della natura.

Ad esempio, zappando la terra nel periodo invernale o autunnale, si può accelerare la crescita di alcune piante, come ad es. le fave, ma se poi arrivano i geloni, le piante più sviluppate di solito non resistono, mentre quelle cresciute più lentamente secondo natura subiscono meno danni ed hanno maggiori capacità di ripresa e comunque accelerano la loro crescita durante la prima primavera.

L'uomo, già con questa sua prima forma di tecnologia, l'agricoltura, ha pensato di volersi sostituire alla natura ma, non potendone avere una conoscenza completa, è rimasto spesso con iscorno e beffato. Non è nemmeno detto che la natura sia conoscibile. Potrebbe benissimo darsi che, come sosteneva il filosofo giapponese Masanobu Fukuoka, essa sia inconoscibile; difatti a tutt'oggi rimane ancora qualcosa di magico come lo era per l'uomo primitivo.

Per quanto i nostri mezzi di indagine si stiano facendo sempre più precisi per indagare il piccolo dell'atomo e il grande dell'universo, non sembra che ci sia un traguardo che completi la nostra conoscenza; anzi, man mano che la conoscenza scientifica aumenta, si aggiungono domande su domande che diventano sempre più raffinate e difficili.

Tornando all'agricoltura, l'uomo sperava di poter soddisfare con essa più facilmente i suoi bisogni, ma in realtà il lavoro necessario non diminuì. Con la formazione delle prime città i problemi anzi aumentarono. Concentrare un elevato numero di persone in uno spazio ristretto ha creato problemi ambientali, igienici, di approvvigionamento, trasporti e sicurezza e non ha aumentato la ricchezza e la felicità umana.

Per secoli il mondo è andato avanti così: schiavitù, servi della gleba, colonialismo, imperialismo, sfruttamento del proletariato da parte di una élite che accampava diritti di nobiltà e intermediazione religiosa con Dio, e che in seguito è stata sostituita dai ricchi capitalisti proprietari dei mezzi di produzione industriale.

Sono queste brutte cose che hanno permesso solo a pochi uomini di vivere nel lusso, mentre a tutti gli altri non è stata concessa che una miserabile vita, spesso avulsa persino dal contatto con la natura incontaminata e dalla sua gratuita generosità.

A distanza di non più di 3 secoli dall'inizio della rivoluzione industriale, nonostante le apparenze, la situazione non è sostanzialmente migliorata, anzi per certi versi è andata sempre più peggiorando. La tecnologia ha continuato a fare progressi, dai telai meccanici e dalle macchine a vapore si è passati ai cellulari e ai computer, ma il lavoro dell'uomo non è diminuito.

Nonostante la tecnologia, abbiamo meno tempo libero di prima. Le nostre necessità di base sono le stesse di 130.000 anni fa: il cibo, un riparo contro le intemperie e vestiti per difendersi dal freddo, ma non sono ancora garantite per tutti.

Oggi esiste un grande substrato di economia dei servizi e del commercio, ma la base economica rimane sempre la produzione del cibo e degli oggetti utili alla sopravvivenza, che sta diventando sempre meno qualitativa e problematica.

L'inquinamento e la poca disponibilità di cibi freschi e naturali ha minato la salute dell'uomo, diminuendo la sua aspettativa di vita, nonostante la sua presunzione di poter capire il funzionamento del corpo umano e curarlo con la medicina.

Ma in realtà il corpo dell'uomo è una complessa manifestazione della natura ed è probabile che sia anch'esso inconoscibile come la natura stessa.

La grossolana tecnologia medica dell'uomo difatti cura, e spesso altrettanto grossolanamente, solo i sintomi o manifestazioni esterne delle malattie e non ha idea delle cause interne.

L'ignoranza dell'uomo è tale che il suo intervento spesso produce pericolosi squilibri: nel tentativo di curare o anche solo prevenire una malattia, se ne possono causare altre ancora più gravi.

Per soddisfare questi suoi bisogni di base, più altri spesso inutili e insoddisfacenti, l'uomo di oggi è costretto a lavorare anche più dei primitivi e spesso in condizioni peggiori: sotto stress, in un ambiente inquinato e senza maggiore garanzia di successo di quella che avevano i primi contadini.

Com'è stato possibile che l'avanzamento tecnologico non abbia migliorato decisamente le condizioni generali di vita di tutti?

Da una parte perché la tecnologia è stata abusata e spesso usata contro natura, senza chiedersi quali fossero le conseguenze e senza nemmeno imparare dai propri errori. Questo ha certamente diminuito il valore e l'effetto della tecnologia, ma non basta da solo a spiegare il mancato benessere per tutti.

La risposta è ovvia: la diseguaglianza. Come dire, per ogni 100.000 poveri c'è un ricco. Ancora oggi c'è un ristretto numero di persone che si è arricchito a dismisura, mentre la maggior parte della gente lavora per loro.

Questo tipo di organizzazione sociale ed economica fortemente antidemocratica è stata imposta dall'alto come la migliore possibile. Si tratta della più grande truffa perpetrata ai danni delle masse, ma le proteste sono state pochissime.

Il sistema economico capitalista ha un andamento ciclico instabile e produce crisi periodiche. Nel mio paese, l'Italia, il capitalismo non ha mai funzionato in un regime di vera legalità e libera concorrenza. Piuttosto è degenerato in corruzione, malapolitica e criminalità, con il risultato che le risorse naturali, artistiche e intellettuali del paese sono state rovinate.

Intere generazioni, formate da giovani e non, sono oggi ridotte in povertà maggiore dei loro nonni e sono sempre di meno le categorie di lavoratori che riescono a mantenere i loro diritti. L'emigrazione giovanile ha privato il paese dei migliori cervelli, consegnando al capitalismo estero risorse che spesso non sono state adeguatamente apprezzate nemmeno nel Paese di arrivo. Eppure non c'è stata alcuna protesta, nemmeno una flebile manifestazione di dissenso.

Gli Stati dovrebbero porre un freno ai guadagni dei singoli, introducendo sia un limite superiore sia uno inferiore di reddito individuale. Ma piuttosto che occuparsi del benessere della gente essi sono servi dei padroni capitalisti e nessuna misura di questo genere è stata mai presa, in nessuno Stato del mondo.

Il capitalismo è stato lasciato libero di agire, con la vana speranza di una sua auto-regolazione e automatico funzionamento, ma questo capitalismo selvaggio si è rivelato essere il peggiore di tutti i possibili sistemi economici.

Dopo tanti fallimenti, oggi l'unica via d'uscita per salvare la terra dal degrado e dall'inquinamento, produrre stabilità, rendere di nuovo la gente felice di vivere è il ritorno alla civiltà contadina e agli antichi mestieri, ad una vita più semplice e vera ed a contatto con la natura, dove la produzione non è fatta di oggetti tutti uguali, ma al contrario tutti diversi, artistici e personalizzati.

L'uomo deve riconoscere di aver sbagliato e deve fare un gran passo indietro. Le città sono strapiene come formicai, care, inquinate e piene di ladri, mentre le campagne o sono spopolate o vengono straziate dalle imprese agricole, che producono intensivamente quel cibo insipido e pieno di chimici per sfamare più del 50% della popolazione che vive concentrata nelle città.

Però manca la volontà dei politici e anche quella del popolo per attuare tutto questo. Se questo mio libro potrà aprire gli occhi alla gente allora avrà avuto uno scopo. Purtroppo il riconoscimento di un male è inutile se poi ci facciamo vincere dalla pigrizia e non passiamo all'azione necessaria per combatterlo.

 

Il sosia

Racconto breve

Parigi. Champs–Élysées. Un caffé con i tavolini all’aperto in una placida sera d’estate. Sullo sfondo svetta l’Arco di Trionfo.

François è un pittore, che per vivere fa il ritrattista di strada. Quando non ci sono clienti in posa, disegna volti, conosciuti o immaginari, che mette in bella mostra per attirare i clienti.

Una limousine nera si ferma davanti al caffé. Ne scende un uomo di mezz’età in frac, dal volto tirato, seguito da due guardie del corpo che si mantengono rispettosamente a distanza e scrutano i dintorni. Con espressione triste e annoiata si siede ad un tavolino all’aperto e ordina un caffé francese amaro e un croissant.

Si guarda attorno distrattamente, quando nota il pittore seduto sulla strada lì vicino intento a disegnare. Uno scatto improvviso quasi lo fa balzare in piedi, ma riesce a trattenere la reazione fisica.

Quell’uomo gli somiglia paurosamente. Se non fosse per la giacca logora e i pantaloni con le pezze, le scarpe dozzinali, il cappello sgualcito, non lo potrebbero distinguere nemmeno le buonanime dei suoi genitori.

Era come guardarsi allo specchio: i lineamenti del viso uguali. La stessa fronte alta, la grossa attaccatura del naso, il viso lungo, gli zigomi alti e carnosi. Come se non bastasse, i due dovevano avere all’incirca anche la stessa età.

Philippe, questo era il nome del magnate finanziario, era stupito da tante coincidenze. D’improvviso il pittore, che non aveva affatto notato gli sguardi curiosi del suo sosia, si alzò ed entrò nel bar.

Philippe bevve un altro sorso di caffé, ostentando tranquillità, per nascondere la sua ansiosa irrequietezza agli occhi delle guardie del corpo e, dopo pochi secondi, entrò anche lui all’interno del caffé senza fretta, attento a non mostrare la sua agitazione. Come di riflesso una delle sue guardie del corpo lo seguì.

Philippe vide con la coda dell’occhio che il pittore stava entrando nella toilette. Allora ebbe un’idea, per liberarsi della guardia che altrimenti non l’avrebbe perso di vista un momento. Entrò anche lui nel bagno. Così il gorilla si dovette fermare ad aspettare fuori della porta.

  • «Come ti chiami?»
  • «François»
  • «Lo sai chi sono io?»
  • «No»
  • «Sono Philippe Reinisch, il più grande banchiere del mondo».

Al pittore, abituato a fissare i minimi dettagli dei lineamenti dei volti, sembrava guardarsi in uno specchio magico che, di colpo, l’aveva trasformato in un gran signore. Se non fosse stato in preda allo stupore per la somiglianza così perfetta, sarebbe arrossito per non sapere di quale personaggio si trattava.

François non leggeva i giornali e non aveva nemmeno tempo di guardare la televisione. A dire il vero, non ce l’aveva proprio la televisione e non avrebbe potuto permettersela. Non c’era altro nella sua vita che la pittura e la preoccupazione di tirare avanti e di non riuscire ad arrivare alla fine del mese per pagare l’affitto del suo squallido monolocale a Montmartre, il quartiere degli artisti a Parigi.

«Ascoltami bene, non abbiamo tanto tempo. Si tratta di uno scherzo. Scambiamoci gli abiti. Dammi tutto, anche i tuoi documenti; io ti darò i miei».

E gli mostrò un portafoglio pieno di biglietti di grossa taglia e varie carte di credito.

L’autorità dell’uomo e quel suo sguardo serio e razionale era tale da incutere paura e François cominciò a spogliarsi come lui gli aveva ordinato. Nel giro di pochi minuti lo scambio era avvenuto.

Philippe gli aveva ordinato di uscire, pagare la consumazione e lasciare una grossa mancia al cameriere, avviandosi poi verso la limousine.

Gli aveva intimato di non rivelare a nessuno la sua vera identità e lo scherzo che avevano congegnato. E di chiedere all’autista di farsi riaccompagnare qui alla stessa ora dopo una settimana, quando con lo stesso sistema avrebbero ripreso le loro rispettive identità, promettendogli anche una forte somma di denaro alla fine del gioco.

Lui, per non destare sospetti, sarebbe uscito dalla toilette solo un paio di minuti dopo e avrebbe preso il suo posto di ritrattista.

In qualunque situazione si fosse trovato, avrebbe dovuto comportarsi in modo del tutto naturale. Eventuali dimenticanze, stranezze e diversità sarebbero state attribuite alla natura eccentrica di un ricco piuttosto che alla sua diversa identità, potendo stare sicuro che nessuno avrebbe scoperto l’inganno.

«Un ultimo particolare ed è perfetto. Cerchi di imitare la mia voce. Ci provi adesso».

«Sì così va bene, non importa quello che dice, basta che usi sempre un tono autoritario. Qual’è l’indirizzo di casa sua?» Philippe se lo segnò su un foglietto.

?

Tutto avvenne come previsto e François nei panni di Philippe non destò alcun sospetto nelle sue robuste guardie del corpo e persino il vecchio autista che lo serviva da sempre non notò alcun cambiamento.

La macchina ripartì subito velocemente in direzione dell’arco di Trionfo, proseguì lungo il Viale della Grande Armata e sostò presso il Palazzo del Congresso.

Qui si teneva una riunione a porte chiuse di tutti i più grandi banchieri del mondo. Il tema verteva sulla recente crisi economica e le strategie per superarla senza che che né le banche, né i politici che aiutavano a sostenerne gl'interessi ne subissero danni.

La discussione si teneva ad interventi singoli. Chi voleva parlare si prenotava di volta in volta premendo un bottone e aspettando che venisse il suo turno. Solo quando uno aveva finito, il prossimo in coda rispondeva o esprimeva le sue opinioni.

François, che non sapeva niente, tranne il fatto che da quando si vociferava che c’era la crisi, la gente s’era fatta più parsimoniosa e lui vendeva meno ritratti, ascoltò per un po’ le dichiarazioni di molti altri banchieri, prima di decidersi a prenotarsi per dire la sua, proprio in un momento caldo della discussione, quando oramai s’era fatto un’idea di quali fossero gli scopi e gl'interessi di questa gente, in base a quello che s’era detto finora.

Fosse per divertimento, ma anche per sfida, era deciso in tutto e per tutto a fare la parte di Philippe il grande banchiere.

Del resto gli era sempre piaciuto fare l’attore. Aveva sempre pensato che l’arte è unica. Un artista è uno che imita la realtà a modo suo. Così un pittore può dipingere una faccia che immagina e un attore può plasmare sul suo volto la stessa espressione, anch’essa frutto dell’immaginazione.

L’aria sorniona che François assunse quando disse queste parole era esattamente quella che l’attore–pittore aveva in mente e avrebbe potuto dipingere in tutti i particolari.

«Miei cari signori» disse.

«E’ chiaro che la crisi si supererà solo se la gente è disposta a fare sacrifici. Ma affinché questo avvenga, nessuno deve sospettare le vere cause della crisi».

«Pertanto bisogna che noi sfruttiamo ogni nostro potere e influenza sui mass media e i politici affinché si parli della crisi e si convinca la gente che noi stiamo lavorando per risolverla».

«La gente deve credere che essa sia dovuta ad oscillazioni del mercato. Quindi smettetela di lamentarvi e passate all’azione, perdinci!»

Sbatté i pugni sul tavolo e si fermò un attimo. Nell’aula c’era un silenzio totale, tutti lo guardavano con grande rispetto.

«I governi attueranno una politica di tagli e diranno alla gente che le spese del sistema assistenziale di cui hanno goduto finora non sono più sostenibili, ma che se si faranno sacrifici, presto ci sarà una ripresa e si ritornerà agli stessi livelli di benessere se non superiori».

«Noi utilizzeremo lo strumento della corruzione per ripagarli di questa loro copertura, come abbiamo sempre fatto finora per ottenere la loro collaborazione».

«Non siamo noi che dobbiamo preoccuparci della crisi. La gente lavorerà di più, guadagnerà di meno e coprirà l’ammanco senza nemmeno accorgersi delle cause. Del resto non possono fare altro che lavorare. Il nostro scopo è appunto quello di renderli schiavi inconsapevoli».

«Non ci possiamo assolutamente permettere che possano riconoscerci come responsabili e che si crei un odio contro di noi. Dobbiamo evitare a tutti i costi che si ribellino».

E concluse:

«Noi finanzieri dobbiamo apparire al senso comune come uomini di successo self–made, dotati di importanti conoscenze economiche, necessari per il buon funzionamento dell’economia e soprattutto disinteressati».

«Noi dobbiamo essere visti come i curatori della crisi, non come la causa. Vedrete che così i nostri capitali si salveranno e noi manterremo sempre la posizione di potere e privilegio di cui abbiamo goduto finora. Non ho altro da dire».

Il vero Philippe probabilmente non avrebbe parlato in modo così esplicito dei loschi intenti della lobby delle finanze, per tema che ci fossero dei microfoni nascosti o qualcuno lo potesse tradire. A questo il più ingenuo François non aveva affatto pensato, ma la sala era stata controllata palmo a palmo dal personale della sicurezza e pertanto nessuno si era preoccupato più di tanto che il capo non aveva usato il solito linguaggio in codice.

Anzi, proprio il suo parlar chiaro e la sua aria di cattiveria erano serviti ad aumentare l'entusiasmo e infondere fiducia anche negli animi più incerti riguardo la riuscita della disonesta operazione.

Tanto che appena ebbe finito di parlare, scoppiò addirittura un applauso fragoroso. François ricevette tante di quelle strette di mano ed espressioni di elogio, congratulazione ed approvazione da parte di tutti i principali banchieri del mondo, che comunque non erano altro che suoi fedeli sodali, che avrebbero applaudito a qualunque cosa lui avrebbe detto o fatto. Ma dato che gli aveva dato realmente speranza di salvarsi la pelle, stavolta gli applausi erano addirittura sinceri.

Poi, attorniato da una cerchia di guardie del corpo, si avviò verso l’uscita, dove l’attendeva la folla dei giornalisti che erano venuti apposta per raccogliere le sue dichiarazioni. François procedeva spedito, attraverso la folla dei reporter che premevano frementi, chiedendo insistentemente che rilasciasse qualche commento e indiscrezione.

A un certo punto si fermò e, attorniato dai microfoni, disse:

«Stiamo lavorando, in collaborazione con le forze politiche e gli industriali, per risolvere la crisi senza che ne risultino danni al sistema economico».

«Siamo consapevoli che ci saranno da fare grossi sacrifici per tutti, ma ormai siamo in ballo e bisogna ballare. Io sono fermamente convinto che ogni sforzo sarà ripagato. Mi sento di poter prevedere che già verso la fine del prossimo anno avremo una ripresa, una crescita dell’economia».

Detto ciò riprese a dirigersi verso la macchina, mentre il suo cordone di guardie gli spianava rapidamente la via e la folla dei giornalisti tentava inutilmente di formulare altre domande.

Un’ora dopo le sue dichiarazioni erano in primo piano sui telegiornali di tutte le TV, ripetute ad ogni edizione per tutta la giornata e stampate a caratteri cubitali nella prima pagina di tutti i giornali, insieme ad una istantanea della sua apparizione all’uscita del Palazzo del Congresso e tutte le maggioranze politiche del mondo gli facevano eco.

Persino le borse che da un pezzo chiudevano in negativo, registrarono un significativo rialzo.

?

Probabilmente l’unico che non aveva letto il giornale era il vero Philippe, che quel giorno aveva avuto una giornata tutt’altro che gloriosa, ma nonostante ciò non era affatto pentito dello scherzo che aveva architettato.

La vita gli si era fatta più difficile e interessante ed era esattamente quello che voleva provare lui quando gli venne l’idea della sostituzione, per cercare di uscire dalla noia di vivere che lo affliggeva a morte.

Uscito dalla toilette, aveva subito preso il posto del pittore. Nel suo taccuino il suo sosia stava lavorando ad un ritratto di una donna, ma non c’era nessuna cliente lì in attesa. Doveva trattarsi di una ragazza immaginaria. O forse era una sua conoscenza?

Mancavano ancora alcuni particolari del volto, ma aveva lunghi capelli neri e lisci, riuniti in una lunga coda arricciata. Gli occhi erano verdi, il naso morbido, le labbra grandi e sensuali, l’intero volto era di tipo ovale e ben proporzionato.

Chi poteva essere questa donna? Aveva un qualcosa di magnetico, che l’affascinava. L’avrebbe certamente chiesto a François quando si sarebbero rivisti alla fine della settimana.

Stava ancora rimuginando sul ritratto incompiuto della ragazza, quando un turista tedesco gli si presentò.

«Mi faccia un ritratto» disse in un francese un po’ tedesco e si mise in posa autoritaria, quasi militaresca.

Philippe non aveva mai disegnato in vita sua. Forse l’aveva fatto quand’era molto piccolo, ma non se ne ricordava e molto probabilmente si era trattato dei soliti scarabocchi che ogni bambino fa più per gioco e divertimento che per intento artistico.

Tuttavia era deciso a calarsi nella parte di François. Dopotutto lui era una persona importante mentre François chi era? Così girò la pagina del grosso taccuino, prese la matita e cominciò a guardare il soggetto e tirare delle linee. Erano passati 10 minuti quando disse:

«Ho finito».

Il tedesco guardò il suo ritratto. Le proporzioni del suo volto erano tutte sbagliate. I particolari erano malfatti e confusi e mancava un corretto gioco di luci e ombre.

C’è da dire che come primo disegno non era poi complessivamente tanto male, che ogni artista in fondo ha cominciato così e che un po’ comunque gli assomigliava, ma certo non ci si aspettava da un ritrattista professionista un’opera così grossolana.

«E lei sarebbe un pittore!» rispose il tedesco indignato per il fatto che gli occhi erano storti proprio come i suoi. Era questo l’unico particolare che sembrava il pittore fosse stato capace di cogliere con esattezza e che invece avrebbe dovuto cercare di nascondere.

«Lei non potrebbe dipingere nemmeno le pareti di una casa!»

Philippe era divertito. Se quell’uomo avesse saputo chi era veramente, avrebbe dovuto fingere di apprezzare il ritratto.

Raccolse le sue cose e si avviò verso casa. Quasi un’ora a piedi, perché nel portafogli non aveva che poche monete.

In quelle scarpe dure, i piedi gli facevano male. Si sentì stupido per avere dato tutti i soldi che aveva in tasca a François, ma non poteva certo prevedere che questi fosse ridotto così male. Come faceva a sopravvivere quel François, si chiese?

Probabilmente contava di vendere qualche ritratto e si sarebbe fermato ad ogni caffé o ristorante lungo la strada di ritorno a casa in cerca di clienti per tentare almeno di guadagnarsi la giornata.

Non ebbe difficoltà a trovare la soffitta polverosa dove abitava l’artista. Il monolocale era pieno di quadri e disegni e agli angoli bisognava stare attenti a non sbattere la testa contro il tetto che scendeva a spiovente.

Per cena trovò solo un pezzo di pane raffermo e una scatola di fagioli. In vita sua non aveva mai mangiato del pane così duro, ma stranamente sembrava quasi che la novità gli fosse sembrata buona. Pensò che era dovuto alla fame, che ti fa sembrare tutto più saporito.

Se ne andò a dormire, convinto che domani avrebbe posto fine a quella commedia, che ora non trovava più tanto divertente come prima.

L’unico problema era come avrebbe fatto a raggiungere la sua residenza che era lontana, in un castello medievale nel dipartimento di Essonne a sud di Parigi, senza avere soldi a sufficienza per pagarsi un trasporto. Avrebbe trovato un modo.

Forse rivelando la sua vera identità, qualcuno lo avrebbe aiutato, non foss’altro che per la ricompensa che gli avrebbe promesso una volta arrivati. Non ci pensò più e stanco per la lunga camminata si addormentò di un sonno profondo, senza sogni.

Lo svegliò la mattina presto una brutta scampanellata. Era la padrona di casa, che abitava al piano di sotto.

  • «Come le viene in mente di bussare così a quest’ora?»
  • «Ma guarda, l’ho disturbato il signorino! Sono due mesi che non mi pagate l’affitto e tra un po’ faranno tre».
  • «Andate via e lasciatemi dormire ancora un po’. Vedrete che domani vi pagherò».
  • «Dite sempre così. Ah, ma questa situazione non durerà! Io le darò lo sfratto, sa!»
  • «Che è colpa mia se per via della crisi i quadri non si vendono?»

Visto che quella donnaccia non aveva intenzione di smettere di litigare, detto questo Philippe la spinse fuori a forza e chiuse la porta col chiavistello interno.

Incurante delle rimostranze della donna che continuavano sul pianerottolo e ancora in preda del sonno, tornò a buttarsi sul letto, mettendosi di lato, perché quel materasso tutto infossato gli aveva fatto venire il mal di schiena.

Si svegliò un paio d’ore dopo e gli giunse all’orecchio uno strano squittìo. Era un piccolo topolino che intravide sotto il tavolo nel momento in cui stava aprendo gli occhi ancora assonnati.

Evidentemente era andato a mangiarsi le briciole di quel pane raffermo che erano cadute la sera prima. L’animaletto continuava a guardarlo e a squittire con quei suoi occhietti neri e lucidi e il naso a punta con i baffetti, per nulla spaventato.

Evidentemente doveva riconoscere il padrone di casa e questi non aveva mai tentato di scacciarlo. Solo quando Philippe si levò infilandosi quei duri scarponi, il topo si andò a nascondere dietro le schiere di quadri appoggiati negli angoli sotto la tettoia.

Era già pronto per uscire, perché aveva dormito vestito. Con cautela aprì la porta di casa e spiò fuori, perché non aveva affatto voglia di litigare di nuovo con quella megera della padrona di casa. La donnaccia non c’era, per fortuna, e si precipitò lungo le scale trovandosi presto fuori da quella topaia polverosa.

?

François invece aveva trascorso bene la notte. Dopo un’ora erano arrivati al castello medievale in Essonne e lui non poteva credere ai suoi occhi.

Ognuno ha le sue immaginazioni riguardo a come vivono i ricchi, i nuovi re del capitalismo che hanno sostituito quelli passati della nobiltà, ma la realtà supera ogni fantasia.

Proprio un immenso castello medievale con tanto di fossato e ponte d’ingresso, circondato da una immenso territorio privato con meravigliosi giardini, un laghetto e persino una foresta con territorio di caccia. Niente da invidiare alla residenza di un sovrano.

Un meraviglioso atrio d’ingresso a vetri lo accolse nell’interno; il segretario lo salutò informandolo delle comunicazioni ricevute e lo condusse nel suo studio.

Lì François prese delle carte in mano e passò la giornata a visitare gli ambienti, fingendo di essere immerso nello studio e avere bisogno di ispirazione vagando per il castello.

Il salotto accanto al suo studio era tappezzato da arazzi preziosi e armi antiche erano appese alle pareti. C’erano in bella mostra finanche armature originali di antichi cavalieri.

La libreria era molto grande, e c’erano molti libri antichi presumibilmente di gran valore, ma non sembrava che fosse molto frequentata, visto che tutti i volumi erano al loro posto. Non ce n’era nemmeno uno sui pregiati tavoli di noce stile Rinascimento italiano e non c’era nessun bibliotecario ad occuparsi permanentemente del locale, mentre le altre stanze erano piene di personale.

La cucina principale era grandissima e perfettamente attrezzata. Vi stavano lavorando una moltitudine di chef e i loro assistenti. Nel vederlo, il capo degli chef, gli si avvicinò ossequioso, pensando che fosse venuto lì a controllare.

«Non preoccupatevi signore, tutto sarà perfetto per il ricevimento di stasera».

François che aveva saputo del ricevimento solo ora annuì e disse:

«Bene».

E passò a visitare la sala da pranzo principale, che era grandissima, di circa 500 metri quadrati. La lunga tavola che l’attraversava era stata già perfettamente imbandita e l’ambiente, decorato da pregevoli pitture medievali, era profumato dai numerosi fiori che erano stati disposti al centro della tavola e nei portafiori alle pareti.

Tra le altre cose c’era anche un centro sportivo, una grande piscina, un teatro, una cappella e nel grande piazzale interno l’elicottero privato parcheggiato su una regolare piazzola d’atterraggio.

Innumerevoli erano le camere da letto, di vario stile architettonico, la maggior parte provviste di bagno privato. Per la prima volta nella vita François fece uso della grande vasca idromassaggio nel suo bagno privato. Lui non se ne intendeva, ma i rubinetti dovevano essere d’oro per quanto luccicavano. Dopo quel trattamento, nessuno avrebbe potuto sospettare, annusandolo, che era uno squattrinato pittore non molto pulito che viveva in una polverosa topaia parigina.

Ad insaponarlo e poi asciugarlo e massaggiarlo con olii profumati erano state delle inservienti, peraltro molto giovani e carine. François le guardava in modo malizioso, ma loro tenevano lo sguardo basso e agivano in modo puramente professionale, quindi capì che erano abitualmente trattate solo come servitù dal legittimo proprietario del maniero.

Si chiese allora chi avrebbe soddisfatto i desideri sessuali di Philippe, che probabilmente dovevano essere proporzionati all’importanza del personaggio. Non aveva una moglie, una lady o un’amante? Perché questa non s’era ancora fatta vedere?

La risposta gli venne data durante il sontuoso ricevimento di quella sera, che vide partecipare molti degli stessi banchieri che avevano preso parte alla riunione insieme alle loro rispettive consorti.

Un vero e proprio festeggiamento, un pranzo luculliano e poi fiumi di champagne durante i balli successivi nell’ampio salone delle feste. Alla faccia della crisi e della gente che stringeva la cinghia, pensò tra sé François, ancora ricordandosi della sua misera vita poche ore fa.

Erano presenti anche alcuni politici importanti, e dei cardinali imporporati di rosso. Se non fosse che erano state invitate anche alcune attrici e modelle, di bellezza ce ne sarebbe stata ben poca tra gli esponenti dell’alta società. Fu proprio una di queste, una dama che era il prototipo della bellezza francese, che attirò l’attenzione, per non dire il desiderio di François.

«Potrei invitarla a ballare, Mademoiselle?»

La ragazza accettò senza dire niente, ma sorrise in modo strano.

  • «Potrei chiedere qual’è il suo nome?»
  • «Dovreste conoscermi, signore. Sono la tua bambola preferita» rispose la ragazza per nulla preoccupata della gaffe del suo padrone.

Evidentemente l’harem del banchiere doveva essere ben fornito. Quella notte François si dimostrò molto più focoso del suo sosia–benefattore, che probabilmente era già abituato a quei giochetti con più donne nello stesso letto.

?

Tornando alla giornata di Philippe, era appena uscito fuori in strada quando si sentì chiamare alla spalle da una voce di donna mielata.

«François!»

Se non fosse stato per quella voce sensuale, Philippe non si sarebbe nemmeno voltato, non riconoscendosi più nei panni logori e sporchi di François. Ma il destino voleva che dovesse cambiare improvvisamente idea. Era la ragazza del ritratto, che corse sorridente ad abbracciarlo.

Philippe si innamorò subito di lei, a prima vista, anzi meglio a seconda, visto che già s’era innamorato del suo ritratto incompleto.

«Come stai? Ti trovo bene! E’ passato tanto tempo. Non ti sei dimenticata di me, vero? Sono sempre la tua piccola Lily».

La ragazza era allegra e loquace, ma Philippe era rimasto spiazzato dall’incontro improvviso e non sapeva che rispondere, ammaliato dalla sua bellezza. Lei, si accorse compiaciuta di quel cambiamento, di quell’improvviso interesse per lei e gli sorrise.

  • «Sono venuta qui a Parigi per te. Sai, mio padre è morto e sono tornata al mio paese».
  • «Mi dispiace» riuscì a rispondere convenevolmente lui. Ma lei non sembrava affatto triste ora.
  • «Non importa» disse lei. «Era vecchio e se n’è andato via felice. Ora siamo rimaste io e mia madre, la fattoria da portare avanti e la terra da coltivare. François… lascia stare Parigi e vieni con me in campagna!»

In un attimo Philippe comprese che probabilmente quel François abitava prima fuori Parigi, lei era la sua fidanzata e poi lui era venuto qui a Parigi per cercare di fare fortuna come ritrattista, mentre lei era rimasta là.

«Avanti, fai la tua valigia e andiamo alla stazione a prendere il treno delle 11».

Philippe aveva un harem nel suo castello di bellissime donne di varie nazionalità, ma quella valeva per lui mille volte di più ed era mille volte più bella. Ora desiderava quella donna più di qualsiasi cosa al mondo e avrebbe dato la sua intera fortuna per averla, senza pensarci due volte. La afferrò per le braccia, la scosse e le disse:

  • «Ascoltami bene. Io ti amo e sono ricco. Ti farò vivere come una principessa. Dobbiamo andare a Essonne per potermi riprendere ciò che è mio, ma io non ho soldi per il viaggio».
  • «Non ti preoccupare, ho io i soldi, ma non per andare ad Essonne, ma per tornare a casa mia insieme» disse lei, sorridendo e guardando il suo vestito e le pezze sui ginocchi dei pantaloni e i gomiti della giacca. «Non m’importa se sei povero o ricco, ma vedrai che in campagna saremo ricchi e felici in un altro modo».
  • «Lily, ti prego, facciamo come dico io, poi se vuoi potremo andare».

Ma non c’era niente da fare, la ragazza non gli credeva. Philippe non poteva dirle di essere il sosia di François per paura di perderla. La sua unica speranza era di farsi riconoscere dalle guardie all’ingresso del suo castello (lasciando che Lily lo aspettasse a distanza) e raccontare ai suoi dipendenti dello scambio, provando la sua vera identità sulla base delle sue conoscenze: della sua vita passata, dell’interno del castello, di qualsiasi altra cosa che lo potesse distinguere dal suo sosia.

Se avesse trovato il modo di convincere Lily ad andare al suo castello, avrebbe benissimo potuto ordinare alle guardie di far andare via il suo sosia con un soddisfacente compenso in denaro, senza che Lily si accorgesse di nulla.

Ma lei era irremovibile. Gli prese la mano e lo tirò per un braccio.

«Andiamo» disse. «Si torna a casa, al nostro piccolo paese».

Philippe non riuscì ad opporre resistenza e la seguì senza dire più niente. D'improvviso non gli importava più niente delle ricchezze materiali ora che aveva scoperto la vera ricchezza spirituale, l’amore, che prima non conosceva affatto. Da quel momento in poi, Philippe era definitivamente diventato François.

Durante il viaggio, mentre si tenevano per mano e si guardavano sorridendo, un’ultima preoccupazione venne a galla dal fondo della vita passata di Philippe e per un attimo il suo volto assunse un’espressione preoccupata e corrucciata.

Stava pensando a cosa sarebbe successo tra sei giorni, quando François, andando all’appuntamento a quel caffé dei Champs–Élysées non lo avrebbe trovato. Un ragionamento logico gli corse veloce nella mente. Certo, se nessuno aveva scoperto ieri che lui non era lui, era improbabile che lo scambio di persona venisse mai scoperto.

Con tutta probabilità François era felice di navigare nell’oro e, non trovandolo, avrebbe certamente preferito continuare a fare la parte di Philippe senza dire niente, almeno finché lui non si fosse fatto vivo. Per scrupolo, avrebbe forse fatto controllare il suo appartamento in modo discreto e, saputo che era scomparso, si sarebbe sentito con la coscienza a posto nei suoi riguardi, non potendo fare di più per tentare di rintracciarlo.

  • «Cosa c’è che ti preoccupa, tesoro?» gli disse la ragazza.
  • «Niente» rispose lui e tornò a sorriderle soddisfatto.

Tutto si vende, tranne l’amore che non si può comprare, pensò tra sé. In un giorno era diventato un altro uomo e tutto grazie a Lily.

Philippe aveva sostanzialmente ragione sul fatto che François avrebbe voluto rimanere Philippe, ma la storia non sarebbe stata proprio come immaginava lui.

?

François si svegliò in un principesco baldacchino con tende di seta bianca, insieme a tre delle sue belle concubine, tra cui quella che aveva conosciuto per prima la sera al ballo. Le donne ancora dormivano e la sua dama preferita aveva la testa appoggiata al suo petto.

François era inquieto. Spostò i corpi e le braccia delle amanti facendo attenzione a non svegliarle; liberatosi di ogni contatto con loro, riuscì a scendere dal letto e cominciò a rivestirsi.

La sua preoccupazione principale era che tra 6 giorni quella pacchia sarebbe finita. Sì, Philippe gli aveva promesso una ricompensa, ma cos’era una misera ricompensa in confronto ad una vita così? Di certo la generosità di Philippe non gli avrebbe cambiato di molto la vita. E poi s’era dimostrato già alla riunione e anche al ricevimento la sera prima, che lui l’avrebbe saputa fare la parte di Philippe, anzi molto meglio di Philippe stesso.

Stava finendo di abbottonarsi la camicia di pura seta morbida fino al collo, quando si fermò fulminato da un’idea. Ma certo! Bisognava in qualche modo liberarsi del vero Philippe prima della fine della settimana. Se ci fosse riuscito senza testimoni, lui sarebbe rimasto Philippe e nessuno se ne sarebbe mai accorto.

Con il suo denaro, non avrebbe avuto certo difficoltà ad assumere un killer ma, data la sua somiglianza con la vittima, questi avrebbe scoperto il suo gioco e comunque sarebbe stato un testimone che avrebbe potuto ricattarlo. Non c’era altra scelta. Avrebbe dovuto incaricarsi direttamente lui dell’omicidio.

D’ora in poi tutti i suoi sforzi sarebbero stati dedicati a questo scopo. Se fosse riuscito, la ricompensa sarebbe stata immensa. Doveva riuscire. Non gli si sarebbe presentata un’altra occasione così nella vita.

Bisognava però muoversi in fretta. Philippe avrebbe potuto stancarsi di quella vita di pezzente che conduceva, la stessa che anche lui prima menava e che conosceva bene, e presentarsi per porre fine allo scherzo prima del termine previsto.

François però non aveva mai ammazzato nessuno, né tantomeno maneggiato una pistola prima d’ora. Avrebbe avuto bisogno di fare pratica e soprattutto di procurarsi di nascosto l'arma. E poi, come avrebbe fatto a commettere l’omicidio senza essere visto, dal momento che ogni volta che usciva lo attendevano alla porta quelle sue due guardie del corpo?

Il primo problema lo risolse in mattinata stessa. Il castello aveva anche un’armeria e annessa una sala per le esercitazioni di tiro. Disse all’istruttore che lavorava lì di volersi applicare d’ora in poi molto seriamente alla caccia nella riserva personale e, per maggior divertimento con le sue prede (renne, anatre, fagiani e cinghiali selvatici), aveva bisogno di migliorare le sue capacità di tiro.

«Sa che lei tira già molto meglio dell’altra volta? Sta migliorando molto velocemente» disse con soddisfazione l’esperto d’armi.

Evidentemente François aveva una predisposizione per l’uso delle armi che non sapeva d’avere, visto che era la sua prima volta.

«Beh, mirare con questi fucili a canne lunghe è facile. Dovrei provare con un’arma a canna corta, come una pistola».

E così François fece pratica di tiro anche con la pistola contro le sagome del poligono e scoprì che uccidere un uomo puntando al cuore a distanza ravvicinata è piuttosto semplice. Basta mantenere l’arma allineata e puntare un po’ più a destra del centro del petto, correggendo la mira se l’uomo si dovesse spostare prima dello sparo.

«Ora voglio vedere come spari tu» disse all’istruttore, che si sentiva tutto contento di quelle confidenze, di essere trattato come un amico a cui si dà del tu e della improvvisa passione per le armi del suo padrone.

Mentre sparava, non si accorse che una delle tante pistole con silenziatore era finita nella tasca del padrone, che l’avrebbe rimessa a posto sempre con lo stesso stratagemma alla prossima lezione, subito dopo l’omicidio.

Il guaio è che non c’era nessuna speranza di uscire da solo, senza essere visto da quel bunker di castello; senza passare dalla porta dove l’attendevano sempre le sue guardie del corpo, senza rompersi l’osso del collo e senza essere veduto dalle altre guardie disposte anche lungo il fossato.

Tuttavia si rese conto che niente di tutto questo era necessario. Sarebbe andato con le guardie del corpo e il suo autista la mattina molto presto direttamente a casa sua a Montmartre. Sarebbe stato facile dire all’autista che voleva cercare un vecchio amico pittore di particolare stile per farsi fare un ritratto.

Avrebbe bussato alla sua porta, svegliando Philippe e dicendo che voleva parlargli. Le guardie come al solito lo avrebbero aspettato sul pianerottolo, mentre Philippe non sarebbe uscito così svestito e non le avrebbe notate.

Chiusa la porta, avrebbe tirato fuori il revolver e gli avrebbe subito sparato col silenziatore, prima ancora di iniziare a parlare. Assicuratosi della morte dell'uomo, sarebbe rimasto un po’ per simulare una conversazione e poi sarebbe uscito, fingendo persino di salutare l’uomo prima di richiudere la porta davanti a sé.

Ora aveva tutta la necessaria freddezza per agire così. Anche ammesso che le sue guardie del corpo o il suo autista leggessero il giornale, non avrebbero certo mai avuto il coraggio di accusarlo e perdere il lavoro. E comunque con tutti i delitti che avvengono a Parigi ogni giorno, per i più svariati motivi, è poco probabile che i giornali avrebbero dato grande eco all’omicidio di un oscuro ritrattista.

Così agì il giorno dopo stesso, tranne che nessuno rispose al campanello. Nel discendere, prima di tornare nella Limousine che lo aspettava, notò che sul portone d’ingresso c’era un cartello «Loft à louer» sicuro segno che Philippe doveva essere andato via già ieri.

Forse era ancora meglio così. Si sarebbe rifatto vivo? A questo punto non gli restava che aspettare l’appuntamento prestabilito al caffé. Avrebbe potuto farlo fuori nel bagno sempre con la pistola a silenziatore, in un attimo in cui non c’era nessuno; effettivamente quel bagno era poco frequentato.

Una volta morto, lo avrebbe messo a sedere su una tazza del water in uno degli stanzini; ci avrebbero messo del tempo per accorgersi del delitto e sicuramente non avrebbero potuto facilmente collegarlo a lui.

Ma nemmeno questo avvenne: all’appuntamento non c’era nessun pittore. Più passava il tempo, più François era convinto che Philippe non si sarebbe fatto più rivedere. E anche se fosse, oramai lui era diventato Philippe a tutti gli effetti. Sapeva farlo bene adesso il suo mestiere, anche meglio di lui.

Tuttavia, dopo nemmeno un anno, quel tipo di vita cominciò a stancargli. Cominciava ad annoiarsi. La mancanza di difficoltà, di obiettivi per cui lottare ed applicarsi lo deprimeva. Sembrava che tutto fosse già pronto e disponibile per lui.

Da quanto era diventato Philippe non aveva più dipinto. Poteva permettersi di comprare tutti i quadri più costosi già bell’e’ pronti e non aveva senso mettersi ore ed ore a lavorare ad un dipinto per avere qualcosa di bello. Quando si hanno tanti soldi, il bello si può comprare direttamente senza fatica.

In realtà, non provava più interesse per niente, nemmeno per il bello o l’arte. Tutto gli sembrava inutile. Il mondo gli pareva solo un’enorme macchina finanziaria. La vita stessa era inutile. Fare soldi era inutile, ne aveva già a tonnellate, ma per mantenere quella sua attività era necessario.

Così François cominciò a soffrire della stessa malattia del suo predecessore Philippe. Se avesse avuto un’adorazione per il denaro, sarebbe stato immune dalla malattia. Ma non è comune nemmeno per i ricchi soffrire della sindrome di Zio Paperone e provare piacere nel fare il bagno in un deposito pieno di contante.

Come pure non era facile trovare un altro sosia o ritrovare il vero Philippe e tornare ad essere François. Con la scusa di voler ritrovare il pittore definendolo un suo vecchio amico, aveva incaricato i migliori investigatori di Parigi, ma senza risultato.

Con tutti quei soldi non poteva nemmeno comprarsi la solitudine. Le guardie del corpo lo seguivano ovunque quando usciva, perché una volta un fanatico no–global e comunista aveva tentato di assassinarlo.

In preda alla depressione, una sera François si tagliò le vene e il giorno dopo fu ritrovato morto dissanguato nella sua camera.

?

Philippe invece aveva sposato Lily e si occupava della fattoria. Nel molto tempo libero che aveva durante l’inverno, si applicò all’arte del disegno, quasi per gioco, pensando che gli avrebbe permesso ancora di più di fare la parte di François.

E’ incredibile quali furono i suoi progressi nel giro di pochi mesi. Dopo un anno era diventato bravo come François; una volta sicuro della sua mano, volle applicarsi a finire il ritratto di Lily, con un risultato che fece stupire la stessa Lily.

Lo stesso giorno della morte di François, Philippe stava seminando nell’orto della fattoria. Un vecchio professore in pensione, che abitava in una casa vicina, come ogni giorno passò per la strada che attraversava la sua terra, col giornale sottobraccio.

  • «Buongiorno François!»
  • «Buongiorno professore!»
  • «Che fa oggi?»
  • «Semino, tra un po’ la famiglia crescerà»
  • «Ah, che bella notizia! Auguri allora!»
  • «Grazie. Perché non si siede qui al fresco a leggere il suo giornale» disse indicandogli una delle panchine sistemate ai lati del giardino, sotto folti alberi di mele.

Intanto Philippe continuava a lavorare nell’orto. Il professore aprì il giornale e lesse la notizia in prima pagina.

«Ha sentito? Il famoso banchiere Philippe Reinisch, uno degli uomini più ricchi del mondo, si è suicidato nel suo castello nell’Essonne».

Philippe, che era piegato a lavorare sul terreno, trasalì e si rizzò di scatto. Quel suicida doveva essere lui! Il professore notò la strana reazione del contadino, ma non poteva certo immaginarne la causa.

  • «Allora, non dice niente?»
  • «Mio caro professore, purtroppo non esiste più l’uguaglianza naturale tra gli uomini e nemmeno una mezza misura d’uguaglianza. Il capitalismo non pone limiti alla ricchezza o alla povertà».

    «Ora il dramma dei poveri è che vogliono diventare ricchi. Il dramma dei ricchi è che vogliono diventare poveri. Per fortuna o sfortuna, solo pochi ci riescono». E continuò a rivangare la terra.

L’abbunnanzia

Poesia–canzone in dialetto calabrese

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L’abbunnanzia (o "a multiplicazziuna")

Cusì ’a terra mi doni pane
cu’ fasuli, trucchiscu e vajane
pummadori, mpisiddi e favi:
’na minestra ogni ghjurnu l’avi.

A li soldi ’un ce stavo a spiranza
picchì i quiddi a nissuno l’avanza
e pirciò nuddu li vo’ caccià.
pirò ’a terrà te faci abbuttà!

L’abbondanza (o "La moltiplicazione")

Così è la terra che mi dà il pane
con fagioli, mais e taccole
pomodori, piselli e fave:
una minestra ce l’ho ogni giorno.

Ad avere i soldi non ci spero
perché questi non avanzano a nessuno
e per questo nessuno li vuole cacciare.
Ma la terra ti fa abbuffare!

Lo studente
intraprendente

Racconto erotico
(privo di volgarità)

Marco ha 20 anni, non è bello ma pur sempre giovane, è squattrinato e studia ingegneria all’università. I suoi compagni di scuola che hanno scelto lettere nella stessa università, fanno sesso regolarmente ma lui, nonostante abbia una voglia che lo divora, deve studiare duramente e non ha molto tempo libero per cercarsi una ragazza e mantenere una relazione.

A questo s’aggiunge il fatto che nel suo corso ci sono pochissime ragazze; quelle che ci sono di solito sono già fidanzate con i suoi compagni di corso, che le controllano a vista.

Le ragazze libere si contano sulla punta delle dita e sono alquanto bruttine: come tutte le cose nella vita, resta solo quello che gli altri non vogliono. Il meglio se lo pappano subito, non fai nemmeno in tempo a vederlo.

Sembra che l’ingegneria attiri solo le ragazze brutte, per cui non vale la pena di impegnarsi, oppure che le poche ragazze che ci sono l’abbiano scelta per fare compagnia ai loro fidanzati che avevano già prima di entrare all’università.

Del resto conquistare una ragazza, che sia bella o brutta, comporta più o meno sempre la stessa fatica. Questa situazione ingiusta lo infastidisce.

Tuttavia Marco è un ragazzo molto intelligente e riesce sempre ad ottenere quello che vuole. Così si è inventato uno stratagemma per copulare gratis e senza fatica, senza dover fare la corte ad una ragazza o impegnarsi in un fidanzamento. A queste condizioni Marco è disposto ad andare con ragazze sia belle sia brutte, purché si tratti di ragazze giovani, di più o meno la sua età.

Tra una lezione e l’altra, la mattina prima che comincino le lezioni o prima di andare a mensa o di tornare a casa, Marco fa il giro delle aule non solo ad ingegneria, ma anche in tutte le facoltà preferite dal gentil sesso: lettere e filosofia, medicina, scienze politiche, economia, etc.

Se è di passaggio non disdegna di dare un’occhiata in qualsiasi aula, indipendentemente dalla facoltà. Infatti è frequente che quelle poche ragazze che frequentano le materie scientifiche più dure siano le più disponibili e vogliose, per il fatto che anche le loro voglie sono state represse dalla durezza degli studi. Potrebbe ben darsi che gli capiti qualcuna il cui fidanzato è lontano e lei non sia tanto male, e magari si è annoiata del partner e sia disposta a tradirlo.

Se Marco capita in un momento in cui si sta tenendo la lezione, gli interessa comunque dare un’occhiata, per vedere quante ragazze ci sono e dove di solito usano sedersi, mandando giù tutte queste informazioni nella sua eccezionale memoria, ad uso di quando ritornerà nella stessa aula durante l’intervallo.

Ha studiato tutti gli orari delle lezioni e programma un percorso, per poter essere di passaggio durante la pausa tra una lezione e l’altra, oppure prima dell’inizio della prima lezione della giornata. Per velocizzare i suoi rapidi spostamenti da un’aula all’altra Marco non va mai a piedi: si muove sempre in bicicletta, anche quando piove.

Durante la pausa tra una lezione e l’altra o prima dell’inizio della lezione, quando gli occupanti dei posti sono fuori in piedi a prendere una boccata d’aria, sorseggiare una bibita al bar vicino, fumare una sigaretta o semplicemente a chiacchierare da un’altra parte dell’aula, nessuno fa caso a quello studente come tanti, che con aria indolente e rassegnata si trascina camminando goffamente di lato tra le strette file di banchi, con lo sguardo basso, attento ad ogni particolare degli oggetti che sono stati lasciati sopra e sotto il banco o sullo schienale dei sedili ribaltabili.

Per Marco ormai è diventato facile capire se quel posto è occupato da una ragazza, anche se il quaderno è chiuso. Copertine, sciarpe, guanti, cappelli, borse, borsellini, matite, accendini… tutto porta il segno inequivocabile della femminilità.

Quindi si siede nel posto accanto e apre il quadernone degli appunti lasciato sul tavolo dalla sua vittima prescelta, pronto per l’imminente lezione o usato per registrare quella precedente. Ormai non si sbaglia più e a confermarglielo è sempre la palese scrittura di donna che si presenta ai suoi occhi, sicura conferma che quel posto è occupato da una ragazza.

Apre una pagina a caso tra quelle già scritte e in uno spazio bianco, con una comune penna biro dello stesso colore del testo scrive il suo laconico messaggio: il suo numero di cellulare seguito da una frase sempre diversa che inventa subito sul momento.

«Se ti va di fare l’amore», «quando vuoi un uomo», «un ragazzo sempre disponibile per te», «se ti senti sola», «quando hai bisogno d’affetto», «per alleviare lo stress dello studio», etc etc.

Qualsiasi frase, che faccia capire quello che vuole o alluda al suo scopo senza possibilità di fraintendimento e che possa stimolare la fantasia delle donne, spesso con ironia, senza essere troppo esplicita o volgare fa bene al caso suo. La sua è una calligrafia precisa e sicura, fredda ed essenziale. Sembra quasi stampata a macchina.

E’ fin troppo facile. Specialmente per le materie letterarie, il messaggio viene scoperto di solito solo durante le ripetizioni prima degli esami, quando tutti gli appunti del corso vengono riletti, in un momento di stress per l’esame imminente, spesso proprio all’ultimo momento: la notte del giorno prima degli esami.

E’ proprio quello che Marco vuole. Così la maggior parte delle chiamate avvengono di sera e a fine di ogni trimestre, un periodo di grande impegno sessuale per Marco. Per sua fortuna, lui non è il tipo che si riduce a studiare all’ultimo momento prima degli esami; comunque non sarebbe possibile riuscirci ad ingegneria.

Per le materie scientifiche invece, è più probabile che il messaggio venga scoperto prima, per il fatto che, per capire bene la lezione corrente a volte bisogna dare una ripassata a quelle precedenti, perché nella scienza tutti i concetti e le verità sono strettamente collegati tra loro.

Come stasera. Il suo cellulare squilla per tre volte, numero sconosciuto e chiamata anonima.

«Pronto? Chi parla? Chi è? Pronto?»

Marco ripete più volte ma senza fretta o disappunto sempre gli stessi generici saluti telefonici, per poter confermare alla ragazza che si tratta di un uomo, senza rivelare niente di sé, nemmeno il suo nome, mantenendola nel mistero e così evitando di imbastire qualsiasi conversazione al telefono. Vuole che lei lo consideri un estraneo, qualcuno che parla poco, che non sa nemmeno il suo nome e non è interessato a chiederlo.

Con la sua voce cavernosa e profonda, sa di eccitare la curiosità e le fantasie erotiche della ragazza che è dall’altra parte del filo. Solo un attimo di pausa e la risposta arriva puntuale, sempre dello stesso genere.

Non presentazioni o domande, mai insulti o arrabbiature, niente incertezze, nemmeno un «d'accordo» esplicito, ma solo indicazioni di dove andare e come fare per entrare discretamente, a conferma che la ragazza ci sta.

«Vieni tra mezz’ora alla Casa dello studente, appartamento 16, blocco B. Dai un leggero colpetto tre volte alla terza finestra sul lato sinistro della porta d’entrata, poi aspetta di fronte la porta senza bussare. Quando nessuna delle mie compagne d’appartamento è in giro verrò io ad aprirti». Detto questo la ragazza riattacca senza altre parole, senza nemmeno un saluto.

Marco è molto metodico e preciso, ricorda perfettamente tutte le indicazioni datogli a memoria, senza bisogno di scrivere niente e non ha mai sbagliato. Non gli è mai successo che la ragazza non l’ha aperto o non si è presentata. Se chiamano, dopo aver sentito quella sua profonda voce virile, poi non ci ripensano più.

Riesce sempre ad entrare senza essere visto. A volte lo fanno entrare dalla porta, a volte dalla finestra. In certi casi gli danno perfino appuntamento nel boschetto appena fuori il blocco residenziale, probabilmente in questo caso sono tutte ragazze che convivono con il loro fidanzato.

Questa volta lo venne ad aprire una ragazza con i capelli a caschetto neri e fare svelto, molto carina e con un fisico ben proporzionato. Marco entrò, chiuse la porta alle sue spalle da dietro, col braccio e senza voltarsi, mentre lei indietreggiava. Lui restò di fronte a lei guardandola in modo cinico e distaccato. Lei ricambiò con uno sguardo misto di stupore e curiosità, ma solo per un attimo. Era nervosa e si guardava intorno sospettosa.

Tutte le porte delle camere delle sue compagne di stanza erano chiuse e bisognava approfittare del momento. Qualcuna poteva uscire all’improvviso per prepararsi una tazza di caffé in cucina o per andare al bagno e sorprendere lei con il ragazzo sconosciuto se si attardava ancora con lui nel corridoio.

Così gli afferrò subito la mano e lo trascinò verso la porta della sua stanza. Marco non fece alcuna resistenza, anzi la seguì con la sua stessa rapidità di passi felpati e falcati. La ragazza chiuse la porta a chiave, facendo attenzione a spostare lentamente il chiavistello mezzo arrugginito per non fare troppo rumore.

Intanto Marco era dietro di lei e ammirava impassibile il suo bel sederino, messo ancora più in evidenza dalla gonna corta e stretta e dal leggero piegarsi della ragazza mentre armeggiava con la serratura. Lei si voltò.

«Non dobbiamo fare rumore» gli sussurrò intimandolo. «Queste pareti sono di cartone».

Nemmeno gli sorrise. La sua maschera esteriore ostentava freddezza e cinismo, proprio come quella di Marco. Andò vicino al letto nell’angolo della stanza adiacente alla porta e cominciò meccanicamente a spogliarsi, voltandogli le spalle.

La stanza era debolmente illuminata. La sola luce era quella di una lampada sulla scrivania. Mentre la ragazza si toglieva rapidamente prima le scarpe, poi il maglione e la gonna, riponendole in modo ordinato nell’armadio vicino e rimanendo in collant, reggiseno e mutandine, Marco nemmeno la guardò o si avvicinò, come se ciò non lo eccitasse e non lo interessasse affatto.

Piuttosto andò alla scrivania, spinto da una irrefrenabile curiosità e guardò gli appunti dei quaderni aperti sotto la luce della lampada.

Non vide la pagina dove aveva scritto il suo annuncio. Nella mezz’ora che era passata dal momento della chiamata la ragazza aveva probabilmente continuato a studiare. Il quadernone era ora aperto su una pagina successiva, che parlava approfonditamente dell’equazione di Bernoulli. Quindi stavolta era una studentessa di fisica o ingegneria, pensò Marco.

Così lui si interessò delle formule e della puntuale dimostrazione matematica, mentre lei intanto si era tolta anche reggiseno e mutandine e si era voltata verso di lui, rimanendo inizialmente stupita per averlo trovato lì impalato presso la scrivania, con lo sguardo basso assorto nella lettura.

Marco in realtà si era accorto, con la coda dell’occhio, che la ragazza si era voltata, ma rimase apposta con lo sguardo chino sulle carte, e proprio per questo lei ora lo stava guardando stizzita. Alla fine il suo orgoglio di donna non ne poté più.

Si accasciò nuda sul letto rivolta verso di lui, con il braccio destro steso lungo i fianchi e le cosce, quello sinistro piegato col gomito sul cuscino, l’ascella aperta e la mano che sosteneva più in alto la testa, mettendo ben in evidenza i seni sodi e carnosi; quindi gli interruppe l'ostica lettura di fisica–matematica.

«Non sarai mica venuto qui per studiare questa roba anche tu…» lo stuzzicò improvvisamente.

Marco si spogliò, mentre lei lo guardava maliziosamente. Poi si stese su di lei e cominciò a baciarla, ma lei tenne la bocca chiusa e tirata e lo allontanò subito dal suo viso. Gli mormorò:

«Non perdere tempo in preliminari. Penetrami in modo meccanico e regolare, senza interruzioni prima davanti e poi di dietro». Lui era visibilmente deluso, ma obbedì, non potendo fare diversamente.

Mezz’ora dopo Marco era appena uscito dalla finestra bassa, che si era richiusa subito dietro di lui e, senza voltarsi, visibilmente sudato, affrontò la notta buia e fredda.

Si stava riordinando con la mano i capelli tutti scompigliati e riassettando la camicia all’interno dei pantaloni.

Avrebbe voluto chiederle come si chiamava, anche solo il nome, e se avrebbero potuto vedersi un’altra volta; ma finito l’amplesso, la ragazza gli intimò di andarsene e rivestirsi in fretta, perché doveva continuare a studiare e non voleva che eventuali rumori e parole fossero udite dalle sue compagne d’appartamento invidiose e impiccione.

La camicia gli stava un po’ storta, probabilmente nel buio e per la fretta aveva mancato di abbottonato male un occhiello.

Mentre s’avviava presso il viale d’ingresso, il suo cellulare nella tasca posteriore iniziò di nuovo, inaspettatamente, a vibrare. Attese 3 squilli e rispose con la sua solita voce profonda, impassibile e tranquilla.

«Pronto, chi è? Chi parla?»

Dopo una breve pausa, ancora:

  • «Pronto?»
  • «Sei tu quello del messaggio?» rispose improvvisamente una voce allegra e quasi ancora infantile, probabilmente quella di una matricola.
  • «Sì» replicò laconicamente il rassegnato Marco.
  • «Vieni al più presto possibile all’appartamento 3, blocco A delle case dello studente…»
 

L’albero millenario

Poesia–canzone

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/l_albero-millenario

Sotto il grande albero
vedo il mondo lontano.
La vita non ha più tempo
il mondo non ha più senso

Vedo uomini illusi
vedo sogni delusi
Vedo gioia e dolore
vedo amore e rancore

Sotto il vecchio albero
vedo gente distratta
dal denaro, dal potere
dalle cose e dall’avere

Vedo vita passare
vedo amore ignorare
Vedo lusso e ricchezza
vedo guerre e scarsezza

Ma poi…

Sotto il saggio albero
vedo il mondo cambiare
la speranza tornare
dopo l’era del capitale

Vedo natura selvaggia
non più cemento che s’avanza.
Vedo uomini uguali
nessuno più elemosinare

Ma poi…

D’improvviso mi sono svegliato
non so più quanto abbia sognato
Sotto speranza di un’utopia
se n’è trascorsa la vita mia

Il campo arato

Favola ecologica

C’era una volta uno stormo di uccellini che viveva sugli alberi di una grande tenuta a bassa quota nella Calabria. Per la vicinanza del mare, qui l’inverno era mite e gli uccellini riuscivano a sopravvivere senza dover emigrare. Sugli alberi di ulivo non raccolti né potati dall'uomo, avevano fatto i loro nidi di rametti intrecciati.

Ci Cip era l’uccellino più vecchio e il capo dello stormo. Nella sua lunga esperienza aveva conosciuto i pericoli che, dal momento che i grandi uccelli carnivori come i falchi e le aquile stanno diventando sempre più rari, si trovano soprattutto a terra quando si atterra in cerca di cibo.

Essendone uscito miracolosamente salvo, ora istruiva i più giovani a stare all’erta e a non fidarsi mai degli altri animali più grandi: i gatti, i cani, la volpe, i serpenti e soprattutto il più furbo e pericoloso di tutti: l’uomo.

Era una tranquilla giornata di tarda primavera. L’estate era vicina e l’erba adulta nell’uliveto era già secca. Visto dall’alto, il campo sembrava un’impenetrabile barriera dorata, da cui spuntavano le forme contorte degli alberi d’ulivo, che terminavano con le loro chiome verde scuro, chiazzate di piccoli fiori biancastri, in netto contrasto col giallo intenso delle piante erbacee.

Nel folto dell’erba secca si nascondeva il cibo ma, diceva Ci Cip:

«Bisogna stare molto attenti quando ci si avventura là dentro, perché il piatto è ricco quanto il rischio è elevato. I temibili serpenti sono sempre in agguato nell’erba e si muovono di soppiatto, con quella loro spaventosa testa piatta. Con la sottile lingua biforcuta sentono l’odore delle prede e scattano di colpo».

«Il povero uccellino impacciato dall’erba potrebbe non riuscire ad accorgersi del pericolo e fare in tempo a librarsi in volo, rimanendo così schiacciato dalla potente morsa di quella bocca e dagli aguzzi denti veleniferi».

Così Ci Cip istruiva i giovani uccelletti inesperti, che lo ascoltavano ansiosi e stupiti, come se stesse raccontando di incredibili avventure e mostri terribili. Ma niente c’era di fantasia nelle parole del vecchio e saggio volatile, perché quella era la realtà della natura e Ci Cip non raccontava favole: per quanto fosse piacevole ascoltare i suoi racconti, in realtà erano delle lezioni di vita, e la sua era a tutti gli effetti una scuola, che insegnava ai nuovi adulti a sopravvivere.

Avrebbe ora dovuto parlare dei gatti che si arrampicano sugli alberi e minacciano i nidi con le uova o i piccoli quando, improvvisamente, si sentì un rombo e un continuo scoppiettìo, proveniente dalla strada e sempre più vicino a loro.

Un mostro più grande di tutti, anche di un uomo e persino di un innocuo cavallo, faceva sempre più rumore e stava per entrare nel campo, fumacchiando da una specie di dritto e sottile tronco verticale una puzza soffocante, peggio delle esalazioni del legno bruciato. Avanzava roteando i suoi grossi piedi neri circolari e la sua dura fronte era a scaglie orizzontali.

Per rendere la cosa ancora più temibile, sulla sua groppa sedeva un uomo, l’essere più infame della terra, che catturava gli uccellini e li rinchiudeva in gabbia, beandosi della loro ingiusta prigionia, divertito dalla loro sofferenza e dalle grida di soccorso che invano lanciavano verso i compagni liberi.

Ci Cip, che mai aveva visto una cosa del genere, cinguettò la ritirata generale. Tutti gli uccellini, seguendo il vecchio capo stormo, dagli alberi d’ulivo si librarono in volo e andarono a rifugiarsi sui rami più alti delle querce al confine.

Là erano abbastanza alti, sicché il mostro, che evidentemente pesava tanto e non poteva volare, non avrebbe potuto raggiungerli, ma non troppo lontani da non poter soddisfare la loro curiosità circa le intenzioni di quel goffo mastodonte.

E in special modo era Ci Cip che voleva sapere qual’era lo scopo di tutto quel baccano. Quello che osservò stavolta lasciò lui stesso stupito: il mostro improvvisamente rallentò, abbassò le sue chele sulla terra – un rullo di luccicanti ruote dentate – e quando riprese a muoversi, il rumore si fece ancora più assordante.

E non solo il rumore… quelle ruote roteanti sembravano scavare nella terra come milioni di aguzzi becchi. Frammentavano gli steli e la paglia secca già schiacciata dalle possenti ruote e facevano schizzare la terra per aria, mentre lo spietato animale percorreva un’irregolare spirale lungo il confine della terra e poi verso l’interno.

Niente lo poteva fermare, persino le pietre spostava rumorosamente. L’unico ostacolo al suo inesorabile incedere erano i grossi tronchi degli alberi, che lui evitava accuratamente girandogli intorno.

E dov’era passato, l’oro della distesa di paglia s’era trasformato nel colore di quella terra rossa. D’improvviso s’alzò il vento, ma il mostro continuò deciso la sua opera di distruzione senza preoccuparsene. Ora dietro di sé lasciava un’alta scia polverosa. Parte della fertile terra di superficie se ne volava via, per fortuna non nella direzione in cui erano appollaiati tutti gli attoniti spettatori pennuti, altrimenti sarebbero stati imbrattati di terra e avrebbero avuto anche difficoltà a respirare.

Ci Cip aveva capito che a capo di tutto questo c’era l’uomo. Sempre lui era responsabile delle più grandi devastazioni: appiccava incendi, tagliava alberi, uccideva gli uccelli con una canna infernale, che sputava fuoco e pietre a distanza, e ora stava addirittura seviziando la terra!

E senza apparente motivo. Forse il motivo c’era, ma per Ci Cip era inesplicabile. All’inizio aveva creduto che quel mostro mangiasse l’erba secca e anche la paglia, macinandola con quegli strani denti della sua orribilmente scarna e ossuta bocca posteriore. Ma che lui sapesse, nessun animale mangia la paglia; poi non c'è un animale che pesta l’erba sotto i piedi e la sporca con la terra prima di mangiarla. Qual’era allora lo scopo di quel cerbero infernale? Boh, tutto rimaneva un mistero, anche per Ci Cip.

Certo è che i più acerrimi nemici degli uccellini, i serpenti, non sarebbero sopravvissuti. Forse che il mostro mangiava serpenti? Questa sembrava una spiegazione plausibile, ma era troppo lontano per poterla verificare e nemmeno lui, il coraggioso Ci Cip, avrebbe mai osato avvicinarsi a quel mastodonte di cui non gli era chiara la natura. E aveva tutte le sue buone ragioni per sospettare il pericolo.

Quando tutta la terra fu ridotta in polvere, Ci Cip cominciò a pensare che forse il mostro mangiava le talpe, quei grossi topi che scavano gallerie appena sotto la superficie del terreno, con le loro tozze e forti zampe unghiate, simili a mani umane, e che mangiano tutti gli insetti, vermi e lombrichi che trovano lungo il percorso del loro tunnel.

Sapeva infatti che nella natura il piccolo mangia il piccolissimo ed è a sua volta mangiato dal più grande e quest’ultimo dal più grosso. Questa è la legge della natura, una legge che potrebbe sembrare cruda e spietata, ma che consente a tutti gli animali di sopravvivere.

Mai prima d’ora Ci Cip aveva visto un animale che, per mangiare, distruggeva metri e metri quadri di terra senza lasciare manco un filo d’erba. D'accordo, rivoltava la terra per scovare le sue prede, ma poi perché non le inseguiva e continuava a macinare terra finché non aveva lavorato tutto il campo?

Mistero… che s’infittì ancora di più nel mentre che il bestione stava andandosene. Era uscito dalla terra e aveva imboccato quella piatta e dura striscia grigia su cui passavano spesso delle specie di grandi chiocciole scintillanti con grandi occhi su tutti i lati e uomini dentro che guardano fuori.

Di queste chiocciole, in realtà molto più veloci delle lumache, Ci Cip pure non sapeva cosa mangiassero e quale fosse il loro scopo, anche se da tempo ci avevano fatto l’abitudine a vederle. Aveva supposto che mangiassero gli uomini interi, appunto quelli che v’erano dentro, e che nell’attesa di digerirli, se ne andassero a spasso lungo quei loro sentieri, anche perché molti degli uomini che vedeva nelle loro fauci attraverso i grandi occhi sembravano inquieti e sicuramente non avevano affatto una faccia allegra.

Ma una specie di grande chiocciola, meno veloce, che andava sia sui sentieri grigi, sia sulla terra, quand’era sulla terra la rivoltava e polverizzava, e per di più con un uomo sopra e non dentro gli occhi, dei quali aveva solo le due paia piccole sul davanti, luminose di notte, era proprio un enigma ancora più strano.

Ma ora se n’era andata, non si sentiva più nemmeno il suo grugnire ed era improbabile che sarebbe tornata e comunque il rumore li avrebbe avvertiti. Quindi Ci Cip prese la decisione di tornare ai loro nidi sui folti ulivi abbandonati, che per fortuna non avevano subìto alcun danno.

Tutta l’erba era scomparsa e la terra sotto di loro ora era soffice come sabbia. Adesso qualsiasi predatore sarebbe stato in vista, quindi era sicuro scendere per andare a dare un’occhiata.

Ci Cip comandò di andare tutti in terra a frugare. Fu una mangiata memorabile: trovarono tante sementi, che prima erano in profondità, e anche molti di quei vermetti, quelli piccoli di cui si cibano gli uccelletti come loro, che evidentemente erano passati indenni tra i grandi denti del mostro. Ma il banchetto non durò che un giorno.

Il giorno dopo non c’era più niente da mangiare. Le uova degli insetti che erano rimaste nel terreno, o erano state fatte precipitare troppo in profondità nel rivoltamento della terra oppure, mancando l’ombrosità prodotta dall’erba, per mancanza di umidità, non si schiudevano. Pertanto non nascevano nuovi vermi per compensare l’ammanco di quelli che erano stati mangiati.

Dopo tre giorni gli uccellini furono costretti a migrare in un altro campo per trovare da mangiare, mentre in quello arato tornavano solo per dormire, non potendo spostare i loro nidi perché troppo pesanti.

Nè andò meglio a tutti gli altri animali: i serpenti che erano nel campo erano riusciti quasi tutti a fuggire prima di essere stritolati da quei mortali artigli roteanti ma al ritorno, non essendoci più la copertura dell’erba, non avrebbero più potuto nascondersi per cacciare gli uccellini e altri piccoli topi o lucertole.

La talpa dal canto suo aveva ora una terra morbida, come se fosse sabbiosa, ma non poteva scavare le gallerie perché gli sarebbero franate addosso soffocandola. Dei vermi più grossi, le prede di cui prevalentemente si cibava, ne erano rimasti pochi, in parte uccisi dagli artigli metallici del mostro, in parte esposti alla vista dei corvi e altri uccelli più grandi, che pertanto li avevano velocemente depredati.

Basta interrompere un anello della grande catena alimentare affinché si spezzino tutti gli altri. Ora era rimasta solo la terra nuda, arsa dal sole e impoverita delle sue sostante nutritive. Questo era il concetto di ordine e pulizia dell’uomo: il nulla, la morte.

E così, per più di un mese, il terreno attorno agli alberi rimase una distesa polverosa e poverissima di vita, sia vegetale sia animale. Ma poi improvvisamente qualcosa cambiò. Grandi nuvole, spinte dal vento vennero dal nord. L’umidità prosciugata dal sole ritornava alla terra, per effetto dell’energia del sole stesso. Venne un forte acquazzone, che inzuppò per bene la terra arida di Ci Cip e del suo stormo.

Già il giorno dopo, semi di piante rimasti sotto la superficie e altre minuscole sementi portate dal vento approfittarono di quel terreno fresco e molle per spuntare e mettere rapidamente radici. Nel giro di poche settimane l’erba era di nuovo alta e verde. L’ecosistema dei piccoli animali e la complessa "catena" o "piramide alimentare" si stava lentamente ricostruendo, anello per anello, strato per strato, e lo stormo di Ci Cip poté tornare a vivere definitivamente nel suo territorio.

Del mostro che aveva impoverito la terra era rimasto solo un lontano ricordo nella mente degli spensierati uccelletti che ora, vivendo alla giornata, si godevano la disponibilità di cibo in un autunno mite appena iniziato, senza nemmeno pensare all’inverno.

L’unico che ci pensava era il saggio Ci Cip. E pensava anche al mistero del grosso animale sevizia–terra. Per quanto si sforzasse non riusciva a trovare il bandolo della matassa, la ragion d’essere di quel mostro.

Non sapeva Ci Cip che per la prima volta dopo tanti anni, per tema degl’incendi, quella grande tenuta dove lui e gli altri uccellini abitavano, era stata lavorata in modo che la terra non si potesse incendiare.

Infatti, dall’altra parte del paese, un automobilista aveva gettato una sigaretta accesa al lato della strada e tutto un grande terreno confinante con la strada e i suoi alberi erano andati a fuoco. Il fuoco si era poi diffuso sui terreni coltivati circostanti e i vigili del fuoco avevano fatto fatica a domarlo.

Il proprietario del terreno incolto era stato chiamato ai danni dai vicini. Sapendo di quel disastro, anche il proprietario del terreno incolto di Ci Cip aveva voluto farlo lavorare per cautelarsi contro l’eventualità di incendio.

La tecnologia dell’uomo serve più che altro a risolvere i problemi che l’uomo stesso crea. L’autocombustione è un fenomeno rarissimo. Occorre una scarica elettrica, un fulmine, che colpisca un albero secco ma di solito, quando ci sono i fulmini piove anche, ed è raro che dove il fulmine cada si possa creare un focolaio d’incendio che poi si diffonda a tutta una foresta.

Ma tutto questo Ci Cip non poteva saperlo. Se l’avesse saputo, l’avrebbe certamente capito e ciò avrebbe confermato la sua intuizione che dietro tutti i mali c’era sempre un solo e unico responsabile: l’uomo.

Intelligente com’era avrebbe detto: non sarebbe bastato tagliare semplicemente l’erba al confine per evitare la propagazione degli incendi, senza rovinare l’ecosistema della nostra terra? Della sua tecnologia spesso l’uomo abusa e fa più danni che utile.

Ma per ora Ci Cip e il suo stormo dovevano pensare ad affrontare l’inverno. Già i campi coltivati dalla natura (quelli che gli uomini ingiustamente chiamavano "incolti") rimasti a loro disposizione per sopravvivere scarseggiavano sempre più.

Se poi anche il male dell’uomo li avesse colpiti direttamente, che l’avessero capito o no, sarebbero comunque rimasti impotenti di fronte ad esso. Potevano solo sperare che le disgrazie portate dall’uomo non fossero almeno definitive.

L’Animale

Canzone–filastrocca per bambini

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Ci sono tanti animali
che popolano la terra

Ci sono gl’agnellini
ci sono i paperini

Ci sono gl’orsacchiotti
ci sono i lupacchiotti

Ci sono i gattini
ci sono i topolini

Ci sono gl’uccellini
ci sono i cagnolini

Ci sono le pecorelle
ci sono le tortorelle

Ci sono i caprettini
ci sono i maialini

Ci stanno i serpentelli
ci stanno i vermicelli

Ci stanno le galline
ci stanno le formichine

Ci stanno le farfalline
ci stanno le lumachine

Ci stanno i pappagallini
ci stanno i leoncini

Alcuni di questi animali
si mangiano tra di loro

però nessuno inquina
nessuno cementa la terra

Così pure i bambini
ma i grandi son malandrini

Non vogliono gli animali
rovinano la terra

per fare tanti denari
non sono certo esemplari

Non vogliono cambiare
la natura non sanno più amare

(x2) Che cosa ci vuoi fare…
non resta che sperare…

Il fico bambino

Favola metaforica

C’era una volta un piccolo fico che era nato vicino un fiumiciattolo, nel mite clima del Mediterraneo, da una minuscola semente che aveva portato l’acqua o forse gli uccelli.

Lì l’acqua non gli mancava e soprattutto d’estate, quando per il caldo e la scarsità di piogge quasi tutta la terra era secca e dura, il fico, causa la vicinanza del corso d’acqua, godeva di un terreno morbido e fresco e anche ricco di sostanze nutritive, che l’acqua stessa portava giù nel suo lungo cammino dalle sommità dei monti e tra le rocce sotterranee, ricche di minerali.

Ma i campi vicini erano coltivati e ogni anno, a primavera inoltrata, venivano i contadini a distruggere tutte le piante nate vicino la preziosa risorsa idrica, per ripulire il letto del torrentello dalle piante acquatiche e far venire più acqua, che poi deviavano verso le loro piantagioni.

Ma distruggendo le piante acquatiche che con le loro radici trattenevano l’acqua corrente alla superficie, i contadini spesso ottenevano l’effetto opposto a quello voluto e più acqua di prima si perdeva in profondità nel letto del fiume.

Anche il fico, con le sue belle foglie verde scuro e i suoi flessibili rami argentei veniva ogn’anno brutalmente straziato e ridotto alle dimensioni di una piantina, non più in grado di elevarsi nemmeno sopra le erbacce più vili. Una capra o qualsiasi altro animale erbivoro non avrebbe mai fatto un danno così grave.

Così, di anno in anno, il povero fico riusciva a malapena a far crescere le sue radici, prima che la mano dell’uomo gli tagliasse improvvisamente busto e gambe. Dopo quel terribile macello si sentiva quasi morto, ma non del tutto.

Il suo attaccamento alla vita, il suo istinto e anche il suo orgoglio gli imponevano di non seccare, di non lasciarsi morire e non darla per vinta ai suoi aguzzini e così lentamente faceva rispuntare qualche piccola foglia per continuare a vegetare.

Solamente gli dispiaceva che mai poté dare quei frutti copiosi e deliziosi che avrebbe prodotto, se solo fosse stato lasciato crescere liberamente. Ma egli era impotente di fronte alla falce mortale che tutto distrugge lungo il suo cammino e, per quanto si sforzasse, non comprendeva nemmeno la necessità e le ragioni di tanta violenza.

Tant’è vero che i suoi frutti avrebbero dato un facile nutrimento a tanti animali e anche all’uomo stesso. Perché allora l’uomo non li voleva e non voleva che lui crescesse e si sviluppasse secondo natura?

Così passarono gli anni e quel fico bambino, che avrebbe dovuto diventare ormai un grande albero adulto, era invece rimasto piccolino, ma solo apparentemente, perché sotto sotto aveva una radice quasi profonda come quella di un vero albero, costruita lentamente anno dopo anno, tra mille difficoltà, nonostante le potature forzate.

Ma un anno qualcosa improvvisamente cambiò. Nessuno venne più a falciare la vegetazione sul bordo del ruscello. I contadini avevano abbandonato in massa le campagne per andare a vivere nelle città a lavorare per i capitalisti e così i loro figli, nati lì e abituati alla vita borghese, non sarebbero più tornati a coltivare quelle terre, che furono lasciate a sé stesse.

Quell’anno il fico, dotato di radici profonde in quel terreno oltremodo fertile, ebbe finalmente una crescita a dir poco miracolosa. Egli gettò lunghi rami in tutte le direzioni e grandi foglie per catturare quanta più possibile luce del sole, imponendosi su tutte le altre piante vicine, che prima, dopo le brutali potature, lo sovrastavano, ma ora dovevano accontentarsi soltanto della sua ombra.

Per due volte all’anno, a fine primavera ed autunno, egli era carico di tanti frutti, di grande succosità e dolcezza, che spuntavano da quel legno fibroso, apparentemente così inutile e dal punto di vista dell’uomo buono a nulla, nemmeno a far fuoco.

Aveva così tanti frutti che la maggior parte seccavano e poi cadevano a terra. Qui alcuni erano mangiati da cani, topi e altri animali affamati di passaggio, altri marcivano dopo le piogge e facevano spuntare nuove piantine sotto l’albero, che l’avrebbero sostituito quando poi sarebbe morto.

Con questa caduta di frutti, il grande fico riportava alla superficie le sostanze nutritive che estraeva dalla profondità del sottosuolo, garantendo così la fertilità degli strati più alti della terra vicino a sé, in un ciclo continuo.

Frutti… proprio quei frutti che gli uomini non avevano voluto e che nemmeno oggi volevano, dal momento che non veniva nessun uomo a coglierne.

Se non gli uomini, ne approfittavano gli uccelli, soprattutto i corvi, che col becco appuntito si cibavano della dolce polpa e poi col loro guano ne spargevano le sementi anche a grande distanza.

Sicché tanti alberi figli ebbe il nostro fico bambino diventato ormai, nel giro di pochi anni, un albero grosso e robusto.

Ora che non era più un alberetto pensava che, anche se fossero tornati gli uomini, avrebbero dovuto faticare per distruggere quel suo tronco così grosso e duro e per fare a pezzi i suoi nodosi rami. E comunque sarebbe stato quasi impossibile estirpare le sue profonde radici.

Ma non sapeva il fico di quali mezzi si poteva oggigiorno servire l’uomo per distruggere la natura. Non passarono dieci anni che quelle terre divennero edificabili. Lì sarebbe avvenuto lo "sviluppo", secondo i canoni dell’uomo e la natura non faceva parte dei suoi piani.

Arrivarono ruspe e camion e uomini armati di ruggenti motosega tagliarono dal basso tutti gli alberi. Scavarono fondamenta, costruirono case di cemento e strade di catrame e asfalto.

Il piccolo fiume venne deviato presso la sorgente e incanalato in grossi tubi di plastica, il fico tagliato e su quella terra grassa venne steso uno spesso strato di cemento, per bloccare luce e aria come in una nera tomba, sicché per secoli niente più vi avrebbe potuto crescere.

Questa fu la prematura e triste morte del "fico bambino".

La società del capitale

Poesia–canzone

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Lungo il sentiero della mia vita
lungo il percorso di questa ferita
ho visto un mondo di false parole
senza più amore solo dolore

Lungo la strada ch’ho attraversato
nelle città che ho visitato
ho visto uomini intenti al lavoro
eppur non resta niente di loro

La produzione, i capitali…
un mondo ingiusto, senza ideali
una natura straziata e sfinita
la povertà non è mai finita

Tanto ho sognato un mondo migliore
senza il denaro e il suo bagliore
ma poi alla fine mi sono svegliato:
l’uomo è cattivo e non è cambiato

La società del capitale
non ha capito cosa è morale
che in questo mondo val solo l’amore
che l’uomo è labile e dopo muore

Anche se il mondo non ho cambiato
è la mia vita ch’ho migliorato:
ora io vedo cosa ha valore
ma cerco ancora invano l’amore

Don Ninì

Racconto breve

Antonino Gallo, detto Ninì, era un giovane disoccupato di uno spopolato paese del nord della Calabria, nato alla fine degli anni ’70.

E pure alla fine del miracolo economico italiano del dopoguerra, che comunque aveva solo minimamente toccato il Meridione d’Italia: il sud del paese infatti era ed è rimasto ancora povero di infrastrutture.

Qualche imprenditore c’era stato, per lo più disonesto. Le fabbriche erano state aperte per sfruttare i finanziamenti statali ed europei e poi subito fatte fallire e chiudere. In questi posti il capitalismo non ha mai funzionato, è sempre degenerato nel malaffare, nella corruzione e nella collusione mafiosa.

Era il 2000 e Ninì aveva poco più di 20 anni, un diploma di perito a pieni voti ma nessun lavoro e nessuna prospettiva concreta di lavoro.

I suoi amici e coetanei erano quasi tutti emigrati: chi nel nord Italia, chi a Roma, chi a Milano, chi altrove. A studiare (quelli che potevano permetterselo) o a lavorare. Qualcuno anche a fare entrambe le cose: lavorare e studiare, mantenendosi da solo.

Nel paese erano rimasti quasi solo vecchi, la natalità era bassa e molte case vuote. Quei pochi giovani che ancora c’erano erano "bamboccioni" e vivevano con mamma e papà senza fare nient'altro oltre che mangiare e dormire.

Ma la famiglia di Ninì era piuttosto povera. Le uniche prospettive concrete erano quelle di un’agricoltura di sussistenza o la manovalanza nella ’ndrangheta, la mafia calabrese, che comunque non era nemmeno presente nel suo piccolo e povero paese, ma solo nella più popolosa provincia.

Ninì era il più grande di tre fratelli, tutti maschi, figli di contadini che ora percepivano solo una misera pensione. I suoi genitori non volevano che lui continuasse questo mestiere.

«E’ un lavoro brutto, a sudare sotto il sole. I figli miei non devono fare questo» diceva suo padre, un vecchio iscurito e rugoso, con le mani nodose e incallite dall’uso degli attrezzi agricoli.

Ma un futuro migliore qui non era possibile senza avere delle conoscenze. Quei pochi che conoscevano un politico o un raccomandatario che lo conosceva, avrebbero potuto ottenere uno degli altrettanti pochi posti pubblici comunali, di solito una sinecura, in cambio di favori personali od elettorali, uniti spesso anche a cospicue tangenti pagate dal lavoratore.

Alcuni posti pubblici addirittura si vendevano al migliore offerente e questo era l’unico modo di entrare senza raccomandazione, ma in questo caso bisognava avere una grossa disponibilità di denaro.

Ninì però aveva uno spirito orgoglioso e non avrebbe mai accettato compromessi di tal genere. La sola idea di ottenere qualcosa non per merito, ma per raccomandazione, lo ripugnava e si sarebbe schifato di sé stesso anche se, oltre alla raccomandazione, il merito l’avesse avuto davvero, perché la prima era comunque la sola e unica cosa necessaria, mentre il secondo non era proprio considerato.

Com’era forte di braccia e muscoloso di petto, così era anche il suo senso della giustizia. Ma tutto questo è solo un ragionamento ipotetico perché Ninì la raccomandazione per restare al suo paesello non ce l’aveva proprio. E così non gli restava che emigrare. I genitori, dal canto loro, lo incoraggiavano in questo senso. Non lo volevano più in casa così, nullafacente.

E allora fece la sua valigia, prese l’autobus e partì senza dire niente a nessuno. Né i suoi genitori se ne allarmarono, contenti che finalmente aveva preso la determinazione e si sarebbe messo a lavorare.

Ma Ninì odiava profondamente lo Stato Italiano e non avrebbe contribuito ad alimentare il divario tra Nord e Sud, rimanendo in Italia e andando a lavorare al Nord. Difatti a Roma aveva un biglietto di un volo economico per Londra.

Londra: uno spaventoso fungo di città, enorme quasi da sembrare un mondo a sé. La capitale dell’alta finanza, del lavoro, dei servizi. Una delle città più popolose d’Europa, seconda solamente a quel formicaio che è Parigi, ma con una densità di abitanti ben superiore di quest’ultima.

Qua sì che il capitalismo aveva funzionato. Funzionato eccome! Solo il 5 o 6% di giovani disoccupati, contro il 65% della Calabria (di quei pochi che non erano emigrati).

Arrivato dall’aeroporto nel centro di Londra Ninì cominciò a girare per vedere se poteva trovare qualche lavoro nei numerosi ristoranti italiani della City, magari con vitto e alloggio, anche solo una sistemazione di fortuna per la notte, perché soldi in tasca ne aveva ben pochi.

Ma gli anni d’oro dell’emigrazione erano da tempo finiti. Ad un giovane ragazzo seppur intelligente, ma con limitata conoscenza dell’inglese, erano destinati i lavori più umili: sguattero, cameriere, uomo delle pulizie, facchino, etc. Ed anche questi erano difficili da trovare perché erano in tanti a cercarli.

Seguendo una mappa imboccò una strada che avrebbe dovuto portarlo all’ennesimo dei locali italiani che voleva visitare, dove sperava non fossero già al completo di personale, quando in una via laterale vide una tabella stradale a forma di freccia con su scritto "Find love", affissa sullo stesso palo di altre insegne, recanti nomi di vie e indicazioni di attività commerciali.

Rimase come incantato su quelle parole… sapeva che letteralmente significavano "trova l’amore", ma si sforzava invano di capirne il significato reale, quando la sua trance fu interrotta da una melliflua voce di donna.

Sbatté le palpebre per cercare di mettere a fuoco nei suoi occhi appannati dalla precedente fissità quella invitante figura. Ella proveniva giusto dalla direzione della freccia e subitaneamente si delineò di fronte a lui: era una donna di mezz’età ma ancora attraente, di carnagione scura e con soffici capelli neri.

In palese ritardo, il suo cervello ora elaborò le parole di lei, che aveva sentito poc'anzi, assorbendole passivamente, senza farci caso: "hey, you handsome" (ehi, tu… carino). Così in un istante gli fu svelato il significato della strana insegna. Costernato pensò: «peccato che non ho soldi» e il pensiero gli uscì di bocca quasi senza volerlo, nel suo inglese maccheronico, privo ancora della giusta sintassi:

«I… no money»

Stranamente la ragazza invece di piantarlo indispettita come lui si sarebbe aspettato, gli sorrise e gli disse:

«Are you looking for a job?» ma vedendo che lui rimaneva incantato a guardarla e non rispondeva, disse semplicemente:

«Work?, labour?» Lui stavolta comprese e disse:

«Yes».

La ragazza dovette ricorrere al linguaggio universale dei gesti per fargli capire che era stata picchiata di notte e che aveva bisogno di qualcuno che la difendesse.

Londra, non diversamente da tutte le grandi città, è spietata e se ti aggrediscono nessuno dei passanti interviene a difenderti, tantomeno se sei una prostituta, perché esistono ancora i benpensanti che non ti vedono di buon occhio e al pari di una qualsiasi altra ragazza.

Che fortuna, quindi, ad aver trovato quel tipo ingenuo ma robusto e con le sopracciglia unite e quell’aria fiera e forestiera, che gli pareva un ottimo deterrente contro teppisti e approfittatori!

Senza dargli nemmeno il tempo di rispondere, lo trascinò fino a casa sua, un minuscolo loft in quello che doveva essere evidentemente un intero palazzo adibito a casa di tolleranza, dove depositarono la valigia.

«Are you hungry?» «Hungry?» disse la ragazza agitando la mano verso la sua bella bocca aperta. Ninì aveva una fame da lupo e disse di nuovo:

«Yes, yes!». E lei subito si mise a preparargli da mangiare con quello che aveva in casa.

Appena pronto, lui mangiò rapidamente. E poi, mentre lei stava lavando i piatti, le si avvicinò abbracciandola da dietro e cominciò a baciarla sulle guance e sul collo. Mentre era occupata, lei lo lasciava fare, ma nel mentre la sua mano gli scivolava dentro il vestito, avendo ora finito di lavare i piatti, lei improvvisamente si girò allontanandolo.

«No, this isn’t your job». Non è questo il tuo lavoro.

Prese la borsetta, si rifece rapidamente il trucco e lo trascinò per mano fuori di casa, per andare a battere nella zona di Soho, il quartiere a luci rosse di Londra.

Il suo «job» era di starsene segretamente in disparte, seguirla e intervenire solo se qualcuno dei clienti o passanti le avesse dato fastidio.

Quella sera non capitò niente, ma la sera successiva, Tracy, così era il nome della ragazza, ebbe la sua soddisfazione. Quei due teppisti che l’avevano picchiata e derubata l’altra volta si presentarono di nuovo, ma stavolta se ne scapparano col naso rotto e a gambe levate.

Ninì ne aveva afferrato uno per le spalle e, rigiratolo, gli menò un deciso cazzotto in faccia. Poi rincorse l’altro che scappava con la borsetta della ragazza e lo scaraventò a terra, afferrandolo per il colletto e cominciando a menargli pugni sul viso.

Nella furia dell’impari lotta quasi l’avrebbe ammazzato, se Tracy non fosse intervenuta a separarlo recuperando la borsetta, che tra l’altro conteneva solo pochi spicci perché prima d'ogni prestazione, da quando c’era Ninì, Tracy si faceva pagare in anticipo e dava subito i soldi a lui, che li custodiva nella tasca interna della giacca.

Quei due assalitori, che con tutta probabilità erano anche drogati, non si sarebbero visti in giro per un bel po’ e certamente non avrebbero provato un’altra volta ad aggredire Tracy.

A proposito, il premio di Ninì per quella sera fu che, tornati a casa, lei finalmente acconsentì a fare l’amore con lui. Dopo che l’ebbero fatto Tracy si addormentò subito, invece Ninì rimase sveglio e alla luce della lampada del comodino aprì un libro di grammatica.

L’inglese gliel’insegnava Tracy giorno per giorno e in più studiava anche da solo, così la sua conoscenza della nuova lingua, nel giro di poco più di un mese, crebbe a tal punto che a sentirlo parlare sarebbe stato difficile classificarlo come un «wop» cioè un «guappo», il termine spregiativo con cui spesso venivano chiamati gli italiani e specialmente quelli del suo mestiere.

La voce che Tracy aveva un protettore si sparse presto nell’intero quartiere di Soho.

«Sì, è un bel fusto con un pugno di ferro. Ma se quelli hanno il coltello…» disse una sua collega, invidiosa del nuovo acquisto.

E così Tracy fece comprare a Ninì il coltello dallo spacciatore di armi clandestino di Soho.

  • «Adesso il mio Ninì ha il coltello e dio sa come lo sa maneggiare bene… Se qualcuno prova a darmi fastidio, si becca una bella coltellata nel fegato»
  • «Sì, ma se quelli hanno la pistola cosa potrà fare il tuo Ninì con il suo coltello?»

E così Tracy fece armare Ninì anche di regolare pistola, anzi irregolare, perché comprata sempre dallo stesso spacciatore d’armi clandestino di Soho.

Il fatto è che ora nessuno più osava aggredire Tracy, ma molte altre invece, del tutto prive di protettore, non potevano dirsi affatto così sicure.

Così Ninì aveva importato l’antico mestiere a Londra. Non passarono che pochi mesi ed era diventato un grossista della sua professione e ora si faceva chiamare «Don» Ninì. Gli inglesi avevano qualche difficoltà a porre l’accento sull’ultima vocale e pronunciavano il suo nome come una specie di "donnìni", in ridicola assonanza con «donnine» che appunto erano l'oggetto del suo business.

E difatti Don Ninì ora proteggeva praticamente tutte le instancabili «donnine» lavoratrici del sesso di Soho; per aiutarlo in questa sua attività aveva mandato a chiamare e subito assunto sotto le sue dipendenze i suoi due fratelli e certi suoi cugini di primo e secondo grado, perché si fidava solo del suo stesso sangue. Difatti questi erano i suoi fedelissimi e non l’avrebbero mai tradito nemmeno in patria, figuriamoci in terra straniera.

Da che era arrivato con la giacchetta con le pezze, Don Ninì dopo pochi anni possedeva già parecchi appartamenti, ville, yacht e auto di lusso.

La sua attività spaziava dalle battone di strada per il popolino alle prostitute di alto bordo per clienti ricchi e illustri e questi ultimi lo avevano introdotto anche nel jet–set dei capitalisti e banchieri londinesi dove, nonostante si sapesse quale fosse il genere della sua attività merceologica, la sua ricchezza non dava adito a nessun commento o discriminazione e ancor meno la sua fama di essere un duro e spietato «mafioso».

La sua piccola ma efficiente organizzazione gestiva pure un cospicuo traffico di ragazze dell’est europeo che venivano a lavorare nelle sue case di appuntamento londinesi. Non aveva avuto concorrenti finora. Né cert’altri che invece gestivano un altro traffico, che pure scorreva a fiumi, quello della droga, avevano messo il naso negli affari di Don Ninì, né lui intendeva avventurarsi in altre attività oltre a quella dello sfruttamento della prostituzione. Anzi, se una prostituta era trovata in possesso di droga o si drogava, Don Ninì disponeva subito che fosse allontanata.

Don Ninì era diventato un’icona. Quello che la gente leggeva sui giornali a proposito della mafia in Italia lo associava romanticamente a lui, che era a tutti gli effetti considerato un vero «mafioso». E quasi ne andavano orgogliosi, gli inglesi, di averne uno anche a Londra, seppur relativamente innocuo, vista la natura ben poco violenta delle sue attività.

A proposito di violenza, da quando c'era Don Ninì gli ordinari episodi di aggressione e rapina nel quartiere di Soho erano fortemente diminuiti. La costante presenza notturna degli uomini del boss della prostituzione funzionava da deterrente anche per gli altri generi di reati che non coinvolgevano affatto le prostitute.

Scotland Yard era ben conscia di questo fatto e l’ispettore capo in carica nel quartiere preferiva pertanto chiudere un occhio sulle attività di Don Ninì. Così gli uomini di Don Ninì e i poliziotti si salutavano rispettosamente a vicenda, caso mai si incontravano durante le loro rispettive ronde.

Nemmeno durante il picco della grande recessione, nel 2009, l’attività di Don Ninì subì perdite o rallentamenti. Come l’industria alimentare e le pompe funebri, il suo commercio non conosceva mai crisi, solo un leggero abbassamento delle tariffe, regolate in base alla deflazione.

Tutto questo sarebbe durato chissà quanto se non fosse stato per un piccolo incidente. Una delle ragazze che lavoravano per Don Ninì, una giovane russa che era stata appena avviata al mestiere, decise di cambiare idea.

Normalmente l’avrebbero lasciata andare, perché tutte le altre ragazze ultimamente acquistate erano ben disposte, ma lei non avrebbe mai immaginato che i suoi sfruttatori potessero essere così buoni e preferì seguire il suo istinto, che le disse di fuggire.

La cosa non era mai capitata finora e Don Ninì era preoccupato che la ragazza potesse denunciarli alla polizia. Perciò, non appena scoperta la fuga, sguinzagliò subito i suoi uomini alla ricerca della renitente–penitente.

Questi andavano dappertutto, conoscevano tutti ed erano da tutti temuti e rispettati e non ci volle molto che per delazione scovarono dove si era nascosta la ragazza, che fu subito portata al cospetto del boss. Era legata e imbavagliata e spaventata come un coniglio nel sacco.

«Dove credevi di andare?» la redarguì Don Ninì.

«I miei uomini conoscono palmo per palmo la zona e nessuno ti avrebbe mai aiutato a fuggire perché nessuno può mettersi contro Don Ninì. Avevi per caso intenzione di andare alla polizia? Meglio che non ci provi. Io conosco i migliori avvocati d’Inghilterra e dopo un giorno sarei fuori, ma tu non ne usciresti viva».

Infatti ufficialmente Don Ninì faceva il collezionista e rivenditore d’arte e quest’attività non era in effetti solamente una copertura, perché, al contrario di molti nuovi ricchi, il gusto per le cose belle ce l’aveva davvero e aveva investito molti dei suoi soldi in oggetti d’arte di gran valore e bellezza.

Comunque la ragazza non poteva rispondere perché era imbavagliata, ma anche se non lo fosse stata, per il terrore non avrebbe aperto bocca. E difatti non parlò nemmeno quando il boss le strappò il bavaglio. Continuava a guardarlo terrorizzata.

Lui capì che così facendo non ne avrebbe cavato una parola di bocca, mentre voleva sapere le ragioni della fuga per decidere che cosa fare della ragazza.

Allora assunse un’aria più rilassata e si andò a sedere dietro la sua scrivania stile antico di mogano e pelle, appoggiando i gomiti sul tavolo e incrociando le mani come per mettersi a pensare.

La sua, più che una predica rivolta alla ragazza, sembrava una giustificazione per sé e il suo operato:

«Io sono un benefattore di voi altre. Vi ho salvato dalla povertà. Vi offro un lavoro discreto e ben retribuito e nessuno vi fa del male. Dovreste ringraziarmi e invece…»

Si alzò, afferrò con forza la sedia e andò a mettersi seduto di fronte alla ragazza che era ancora terrorizzata. Si piegò in avanti e cominciò a slegargli i piedi e poi le mani. E intanto andava dicendo:

«In questa città vivono qualche milione di uomini. Soli. E qualche milione di donne. Pure sole. Com’è possibile che siano soli, non sono affari miei. Forse hanno troppo da fare per conoscersi… Io offro un servizio per gli uomini soli per fargli conoscere donne compiacenti che li facciano sentire meno soli, e non mi faccio altre domande. C’è qualcosa di immorale in tutto questo? Se c’è, non certo in quello che faccio io».

La ragazza ora era libera, ma non si mosse. Il boss le stava di fronte e lei poteva sentire il forte respiro di lui alitarle sulla faccia. E lui incalzava:

«Cosa credi, che gli altri capitalisti siano meglio di me? Anche loro sfruttano i dipendenti per arricchirsi con i frutti del loro lavoro. Profitto faccio io e profitto fanno loro. Anzi voi almeno sapete quanto trattengo dai vostri guadagni e potete giudicare se la cifra è giusta per la protezione che vi offro. Se la mia attività è immorale, allora tutto il lavoro dipendente è immorale».

La ragazza adesso era meno terrorizzata e anzi parzialmente stupita. Non s’era aspettata che Don Ninì, il «mafioso» avesse questo punto di vista, di disprezzo dell’intera società capitalista.

Gli vennero allora in mente le parole di sua madre, che una volta le aveva detto che il comunismo era buono, che era meglio il comunismo.

Prima col comunismo tutti lavoravano, ognuno a seconda delle sue capacità e lo Stato aveva l’obiettivo di provvedere ai bisogni di tutti. Ma con la Perestroika le cose erano andate sempre peggio. Era arrivato il caos e mentre alcuni si arricchivano, i più caddero in uno stato di povertà che nemmeno i loro padri e nonni avevano conosciuto.

Molti i giovani sbandati e senza lavoro, dopo tanto studio, mentre prima il comunismo era in grado di qualificare e riqualificare anche i lavoratori più umili. E non solo, con il capitalismo erano arrivati tutti i vizi dell’occidente: gioco d’azzardo, prostituzione e droga. Tanta droga. Quella sì.

«Quindi cosa vuoi? Vuoi metterti in proprio? Una volta c’erano i lavori artigiani ed ognuno lavorava in proprio. Il mio paese, l’Italia, era rinomata per questo. Se è così bastava dirlo… Va, sei libera…»

Ma la ragazza non si mosse ancora. Era rimasta impietrita e stupita. Lui se ne accorse e disse, addolcendo per la prima volta la voce:

«Pensi ancora che io non lo possa capire? Non vuoi dirmi perché sei scappata?»

Lo sguardo gelido e fisso del boss, con i suoi occhi castani, quei capelli neri senza nemmeno un filo di bianco e il forte tratto di quelle sopracciglie unite, era fisso in quegli occhi azzurri, quasi si perdeva come un punto nel mare.

Mare che improvvisamente si agitò. Infatti la ragazza scoppiò improvvisamente a piangere, chinando la testa e coprendosi il volto con le mani.

Così, senza che lei avesse mai parlato, il boss comprese il motivo della fuga della ragazza, l’unica che non aveva accettato di fare mercimonio della sua bellezza.

Ora si ricordava di un particolare che prima d’ora non riusciva a spiegarsi e che gli avevano riferito i suoi scagnozzi: la ragazza non aveva ritirato i soldi della paga settimanale prima di tentare la fuga. Il motivo era che evidentemente disprezzava il denaro guadagnato facendo di sé e della sua bellezza merce per chiunque.

La tirò su dalla sedia e le disse di non piangere. Ora guardava la ragazza con occhi diversi, non più gelidi, a riprova che non la considerava più come un oggetto, come una merce da vendere.

Si soffermò sui particolari della bellezza di quel viso: i lunghi capelli d’un naturale biondo–paglierino cadevano a lunghe ciocche in una diseguale armonia sul lato destro del volto ben disegnato; una fronte leggermente ampia, gli zigomi stretti e la linea della mandibola affusolata formavano un perfetto viso ovale. Le labbra erano sottili e la bocca piccola. Il naso così ben proporzionato da dare una sensazione di morbido.

Il boss strinse la ragazza a sé, poi allargò la stretta guardandola fissa negli occhi e le disse, in tono sommesso:

«Conosco il mondo. Una volta ero povero anch’io. Poi sono diventato ricco, almeno secondo il metro di ricchezza di questa società, e finora non mi ero nemmeno accorto della mia vera povertà. Hai ragione tu. La bellezza delle donne non si può vendere. E’ solo di chi le ama. E l’amore non si può comprare». Non disse più niente e i due si baciarono a lungo.

Sulla scomparsa di Don Ninì si fecero varie ipotesi nell’ambiente della capitale britannica ma nessuna giusta. La maggior parte delle interpretazioni parlavano di delitto o suicidio, dal momento che niente era stato prelevato dal cospicuo conto a nome del boss alla Lloyds Bank.

Scotland Yard aveva scandagliato un buon tratto del Tamigi alla ricerca del corpo, senz’altro risultato se non quello di trovare alcuni bidoni di sostanze radioattive illegalmente abbandonati in un punto profondo, probabilmente da qualche imbarcazione di passaggio.

Dopo due anni, Londra, assorta nel suo frenetico tran–tran quotidiano, s’era completamente dimenticata del boss calabrese e di lui rimaneva solo un breve dossier nei polverosi schedari dei crimini e casi di scomparsa irrisolti di Scotland Yard.

Certo è che nessuno avrebbe mai potuto immaginare che Ninì e Tatiana, perché questo era il nome della giovane ragazza, vivevano felici in una bella baita di legno sulle pianure a ridosso dei rilievi del Caucaso. Avevano già due bei bambini, una fattoria con le galline, le capre e un fertile campo coltivato a grano e mais. E l'amore. Ma soprattutto… la libertà!

Sogno anarchico

Disco music

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/no-smoking-please-aka-sogno-anarchico

Vedi? Il potere che ti divora.
Libertà non esiste ancora.
L’occhio grande che non perdona
sta spiandoti proprio ora

Vedi? Uguaglianza e democrazia
sono un’ombra, son utopia.
Sono un treno ch’ormai è passato
vecchio sogno dimenticato

O mio dolce amore Anarchia
finalmente sei mia!
Torna l’alba nei cuori
dopo mille dolori

 

La fiera di Scarborough

Poesia–canzone

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/la-fiera-di-scarborough

Benvenuti alla fiera di Scarborough
benvenuti nel mondo quassù.
Qui non servon ricchezze o denari
per comprare la felicità

Io ti vendo il tuo destino
e mi prendo la tua beltà
Io mi pago con le tue illusioni
e ti riporto alla realtà

Io ti mostro che con i milioni
non si compra la felicità
Io ti riempio di gioia e d'amore
di ciò ch'è mancato nella vita di qua

Venghino tutti quanti a comprare
che sian straccioni o sian signori…
qui non importan ricchezze od onori
son tutti uguali gl'uomini qua!

 

Marisol

Poesia–canzone

https://soundcloud.com
/farmboy-antonio-bonifati
/marisol

Marisol…
ragazza contadina
ti svegli la mattina
non credi più all'amore
lavori sotto il sole

Marisol…
c'è un uomo che ti aspetta
senza fretta né parole
c'è un bimbo che verrà
lei non sa ma l'amerà

c'è ancora una speranza
per la nostra umanità:
su un cielo senza fumi
la tua stella brillerà

Marisol…
la voce della terra
è un urlo di dolore;
bisogna far la guerra
per difender la natura

dai ladri delle borse
dagli esosi industriali
dai grandi capitali
delle multinazionali

Marisol…
ragazza senza trucco
vestita senza lusso

Marisol…
la tua è bellezza vera
come un fior di primavera;
verrà anche la tua estate
piena di belle giornate;

vai avanti e non desisti
ma chi sa…
se tu davvero esisti…

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