antropoetico
E allora dove merda sono finiti?
- Non lo so signore ma qua sotto non vi è null’altro che la risacca fetida della fogna.
- Li ho visti con i miei occhi immergersi o pensi che io mi sia rincoglionito del tutto?
- Però vi abbiamo trovati senza coscienza.
- Vuoi dire che nel frattempo siano riemersi qui e se la siano filati con Jamal?
- Mi sembra l’unica spiegazione logica, non vi è alternativa.
- Giovanni che dice il tuo rilevatore sonar? Qua mi stanno dando del pirla.
- Che effettivamente, circa 6 metri di roccia più in là, vi è una caverna grossa come un campo da calcio.
- Visto pivello? Siete voi che non avete visto bene, ci deve essere un accesso sotto quel cumulo di melma! Tornate sotto!
Tutto sembrava complicato, difficile e Mario avrebbe davvero voluto che il suo capo fosse lì a decidere per lui. Era sempre stato un gregario aiutato e protetto molte volte da Patrizio. Chissà cosa avrebbe pensato vedendo il suo capo appoggiato con la testa sulle cosce di Francesca completamente intento ad ascoltare il racconto della vita di Gayum!
- Amore mio, mancano molte pagine a questo diario come se volesse farci sapere solo alcune cose della sua vita. Strano no?
- Leggi, adesso voglio solo chiudere gli occhi e immaginarmi il mio nemico.
- Sai come s’intitola il suo diario?
- No… Gayum? Sarebbe la cosa più logica..
- “Io”
- Sintetico.
- Non essere superficiale. “Io” è profondo, è lui. Un altro avrebbe scritto “ il diario di Marco” o cose del genere.
- Ok, lui. Parlami di quell’essere.
Francesca rimase in silenzio per qualche minuto illuminata dalla luce dei ceri e delle scritte che ricoprivano la volta.
- Allora? Non riesci a tradurre questa roba?
- Un momento. Non è mica così semplice. Ti traduco la prima parte, ascolta molto attentamente:
“ Nacqui, credo, perché di nulla ho certezza, nel 1961. Un anno che non mi piace, non mi è mai piaciuto. E’ la mia mente che me lo conferma. Un parto strano,difficile, fatto in casa. Mia madre era da sola e stringeva forte con i denti una spugna da cucina. Ricordo ancora i suoi occhi quando mi guardò. Facevo schifo dopo appena sette mesi e mezzo di gestazione. Questo me lo ricordo perfettamente. Venni al mondo 46 giorni prima di quello che sarebbe stato normale. Precoce. Precoce e deforme. Almeno secondo il giudizio di mia madre. Non vedeva il mio cervello, solo le marcescenze sulla carne. Gridava alla badante: “Cosa ho fatto di male?” Piangeva, sento ancora ora, mentre scrivo, tutto il suo stare male.
Un giorno attaccato al suo seno, io ero felice con quel latte da succhiare ma lei no. Quella stessa notte si alzò in silenzio per non farsi sentire da nessuno. Venne da me e io gli sorrisi. Era la mia mamma, la vita che mi aveva messo al mondo. Si chinò su di me, sui sei o sette etti del mi corpo e io volevo succhiarle la tetta per istinto ma lei mi mise dentro la tasca della sua vestaglia di seta come fossi un giocattolo e, scrutando a destra e sinistra, per non farsi vedere mi portò in bagno”
- Per ché ti sei fermata Francesca? Proprio adesso che la cosa si fa interessante…
- Dio mio, amore mio mi viene da vomitare…
- Devo sapere. Vai avanti, ti prego.
- Un attimo, fammi respirare…
“ Mi prese fra le mani e io sorridevo. Era la mia mamma, sentivo di essere felice. Lo ricordo come se fosse adesso. La guardavo aspettando un suo bacio, un abbraccio ma lei piangeva, continuava a piangere come se fosse sotto la pioggia. Non ci potevo credere. Mi lasciò cadere dentro il buco del water e tirò l’acqua. Come merda il mio corpicino finì nei cunicoli che portano alla fogna. Chiusi occhi e bocca e sentii il cordone ombelicale strapparsi davvero. Avrei dovuto morire quella notte come normalmente sarebbe accaduto e invece no mi ritrovai nella fogna cittadina, nudo e sporco con un corpo abominevole ma dotato di un cervello che per sopravvivere cominciò ad elaborare velocemente.”
- Cristo santo! Ma come può una madre buttare suo figlio nel cesso?
- Gayum è uno che ha sofferto ma non si è arreso.
- Se è ancora qui, in qualche modo è riuscito a sopravvivere.
- Vado avanti Patrizio:
“ Mangiai merda e sterco, acqua sporca. Tutte cose che avrebbero ucciso gli altri, ma non me. Volevo vivere per sapere un giorno da mia madre il perché. Perché lo avesse fatto. Vagai a carponi tra cemento e melma trovando, nei momenti più fortunati, piccoli gamberi di acqua dolce portati da chissà dove o dei vermi lunghi quanto un dito. Vennero topi a mordermi e io li ripagai nella stessa maniera, sentendo il sapore delizioso del sangue. Per ogni pezzo di carne che mi strappavano io mordevo le loro orecchie, i loro testicoli. Le parti dove erano più deboli. Dopo un anno riuscii a comunicare con loro. Gli animali non usano il linguaggio come noi perché sono telepatici. Il capo dei ratti decise di adottarmi perché non ero come gli esseri umani, avevo dignità di topo”.



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