OMBRA

OMBRA
ROMANZO
DI
BUDETTA GIUSEPPE COSTANTINO

 

Gli eventi ritornano circolarmente. Gli stati mentali, gli stati intenzionali, i sentimenti e la volontà non possono che girare in cerchio e tuttavia questo cerchio che mi circonda appartiene ad una eterna necessità. Sono in un rotolare ciclico, coatto e senza fine. Lenta la nebbia sale e mi circonda.
Nonostante tutto amo ADE.
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PARTE PRIMA
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Uno della Scientifica disse al commissario:
no della Scientifica disse al commissario: "Il ragazzo ha sedici anni, la ragazza ne ha circa ventisei ed i genitori sono sulla cinquantina."
Mi ero sentito in obbligo di rettificare sebbene i conati di pianto e vomito:
"Commissario, Daniela aveva compiuto da poco i ventidue anni."
C'erano quattro cadaveri nella villa: Daniela, la mia ragazza, il fratello e i genitori, tutti e quattro impiccati. Me ne stavo impietrito davanti al portone. Un poliziotto mi aveva offerto una sedia nel cortile sotto un albero. Aveva detto:
"Non si muova. Il commissario vuole interrogarla."
Non pensai a nulla, incredulo di ciò che avevo visto. Sfacelo. Vuoto e sfacelo. Disperazione. Vuoto. Inutilità. Morte. Morte onnipotente e subdola. Daniela. Una famiglia intera distrutta. Morte. Morte infinita.
Ero da poco uscito dall'ufficio nella Torre Quarta e come ogni giorno al primo crepuscolo, andavo a casa di Daniela dove prendevo il caffé in presenza dei suoi. Subito dopo, Daniela mi accompagnava fino al garage dov'era la mia macchina. Quella sera la porta stranamente socchiusa. Avevo bussato e chiamato. Inusuale silenzio interrotto dal via vai delle macchine, dei furgoni e quanto altro sulla strada prospiciente. Ero entrato e nella penombra, nell'androne rischiarato dai lumi della strada, il primo cadavere penzolante. Daniela pendeva da una corda appesa alla balaustra del ballatoio superiore appena dietro l'architrave dell'entrata. Si era lanciata nel vuoto scavalcando la ringhiera con il cappio al collo. Il cadavere sospeso quasi al centro dell'androne a qualche passo dalla porta di entrata. Gli altri cadaveri appesi ai soffitti: i genitori nella stanza da letto e il fratello nella cameretta dove soleva studiare. Gli occhi stravolti di Daniela a fissare il vuoto...
Col portatile, avevo chiamato subito la polizia. D'istinto, ebbi estratto la Parabellum 7,65 rimessa in fodero appena resomi conto dell'accaduto. Trattenei conati di vomito. Piansi. Struggimento, sfacelo e pianto disperato. Seduto ad aspettare l'interrogatorio del commissario ero stato travolto ancora dalla furia del pianto. Una sagoma su cui il destino si era franto. Un uomo sulla cinquantina con cappotto, bavero rialzato e cappello aveva preso un'altra sedia e messosi accanto. Aveva detto:
"Coraggio. E' suicidio. Oggi ne sono morti una trentina. Gli esperti dicono che l'apice della sindrome deve ancora arrivare. A noi della polizia non resta che appurare si tratti di suicidio e non di serial killer, o omicidi scoppiati in famiglia, o altro. La Scientifica confermerà se si tratta della sindrome dell'ombra nera. Lei chi è per le precisione?"
Diedi il tesserino. Dissi:
"Sono stato io ad avvertirvi. Vi ho telefonato col portatile."
"Lei fa parte della Legione OROBICA all'interno della Torre Quarta. Lei è medico?"
"Sì."
"Da quanti anni è in organico alla Legione Orobica?"
"Circa quattro anni."
Mi sforzavo di parlare. I cadaveri dopo essere stati fotografati e dopo i rilievi della Scientifica venivano caricati in cellofan su appositi furgoni e depositati nei frizer della Sanità per eventuali accertamenti. Dopo qualche giorno se non c'erano complicazioni nelle indagini e la necessità di altri rilievi da parte della Scientifica, i cadaveri potevano essere portati in chiesa e poi sotterrati. Un groppo alla gola m'impedì di parlare. Avevo freddo e tremavo. Il commissario disse:
"Dottore, che ci faceva qui?"
"Daniela, la ragazza suicidatasi nell'androne...eravamo fidanzati."
"Capisco. Da molto eravate fidanzati?"
"No, un paio di mesi."
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"Adesso può andare. Abita lontano da qui?"
"No. Ma vado a prendere la mia macchina e faccio un giro. Non voglio andare subito a casa."
Lasciai le mie generalità, il numero del telefonino e quello dove lavoravo. Ombre serali da dietro la muraglia a schiacciare gli edifici, le strade, il fiume...tutto. Pressante l'angoscia del tempo. Succede che cadi in un buco nero; succede che cadi nella disperazione più atroce all'improvviso. Essere nella disperazione più nera e nessuno può aiutarci.
Sostai in uno spiazzo ad osservare un musicista con un violino seduto sotto il muro che suonava e una stringata folla nonostante il freddo ad ascoltare. Note stridenti sotto il livore del giorno calante. Sopra gli eucalipti che costeggiavano la strada un cielo senza splendore. Vacuo cielo denso di nero.
La Storia voltava pagina sulle ali di note malinconiche. Bach, le Suites per violoncello solo: miracolo tra i più alti creati dalla mente umana, fiduciosa a costruire un mondo migliore. Piansi. Uscii dalla macchina e respirai folate dei gelido vento artico. Adesso il cielo si faceva più scuro ed il vasto manto delle nubi opprimente. L'attesa epocale riempita dalla sottile musica del violino. Tutto mi respingeva nel passato. Daniela in un modo o nell'altro aveva preferito lasciare me ed il mondo cui appartengo. Adesso le strade erano illuminate e i lampioni facevano impallidire le prime stelle che sorgevano nella notte. Sulla carreggiata opposta le macchine sfrecciavano con tenui luccichii dilatando con il rumore dei motori gli umidi spazi del mondo interrotti dalla grande muraglia.
Il giorno seguente fui convocato dal colonnello in ufficio. Mi fece le condoglianze per il suicidio di Daniela e della sua famiglia. Disse cose che già sapevo, tranne la parte finale:
"I suicidi sono in aumento. La sindrome è iniziata da quando il Governo ha deciso di abbattere il muro. Dottore, anche noi dobbiamo smobilitare dalla TORRE QUARTA. Il personale sarà destinato ad altri impieghi, compreso lei. Ci sono due opzioni: restare nell'esercito oppure chiedere di essere inserito nell'organico di un ente pubblico, conservando gli scatti di carriera ed anzianità.
"Quando potrò decidere e firmare per il nuovo impiego?"
"Anche subito. Si faccia ricevere dal direttore del personale del suo settore e parli con lui. Questa è la sua Tessera Blu di dismissione dagli attuali impieghi. Purtroppo come vede, c'è fretta. I politici hanno fretta. C'è fretta di abbattere il muro e di conseguenza a ridurre i ranghi dell'esercito destinando alcuni reparti ad altri impieghi, per lo più civili. Faccia vedere la Tessera Blu al direttore del personale. Saprà lui dove indirizzarla. Un'ultima cosa: deve passare anche lei al più presto dal dottor Grifo per farsi visitare. Ho ricevuto proprio ieri la circolare del Ministero della Sanità: vista l'alta incidenza di suicidi tra i militari di ruolo e l'evolversi della sindrome è fatto obbligo a tutti i militari di sottoporsi a visita medica specialistica..."
Salutai con l'attenti e lo schiocco dei tacchi. Il comandante si era girato ad osservare dal finestrone l'abbattimento di un tratto della muraglia, oltre i giardini ed il nastro stradale. Era visibile la parte della città all'interno dell'ansa del fiume con il poliedrico Hearst Bulding progettato dall'architetto Foster, più in là il multicolore Arquitectonica con la cafeteria al 15° piano, la sala delle conferenze stampe al 16° e quella del Grande Consiglio di Guerra (G.C.G.) al 18°. Il NYT svettava su tutti a ridosso di un laghetto collegato all'ansa, rifrangendo il variare della luce giornaliera con le sue grandi vetrate. Il NYT accoglieva per lo più le famiglie di militari.
In ascensore, un tenente colonnello volgendomi le spalle discuteva ad alta voce con un capitano che annuiva:
"Adesso ci sono i vassalli, i valvassini e i valvassori che comandano a vari livelli. Era meglio prima sotto l'egida dell'Impero. C'è invasione di gente oltre confine che presto lavorerà in ogni ganglio dell' economia."
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Appena una trentina di anni prima, l'imperatore Aureliano il Grande aveva definito i limiti territoriali dell'Impero e completato la muraglia di confine. L'Impero aveva raggiunto la massima estensione. Il confine nord partiva a una cinquantina di chilometri a est della città di Arcangelo in Russia scendendo lungo le creste degli Urali fino al Volga. Più a sud il limite fu l'Indo avendo l'Impero inglobato dopo le lunghe guerre del secolo scorso l'intero Pakistan e l'Afganistan meridionale.
Muraglioni in cemento armato alti oltre i cento metri si elevavano a protezione delle nostre regioni. La Grande Muraglia partiva dunque dalle rive del Mare di Barents, si prolungava ad arco in direzione sud est ed oltrepassava di poco gli Urali verso l'Ob per poi ripiegare sulla sponda occidentale del Volga fino al Mar Caspio. La Grande Muraglia proseguiva ininterrotta fino a raggiungere le rive dell'Indo dividendo in due l'Afganistan.
In Africa l'Impero abbracciò le terre a nord del Sahara come Egitto, Libia, Tunisia, Algeria ed il Marocco. La penisola arabica compreso Jemen, Oman ed Emirati arabi era parte integrante dell'Impero così come l'intero Irak, il Quait ed Israele.
A ogni trenta chilometri c'era una torre di avvistamento alta più di trecento metri, munita di ogni tipo di sistema di rilevamento computerizzato in grado di captare segnali ostili, di decifrarli e di inviarli ai sistemi di controllo e comando. La prima torre era sul litorale del Mare di Barents; l'ultima nel deserto occidentale, a sud del Marocco e prossima all'Atlantico.
Per oltre un secolo c'è stata pace sull'intero pianeta garantita dalla forza dell'Impero che ha imposto nei restanti continenti la benefica influenza. I commerci fiorivano e la Scienza e l'Arte protese verso nuovi, inesplorati orizzonti. La stabilità si fondava sulla importanza della rendita fondiaria dei patrimoni che facilitavano le conoscenze di gente importante oltre al prestigio e all'autorità del rango di appartenenza. Treni super veloci congiungevano le città prosperose e grandi transatlantici compivano crociere per il globo.
Non si sa perché, l'Impero dal suo interno cominciò a sfaldarsi. L'Impero disponeva di grandi strumenti di controllo, di oppressione e di distruzione, ma solo un loro uso sapiente, oculato e strategico ne avrebbe garantito la illimitata sopravvivenza.
Secondo alcuni fu la improvvisa e precoce morte dell'imperatore Aristide, figlio di Aureliano il Grande. Prevalsero gli elementi centrifughi. I grandi capitalisti parte integrante del Senato imperiale cominciarono ad agire come se non esistessero vincoli e leggi. C'era bisogno si disse, di nuovi sbocchi di mercato. Si disse - molti eccellenti economisti lo sostennero - che fosse necessaria una economia globale. Il Senato ormai destinato ad un ruolo formale.
Secondo altri l'Impero era naufragato verso una diffusa forma autocratica e teocratica a causa del culto delle immagini che aveva contagiato larghi strati della popolazione, in particolare quella giovanile. Il culto delle immagini aveva portato alla idolatria del corpo. Tutti volevano essere giovani e belli. I computer di ultima generazione ne avevano accentuato la tendenza, rafforzata dall'elevato tenore di vita delle masse e dalla grande disponibilità di tempo libero. La parola d'ordine fu: vivere il più lungo possibile nell'agiatezza e nel divertimento. L'idolatria delle immagini fu l'unica religione in cui credere. Masse di giovani illanguidite facevano largo uso di droghe vivendo come nomadi all'interno di gruppi tribali, ai margini della società. Secondo gli analisti del sociale, poco prima che le barriere dell'Impero cadessero erano diffusi l'alcol e la droga che comportavano un illusorio ottimismo: prima stordivano i sensi e poi esasperavano ogni tipo di emozione. Subito dopo l'abbattimento di larghi strati di muraglia, in particolare verso sud dell' Afganistan, si diffuse la cocaina proveniente da regioni oltre il vecchio confine. La cocaina è secondo gli osservatori, la droga dell'azione e della sfrenatezza. Ti fa sentire onnipotente, annulla la fatica, incrementa la concentrazione. La cocaina ti porta al di sopra del bene e del male. La cocaina è la droga del dominio e della volontà di potenza. Giovani si dichiaravano anche i cinquantenni di
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entrambi i sessi in lotta giornaliera contro la vecchiaia. I più necessitavano di un potente antidoto contro la noia facendo ricorso agli stupefacenti ed afrodisiaci. Il continuo uso dei telefonini, dei computer portatili di ultima generazione aveva compromesso i rapporti umani di una volta, diretti e naturali. Tutto era riconducibile ad un flusso ininterrotto di immagini virtuali. Molti erano fanatici delle corse in moto cross divenute prima della caduta dell' Impero una vera malattia sociale. Mancò linfa vitale che lo difendesse e sostenesse alacremente. L'Impero prese a sgretolarsi dall'interno. Occorrevano forze nuove che solo l'arrivo di altri popoli da oltre la muraglia potevano assicurare.
Non si parlò più d'Impero e gli imperatori non furono più nominati dal Senato divenuto organo fatiscente, impopolare e privo di autorità. La Grande muraglia cominciò ad essere abbattuta come una cintura inadeguata alle nuove esigenze della società. Per brevi tratti sarebbe stata conservata come reperto storico. Gli esperti del settore come sociologi, politici avventati e filosofi lo avevano previsto. Ci sarebbe stata frantumazione in una miriade di strutture politiche: comuni, regioni, province e comunità montane con a capo notabili eletti in un regime di apparente democrazia, ma che ripetevano in piccolo le funzioni degli antichi imperatori. Cominciò a correre tra il volgo l'espressione: non si muove foglia che il presidente - della regione o della provincia o di altro ente pubblico - non voglia.
Ecco come sta finendo l'Impero e come dalle sue ceneri nascano nuovi equilibri, nuove classi sociali e nuovi popoli.
Uno scienziato della decadenza aveva affermato che l'intelligenza umana non è l'arma vincente per colonizzare e dominare a lungo il pianeta. Come i dinosauri ed altre specie dominanti per milioni di anni anche per noi umani ci sarà la fine. L'abbattimento della grande muraglia avvolgente l'Impero sarebbe un ulteriore gradino verso l'auto distruzione del genere umano, non della sua salvezza.
Secondo alcuni scienziati i batteri sarebbero le forme viventi più durevoli. Inutili sarebbero i sotterfugi della Scienza.
Lévi-Strauss lo aveva affermato: il mondo è cominciato senza l'Uomo e finirà senza di lui.
Il muro aveva preservato l'ordine sociale in ruoli fissi e gerarchie secolarizzate. O fu questo il convincimento. Sulle sue pareti c'erano ancora le scritte risalenti all'epoca aurea dell'Impero: all'inizio di tutto fu il muro.
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L'incidenza dei suicidi incrementatasi subito dopo l'ordine di abbattere la grande muraglia ai confini dell'Impero in disgregazione. Gli scienziati parlavano di una vera e propria sindrome a cui diedero un nome preciso: la sindrome dell'ombra nera perché chi ne era affetto diceva di sognare un'ombra. Alcuni non rivelavano questo tipo di visione onirica temendo di essere sottoposti a interminabili analisi e visite psichiatriche. Altri affermavano che una pericolosa droga era stata sciolta nell'acqua da bere da forze occulte e di conseguenza diffidavano di tutte le cure mediche. Altri dicevano che queste cure erano palliativi, che avrebbero potuto solo allontanare la fase finale cioè il suicidio. Altri temevano la deportazione in campi di sterminio. Alcuni pensavano di essere stati contaminati da un male oscuro e presagivano la morte certa. La scienza ufficiale diceva che con opportune cure la sindrome sarebbe potuta essere facilmente debellata e per questo era stato imposto l'obbligo di sottoporsi ai test. Teorie strampalate parlavano di ombre emerse dall'oscurità interiore, dal profondo dell'io. Ombre che attiravano come in un vortice verso il suicidio. Alcuni parlavano di virus mutanti; altri davano la colpa alla gente nuova penetrata nell'Impero dopo l'abbattimento della grande muraglia. Altri parlavano di notturni gas tossici sparsi da presunti terroristi, nemici dichiarati dei popoli che avevano fatto parte dell'Impero.
Assistei al funerale di Daniela e della sua famiglia. Vivere senza di lei. Una normale famiglia distrutta. Una famiglia all'apparenza immune da gravi problemi. Il padre da poco pensionato e la madre che tra non molto sarebbe andata anche lei in pensione. Il fratello studiava e a quanto sapevo non faceva uso di droghe. Un famiglia distrutta da remote, misteriose ed inesorabili ombre. Erano state ombre oscure e nere a schiacciare quelle innocenti esistenze?
Una sparuta folla di parenti e di ex operai amici del padre di Daniela furono in chiesa ed al cimitero. La mia vita distrutta. Il pomeriggio portai mazzi di fiori sulle tombe. Una grande pace con pini immobili avvolti nella neve; nevischio e fango invadente. Assurdità.
Mi strinse la mano il prete. Disse appena: "Coraggio."
Mentre si allontanava gli fui dietro e gli dissi:
"Padre, uccisi da una ombra. Come è possibile credere ad una assurdità del genere?"
Si scosse. Camminava a testa bassa. Si fermò e disse:
"Eppure accade. Lo vede? Nessuno sta fuori dalla nera Ombra. Una Ombra collettiva. L'Ombra dell'umanità. Adesso sappiamo. Si faccia coraggio."
Stava per voltarmi di nuovo le spalle. Gridai quasi:
"Cosa? Cosa sappiamo, padre?"
"L'umanità tutta ha in sé una Ombra terribile e maligna. Ecco che cosa sappiamo."
"E' più forte di noi."
"Equilibrio spirituale, preghiere, senso della vita e modestia ecco io penso, le armi migliori. Le armi che possono sconfiggere l'Ombra."
Daniela e la sua famiglia erano cattolici e il loro suicidio per questo inspiegabile. Dunque non fu uno stato depressivo a spingerli alla morte o gravi problemi esistenziali o debiti o altro, ma la Sindrome. Una nuova malattia implacabile che agiva nel profondo delle coscienze in modo subdolo e spingeva gl'individui come manichini a suicidarsi. Secondo la Scienza la Sindrome poteva essere una malattia non causata di virus o batteri, ma da un anomalo funzionamento di alcuni centri nervosi che porterebbero a sognare la stessa cosa. Le persone che ne erano affette dicevano di aver sognato un'ombra senza volto, un'ombra oscura o nera aggirarsi anonima e senza rumori all'interno di un paesaggio desolato. Alcuni parlavano di un paesaggio con alberi spogli come d'inverno, altri di un tramonto squallido senza senso con una livida luce all'orizzonte, altri dicevano di rocce scoscese tra le quali si aggirava l'ombra. Le persone con la implacabile sindrome facevano lo stesso sogno per periodi variabili da alcuni giorni fino a qualche anno dopo di che decidevano all'improvviso di suicidarsi. Era come se la loro volontà obbedisse ad un solo comando estremo: quello di farla per sempre finita. Alcuni poi non ricordavano di aver sognato l'ombra essendo
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portatori silenti della sindrome. Solo lo psichiatra coi test e con l'ausilio di un particolare computer era in grado di rilevare le anomalie annidatesi nel profondo e pronte a covare il suicidio.
Il governo in carica, o l'accozzaglia di politici e di economisti che rappresentavano ciò che sarebbe un governo definito di transizione emanò drastiche direttive: tutta la popolazione, in particolare nelle zone a ridosso della grande muraglia in demolizione doveva sottoporsi a visita medica specialistica. Sembrò che con la prevenzione si riuscisse ad ottenere buoni risultati e che alcuni guarissero e vivessero una vita normale non sognando più l'ombra.
Essendo un governo debole, solo chi temeva il peggio ed era cosciente del grave pericolo osservava le direttive. Altri si aspettavano un miracolo e affollavano le chiese, altri rassegnati si abbandonavano a droghe ed alcool. I credenti, per lo più cattolici erano convinti che solo la Divinità con la sua luce fosse in grado di sconfiggere l'Ombra portatrice del Male. Alcuni erano diventati barboni vivendo di espedienti. Alcuni si aggiravano stravolti nelle strade, raccolti da quelli dell'Ordine Pubblico ed avviati verso case di cura. La sindrome colpiva quasi esclusivamente le popolazioni dei grossi centri a ridosso della grande muraglia in demolizione. Tra questi, le persone più a rischio erano i militari come me.
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Da Neuro - Psychologia, 41, 401 - 406 (2008). E' abitudine di quanti scienziati della materia scrivono sull'Ombra cominciare deplorando la vergognosa trascuratezza che verso l'argomento hanno dimostrato i loro predecessori. Se per avventura sono psichiatri, insistono su come l'Ombra non sia stata soltanto trascurata, ma attivamente soppressa. E' arrivato il momento, dicono, di alzare il velo della censura e "togliere l'Ombra dai cassetti", come dice Michael P. Nichols. Costoro concepiscono il proprio compito nei termini di audace esplorazione, della conquista di un territorio proibito. Anche quando respingono praticamente tutto il resto dell'opera di Freud, gli psicoterapeuti dell'ultima generazione trovano irresistibile la sua iconoclastia: l'atteggiamento di chi vuole sfidare i canoni accettati della modestia e della reticenza e insiste nel voler dire l'indicibile. Freud aveva i suoi buoni motivi per vedersi nei panni di un incursore solitario che mette in pericolo la carriera nella ricerca di una verità che gli altri preferirebbero nascondere. I nuovi archeologi dell'Ombra invece, entrano in un campo già intensamente sfruttato dagli antropologi, dagli psicoanalisti, nonché da Dale Carnegie e Norman Vincent Peale, che avevano scoperto l'importanza dell'autostima molto prima che psichiatri e psicologi dello sviluppo si trovassero d'accordo nel definire l'Ombra come assenza di autostima e cominciassero a prescrivere adeguati rimedi. L'Ombra, l'ultimo campo di scavi intensivi per i teorici e i clinici alla ricerca di tesori se-polti, non è più un argomento negletto, per non dire proibito. Donald L. Nathanson ammette che è diventato piuttosto di moda, in particolare dopo la massa di suicidi causata dal sogno ricorrente che ha come fulcro la visione dell'Ombra. Adesso quasi tutti gli studiosi sono d'accordo che si tratti di una vera e propria sindrome che scava nel profondo dell'anima e della mente.
te. Da NEUROLOGY OF AGING: 25, 913 - 924 (2007)..... Wurmser, pur fondandosi su questa tradizione, si cautelava contro il rischio di una sopravvlutazione dell'Io ideale. "Un puro e semplice venir meno ai criteri accettati dell'Io, o anche ai postulati dell'Io ideale, non evoca l'Ombra." Al pari della colpa, l'Ombra andrebbe vista come una forma dì autopunizione, un concetto del sé radicato, in questo caso, nel "senso assoluto di non amabilità". Se questo elemento di autotormento mancava, era appropriato parlare di "mancanza di autostima". Il rifiuto di Wurmser di confondere questo aspetto con l'Ombra ha contribuito molto a chiarire ciò che altrimenti sarebbe restato oscuro... Da NeuroImage: 22, 656 - 660 (2008). .... Nathanson vuole dimostrare che l'Ombra ha certe funzioni, utili all'instaurazione dell'equilibrio psichico, ma il suo sistema, spesso, sembra produrre soltanto morte: "L'Ombra si presenta quando il desiderio va oltre la sua capacità di realizzarsi"; "l'Ombra come affetto è innescata ogni volta che è impedito un interesse o una soddisfazione"; "la vita è piena di impedimenti alle emozioni positive. La vita è piena di muri invisibili oltre i quali c'è il mondo terribile dell'Ombra."
.... Nathanson vuole dimostrare che l'Ombra ha certe funzioni, utili all'instaurazione dell'equilibrio psichico, ma il suo sistema, spesso, sembra produrre soltanto morte: "L'Ombra si presenta quando il desiderio va oltre la sua capacità di realizzarsi"; "l'Ombra come affetto è innescata ogni volta che è impedito un interesse o una soddisfazione"; "la vita è piena di impedimenti alle emozioni positive. La vita è piena di muri invisibili oltre i quali c'è il mondo terribile dell'Ombra." ....Nathanson ringrazia Wurmser per "l'aiuto e l'assistenza" ma il suo approccio esemplifica proprio quei comportamenti contro cui Wurmser metteva in guardia. Tratta la Sindrome Ombra come un "meccanismo biologico unico". Ambisce a "riportare la psicologia interamente nell'ambito delle scienze biologiche" e a metterne al bando il "misticismo". Si basa su un modello meccanicistico della psiche equiparato a un computer, a un sistema per elaborare informazioni....
Da Psychologia: 31, 12 - 16, (2008). Alcuni medici rifiutano la definizione di S.O.N. (Sindrome dell'Ombra Nera) preferendo parlare piuttosto di Nevrosi Depressiva da Spavento, o N. D. S.
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Le convinzioni di questi medici sono suffragate da recenti indagini mediante metodiche di Eco Doppler, MRIf , Tomografia Computerizzata effettuate su aree corticali e sui nuclei della base. E' stato visto che in tale sindrome c'è una sovreccitazione del Nucleus accumbens e Coeruleus, con coinvolgimento dello Striato. Queste aree sono direttamente coinvolte nella maggioranza degli stati depressivi e nelle risposte di allarme in seguito ad uno spavento conscio o inconscio.
Secondo un noto scienziato invece la causa prima della Sindrome era causata solo dalla mancanza di un mondo privo di veri ideali. Un mondo fertile allo sviluppo nefasto dell'Ombra. Secondo altri infine, l'Ombra assassina sorgerebbe dallo struggente desiderio di amore. L'amore che ci sovrasta e annichilisce. Il desiderio di amore che sconvolge la mente e ci spinge ad uccidere in noi, tutto ciò che amiamo.
Dal Dizionario Enciclopedico Italiano - ed. Milanese, (2008). Ombra, inglese Shadow; tedesco Schautten; francese Ombre; latino Umbra; greco antico Skia.
). , inglese Shadow; tedesco Schautten; francese Ombre; latino Umbra; greco antico Skia. Ombra in psicologia si collega al concetto junghiano che indica l'altro lato della personalità, il lato oscuro, inferiore ed indifferenziato, contrapposto all'io cosciente.
All'epoca dell'Imperatore Giustino, durante la III Guerra Asiatica, Jung (1938) testualmente affermò: "Ognuno di noi è seguito da un'ombra e quanto meno questa è incorporata nella vita conscia dell'individuo, tanto più è nera e densa. Se le tendenze dell'Ombra che sono rimosse, non rappresentassero altro che il male, non esisterebbe alcun problema. Ma l'Ombra rappresenta solo qualcosa di inferiore, primitivo, inadatto e goffo e non è male in senso assoluto. Essa comprende fra l'altro delle qualità inferiori, infantili e primitive che in un certo senso renderebbero l'esistenza umana più vivace e bella; ma urtano contro le regole consacrate della tradizione."
Dal quotidiano IL GLOBO, numero 16 del 28 Maggio 2008. Secondo noti psicologi l'Ombra agirebbe in senso negativo quando si verifica la scissione dalla parte conscia dell'individuo cui appartiene. La scissione dall'Ombra ne comporta l'oblio. La scissione dalla propria Ombra avviene per lo più in individui che si ritengono perfetti. Persone che oltre ad essere piuttosto piatte, sono anche inconsciamente pericolose contro gli altri e contro se stesse. Da un momento all'altro possono divenire vittime della propria Ombra negata. Il contrario della scissione è l'integrazione armonica con la propria Ombra. Il contrario della scissione è il riconoscimento pieno dell'Ombra come valore insito nella propria esistenza.
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Il giorno che andai dal direttore del personale ero in sala di attesa con una donna. Ci mettemmo a parlare e facemmo conoscenza. Si chiamava Letizia. Era vedova senza prole e tenente nella Torre Quarta. Aveva trent'anni. La faccia non mi era nuova. Lavorando nella stessa torre, avevo avuto modo di incontrarla in ascensore o di sfuggita in qualche ufficio. Disse: "Mio marito si è impiccato un mese fa. Sono qui per dimettermi dall'esercito. Voglio andare via da qui."
"Anch'io. Di dove sei?"
"Maltese."
"Penso di ritornare nella mia regione di origine."
"Dove si trova?"
"In Italia meridionale. Vuoi venire con me in Campania?"
"Non so. Devo pensare a tante cose prima."
"Ce ne andiamo a lavorare lì. Ci facciamo forza entrambi."
"Non lo so, ci devo pensare. A Malta non ho più nessuno. La mia vita era qui."
Il direttore del personale, uno in abiti civili ci ricevette entrambi. Chiese le nostre generalità e preferenze. Disse rivolto a me:
"Dottore, lei potrebbe optare per un posto di professore universitario presso la facoltà di medicina. Ci sono posti liberi presso dipartimenti della Seconda università di Medicina di Napoli."
"A Salerno, no? Vede sono nativo di un paesino in provincia di Salerno. Mi sarebbe più semplice risiedere nel mio paesino natale e insegnare all'università di Salerno."
"A Salerno hanno chiuso molte facoltà a causa della riduzione del numero di studenti. Lei potrebbe andare solo a Napoli. Oppure...fare il dirigente nel centro anti sofisticazioni della Guardia di Finanza sempre a Napoli. Però visto che lei ha effettuato importanti ricerche mediche nel campo della psichiatria, le consiglierei di accettare il posto di professore a Napoli, presso la facoltà di Medicina. E' un posto di prestigio. Poi lei già conosce l'ambiente essendosi laureato e specializzato in quella facoltà. "
Disse a Letizia:
"Neanche per lei c'è molto. Lei ha espletato studi finalizzati al recupero di soggetti schizofrenici. Anche per lei ci sarebbe un posto di docente presso un dipartimento di Medicina a Napoli, o a Stoccolma. Però lei ha meno anzianità del dottore Giovanni Basto e le spetterebbe un grado inferiore nella carriera universitaria."
"Amo i climi caldi, forse per contrasto essendo vissuta in questo posto gelido per molti anni. Sarei disposta a trasferirmi anch'io a Napoli. Voglio lasciare questo posto dopo la tragedia..."
"Non capisco, le è morto un familiare qui?"
"Mio marito. Si è suicidato un mese fa."
"La S.O.N? La Sindrome dell'Ombra Nera?"
"Sì."
"Mi dispiace. Nei prossimi giorni riceverete la comunicazione ufficiale. Conoscerete il nominativo del dipartimento universitario dove lavorerete, la qualifica e l'indirizzo. L'Ufficio pensioni vi comunicherà gli anni di anzianità maturati. Una volta ricevuto il decreto di nomina avrete cinque giorni per sottoscriverlo."
Letizia chiese: "In questi giorni possiamo prepararci per la partenza?"
"Siete in aspettativa in attesa di diversa collocazione. Prima di sottoscrivere la nuova nomina potete fare ciò che volete."
Il giorno seguente mi recai alla visita medica per il controllo della Sindrome. La sera prima eravamo stati a cena in un ristorante del centro affollato di militari come noi due. Nell'aria brumosa il via vai dei camerieri ed il vocio concitato. Su una delle pareti c'era ancora l'immagine dell'ultimo imperatore cui nessuno più badava.
Passammo la notte insieme più a parlare sul nostro futuro che a fare sesso. Disse che secondo lei c'è un altro mondo dove Spazio e Tempo hanno diversa valenza. Un mondo incorporeo abitato da
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ombre. Un mondo visibile solo se lo illuminiamo. Un mondo che forse stiamo distruggendo e per questo si ribella e ci uccide. Disse:
" Per oscure cause le ombre che abitano il mondo infero, dalle profondità della psiche ci attaccano per annientarci..."
"Non ci sono certezze che siano così le cose."
"Mio marito si è impiccato due mesi fa, forse ucciso da ombre archetipiche."
"Anche la mia ragazza e tutta la sua famiglia...stento a credere che la colpa sia di ombre archetipiche assassine."
"Non c'è nessun assassino esterno. Sono suicidi...suicidi seriali. Dicono che l'Ombra appaia all'improvviso nei sogni, ma è quella oscura presenza a lungo amata e cercata senza saperlo. Quando ci appare è perché alla fine risponde al nostro richiamo disperato."
"Per dimenticare, per tentare di dimenticare bisogna andare il più lontano possibile da qui."
"Non mi dispiace di togliermi questa divisa da militare. Mi dispiace di dover consegnare la mia SC 20. La conosci? E' un'arma terribile. Emette proiettili da 5.72 mm con microscopiche palline di piombo. Il proiettile esplode nella ferita liberando tutto intorno nel tessuto le microscopiche palline come teste di spillo. Se colpito in fronte, un potenziale nemico muore fulminato all'istante."
"L'hai mai usata contro qualcuno?"
"Una volta in missione notturna. Un gruppo di terroristi si era nascosto in prossimità della muraglia nonostante ci fossero le torri di avvistamento e le sentinelle. Mesi prima c'era stato un assalto notturno di un centinaio di asiatici che volevano forzare i controlli. Avevano sorpreso ed ucciso le guardie della Porta Sesta e stavano facendo irruzione nella caserma attigua. Gli asiatici avevano armi sofisticate ed un buon coordinamento con una centrale esterna. Per fortuna si riuscì a ricacciarli all'esterno della muraglia ed a ucciderne la maggior parte, però non localizzammo la centrale operativa e non riuscimmo a catturare il loro capo. Invece la missione a cui partecipai come vice comandante prevedeva un blitz notturno e la cattura del capo banda che avevamo scoperto coi nostri sensori a distanza; dopo aver intercettato alcuni dei loro messaggi. Feci parte della pattuglia di assalto. Nella notte, uccidemmo le sentinelle e portammo via tramortito il loro capo che interrogammo all'interno della Torre IV. In quanto medico toccò a me inoculare il siero della verità in giuste dosi nelle vene del prigioniero. Sapemmo così che c'era un tentativo da parte di un milione circa di asiatici delle Tundre di forzare la muraglia nel lato nord con un assalto massiccio appoggiato da missili a lungo raggio."
"Non c'è stato alcun assalto o attacco missilistico, che io sappia. Li avete prevenuti e poi?"
"Ci fu un blitz aereo da parte della quinta legione dell'Impero e distruggemmo i loro avamposti compreso alcune batterie di missili. Poi se la sono sbrigata i politici mediante accordi segreti con alcune nazioni al di là del muro. Il resto lo hanno fatto, penso, i servizi segreti."
"Prima della caduta dell'Impero e della Grande muraglia che lo divideva dal resto del mondo decine di milioni partivano e si fermano alle porte dell'Impero. Alcuni li facevano entrare, ma per la maggior parte venivano le guardie di frontiera e li disperdevano. Molti morivano di fame e di freddo ai piedi della muraglia. Ricordi?"
"Sì, ma che si poteva fare? Si poteva solo abbattere il muro. Ciò che è successo. Però basta osservare sulla carta la linea del confine attuale per rendersi conto di come sia stato fragile il muro eretto a baluardo dell'Impero. Fragile e impossibile da mantenere."
"E' iniziata la globalizzazione ed i confini tra le nazioni dovrebbero man mano scomparire. Adesso l'Impero è solo segnato sulle carte geografiche. Scomparirà anche da lì."
"Adesso viviamo nella nostra penisola come in una fortezza assediata. A volte mi sembra che tutte le nostre azioni siano dettate da paura. Penso che l'Impero ha abbattuto le frontiere per non sentirsi sul collo il fiato dell'Oriente. Bisognava evitare una grande guerra contro l'Oriente. A Sud c'è il mare aperto e gli argonauti africani della fame e della sopraffazione vi affogano o vi muoiono di sete. Ma con l'Oriente ci unisce la terraferma. "
Letizia stette a riflettere e disse:
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"Penso che l'Impero non finisca mai. Apparentemente si sta smantellando in vista di una nuova visione di storia globale. In realtà l'Impero si sta inabissando per riemergere più potente di prima, sotto nuove vesti."
"Gl'imperi vanno e vengono. Forse è sempre lo stesso Impero che va e viene."
"Lo penso anch'io. Solo nel Neolitico non c'erano strutture di potere così estese e capillari. Con l'avvento della Storia e della civiltà è nato anche l'Impero, eterno ed indistruttibile. Che ci vuoi fare. Questa è la realtà."
"Herder definiva la nazione come corpo vivente i cui arti sono gl'individui. Adesso che questo gigantesco corpo è morto, nasce l'Ombra che ucciderà tutti."
"Prima, i nemici dell'Impero erano definibili: asiatici ed arabi delle nazioni al di là del muro, africani a sud del Sahara, amerindi a sud del deserto messicano. Adesso che il muro si sfalda, i nemici dell'Impero sono ben più profondi e subdoli. I veri nemici hanno radici dentro di noi."
Letizia non mi accompagnò dallo psichiatra perché aveva altro da fare prima di partirsene per l'Italia. Aveva già passato il ciclo delle visite mediche ed era risultata sana, esente dalla Sindrome. Era uno dei pochi militari a essere stata sottoposta a severi controlli e risultata sana anche nella psiche.
C'era però da stare allerta perché come in molte malattie, c'è una fase silente, difficile da diagnosticare.
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Mi sottoposi per alcuni giorni alle analisi del caso. Me lo disse il neuro-psichiatra avendo confermato in pieno le tesi del neurologo e dello psicologo: "Dottor Giovanni Basto, abbiamo esaminato la TAC, la MRIf, l'eco Doppler, eseguito la scintigrafia carotidea ed abbiamo concluso che lei non ha nulla. Non ci risulta che lei sogni l'Ombra che è il sintomo peculiare della Sindrome. Però deve portare per tre giorni, anche la notte, una speciale cuffia collegata al computer centrale. Eventuali onde anomale e ripetitive, provenienti in particolare dall'ippocampo saranno rilevate e distrutte attraverso un sistema automatico. Lei non se ne accorgerà. Farà tutto il computer centrale. Noi militari di confine, un confine che si sfalda, siamo particolarmente esposti alla Sindrome e dobbiamo portare la cuffia per lo meno per sette giorni in modo da dirimere ogni pericolo ed essere nella psiche del tutto sterili agli attacchi del male."
"Se ho capito bene, applicate gli stessi accorgimenti di un computer infettato da un virus informatico. E' così? Però il cervello umano ha una capacità enorme di ricordare."
"Il paragone calza, è esatto, anche se il cervello immagazzina milioni di dati. Le dico: è l'unica prevenzione che ci risulta abbia una certa efficacia. Conosciamo poco o nulla che causi la Sindrome dell'Ombra Nera, la S.O.N. Sappiamo che è apparsa all'improvviso dopo la caduta del muro. Potrebbe essere collegata alle paure insite in una società in rapida trasformazione."
"Posso sapere di più sulla terapia che usate per sterilizzare i miei pensieri consci ed inconsci?"
"Il general computer esaminerà tutti i suoi pensieri giornalieri e anche quando starà dormendo scannerizzerà il suo inconscio. Il general computer registrerà i suoi ricordi su un supporto diverso dal cervello e li analizzerà in tempo reale. Ogni pensiero ridondante conscio od inconscio sarà eliminato dall'antivirus del nostro computer centralizzato. Qualsiasi tipo di onda cerebrale - in particolare le alfa - che il suo cervello emetterà da sveglio o dormiente, a livello conscio o inconscio, sarà captata dai sensori della cuffietta che terrà in testa e trasmessa in tempo reale al general computer che analizzerà i dati e come le ho detto, li sottoporrà a scansione distruggendo eventuali ridondanze che secondo alcuni possono predisporre all'insorgenza della sindrome."
"Va bene."
"Può fare tutto quello che vuole, anche sesso. In questi tre giorni tranne la cuffia in testa, tutto sarà per lei normale."
"Seguirò alla lettera le istruzioni."
"Dopo i tre giorni consegnerà la cuffia ad un soldato che la rintraccerà. Non c'è bisogno che venga lei a consegnarcela."
"Dottore, ultima cosa. Una mia amica che ha perso il marito suicidatosi due mesi fa e che come me sta per lasciare questo posto, dice che la parte profonda dell'inconscio e la parte del nostro mondo psichico sono abitati dalla nostra anima ombra che in effetti sarebbe l'immagine di un dio."
"Ho letto qualcosa del genere. Una delle tante teorie, ma prive di certezze. Teorie prive di riscontri scientifici. Lei tiene presente i poemi omerici?"
"Abbastanza."
"In molti sogni omerici il dio - o eidolon - appare a colui che sogna nelle vesti di un amico vivente ed è probabile che nella realtà i sogni in cui comparivano conoscenti del sognatore fossero interpretati in questo modo."
"Come rivelazione di un dio nascosto che momentaneamente assume l'aspetto di un conoscente. Quindi l'ombra che appare nei sogni delle persone affette dalla Sindrome è in realtà una divinità."
"Una divinità del mondo infero, del mondo ctonio...ma sono teorie, supposizioni."
"Se non erro Jung disse che gli dei scacciati dalle nostre religioni tornano nelle nostre malattie, nei nostri sintomi."
"Se è così, allora abbiamo poche speranze di combattere la Sindrome dell'Ombra Nera con le armi della Scienza. Un tempo era l'inconscio a costituire un problema e per secoli si era ritenuto che
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fosse la coscienza l'essenza della psiche e i suoi contenuti chiari ed evidenti. Oggi invece la coscienza è il vero problema delle neuro scienze. Quasi tutto quello che ci accade si sviluppa nelle regioni inconsce, sia dal punto di vista cognitivo che emotivo. Solo minime quantità emergono alla razionalità, in modo temporaneo e fugace. Solo piccoli eventi appartengono alla parte conscia. Rapidi accorgimenti del reale emergono alla coscienza. "
Andai a congedarmi dal comandante di Brigata. Era con uno degli architetti incaricati di trasformare la Torre Quarta in un grattacielo adibito ad accogliere edifici amministrativi, la Stampa, i mass media ed a contenere ampi ristoranti, alberghi e musei che ricordavano la gloria dell'Impero. La Torre Quarta non sarebbe stata più il guardiano della parte nord dell'Impero e non avrebbe sfidato il cielo con i suoi trecento metri di altitudine, ma avrebbe assorbito i colori del giorno con il suo rivestimento: una grata composta da elementi in speciale ceramica. La grata avrebbe assorbito il calore solare e avrebbe riflesso i toni della luce durante il giorno. Il cantiere era già in pieno fervore. Nei piani bassi gli elettricisti eseguivano in silenzio gli allacci di una fitta rete di cavi e gli addetti al condizionamento sistemavano le nuove condutture di alluminio. Tutto il pian terreno era cantiere allo stato grezzo: mucchi di detriti, materiale accatastato e squadre di operai in sostituzione con le sentinelle in assetto di guerra. L'entrata della Torre Quarta era adesso un edificio tutto in cristallo ed attraversabile da un estremo all'altro come una lunga galleria presto fiancheggiata da vetrine luccicanti di negozi.
Viaggiammo insieme in aereo verso Napoli dopo aver messo a posto le nostre cose. Iniziava per me e Letizia una nuova vita. Più per lei che per me. Ritornavo nei luoghi dove avevo passato la mia infanzia, la gioventù fino alla laurea in medicina e chirurgia e la specializzazione in neuro anatomia... Tranne i quattro anni nelle truppe di confine, ero vissuto tra Napoli e il mio paese nativo in provincia di Salerno. Avrei rimesso in sesto la proprietà affidata in mezzadria ad un vecchio conoscente di famiglia. Avrei comprato anche una bella cavalla accudita da questo colono. Nei fine settimana mi sarei fatto lunghe cavalcate nei boschi dimenticando tante cose e cercando di non pensare a Daniela. Dimenticare e ricominciare. Ecco dovevo dimenticare parte del mio passato. Poi dovevo rimettere in sesto la casa paterna e il laboratorio delle statue a pian terreno di certo pieni di polvere e muffe a causa della lunga chiusura.
L'aereo fece scalo a Varsavia e dovemmo aspettare per tre ore prima di prendere il secondo aereo per Napoli. Facemmo colazione al bar. C'era gente di tutte le etnie: europei soprattutto, ma anche decine di vietnamiti, coreani, cinesi, mongoli, kazaki, in un fragore di torre babilonese. Un aspetto osservabile nelle più grandi città dell'Impero; una delle più importanti novità dopo la caduta del muro. Disse Letizia:
"Centinaia di milioni di persone sono in viaggio. Traffici, commercio e giro di soldi."
A Varsavia, si vende letteralmente di tutto. La città è diventata uno dei più grandi mercati dell'Impero. Pardon, dell'ex Impero. Sotto il cielo invernale nebbioso e basso si diffondono i profumi d'Oriente, perché ogni nazione si è portata dietro anche i propri cuochi. Nel primo pomerig-gio si chiudono banchi e bancarelle. I nomadi moderni si disperdono chissà dove. Restano di loro la terra calpestata e scatole vuote di cartone.
Dissi: "Del nostro mondo prendono solo gli incassi e il profitto. Non gli serviamo a nient'altro."
Letizia aveva una sua amica a Napoli, una inglese conosciuta alla Torre Quarta che aveva preferito andarsene a vivere a Sorrento dopo la dismissione dall'esercito. Forse sarebbe andata a vivere con questa sua amica. In un secondo tempo forse, saremmo convissuti insieme. Nella sala di attesa le parlai del laboratorio delle statue lasciatomi da mio padre. Se avesse voluto, glielo avrei mostrato. Un fine settimana saremmo andati insieme al mio paese:
"Mio padre aveva imparato a scolpire statue e a fare calchi di gesso fin da ragazzo. Sui venti anni era andato a Napoli presso un importante scultore di santi dove si era perfezionato ed era tornato poi in paese a lavorare appresso a mio nonno. Vendeva statue di santi anche a Salerno, per tutta la
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provincia fino a Sapri. Vendeva statue anche a Potenza presso le chiese. Aveva un furgone e trasportava le statue imballate sul cofano. Poi si comprò un camioncino. Un cardinale, uno che se ne intendeva di santi disse a mio padre: Sono impressionato dalla maestria con cui date vita alle vostre statue. Sembra che vivano di vita propria, pervase da vera fede.
Vorrei essere come mio padre. Vorrei che qualcuno mi dicesse: lei è un buon medico."
Ebbi il ruolo di professore associato in Neuro Anatomia presso la seconda università di Napoli e Letizia quello di ricercatrice. Avevo fatto ricorso al TAR perché volevo il ruolo di ordinario, cioè professore di prima fascia, ma la richiesta fu respinta. Mi presentai comunque al concorso di ordinario tenutosi nel mio dipartimento qualche mese dopo, ma i baroni universitari si opposero e fui bocciato. C'era un clima ostile verso di me sia perché piovuto dall'alto senza la solita trafila, sia per le mie rimostranze legali. Le prime amarezze lontano dal fronte. Mi stavo pentendo di aver lasciato l'esercito dove c'erano meno ingiustizie e raccomandati. Letizia fu subito entusiasta del suo ruolo di ricercatrice. Diceva che espletare ricerche scientifiche sulla mente umana è una cosa bellissima. Non ci pensava a fare carriera. Non era ambiziosa. La vita riprendeva la sua routine.
La storia che mi ha trasformato nel corpo e anima però sarebbe cominciata di lì a poco. Metto per iscritto la verità nuda e cruda. Ricomincio da quando Letizia ed io arrivammo a Napoli.
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Scendemmo all'aeroporto di Capodichino. Tenue sole di fine inverno. Si vedeva la differenza di temperatura tra Napoli e la zona glaciale della Torre Quarta dove avevo prestato servizio. C'erano come minimo dieci gradi di differenza. Il giorno seguente Letizia ed io avremmo dovuto presentarci davanti al direttore del personale docente - università Federico II di Napoli per gl'inevitabili atti burocratici collegati alla presa di servizio. Alloggiammo in una camera di albergo alle spalle di Piazza Municipio e del palazzo comunale di san Giacomo. Dal balconcino si vedeva la magnifica visione del Golfo con la penisola sorrentina in lontananza e di lato il cono azzurrino del Vesuvio. Il mare agitato con creste bianche a causa gel vento di levante.
Era quasi mezzogiorno quando disfacemmo le valigie in albergo. Dissi a Letizia che dopo la presa di servizio avrei dovuto recarmi con l'autobus al mio paesino per riaprire la casa paterna, far fare un po' di pulizie e parlare con alcuni parenti. Avevo ereditato anche alcuni terreni in parte coltivati da un mezzadro ed in parte rimasti incolti, dopo la morte dei miei genitori. Dovevo trattenermi in paese come minimo per un paio di giorni.
Pranzammo dalle parti di Piazza del Plebiscito e prendemmo il caffé nel celebre locale Gambrinus, frequentato un tempo dagli artisti della decadenza. Cielo sereno e poco vento. Le statue dei re di Napoli in fila davanti al giorno lucente. Da quanto tempo avevo dimenticato una giornata così ridente? Passeggiammo per la piazza verso la calata di santa Lucia prima di rientrare in albergo. Letizia era senz'altro una bella donna ancora giovane, ma troppi ricordi ci legavano ad un passato di tenebre e morte. Lei aveva perso suo marito ed il Daniela. Difficile abbandonarsi all'amore. Eravamo andati a letto, questo sì, ma come amanti attratti dal sesso. Letizia prometteva di essere un'amante riservata, quasi passiva. Una bambola morbida, pallida e cedevole a letto. Parlava a volte con voce roca, quando era in confidenza e mi rivelava vaghi, amorosi sentimenti. Eravamo entrambi dei sopravvissuti. Sopravvissuti alla caduta del muro, alla sindrome ed all'affetto per le persone per sempre perdute.
Il giorno dopo andammo dal direttore del personale docente che sta all'ottavo piano di un palazzo, in Via Madonnelle, non lontano dalla zona portuale. Il direttore ci ricevette e ci fece accomodare nel suo studio. Presentai la mia tessera d'identità e Letizia la sua. La documentazione era stata spedita via e-mail, comprese le foto per le tessere. Il direttore ci diede i tesserini verdi dei dipendenti dell'università e le coordinate bancarie dove poter ritirare lo stipendio. Disse a Letizia:
"Lei prenderà servizio presso il Dipartimento di Neuro - fisiologia umana con la qualifica di ricercatrice universitaria; e lei dott. Basto sarà professore associato di Neuropsichiatria nello stesso dipartimento. Dalla rispettiva documentazione si evince che lei, dottoressa Letizia Casta, aveva il grado di capitano nell'esercito di confine presso il VII squadrone della Legione Orobica e lei dott. Basto era tenente colonnello sempre alla Torre IV e nelle stessa legione delle signorina qui presente. Abbiamo fatto i conguagli e non dovreste avere riduzione di stipendio. La dottoressa Letizia avrebbe dovuto perdere alcune centinaia di euro perché lo stipendio di capitano era superiore a quello di un ricercatore universitario, ma la legge prevede l'erogazione di un una tantum per cui non perde nulla. Anche lei dott. Basto riceverà un'aggiunta di stipendio perché da tenente colonnello al confine dell'Impero aveva uno stipendio superiore a quello di un professore associato."
Dissi:
"Penso che mi sarebbe toccata l'equiparazione di ruolo e di funzioni spettante ad un professore ordinario. Non so perché mi spetta invece il ruolo di professore associato."
Il direttore del personale mi squadrò sorpreso. Disse:
"Faccio ciò che la legge prevede. Lei comunque è professore universitario di ruolo. Se le cose andranno per il verso giusto, non passerà molto e lei sarà professore ordinario. Si faccia ben volere in Dipartimento e vedrà che sarà accontentato."
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Il direttore del personale parlava un napoletano verace e forse non si era mai spostato da Napoli. A Napoli con le giuste conoscenze si fa carriera sul posto. Disse dopo averci dato la mano:
"Quanto prima dovreste presentarvi dal vostro futuro direttore di Dipartimento in Via Pasini, presso la II Facoltà di Medicina, ai Camaldoli. Il dipartimento dove svolgerete le rispettive mansioni è al secondo piano dell'edifico di Neuro anatomia e Neuro fisiologia umana; stabile numero 15, per la precisione."
Il giorno seguente cercammo casa in fitto. Trovammo uno stabile nei pressi dell'ospedale Cardarelli che dista qualche chilometro dalla II Facoltà di Medicina. Avevamo deciso almeno per i primi tempi, di dividere lo stabile e di convivere alla buona in modo da dividerci le spese di fitto, di vitto ed alloggio. Lo stabile era abbastanza grande, all'ultimo piano di un edificio di lato al Cardarelli. C'era un ottimo panorama con la vista del Vesuvio e del golfo. C'era un balconcino dove sedersi la sera e in relax d'estate, con una bella bevanda fredda. A volte discutevamo sulle recenti vedute scientifiche in fatto di mente. Letizia mi parlò una volta mentre sorseggiavamo spumante seduti al balcone, disse:
"Stimolando alcune aree ipotalamiche riemergono ricordi di una ventina di anni prima."
"Lo so. In America sono all'avanguardia su questi esperimenti. Sembra che la stimolazione con micro elettrodi un una zona detta A7, faccia affiorare lontani ricordi in cui il protagonista è il soggetto che ricorda. Stimolando una regione attigua la A9, invece emergono ricordi anche questi lontani nel tempo, ma dove il protagonista appare essere un'altra persona. Cioè il soggetto che ricorda è come se riferisse un fatto in cui vi ha partecipato, ma non in prima persona."
"Lo scienziato Choien J. Dell'Alabama University parla di catalogazione di ricordi come in una biblioteca. Alcune aree conservano ricordi di un certo tipo, aree contigue di un tipo leggermente diverso e così via."
"La mente umana è uno scrigno pieno di meraviglie."
"Penso che non tutto finisca nella nostra mente, ma che alcune cose, alcune onde cerebrali, si ricolleghino a parallele realtà."
"Cioè ad universi paralleli. Però valla a dimostrare una cosa del genere. Una cosa è arguire ed una cosa è la dimostrazione scientifica del fatto."
Prestavamo entrambi servizio nel complesso universitario sulla collina dei Camaldoli che domina tutta Napoli. Letizia ed io avremmo dovuto espletare lì le nostre ricerche scientifiche e la didattica universitaria. Per arrivarci, la cosa migliore è andarci in macchina, prendere la tangenziale e uscire alla zona ospedaliera - Camaldoli. Ci sono numerosi padiglioni universitari con aule per gli studenti e per i vari consigli dipartimentali. Al centro del complesso c'è il grattacielo della Torre biologica dove si espletano ricerche di biologia umana ed animale.
Ci recammo dal prof. Arduino, direttore del dipartimento di Neuro - fisiologia che ci accolse nel suo studio in fondo al dipartimento di Neuro - fisiologia e ci presentò agli altri. Avevano preparato un rinfresco con dolci. L'organico era formato da nove docenti, cinque associati e quattro ordinari, oltre a sette ricercatori. C'era poi il personale tecnico e numerosi giovani che espletavano il dottorato in dipartimento.
Concluse queste incombenze, volli andare nel mio paese di origine a rivedere la mia casa rimasta chiusa da oltre sei anni, i parenti e gli amici. Letizia non aveva voluto accompagnarmi. Presi il pullman delle dieci e alle undici fui a Salerno. Lì attesi la corriera per il mio paesino in provincia di Salerno, nella parte profonda dei Monti Alburni. Sarei arrivato in paese non prima delle sedici perché la corriera doveva effettuare un percorso molto lungo ed accidentato per raggiungere i tanti paesini arroccati sulle colline. C'erano numerosi studenti delle scuole che scendevano a gruppi ad ogni paesino. L'ultimo era il mio che si chiama Cardo. Alla fine eravamo rimasti solo in quattro, una signora anziana ed alcuni ragazzi del liceo. Nelle vacanze di Natale, di Pasqua e nei mesi estivi da Napoli dove studiavo all'università, tornavo a Cardo dai miei genitori. A volte ci venivo anche
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d'inverno per pochi giorni e studiavo accanto al focolare, mentre mia madre faceva i servizi di casa e mio padre si tratteneva nella bottega delle statue fino a tardi. In estate giocavo a carte al bar cogli amici e facevamo belle scampagnate nei campi. Poi tutto finì con la morte improvvisa dei miei. Dopo la laurea preferii andarmene il più lontano possibile da quel posto tanto amato. Fuggire il più possibile da struggenti ricordi.
Tersa giornata di inizio marzo. La corriera aveva lasciato il paese di Cornito. Restavano gli ultimi dieci chilometro per arrivare a Cardo. Ai bordi della carreggiata numerosi fiorellini bianchi, gialli e vermigli. Nelle folte siepi rosse bacche. C'era il vecchio agriturismo a metà strada tra Cornito e Cardo con piante rampicanti di caprifoglio bianche e gialle. Dopo altre curve, intravidi il mio paesino arroccato in collina attorno alla vecchia chiesa madre e ad un antico castello, opera dei Longobardi. Tirai un sospiro di sollievo. I ragazzi del liceo facevano chiasso stanchi per la scuola, per il viaggio e perché stavano arrivando a casa. Cantavano canzoni di moda. Scherzavano e ridevano. La corriera sostò in piazza. Avevo una valigetta. Grandi alberi di pioppo circondavano la piazza separandola da un lato dalla chiesa e dall'altro dalle scalinate che portavano su, verso il municipio. Percorsi il vicoletto che unisce il paese vecchio al nuovo e fui nel corso principale da dove in fondo, si vede da un lato l'edificio di mio cugino Adamo e dall'altro lato, un po' più in là, casa mia. Ero tornato nel mio paese di sempre. Il sole cominciava a scendere verso le cime dei monti e le ombre delle case e degli alberi ad allungarsi. L'asfalto lucente e levigato dalle ventate incessanti che iniziano di solito a marzo. Polvere ammassata ai bordi dei marciapiedi che si metteva a mulinare in aria con foglie e cartaccia. Per strada incontrai qualcuno che non mi conobbe e che correva al bar col bavero sollevato. La casa di mio cugino con le imposte chiuse. Più tardi o l'indomani mi sarei recato a salutarlo. Era diventato il sindaco del paese. Estrassi le chiavi dalla borsa ed aprii la porta di casa. La luce del giorno si allungò dall'androne alla scalinata. Lasciai aperto il portone per fare aria ed andai di sopra dove cominciai ad aprire le imposte di finestre e balconi. Tutto come prima. Tutto ritorna. I mobili, il tavolo della cucina, il televisore spento. Di lato al camino, la sedia a dondolo di mio padre dove si fumava la pipa prima di salire sopra a dormire. Dall'altra parte la sedia dove mia madre faceva l'uncinetto. Sembrava che stessero ancora lì, muti e cheti. Muti nei loro lavori, muti nella loro eterna attesa; impenetrabili nel loro mondo ormai trapassato, dietro gl'invisibili velari del tempo.
Scesi ad aprire i finestroni del laboratorio. Il locale è a pian terreno ed è pieno di statue per lo più di santi, ma anche di angeli. Ci sono lastre di marmo lavorate a basso rilievo per le tombe in cimitero oltre a croci di metallo e di ottone. Al centro dell'officina il grosso tavolo con gli attrezzi da lavoro: scalpelli, lacche, colle, pennelli, bulini, carta vetrata...Intorno le statue di varia grandezza alcune accantonate negli angoli in fondo, accanto alla porta che dà adito al cortile. Una massa di teste e di mani che nella penombra sembravano vere come una folla che si stia muovendo per uscire all'aperto. Sembrava l'esercito di terracotta dell'imperatore cinese Quin Shi con guerrieri a grandezza naturale schierati intorno alla sua tomba. Solo che le statue che mio padre aveva lasciato nel laboratorio erano disposte intorno al grande tavolo come ad osservare lui mentre lavorava, oppure era mio padre che voleva tenere sotto la sua visione la folla di statue. Ogni tanto dava dei ritocchi sul viso di una beata, una pennellata di colore alle guance troppo anemiche di una santa, limava i lembi di gesso di alcune vesti, abbelliva i capelli di un fraticello. Per aprire i battenti dei tre finestroni coperti di polvere dovetti salire su una sedia traballante. La luce del tramonto penetrò dentro scoprendo il mondo immobile delle statue assorte in ieratiche fissità. C'era polvere dappertutto e ragnatele che congiungevano le statue tra loro come un sottile tessuto connettivo. Anche le architravi delle finestre erano piene di grosse ragnatele. Dovevo farmi aiutare da qualcuno per ripulire tutta la casa. In fondo erano rimaste ammassate le reti di nailon per la raccolta delle olive. Era necessaria una radicale pulizia della casa e si dovevano buttare molte cose che non servivano. Per il momento non avevo tempo. Per la serata volevo recarmi a salutare mio cugino Adamo e se possibile ripartire l'indomani in mattinata per Napoli.
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Verso le diciotto ero andato a casa di mio cugino. Mi aveva ricevuto la moglie Adelaide, una bella donna molto giovane. Disse:
"Adamo è in municipio. C'è una riunione fiume molto importante. Mi ha telefonato pochi minuti fa. Puoi andare in municipio se vuoi."
La madre di Adamo che sarebbe mia zia paterna insistette perché entrassi e prendessi il caffé. Mi chiese cosa facevo e come mai stavo in paese. Spiegai la situazione e il mio nuovo lavoro all'università di Napoli. Disse Adelaide:
"Adesso chiamo mio marito. Gli dico che stai qui."
Dopo un po' Adelaide mi passò il telefono. C'era il marito in linea:
"Pronto, Giovanni, come stai? Come mai qui?"
"E' lungo da spiegare. Adesso lavoro all'università di Napoli, alla facoltà di Medicina."
"Quando possiamo parlare con calma? Resti un po' qui?"
"Parto domani mattina."
"Dobbiamo vederci. Ho cose importanti da riferirti."
"Alla prossima volta. Conto di venire di nuovo qui tra una settimana o due al massimo. Devo far ripulire la casa, aggiustare la tettoia, buttare via dei vecchi mobili. Insomma devo ritornare presto."
"Telefonami nei prossimi giorni. Purtroppo ho una riunione importante e penso che finiremo tardi stasera."
"Non fa niente. Ci sentiamo per telefono."
La sera avevo comprato qualcosa alla salumeria e mangiai in casa con il focolare acceso ed a lume di candela perché la luce era stata staccata da anni. Andai a dormire presto ed al mattino all'alba ero già in pullman diretto a Napoli.
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Ero coi colleghi docenti in aula magna. C'era la celebrazione dell'ultimo giorno lavorativo di un barone settantaduenne prima del pensionamento.
"Mi scoccio. Io vado via."
Nessuno mi rispose tutti presi dal discorso. Letizia soltanto mi tirò per il lembo del camice, ma non le badai. Mi feci largo tra i ginocchi dei colleghi seduti negli scranni dell'aula magna. Il relatore faceva le lodi del prof. Araldi, prossimo alla pensione:
"...Il risultato dell'incessante e fervida attività di scienziato e di docente del prof. Araldi è sbalorditivo: oltre cinquecento pubblicazioni scientifiche, dieci dei suoi allievi che hanno raggiunto la Cattedra universitaria come ordinari..."
Non so se qualcuno ascoltò quello che dissi in corridoio appena uscito dall'aula:
"Meglio l'Impero. Meglio prima che adesso con tanti stronzi a comandare, a tirare acqua al proprio mulino"
Ne avevo fin troppo di ascoltare lodi auto-referenziali. Ero stato fatto fuori al concorso a cattedra come ordinario e cominciavo ad odiarli. In più avevo commesso un secondo madornale errore. Avevo denunciato per irregolarità il prof. Arduino, il presidente della Commissione concorsuale. La mia carriera era stroncata a meno che non fossero accaduti fatti di una tale eccezionalità da rasentare l'assurdo. Fatti che accaddero puntualmente. Ma ritorno all'esposizione ordinata degli avvenimenti determinati dalle forze oscure che tutto compenetrano.
L'ultimo scomparto prima della porta è il laboratorio di neuro - anatomia. Uscendo vidi che c'era un mio collega con cui qualche volta mi ero sfogato. Anche lui fatto fuori in un concorso universitario.
"Salvatore, come va?"
Era di spalle e faceva qualcosa col computer a schermo piatto ultima generazione.
"Giovanni, non sei andato alla festa del prof. Araldi?"
"Ne ho piene le tasche. Basta. Vado via. Due giorni di disintossicazione, via da qui."
"Guarda qui. Così ti distrai e non pensi agli stronzi."
"Cos'è?"
Si vedevano al monitor strane figure geometriche.
"Sono strutture frattali. In questo caso c'è un triangolo che ne contiene un altro che a sua volta ne contiene altri ancora e così quasi all'infinito. Immagina di prendere un triangolo pieno e di bucarlo invece di riempirlo con delle linee. Innanzitutto, si può estrarre il pezzo centrale, quindi un pezzo più piccolo da ciascuno degli angoli e così via. Alla fine, si otterrebbe lo stesso triangolo. Un grande matematico, Sierpinski incontrò i primi problemi quando tentò di calcolare la superficie di questa figura. Un numero infinito di buchi svuota ogni particella dell'area piena e quindi la superficie equivale a zero."
"Dovresti farti aiutare da un buon matematico a risolvere questi problemi. Ma non vedo che c'entrano con la ricerca medica."
"C'entrano e come! Le strutture frattali sono presenti ovunque nel nostro organismo: i villi intestinali, le fossette gastriche, le diramazioni nervose e quelle delle arterie, i coni ed i bastoncelli della retina, microvilli...sono tutte strutture che esprimono rapporti costanti."
"Interessante."
"Sì, ma non finisce qui perché penso che anche il linguaggio umano si basi su strutture frattali ad invarianza di scala."
"Difficile da dimostrare che il linguaggio umano si basi su strutture matematiche ad invarianza di scala."
"Io ci provo. A che punto stai con la ricerca sui cervelli degli schizofrenici?"
"A buon punto. Ma mi chiedo: se ottengo ottimi risultati cosa me ne viene? Mi faranno vincere un concorso ad ordinario?"
"Con la corruzione che c'è, no."
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"Questo è il punto. Comunque sto studiando alcuni casi di persone che pensano di essere possedute dal demonio, ma che in realtà, secondo me, rientrano nell'ambito della malattia schizofrenica."
"Cosa stai facendo in particolare?"
"Sto effettuando alcune metodiche d'indagine come la Doppler trans, la MRIf e la TAC cranica per misurare il flusso sanguigno di pazienti schizofrenici. Alcuni sono stati sottoposti ad esorcismi di preti specializzati, ma non sono guariti. In questi soggetti sto trovando significative differenze a livello dell'ippocampo, del Planum temporale e in alcune aree occipitali. Vorrei pubblicare i risultati su una importante rivista. Sì, ma a che serve se poi mi fottono nei concorsi?"
"Perseverare bisogna. E, bisogna avere molta pazienza."
"La pazienza ce l'hanno i monaci."
"L'università italiana e questa in particolare è un mondo a sé stante, fatto d'invidia e concorrenza sleale. Tu dici che invece bisogna fare come i monaci..."
"Ma noi caro mio, siamo come monaci. Stiamo al chiuso in laboratori o nei corridori dei dipartimenti a meditare sui massimi sistemi. Siamo monaci. Chi sta sopra di noi ha interesse ad amministrare una massa enorme di monaci che se ne sta calma a meditare."
"Bella cosa. Trascorrere i migliori anni al chiuso. Prima sui libri per laurearsi e specializzarsi, poi a cercare di fare carriera in questo ambiente di merda e poi...accorgersi che si è già vecchi, troppo vecchi per reagire. C'è troppa gente qui che interpreta il proprio ruolo come un minuscolo centro di potere."
"Ovunque è così. In particolare dopo la caduta del muro. L'onestà intellettuale, il rispetto per la propria sofferenza e di quella degli altri qui sono bandite come è stato bandito l'Impero. Amen!"
"Quanto alla mia ricerca, penso che hai ragione. Troppi calcoli matematici, rischio di arenarmi. Strutture frattali sono dovunque."
"Te l'ho detto. Devi collaborare con un bravo matematico. Ne conosco uno che farebbe al caso tuo."
"Vieni domani? Domani possiamo andare alla Facoltà di matematica a parlare con questo tuo amico."
"Adesso pausa. Devo andare al mio paese. Devo farmi una bella cavalcata con la mia cavalla, tempo permettendo. Ciao."
Di lato allo stipite dell'uscita c'era Letizia che mi chiamò:
"Giovanni, fai finta di non vedermi o andavi tanto di fretta da non vedere le persone, le persone che per te contano."
"Non ti avevo vista. Pensavo che fossi ancora in aula magna. E' che vado di fretta. Ciao."
"Ci vediamo sabato?"
"Sto andando al mio paese. Ho appuntamento con mio cugino che è il sindaco del paese."
"Ti stai allontanando da me, ecco tutto."
"Letizia, la nostra storia non ha né capo e né coda."
"Beh, quando ti va dimmelo, lo so che tu non mi puoi chiedere di più, idem io. Andiamo avanti così. Volevo parlarti anche di una cosa a livello scientifico, ma vai di fretta."
"Qualche minuto posso fermarmi."
"Meglio la prossima volta. Ho solo dei sospetti."
Ci lasciammo con un bacio fuggente di due amanti, senza essere visti.
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Letizia ed io lavoravamo nello stesso laboratorio ed allestivamo sezioni istologiche su pezzi di tumori cerebrali asportati ai pazienti operati in clinica chirurgica. Assistevo alle asportazioni della massa tumorale dai pazienti operabili e tagliavo un pezzettino della neoplasia di circa mezzo centimetro cubico, immergendolo in una bottiglina schermata con liquido fissativo di Bouin. In un secondo tempo, il pezzettino di tessuto disidratato in alcool, incluso in paraplast, era tagliato a cinque micron e colorato secondo le comuni metodiche istologiche. Questo lavoro di routine serviva inoltre a confermare l'infausta diagnosi e ad evidenziare il tipo di cellula neoplastica che aveva originato il tumore maligno. Avevamo con noi le lastre delle TAC ed eco Doppler e dovevamo localizzare con esattezza le zone corticali che risultavano colpite dalla neoplasia. Letizia mi aiutava in silenzio. Fotografavamo al microscopio i vetrini istologici più interessanti. Le foto servivano per ricerche da pubblicare su riviste scientifiche italiane o estere. Ci capitava di protrarre il lavoro oltre le 14, facendo colazione insieme, in laboratorio saturo dell'odore acre delle sostanze chimiche negli scaffali. Negli intervalli parlavamo del passato in quella fredda cittadina del nord a ridosso del muro. In quella cittadina avevamo lasciato le persone amate Lei suo marito, io Daniela e la sua famiglia. Tutti suicidati a causa di un'ombra. Ombra psichica che come un tumore maligno scavava nelle coscienze. Letizia una volta disse:
"Avevamo pensato che con il muro si salvaguardasse l'Impero. Che il muro avrebbe preservato il futuro di tutti noi, la panacea a tutti i mali. Abbiamo sbagliato."
"Anch'io ero certo che il muro resistesse in eterno."
"Mio marito ed io avevamo pensato di non avere figli per i primi anni. Se avessimo messo da parte abbastanza soldi, avremmo fatto un bel figlio facendolo vivere nell'agio. Poi la caduta del muro ci fece decidere di aspettare ancora un po'; aspettavamo che la situazione politica e sociale si assestasse. In un momento di depressione lui è morto. Sono sicura che è stata la depressione ad ucciderlo. Se solo avessi capito, lo avrei salvato."
"Non devi avere sensi di colpa. Le cose succedono e basta."
"A volte lui era depresso, ma non avrei mai pensato che arrivasse ad uccidersi."
"Già, tutti depressi come Daniela e l'intera sua famiglia. E poi, guarda caso, tutti a sognare un'ombra nera, appena illuminata da chissà cosa."
"E se l'ombra che alcuni sognano non è che la nostra anima? Diceva Caterina da Siena che per lei era possibile cogliere dell'anima solo il superficiale riflesso, come da un pozzo scuro e profondo."
"Tutto è possibile quando mancano dati obiettivi. Se la causa fosse un virus tutti si prodigherebbero a trovare la cura medica adatta. Ma qui siamo solo nel campo delle supposizioni, siamo nel campo della immaterialità."
"Può una pura ombra immateriale spingere la gente al suicidio?"
"Alcuni con idee fisse come schizofrenici, o paranoici con idee fisse fanno di peggio; possono uccidere numerose persone in un raptus."
"Avremmo dovuto costruire un altro inaccessibile muro dentro di noi."
"Sarebbe un'assurdità come il muro esterno che avrebbe dovuto preservare l'Impero dal resto del pianeta. Un muro interno bloccherebbe qualsiasi arricchimento interiore che deriva dalla continua e proficua interazione con gli stimoli del mondo esterno. Ogni cosa, anche insignificante ci arricchisce. Solo se lo vogliamo."
"L'Impero esiste ancora. Solo non poggia su un unico centro di potere e non poggia su confini e barriere fisse. Ingloba l'intero spazio mondiale all'interno di frontiere aperte ed in continua espansione."
La nostra relazione andava avanti, ma senza un vero amore che la animasse. Ci accomunava un tragico passato. Non lavoravamo neanche più insieme. Lei con le sue ricerche sui tumori maligni in particolare quelli cerebrali, io ad occuparmi di neuro psicologia. Il nostro passato appariva sempre più lontano come quel muro di confine in demolizione rapida. Continuammo a convivere sotto lo stesso tetto e ci facevamo forza a vicenda.
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Ero sceso nell'androne della facoltà. Mi aveva salutato Rita una ricercatrice più che trentenne, una volta molto bella. Alta, bella e intelligente. Oltrepassati i trentacinque anni Rita si era ingrassata. Non faceva carriera e le frustrazioni si riversavano sul suo corpo. Espletava ricerche presso il dipartimento di Fisiologia umana.
"Ciao."
Il suo sorriso sempre dolce. Divorziata con prole.
"Ciao, scusa ho fretta se no andavamo al bar di fronte."
"Ma dai, chè cinque minuti li puoi perdere."
"Non adesso, la prossima volta. Scusa."
"Aspetta. Pochi minuti. Ti devo parlare di un caso clinico particolare. Ci possiamo lavorare sopra e farci un buon articolo da presentare al prossimo Congresso di Neurologia Medica."
"Sai dove si terrà questo congresso?"
"Si dice a Trieste, ma non è certo. Allora di che si tratta?"
"Si tratta di una paziente in cura nel reparto di neurologia del nostro dipartimento. La paziente è una giovane donna secondo me schizofrenica, ma non grave. Si definisce una mistica ed ha strane visioni. Afferma di vedersi continuamente circondata da barbari. Secondo lei sono Goti che gironzolano qua e là, alcuni su grossi cavalli. Poi vede su di essi un essere gigantesco, né uomo e né donna che afferma di essere ADE, il dio di questo mondo."
"Ebbene?"
"Sto studiando tutti i parametri ematici, ormonali e la glicemia della paziente, ma non risulta niente di anormale. Tuttavia a livello cerebrale alcune onde elettriche provenienti dal Planum temporale sono chiaramente alterate. Sono onde anomale, mai osservate prima."
"Interessante. Ne parliamo al mio ritorno. Adesso devo andare, ciao."
Quando andavo al bar con Rita e ci sedevamo al tavolino in attesa del cameriere, mi veniva di sfogarmi sulle corruzioni del mondo accademico. Sapevo di avere una ottima interlocutrice anche lei in contrasto con molti professori. Anche lei convinta di aver intrapreso la strada sbagliata, piena di fiducia nella ricerca scientifica, quella vera. Ed invece nell'università e a Napoli in particolare si fa carriera solo con la raccomandazione giusta. Cominciavo a rimpiangere la vita militare, tutto sommato meno stressante e iniqua. Quando sei militare sai che se lavori bene vai avanti nella carriera. Nell'università invece sei una foglia alla balia del vento.
"Aspetta, puoi aspettare cinque minuti?"
"Dimmi."
" Voglio darti alcune fotocopie della ricerca che ho iniziato. Dagli uno sguardo, forse trovi cose interessanti. Dammi un parere, forse ne vale la pena di portarla a termine."
Aveva la macchina parcheggiata a una diecina di metri dalla mia. Se fossero stati venti metri, me ne sarei andato via con una scusa. Rita aprì il vano posteriore della macchina, prelevò dalla cartella alcuni fogli e me li porse. La salutai. Misi i fogli insieme con il quotidiano nel cruscotto della mia macchina. Uscito dal parcheggio della facoltà, presi per la tangenziale per raggiungere in circa un'ora e venti il mio paesino alle falde degli Alburni. Da quando avevo comprato una cavalla cui avevo dato il nome Gura, si può dire che ci andavo tutti i fine settimana. Biagio il mio colono ormai anziano, cugino alla lontana di mio padre accudiva la cavalla nelle mie assenze infrasettimanali. Se era buon tempo mi facevo belle cavalcate lungo il fiume, osservando il variare del paesaggio e sforzandomi di dimenticare le avversità della vita accademica. Il mondo è pieno di stronzi. Con quelle lunghe cavalcate mi disintossicavo. Un po' prima della Stazione Centrale di Napoli mi chiamò al telefonino mio cugino, il sindaco di Cardo: " Giovà, come stai?"
"Ah, caro Adamo, io sto bene... sto in macchina, ma dimmi."
"Mi dovresti fare un favore a cui tengo. Già te lo chiesi tempo fa. Tu stai in loco e mi dicesti che conoscevi uno all'ufficio anagrafe del comune."
"A disposizione."
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"Una trentina di persone si cambiano la residenza da Napoli a Cardo. Dovresti interessarti che le loro pratiche sono state ultimate. E' per le prossime elezioni. Mi capisci? Trenta voti da Napoli, più o meno altrettanti da Roma e una cinquantina da Salerno e..."
"E il gioco è fatto."
Mio cugino voleva essere certo di vincere alle prossime elezioni comunali. Dissi:
"Ma tu hai vinto con un largo margine alle scorse elezioni. Cosa temi?"
"Sono sempre elezioni e le cattive sorprese sempre in agguato. Essere riconfermati come sindaco è difficile."
"Farò come vuoi."
"Un'altra cosa. E' importante. Non fare cazzate all'università. Mantieniti calmo. Qui non siamo militari. Qui non esistono regole rigide. Qui tutto è fluido, sfuggente ed oscuro. Qui non ti puoi fidare di nessuno."
Alludeva alla mia denuncia. Quegli stronzi di baroni non avrebbero esitato a muovermi contro qualche importante politico. Dovevo dare ascolto a mio cugino, ma per altre ragioni. Gli ero riconoscente. Dopo la scomparsa precoce dei miei genitori se non fosse stato per via di mio zio il padre di Adamo, la mia vita avrebbe avuto un altro risvolto. Mi sarei puzzato di fame a continuare il mestiere di artigiano. Mestiere di mio padre buonanima e prima di lui mio nonno e bisnonno. A volte c'erano lunghi mesi di attesa, quando mio padre non riusciva a vendere le sue statue. La sua attività dipendeva dalle committenze dei preti e ricordo le sue aspettative rivolte al vescovo affinché convincesse quanti più preti possibili a comprare statue per le loro chiese. Vendeva a volte anche statue per le tombe, ma di rado. Solo le famiglie nobili del paese avevano una tomba e di rado se ne costruiva in cimitero una nuova. Ce l'aveva nel sangue il mestiere. Stuccava e allestiva statue sante di ogni ordine e grado. Ci passava le nottate con gli stucchi, il gesso, la calce, i pennelli, i colori ad olio, i solventi e le pezze imbrattate che mia madre cercava di lavare alla meglio nel fiume. Mia madre aiutata da una sorella zitella, cuciva e merlettava le vesti delle madonne, le tuniche e gli addobbi che erano i vestimenti dei santi scolpiti nel gesso. Dopo la morte dei genitori, fui in mezzo ad una strada.
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Il padre di mio cugino Adamo era medico provinciale e si prese cura di me quindicenne, a mantenermi agli studi a Napoli e a parlare col preside della Facoltà di Medicina perché, iscritto al terzo anno, potessi entrare come allievo interno nel Dipartimento di Neurologia. D'estate andavo presso il negozio di un altro zio a Salerno a fare il commesso e razzolare soldi extra da poter spendere coi colleghi universitari. Per anni la casa paterna restò chiusa insieme con il laboratorio a pian terreno. Ogni tanto ci andavo a controllare lo stato della casa. Nel laboratorio, la luce radente di due finestroni coi vetri opachi e le ragnatele rimbalzava di giorno sulle teste di quella folla di marmoree statue di calchi di gesso e di creta. In alcuni crepuscoli estivi quando il cielo s'imporpora, le statue lasciatemi in eredità sembrano animarsi come nei quadri di pittori metafisici. Allora è come se rivedessi mio padre con le mani terrose seduto dietro al lungo tavolo preso ad eseguire disegni, a modellare con le dita la creta rossa e a preparare lacche per dare il colore naturale ai volti, busti e corpi genuflessi di sante, angeli e monaci oranti. Mia madre dall'altro lato del tavolo a cucire in silenzio le tuniche e le vesti da sovrapporre a gessi e crete modellate ad arte. Entravano gruppi di preti per lo più di prima nomina, molto giovani, a gironzolare in laboratorio come in un museo e davano committenze a mio padre. Santi sugli altari, santi nelle nicchie, santi da osannare nelle processioni. Volti solenni a cui chiedere una grazia. Mio padre ne sapeva plasmare gli occhi pietosi, le mani congiunte, le ginocchia genuflesse con il giusto patimento in modo da destare il coinvolgimento del popolo nelle feste patronali e infervorare i cuori e la fede. La porta del laboratorio era rimasta sprangata per lungo tempo durante tutto il periodo passato nella Torre Quarta. I ricordi cari e struggenti chiusi nel laboratorio delle statue.
Andai all'ufficio anagrafe di Napoli come mio cugino Adamo chiedeva di fare. Mai stato all'ufficio anagrafe in Piazza Dante. L'entrata è in una traversa dei Quartieri Spagnoli, un vicolo stretto e buio cui fa angolo la cappella di Santo Antonio, con arco a punta e la statua del santo di Padova piena di fiori. L'ufficio anagrafe è al primo piano di un vecchio stabile. Salii per una ripida scalinata a chiocciola inoltrandomi in una specie di cava con una lunga volta a botte su angusto corridoio di una cinquantina di metri. Lungo le mura perimetrali, ferrei scaffali pieni di scartoffie restringevano il transito degl'impiegati. Tanfo di chiuso e cartaccia ammuffita. Dai finestroni che davano sul vicolo, aria malsana di munnezza. Non è che altrove la situazione con lo smog che c'è, è diversa, ma verso Mergellina di fronte al mare aperto, le cose sono migliori. Il capo ufficio stava in una stanza in fondo al corridoio dietro una scrivania simile a quelle nelle scuole medie, illuminata dalla fioca luce di una lampada pendente dall'alto. Sulla scrivania ingombrante computer. Alle spalle del capo ufficio un grosso poster a illustrare una scena di scioperi anni Settanta. I vestiti erano quelli, le basette lunghe dei giovani, i capelli anch'essi lunghi alla Beatles, o meglio ad assomigliare quelli di un tardo romanticismo.
"Salutatemi il dottor Palomonte. Questo è l'elenco di quelli che hanno cambiato residenza per il vostro paesino; queste le pratiche dei cambi di residenza da consegnare all'impiegato del vostro ufficio anagrafe. Statemi bene."
Strinsi la mano al capo ufficio, chiusi la borsa con i documenti ricevuti e me ne scesi per la ripida scala a chiocciola. Sbucai in Piazza Dante con al centro la statua del Poeta curva sui suoi pensieri. Prelevai la macchina dal parcheggio sotterraneo dalle parti di Piazza Municipio e dopo un po' fui in autostrada per Salerno. A Vietri lasciai l'autostrada per un buon ristorante in riviera. Seduto di fronte al mare dietro la vetrata del ristorante a picco sul mare, fui un monarca che assapora la stasi della vita beata. Sole invernale declinante e cielo terso. Il cameriere pose sul tavolo guantiere ricolme d'insalata di mare, contorni di ortaggi, polipi ripieni al forno e alici impanate. Frammezzai le pietanze col vino doc di Positano ed assaporai le rimanenti pietanze che ingoiai senza pensare ad altro. Osservai, ma senza impegno la piatta superficie marina, le creste dei Monti Lattari, l'azzurrità completa del cielo e infine, calando lo sguardo e facendo mente locale, guardai quelli che trangugiavano cibaria agli altri tavoli. C'erano due coppie, una famigliola di quattro persone e due
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anziane amiche, forse sorelle. Filosofiche digressioni della mente beata pronta alla pomeridiana masticazione con conseguente digestione ittica.
Spinosa disse che gli uomini sono come le onde del grande oceano che si elevano dalla massa acquosa oceanica solo per poco tempo e ritornano in essa mentre una infinità di altre onde fa lo stesso. Il panteismo del filosofo olandese.
. Fu il mare della costiera amalfitana a ispirarmi. Oppure i vaghi ricordi del passato con Daniela. Oppure l'ennesimo tentativo di dare un senso preciso ad una realtà fluida, difficile da decifrare. Pensai ancora.
Prima di Spinosa lo aveva predetto Anassimandro della Magna Graecia: ός ήδη τά τ'εόντα τά τ'εσσόμενα πρό τ'εόντα: l'Essere conduce gli essenti a manifestarsi impartendo a ciascuno il suo compito durante la loro (breve ) esistenza.
Stronzate.
Effettuate le riflessioni pre antipasto, mangiai fettuccine con frutti di mare, orate al forno con insalata verde e non pensai al concorso universitario, alla commissione che mi aveva trombato e alle schifezze della vita. L'Ombra, i suicidi...la vita di merda: stop. Riuscivo di nuovo a sorridere al mondo. Dopo un'ultima sorsata di limoncello andai via. Mi fermai a Salerno, a salutare gli zii che hanno il negozio di abbigliamento verso Fuorni. Da studente ci facevo il commesso, quando gli zii andavano in vacanza. Più che il commesso ci facevo la guardia perché gli zii temevano che i ladri svaligiassero tutta la mercanzia. Ad altri commercianti nei paraggi era toccata questa mala sorte ed erano falliti. Con l'attività estiva di commesso, raggranellavo soldi extra per comprarmi un paio di scarpe alla moda, una camicia alla Rolling Stone, gli stivaletti coi tacchi alla Beatles e le sigarette HB col filtro. Gli zii mi facevano il regalo extra di una maglietta a girocollo con la filiera dei bottoni come la portava il batterista dei Beatles, Ringo Star. Seguivo le novità della moda. L'estiva attività di commesso in un negozio di abbigliamento femminile aveva acuito l'interesse per la moda. Quando stavo solo disegnavo modelli di vestiti per i sarti, copiavo dalle riviste le modelle più belle ed eleganti. Fra le molte cose che si ricordano degli anni Settanta, forse la più importante è la rivoluzione della moda e la nascita del Made in Italy. Armani, Missoni e tutti gli altri destinati al successo mondiale, il prèt-à-porter come la promessa di bellezza, felicità e sesso facile anti aids. In quel decennio-laboratorio c'erano tante cose: il movimento femminista, la nascita dei Verdi, il nuo-vo cinema americano dei Coppola, De Palma, Scorsese, la musica che reagiva al gran vuoto lasciato dallo scioglimento dei Beatles e dalle morti di Jim Morrison, Janis Joplin, Jimi Hendrix producendo David Bowie, Bob Marley, i Queen o addirittura il pop scandinavo degli Abba. In Italia, quegli anni furono segnati dall'emergere del terrorismo, delle Br che toccarono il culmine con il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro. Ma allora, perché la moda? Fu il sogno ribelle del Sessantotto. Negli anni Settanta gli ex ribelli entrano in crisi di identità: non si può più definirsi politicamente. Nemmeno le utopie del decennio precedente bastano più. In questo vuoto di senso arriva la moda.
Mi erano sempre piaciute da morire le donne eleganti e...belle. Bellezza ed eleganza, attributi supremi. Bellezza, eleganza e soldi: triade insuperabile. Leggevo le riviste della moda mondiale - Adabella, Moda Giovani, Io Donna - e le modelle ritratte, dee eccelse. Ho ancora pile di giornali che parlano di moda e occupano un'intera stanza della casa in paese.
Poi tutto è crollato insieme con il muro. E' arrivata la sindrome dell'Ombra nera. Dicono che ci sia un universo a questo parallelo. E' da lì che proviene l'Ombra. Dicono, che venga in seguito ad una sconnessione, una specie di scollamento tra i due universi. Nell'altro universo l'Impero sarebbe in auge: il muro, le torri gigantesche e le legioni: eterna salvaguardia.
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Era quasi crepuscolo e zio Enrico serviva una cliente. La zia era andata dalla figlia, fresca maritata. Spicciata la cliente prendemmo il caffè fatto portare dal bar. Gli odori erano gli stessi di anni prima, ma c'erano scaffali nuovi.
"Zio, hai rinnovato un po'. Hai fatto bene. Il locale adesso sembra più ampio. C'è più ordine dietro il bancone."
"Mi adeguo al mercato. Ho tolto alcuni manichini, riducendo l'ampiezza delle vetrine. Ho guadagnato degli spazi interni, riempiti di mensole. Vendo anche materiale per tendaggi e stoffe grezze per i sarti."
Quando ci facevo il commesso, studiavo rannicchiato dietro il bancone con un libro di medicina sulle ginocchia. Passavo così le lunghe ore estive. Durante la siesta, la città era morta con il solleone sull'asfalto bollente.
"Zio, hai in esposizione belle giacche smoking e fuseaux di raso, Paul Gautlier. Anche le camicie di cotone sono all'ultimo grido. E...questo vestito volant che sembra una sottoveste dell'Ottocento. Bellissimo. Uno simile è sul giornale di oggi indosso a Maria Teresa Ruta."
"Sai che non capisco niente di moda. Sono i rappresentanti che fanno tutto. Ma è roba di qualità questa."
"Si vede. Adesso è un locale di lusso."
"Io non me ne intrigo. I rappresentanti parlano con tua zia e mia figlia. Sono negato per queste cose. Io dovevo fare il sarto. L'istinto dell'artigiano ce l'abbiamo nel sangue come la buonanima di tuo padre. Per me esiste solo cucire la stoffa e farne un bel vestito da indossare nei giorni di festa. Così era una volta. Se avessi seguito la propensione di sarto, forse sarei stato famoso."
"Famoso e ricco. Non si sfugge. Questo settore ha un unico sbocco: la moda e solo la moda. La moda imperante. La moda di qualità."
"Non ho mai vestito alla moda. Però se vedo uno che ha un vestito cucito male, subito me ne accorgo. Molti vogliono fare gli elegantoni con quattro soldi, ma si vede."
"Anch'io me ne accorgo subito. La qualità è sempre la qualità. E' la qualità che fa la differenza."
"Anche tu, se avessi seguito il mestiere di tuo padre...chissà. Forse a quest'ora saresti stato molto ricco."
"O un morto di fame. A volte ho rimpianto di aver lasciato l'esercito. Ero un ufficiale rispettato, con una carriera sicura."
"Col destino non si scherza. E' la sorte che abbiano dalla nascita che detta le regole. Tu nasci con un destino buono e sarai felice e ricco, anche se commetti molti errori. Se sei sfortunato, qualunque cosa farai per raddrizzare la sorte, fallirà. Però con lo smembramento dell'Impero penso che è stato meglio per te lasciare l'esercito che può trovarsi da un momento all'altro al centro della bufera."
"Zio, ti lascio se no arrivo tardi a casa. Saluti alla zia ed a Rosa."
Lasciai Salerno e presi per la Litoranea, la provinciale che porta a Paestum ed Agropoli. Di lato, il mare con onde fragorose rovinanti sulla scogliera e dall'altro la Piana di Eboli. Dopo l'estuario del Sele, mare e spiaggia spariscono dietro la macchia di eucalipti che più a sud, verso Paestum, è sostituita da folta pineta. Rare macchine a quell'ora invernale. Forti ventate, mulinelli di polvere e sabbia.
Stava come se aspettasse qualcuno al quadrivio di uno dei viottoli che tagliano la pineta e che dopo una trentina di metri portano in spiaggia. Distava una ventina di metri. Ero arrapato per via del pesce fresco al ristorante. Gli omega tre e gli afrodisiaci metabolizzati mi fecero decidere. Rallentai per vedere se ne valesse la pena. Alla luce dei fari doveva essere molto giovane. Stranamente elegante e non sembrava una puttana. Bellezza ed eleganza tipi anni Cinquanta. Riducendosi la distanza dedussi che era alta e sottile come piacciono a me. Alta, coi capelli scuri - se ne vedeva una ciocca da sotto il cappuccio - proprio come una del sud Italia. Aveva occhiali neri che data
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l'ora, erano per mascherare la faccia. A pochi metri era chiaro che indossasse un piumino con cappuccio bordato di volpe. Che fosse puttana era evidente. Solo quelle stanno lì a quell'ora. Rallentai di più. I fari illuminarono la microgonna e le cosce sfilate, ricoperte al di sotto dei ginocchi da stivaloni neri. Mi fermai col motore acceso.
"Salve."
Sembrò osservarmi da dietro il muro di occhiali scuri. Non rispose. Era come una statua e chissà dove guardava. Dissi sporgendomi verso il finestrino:
"Allora sali?"
"Cinquanta euro."
"Cazzo!"
"So aspettare..."
Il suo corpo costava troppo, però mi piaceva e dove c'è gusto non c'è perdenza. Le bellezze tipo anni Cinquanta quelle tipe semplici e nello stesso tempo trasgressive, mi fanno svaporare. Fronte ampia, zigomi prominenti come una contadina della zona, bocca carnosa, ma non tanto: un mèlange conturbante di tratti infantili e caratteri maturi.
"Va bene, sali."
Giorno di pazzie. M'impartì gli ordini:
"Svolta qui a sinistra, lungo questo viottolo e fermati sulla spiaggia."
Si era accesa una sigaretta. Chiese:
"Dà fastidio il fumo?"
"Non molto."
Pensieri del momento: chissà come sono le zizze? Il colore dei capezzoli poco pigmentati? E in mezzo alla cosce com'è? E' bella. Indubbiamente è bella. Aveva le fossette delle guance arrapanti che facevano risaltare ancora di più le labbra carnose. Tutto arrapante.
Mi fece sostare dietro una duna oltre la quale il maroso e le raffiche di vento la facevano da padrone. Nell'estremo crepuscolo, davanti all'addensarsi di nuvole grigie, si era affacciata la luna piena sotto le frasche mosse degli eucalipti. Aveva spento la sigaretta a metà. Una naturale inespressività brillava in quegli occhi accentuando il suo atteggiamento distaccato ed impassibile.
"Con o senza?"
Mi piaceva troppo...però meglio non rischiare:
"Con..."
Mi calzò il preservativo ultrasottile. Me lo stirò ad arte sulla stecca della verga. Disse abbassando il sedile ed aprendo le cosce:
"Fa piano, se no si rompe: è ultrasottile."
Non portava slip. Guardai prima e vidi la folta matassa dei peli vulvari come barba dai tenui luccichii debordante tra il biancore delle cosce. I sensori del glande percepirono il calore del suo corpo. La sentii respirare profondamente vicino al mio padiglione auricolare. Non gemeva proprio come le puttane di professione che scopano con la mente assente.
Nel raggiungere l'orgasmo la baciai in bocca. Accettò il bacio senza girarsi di lato. Quelle labbra tese erano il messaggio di un mondo senza passione, ma gonfio di desiderio. Dava solo sesso.
Fatto sesso, si sollevò lentamente sul dorso guardandomi con le lunghe sopracciglia inarcate. Le raddrizzai lo schienale. La osservai sottecchi mentre mi sfilava il profilattico e mi asciugava la punta del cazzo con un clinex. Davvero bella. Adesso mi piaceva di più, ma era una puttana. Viso al di fuori dei canoni estetici. Prima di scopare si era tolta gli occhiali. A meno che non avesse lenti a contatto, gli occhi erano azzurri. Non portava lenti a contatto perché lo sguardo era naturale e si vedeva che ci vedeva bene. Occhi azzurri e sguardo aggressivo. Il mio tipo. Archi sopraciliari perfetti danno profondità alla sguardo. Dubitai che fosse una vera puttana. Qualcosa nei gesti e come aveva scopato, me lo fece dubitare. Mi era parso che godesse, ma potevo sbagliarmi. Poi non aveva usato espressioni volgari da donna di strada appunto. Era stata gentile ed educata. Il tono della voce era di una signorilità di alto borgo, ma anche alcune di alto borgo fanno il mestiere per il gusto di transigere. Boh! Poteva avere sui venti anni, poi era veramente bella. Poteva fare
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l'indossatrice con quel corpo e quella bellezza. Boh! Dalla borsetta di marca - Louis Voutton, penso autentica - estrasse una bomboletta di profumo e se la spruzzò lungo il collo.
"Ti piace l'odore?"
"Bello, che profumo è?"
"Fiori di bosco. Marca svedese. Spray elettrizzante. Senti?"
Mi aveva spruzzato il profumo sotto il naso.
"Un po' pungente...un po' aggressivo."
"Toglie anche gli odori del fumo ed ha azione blanda di disinfettante e...mette K.O."
"Mi piace. Adesso profumo di fiori di bosco, in sintonia col posto dove devo andare, visto che intorno al mio paese ci sono tutti boschi."
La riaccompagnai dove l'avevo rimorchiata. Prima che aprisse lo sportello, dissi di slancio:
"Stai qui la sera?"
"No. Esco quando mi va."
"Sei molto elegante..."
"Troppo elegante per una puttana?"
"Non volevo dire questo."
"Anche tu sei elegante: scarpe sansonite, giaccone in lana tartan, maglia di cotone e pantaloni principe di Galles. Vero?"
"Tutto vero. Te ne intendi."
Stavo parlando troppo con una puttana, ma volli dire con aria di filosofo:
"Devi essere ricco, figo, abbronzato e modaiolo, sennò non esisti. Ho tutto tranne i soldi. E tu?"
"Troppe domande per uno che non conosco."
Dovevo esserle simpatico. Non aveva troncato:
"Lo fai per vizio, è così? Non lo fai per lavoro, per i soldi. Mi sembravi una che stesse in questo posto per un appuntamento importante. Una che aspetta il ragazzo..."
"Sì, non m'interessano i soldi."
Adesso sì che mi piaceva molto. Volevo rivederla:
"Allora, come posso rintracciarti?"
"Ecco il mio biglietto. Non lo do a tutti. Sei un privilegiato. Però se ci dovessimo rivedere, non farmi troppe domande."
"Ah, grazie."
Il rombo del motore mise fine alla conversazione. Allontanandomi la osservai dallo specchietto. Provai tenerezza nel vederla lì sola in mezzo alle ventate. La sua figura scomparve un una nuvolaglia di polvere e cartacce insieme col ricordo della dolce scopata. Una scopata e niente più. Assaporare la gioia senza l'amore. Assaporare momenti felici con la prima venuta, con chi ti capita.
Accesi la radio sintonizzata su una canzone di Madonna:
"Time goes...so slowly..."
Una puttana che dava bigliettini da visita come un libero professionista.
"Time goes..so slowly..."
Una puttana bella ed elegante. Una che lo fa per vizio. Troppo complicato. Buttai il bigliettino da visita dal finestrino, ma il vento me lo respinse in macchina. Mi cadde tra i piedi e non lo raccolsi. Il cazzo floscio ed appagato. Una bella scopata dopo una bella mangiata. Che volevo più dalla vita.
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La provinciale prese a risalire per le colline abbattute dalle raffiche del vento di terra. A sinistra l'ampia vallata del Fiume Calore oltre la quale la collina di Aquara ed il Massiccio degli Alburni coi paesini di Ottati, Sant'Angelo e Cornito.
Boschi cupi e silenziosi nel gelo di dicembre. Nere trame di querce e pressanti nubi. Verso la pietraia del fiume, pioppi spenti, nudi ed irrigiditi dal gelo. Ventate radenti l'asfalto e gemiti della natura dolente. Se il vento taceva, era più vasto il silenzio del mondo. Nonostante il riscaldamento avevo gambe fredde e scarpe gelate. Ebbi un attacco di panico. La strada illuminata dai fari, ondulante come nastro sottile e lucente. Alberi ad allungarsi a dismisura e ad agitare scheletriche dita. In manti di nebbia, indefinite presenze: occhi lucenti, grandi, orribili e sanguinolenti a fissarmi tra neri tronchi. Sussurri modulati dal forte vento. Anime dannate a contorcersi a lato della carreggiata, o era la polvere mulinante. Avrei giurato di aver visto donne nude emergere e scomparire nei tronchi contorti delle querce. Gemiti cupi, mormorii, grida dolenti sul flusso del fiume, grida strozzate nelle forre boscose. Anime. Anime dannate sperdute nella notte, emergenti da nubi, da mulinelli di polvere e frasche. Gemiti cupi la natura squassata levava. Frenai ed uscii dalla macchina. Respirai forte e mi stropicciai gli occhi.
Ma che è?
Temetti di stare per morire. Anossia cerebrale? Per fortuna subito dopo gli oggetti riacquistarono la giusta valenza. Tutto si fermò nella stasi dell'inverno anche se il vento continuava a fischiare e a gemere tra la ramaglia. Fui certo che si era trattato di un attacco di panico, ma non c'era da stare tranquilli. Poteva essere il sintomo di una transitoria ischemia cerebrale. Avrei dovuto controllarmi lo stato cerebrale con una TAC ed una MRI-f. L'aria fredda a sbattermi in faccia, le dita gelate, ma stavo meglio. Respirai profondamente e rientrai in macchina. Estrassi dalla borsa nel vano posteriore l'apparecchio per la pressione che misi al braccio e vidi che c'era un moderato sbalzo in alto della massima. Questo poteva dipendere dalla momentanea agitazione. Ascoltai col fonendoscopio i toni cardiaci: frequenza intorno ad 80. Non c'era da preoccuparsi. Per il momento, no. Speriamo che non è arterosclerosi, ischemia carotidea, cisti meningee...Stop. Mi stavo preoccupando troppo. Dovevo farmi le analisi ed aspettarne l'esito con serenità.
Guidai lungo la strada chiazzata dagli ovali degli anabbaglianti. Per fortuna ero nel bosco del mio comune. Senza accelerare arrivai dopo una quindicina di minuti in paese. Poteva essere nulla, ma poteva essere stata una transitoria anossia cerebrale. Preferii non chiamare qualche collega. Mi sarei fatto le analisi in privato e stop, senza dare nell'occhio, in particolare sul posto di lavoro. Tanti spioni, maligni e traditori. Poteva essere stato lo stress, il freddo, la scopata con la puttana...
Prima di entrare in paese passai per la mia casa in campagna e andai in stalla a salutare la cavalla. Biagio le aveva dato la giornaliera razione. La mangiatoia semipiena di fieno e biada. Appena accesi la luce, Gura si mise in agitazione muovendo il posteriore da un lato all'altro. Le accarezzai il collo e rispose con un nitrito.
"Domani mattina presto ce ne andiamo per la vallata."
Gura sembrò accennare di sì, muovendo avanti ed indietro la testa e facendomi un altro breve sbuffo. Gura s'era scocciata. A ragione era impaziente di stare legata alla mangiatoia anche se il mezzadro Biagio, se non faceva molto freddo o pioveva, la portava per i campi a pascere. In tarda mattinata sarei andato in municipio da mio cugino a portargli la documentazione richiestami. Prima di chiudere la stalla gridai a Gura:
sembrò accennare di sì, muovendo avanti ed indietro la testa e facendomi un altro breve sbuffo. s'era scocciata. A ragione era impaziente di stare legata alla mangiatoia anche se il mezzadro Biagio, se non faceva molto freddo o pioveva, la portava per i campi a pascere. In tarda mattinata sarei andato in municipio da mio cugino a portargli la documentazione richiestami. Prima di chiudere la stalla gridai a : "Domani ce ne andremo per il bosco e la vallata. Promesso."
Rispose con un lungo nitrito. Avevo comprato Gura alla fiera di san Vito che si tiene ogni anno a settembre lungo il fiume, tra le colline di Cardo e di Felitto. Avevo poi affidato la cavalla alle cure di Biagio. Avevo appena chiuso i battenti della stalla che mi girai a guardare il cielo, forse per vedere se il tempo peggiorasse. Tra squarci di nuvole scure vidi una scia luminosa. Mi era parsa la falce della luna, ma era una lunga scia come un nastro. Era lucente, molto lucente. Si spostava con
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direzione est, sud-est. La scia attraversò lo spessore delle nuvole e sparì dietro la montagna di Novi Velia. Non era un asteroide, di certo. Non era una cometa. L'oggetto luminoso poteva essere lungo una cinquantina di metri e fu come se nel cielo buio si fosse aperto uno spiraglio di luce abbagliante. Mi devo fare le analisi al cervello. Però fui certo che non era stata illusione degli occhi.
Me ne andai a casa e parcheggiai la macchina nella vecchia rimessa a pian terreno. Volevo starmene solo. Andai in cucina; feci fuoco con la legna accumulata a lato del camino; accesi la tivù e mi controllai di nuovo la frequenza cardiaca e la pressione. Tutto normale. Forse il male stava nella circolazione cerebrale. Dovevo farmi le analisi al più presto. Dovevo togliermi i dubbi sulla mia salute. La settimana seguente mi sarei sottoposto alle visite del caso. Per adesso tutto sembrava normale. Stappai una bottiglia di spumante ultra vecchio che avevo in cantina. Da buon medico sapevo che quando si può, il vino fa bene. Però che ne sapevo se stavo davvero bene? Mi tastai il fegato sotto l'ipocondrio destro. Secondo me l'organo era normale. Per scrupolo, allo specchio che tenevo in borsa, mi osservai le mucose di bocca e occhi: tutto bene. Non c'era ittero o altro. Mangiai un pezzetto di carne arrostito sulla brace, più un paio di bicchieri di vino.
Lessi sommariamente le notizie del quotidiano comprato a Napoli in mattinata e diedi uno sguardo di sfuggita alla ricerca della mia collega Rita. Lessi le frasi che la giovane schizofrenica - seguita in clinica - aveva pronunciato e Rita aveva annotato. Erano frasi in latino, ma di lato c'era la traduzione in italiano:
Movimenti - tanti motus incitari possunt...- così grandiosi non potrebbero d'altronde svolgersi in silenzio, ed è un fatto naturale che la Storia umana produca da un lato suoni gravi dall' altro acuti. La sfera della guerra la più bassa di tutte emette suono grave. La nona sfera quella di ADE resta immobile - nam ADES nona immobilis manens...- al suo posto, al centro dell'animo umano.
Prima di dormire mi sarei controllato di nuovo la pressione ed il cuore. Cercai di distrarmi con la tivù. Non so perché, ma mi venne di scolarmi l'intera bottiglia e presi sonno sul divano davanti al televisore acceso. Ero in crisi. L'onda del passato si gonfiava: Daniela. I giorni passati. La Torre Quarta svettante contro i nemici dell'Impero. Daniela impiccatasi in casa. Il passato ineliminabile come una maledizione. Ero complice del mio passato? Si può eliminare ciò che è radicato nel profondo? Le nostre radici scavano nelle nostre profondità. Il nostro essere è dunque radicato nel passato? L'attacco di panico doveva essere il sintomo di questa crisi esistenziale.
Stavo più tranquillo nella Torre Quarta. Ogni volta che ero in seria difficoltà dicevo la frase: stavo meglio nella Torre Quarta. Adesso però ero nella mia casa nativa accarezzato dal vento della mia terra. Mi sentivo forse un sopravvissuto?
Feci uno strano sogno, ma quale sogno per noi viventi in un mondo dominato dalla logica, non è strano? La mia proprietà di Chiusi li Ninni nella zona occidentale della collina, invasa dall'acqua. Si era formato un grosso fiume che fluiva tanto lentamente da sembrare un lago. Nel fondo limpido era possibile scorgere le pietre bianche e tonde della vallata. Guardavo nel fondo tra la pietraia per vedere se c'erano pesci e m'impressionava la grande quantità d'acqua dai vaghi riflessi oltremarino. Una massa d'acqua aveva allagato la mia proprietà. Timoroso cominciavo ad immergermi nel fiume - lago. Sotto il pelo dell'acqua il volto inespressivo di Daniela.
A quel punto mi ero svegliato. Andai in bagno meditando su tante cose estranee, assurde, che entravano in me.
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All'alba mi svegliai in modo definitivo. Il camino spento e folate di vento alle vetrate. Pensai che piovesse. Cielo statico, uniforme, venato di luce verdastra ad oriente dove stava spuntando il sole. Non pioveva, ma ogni tanto si levava il vento di terra strisciando sull'asfalto, invisibile flusso. Andai giù a vestirmi per la cavalcata. Prima di salire le scale, diedi uno sguardo alla porta sprangata del vecchio laboratorio delle statue. Ci lasciavo la chiave in toppa e aprii la porta. La debole luce dalle vetrate sulla moltitudine dei crani di gesso e creta. Volti estatici, sospesi in lunghe preghiere. Prima di uscire all'aperto, mi controllai di nuovo pressione e frequenza cardiaca. Tutto normale per il momento. La testa poi nonostante il vino scolato la sera prima non mi girava. La causa delle visioni e del panico forse a stress. Avevo pensato di telefonare al dottore che mi aveva visitato nella Torre Quarta, poi decisi di no, per evitare inutili allarmismi. I miei sogni e le visioni erano esenti da nere ombre. Non ero affetto dalla Sindrome dell'Ombra Nera. Questa fu la mia diagnosi.
Accesi il motore della macchina ed andai in campagna al casolare. Liberai la cavalla dalla cavezza che la legava alla mangiatoia e una volta sellata, puntai giù verso bosco e fondovalle. Avevo a tracolla il tascapane con la bottiglietta di acqua, un cardiotonico per ogni evenienza, il telefonino e cianfrusaglia. Intricati rovi di siepi ed agavi sui bordi del vallone che affianca il bosco e gli strapiombi franosi. Presi per la vecchia mulattiera interrotta da pantani. Il sentiero s'inoltrò come un canalone nell'intrico delle radici di querce, faggi, aceri, ontani, agrifogli e tassi. Più giù verso il fiume, il viottolo si perdeva tra carpini neri, pioppi tremuli, lecci, saliconi rossi, olmi, mirti, lentischi e mortelle. La cavalla evitava di scivolare sull'argilla procedendo a rilento. Raggiunsi infine la radura pianeggiante delimitata dal bordo del fiume con acque vorticose e torbide.
"Brava Gura, ce l'abbiamo fatta."
La cavalla sollevava la testa portando le froge in avanti; annusava l'aria umida e fredda. I suoi muscoli pronti a brevi scatti, balzi e salti su fossi e conche. I suoi fianchi infossati che si contraevano per la respirazione e la pelle rossiccia coi fremiti da freddo. Al fondo delle strette valli che scendono verso il fiume lungo il costone del colle, la nebbia si diradava allungandosi verso squarci di cielo. Gura leccava foglioline e con labbra e lingua le tirava in bocca insieme con fustagni che masticava e ingoiava. Oltre l'ammasso di siepi, frasche e pioppi, le grigie rovine di una chiesa e ruderi di un antico paese distrutti da Federico II di Svevia, in lotta contro il papato.
Tempo della vita e tempo della morte, scintille di una ruota che gira irrefrenabile. Tempo delle passioni, degli eroismi, della gioventù; tempo del silenzio...del nulla e della morte. Dovevo riprendere a lottare. Lottare in quell'ambiente di merda che è la facoltà di Medicina a Napoli. Non potevo soccombere. Trovare una strategia vincente. Non potevo attendere che i giorni mi cadessero addosso come un'altra trafittura di coltello.
VIVERE, VIVERE,VIVERE.
Vuoto senza fondo. L'esistenza può mostrarci questo vuoto infinito? Lasciare di nuovo la mia terra, l'università di Napoli per lontane avventure? Non ero più giovane e nell'economia globale non c'erano più confini da difendere. Anche per questo l'Impero si era disgregato. Fui nei pressi del vecchio cimitero abbandonato negli anni Sessanta per far posto all'attuale che si trova dalla parte opposta della collina. L'ammasso di rovi e mortelle lo stava invadendo a cancellarne gli ultimi ricordi. Cercai di penetrare con lo sguardo attraverso l'intrigo selvoso dei tronchi e dei rami spogli. C'era ancora il vecchio muretto di due metri di altezza che lo delimitava, deformato e lesionato dagli slittamenti del terreno argilloso e dai sommovimenti delle radici. C'erano vecchie lapidi sghembe ed annerite con date e frasi appena leggibili; qualche croce di ferro arrugginito e nicchie sventrate, affondate nel verde selvaggio. Il vecchio cimitero così com'era, andava protetto per contrastare il tenace assedio della vegetazione circostante. Ci voleva una nuova recinzione e nuovo cancello d'ingresso. La carenza cronica di risorse comunali lo aveva lasciato deperire con la sterpaglia che a poco a poco lo ricopriva e dissolveva. Con briglia e talloni, spinsi Gura ad addentrarsi nel groviglio di siepi che delimitava da un lato il bosco. Querce, felci, pioppi, siepi e cardi secchi formavano i tentacoli del bosco che s'infoltiva nelle vallate. La macchia si addentrava
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lungo i fianchi del Massiccio degli Alburni, permeata di un profumo asciutto e pungente, più intenso negli avvallamenti e conche fino a stordire. L'effluvio balsamico dei legni resinosi si spandeva in un flusso invisibile per tutta la vallata. Attraversai un sentiero nascosto che s'insinuava nella penombra verde e umida rischiarata in alto dalla luce del giorno spiovente tra gli ammassi dei rami. Arrivai in uno spiazzo disboscato da dove si vedeva la marea ondeggiante di verde, arancione e giallo della macchia mediterranea. La cavalla si stava agitando come se avesse intravisto un fantasma davanti a sé. Anche a me parve di vedere una donna seminuda, diafana. La visione durò pochi secondi. Rimasi interdetto. Mi era parso di osservare una specie di statua di vetro, o meglio una lastra di ghiaccio a forma di una bella donna col seno scoperto. Non l'avevo vista bene, il volto seminascosto da dietro una frasca. Gura era nervosa. Cercai di calmarla. Levò un nitrito.
"Mi devo fare una TAC".
Fui molto preoccupato. Le visioni improvvise adesso si ripetevano. C'era qualcosa nel mio cervello, forse nei lobi occipitali a livello di corteccia visiva o altrove. Qualcosa nella mia mente che non andava per il suo verso.
Ero nei pressi della Rupe ardesia. Si vedevano nel lato inferiore le strie lasciate dalle seghe di acciaio, quando la tagliarono per ordine di mio padre che ne utilizzò una parte per una statua. Dal lato opposto i quattro stampi di mano risalenti al neolitico. Le impronte delle mani avevano uno speciale significato simbolico. La mano e la pietra ricoperte dallo stesso pigmento erano un unico corpo, fatto della stessa materia. Togliendo la mano dalla superficie rocciosa, l'immagine in negativo di essa, l'icona stessa dell'individuo, sembrava passare dall'altra parte della roccia, per entrare nel mondo degli spiriti. Mio padre aveva pagato una grossa somma per ricevere da don Ettore Majorana quel pezzo di roccia. Avevano fatto tutto in segreto per evitare grane con la Sovrintendenza. Sopraggiunse la musica rock del telefonino. Gura girava gli occhi stralunata e dondolava la testa di lato. Prelevai dal tascapane il telefonino (la cavalla nel frattempo si era fermata a brucare erba pallida da un dosso).
"Pronto"
"Giovà, sono io, quando mi porti i documenti? Sono quasi le dieci."
"Tra un'ora va bene? Sto in campagna con la cavalla."
"Vieni presto, devo comunicarti una cosa importante. Sei vicesindaco, ma spesso te ne scordi."
"Guai in vista?"
"No, grosse novità invece. Buone novità. Vieni presto."
Dissi a Gura mentre tiravo la briglia da un lato: "Dobbiamo rientrare, il padrone ci chiama."
Il fiume svolgeva lunga curva con iridescenze porpora e luccichii d'argento. Eraclio disse:
Per le anime è morte diventare acqua;
e per l'acqua è morte diventare terra.
Dalla terra sorge l'acqua e dall'acqua l'anima.
L'anima vuole continuare a fluire, vuole penetrare. Pensai al sogno della notte prima. Immergersi nell'acqua significherebbe rigenerarsi nel profondo. Significa rigenerarsi nell'anima. Nel mio sogno indugiavo ad immergermi nell'acqua del fiume - lago. Temere le acque del sogno è temere di essere circondati e sommersi nel corpo all'interno di un ciclo che per l'anima è godimento. Questo ciclo che l'anima attraversa è: immersione in acqua, penetrazione con l'acqua del sottosuolo ed emersione tramite una fonte. Mio cugino aveva insistito perché nelle elezioni mi presentassi nella sua lista al comune di Cardo. Vinte le elezioni fui fatto vice sindaco, ma con molte riserve visto che la mia attività lavorativa era a Napoli alla II Facoltà di Medicina. Avevo completato anche gli accordi con Biagio che aveva accettato oltre che di badare alla mia cavalla, di coltivare una parte dei mie terreni. Più non poteva fare avendo superato i sessanta anni. A volte la moglie lo aiutava in campagna, ma mi rendevo anch'io conto che più di quello che facevano non era possibile.
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Fui in municipio verso le undici dopo doccia, sbarbatura con sapone Gillette Mach tre, rasatura con quadrilama Wilkinson (sword), il balsamo after shave Gaulttler, dentifricio Durbans (activ), con vestito, cappotto e sciarpa Gianni Versace. Entrai dal sindaco che stava solo. Si può dire aspettasse proprio me. A volte gli occhi di mio cugino il sindaco si muovevano febbrili ed opachi. Occhi di drogato. Mi ricordava lo sguardo spiritato di un militare con devianza sociale che avevo curato quando ero in carica all'interno della Torre Quarta. Non so perché mio cugino sembrava a volte un invasato, ma così era. Uno mezzo ossesso, mezzo automa e mezzo pazzo. Disse:
"Giovà, allora hai fatto buone cose al catasto?"
"Missione compiuta. Per le prossime elezioni una trentina di persone nostri parenti alla larga, hanno trasferito la residenza da Napoli in questo paese di merda. Ecco l'elenco e tutta la documentazione ricevuta all'anagrafe. Ci sarebbero oltre venti ex paesani che vivono nella provincia di Napoli e che potrei rintracciare. Forse alcuni si convinceranno a farci il favore di trasferirsi momentaneamente qui. Non è molto, ma neanche poco."
"Ci sono circa cinquecento votanti e duecento voti sono sicuri al cento per cento. La cosa è incerta. Io devo vincere se no tutti i soldi che arriveranno qui, saranno gestiti da un altro."
"Quali soldi?"
"Eh, tu non sai mai niente. Tu te ne stai a Napoli dietro ai camici dei tuoi baroni. Dobbiamo essere vigili per le prossime elezioni. Adesso ti dico cosa c'è in progetto in queste zone. Grossi progetti e molti milioni di euro! Perciò ti dicevo: non fare fesserie coi tuoi baroni di Napoli."
Bussò alla porta il vigile:
"Sindaco, chiedo scusa, ma c'è qui don Ettore Majorana che insiste a voler entrare."
Mio cugino stralunò gli occhi per far vedere che era una grossa scocciatura. Disse:
"Stamattina non ricevo nessuno."
Don Ettore Majorana, si fece strada tra il vigile e la porta ed entrò prevenendo la mossa del sindaco che vistolo entrare, aveva gridato:
"Don Ettore Majorana, non c'è niente da fare. La proprietà dall'altro lato della valle, vi è stata confiscata. Già è pronta la gara per farci passare la strada interpoderale e più giù il cimitero nuovo."
" Io ho messo due avvocati..."
"E' inutile che protestate e ci mettete di mezzo gli avvocati. E' tutto deciso."
"Ma ci vivo sopra. Ho una rendita, ci produco il mio vino e l'olio. Voi mi rovinate."
"Don Ettore Majorana, ma voi siete pieno di terreni. Avete decine di ettari abbandonati verso il fiume. Le vostre sono solo scuse. I vostri figli sono sistemati altrove e siete solo voi qui che come pensionato vi fate le vostre camminate pomeridiane in campagna tanto per fare qualcosa."
"Sindaco, io le terre le coltivo ancora. Quelle terre che volete espropriarmi sono tutte coltivate ad uliveto e vigneto. Le zone incolte sono in affitto al pastore che ci pasce le pecore. Voi lo sapete. E' uno sfregio, uno sfregio bello e buono."
"Quello che è deciso, è deciso."
"Non è deciso niente. Vi darò il fermo. Vi faccio vedere io...quella terra per me è sacra."
"Voi non coltivate un bel niente. Avete è vero dei pezzi di terra coltivati, ma il resto delle vostre terre è abbandonato. A voi piace fare lo scienziato e andate a farlo altrove."
"Io faccio quello che mi pare e piace, dovunque. Non devo rendere conto a voi."
"Ma se tutti lo sanno che avete abbandonato i vostri amici scienziati a Berlino per starvene qui in paese da pensionato. Avete avuto paura e vi siete rifugiato qui."
"Le terre sono mie e non me le togliete. Non cambiamo discorso."
Spazientito mio cugino aveva detto al vigile che sbucava con la testa da dietro don Ettore Majorana:
"Carmine, per favore fa accomodare fuori quest'uomo."
Don Ettore Majorana ancora più furioso:
"In quel terreno c'è una roccia sacra. Una roccia che ha un valore inestimabile: la Rupe ardesia. Voi lo sapete. Tutti qui lo sanno che quella roccia è un simbolo per la mia famiglia. Lo stemma sul mio
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portone è fatto di quella roccia. La storia della famiglia legata a quella roccia. Io ci faccio ricerche scientifiche su quel tipo di roccia."
"Ve l'ho detto le ricerche scientifiche avreste dovute farle a Berlino con gli altri scienziati. Invece ve ne veniste qui per paura della guerra che l'Impero stava per iniziare contro gli asiatici."
"Quella roccia è molto importante. Ho avuto delle sovvenzioni statali per effettuarci delle ricerche scientifiche. Mi opporrò. Quella roccia è sacra."
"E' tanto sacra che anni fa la faceste tagliare per venderla al padre di mio cugino qui presente."
"Quel taglio ebbe uno scopo preciso. Fu ricavata una statua."
"Professore, andate via."
"Ma lo volete capire che quella roccia ha un grande valore scientifico e simbolico. Tra qualche mese ci farò una pubblicazione scientifica. Vi dimostrerò che la composizione chimica di quella roccia è del tutto eccezionale. Forse si tratta di un meteorite."
Adamo Palomonte disse:
"Non ce ne fotte. Quello che è deciso è deciso."
Il professore Ettore Majorana se ne andò sbattendosi la porta dietro, imprecando per la scalinata. Col busto in torsione verso l'altro, allungando il collo, aveva di nuovo imprecato:
"Che vi credete che sono solo? Tutti quelli che non vi hanno votato stanno con me."
L'ampio androne fece eco alle grida forsennate. Era accorso il vigile allarmato e quello a gridare sull'atrio del municipio:
"Che tempi! Una volta tutti ci leccavano i piedi. Tutti i morti di fame venivano davanti casa ad elemosinare. Adesso mi espropriano la proprietà. La stessa proprietà che ha dato lavoro e sfamato i vostri padri e bisnonni."
Più il vigile cercava di calmarlo spingendolo fuori e più gridava:
"Cani. Cani maledetti. Ve la farò pagare cara. Trattano così uno scienziato come me."
Il sindaco - era a tutti chiaro - con l'esproprio si vendicava contro don Ettore Majorana che da anni gli faceva propaganda contro durante le elezioni comunali. Subito dopo la guerra del "45 contro la Gente del Sud, il padre di Majorana era stato anche sindaco. Adesso si doveva rassegnare. Rassegnare ai nuovi tempi e alla nuova politica attuata da Palomonte. Dissi la mia:
"A quello lo fai morire di colera. E' affezionato alla proprietà. Ti darà filo da torcere. Perché non cercare un accordo alla buona?"
"E' ostinato. Mi odia. Butterà via i soldi con avvocati e preture. C'è la delibera comunale e c'è il parere vincolante in nostro favore della Provincia. Il Presidente regionale è con noi. Non può fare niente. Deve arrendersi. Il Presidente regionale conosce i giudici. Deve arrendersi."
"Morirà di crepacuore."
"Un nemico in meno."
"Quand'ero ragazzo - potevo avere sì e no sugli dieci anni - ricordo che mio padre davvero commissionò un pezzo di quella rupe per farci una grossa statua. Ricordo quando scaricarono col camion il masso davanti casa. Lo ribaltarono facendolo cadere su grosse balle di paglia. Tutti noi ragazzi assistemmo alla scena. Mio padre andava matto per quella pietra che ha il colore della carne umana. Ottima per le statue."
"Ma non solo per le statue. Giovà, ne so qualcosa anch'io. Alabastri, pietre venate, ametiste, lapislazzuli e ardesie fanno da sfondo naturale a soggetti sacri e profani, a nature morte, a scene di genere. Era l'ambiguità di questi oggetti a piacere tanto a chi in passato li commissionava, perché stavano a metà strada tra natura e artificio. A casa, te la devo mostrare, ho una collezione di pietre dipinte."
"E' un campo del collezionismo molto particolare, a lungo negletto per varie ragioni, non ultima quella che le pietre dipinte - prese singolarmente - hanno uno scarso valore in termini d'arredo."
"L'ardesia dipinta nella bottega di Paolo Veronese, la pietra siglata da Luca Giordano o gli esemplari notevoli di un grande e prolifico pittore che si chiamava Antonio Tempesta. Ci sono anche opere di Fra' Paolino, allievo di Raffaello, e altre che vengono dalla corte di Rodolfo II a Praga. Poco tempo fa ho saputo di due ardesie dipinte da Orazio Gentileschi, altre due sono
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appartenute con certezza a Cassiano del Pozzo, uno dei grandi intellettuali del Seicento italiano. Federico Zeri individuò due lapislazzuli provenienti dalla collezione del cardinale Fesch, lo zio di Napoleone. Non direi che è un tipo di collezionismo di secondo piano."
"Per questo vuoi confiscare quel terreno a don Ettore Majorana, per fare a pezzi quella roccia rossa, la Rupe ardesia? "
"Mia moglie fa collezione di strumenti a tastiera del Settecento ed io di pietre dipinte."
"Allora ho ragione io. Il fine è questo."
"Al limite ci ricaverò delle statuine scolpite da un bravo artista che conosco. Lo scopo però non è questo. Bisogna investire i soldi che arriveranno. Qui tutto sarà diverso, anche noi."
Il sindaco cominciò a sfregarsi le mani. Sintomo positivo. Disse abbassando la voce:
"Giovà, ieri pomeriggio - mi raccomando la cosa al momento è segreta - ieri pomeriggio mi ha chiamato per telefono il Presidente delle regione in persona. Hai capito?"
"Che voleva?"
Andò ad assicurarsi che dietro la porta nessuno ascoltasse. Venne verso di me a parlarmi a bassa voce. Gli brillavano gli occhi:
"Giovà, il Presidente della regione ha in mente grandi progetti. Grandi progetti per questo sperduto paese. Vuole farci proprio qui, un grande museo di Pop Art come richiamo di artisti e di giovani da ogni parte. Bisogna puntare sulla creatività giovanile. Questa è la nuova bibbia. A noi ce ne fotte della creatività giovanile. Importante che qui arrivi una valanga di soldi."
"L'idea non sarebbe male. Dal punto di vista geografico questo paesino è al centro del Cilento, crocevia di tre regioni: la Calabria, la Lucania e la Campania. La cosa non mi meraviglia molto."
"Ma non ci sarà solo il museo. Il Presidente mi ha parlato anche dell'istituzione di una sala per congressi di oltre cinquecento metri quadrati ed un edificio per il cineforum. Ci sarà anche una grossa biblioteca distinta in due settori: tradizionale e mediatica."
"Arriveranno parecchi milioni di euro."
"E' così."
Adamo si era seduto alla scrivania, accavallò le cosce e disse:
"Il nuovo cimitero sarà spostato più a valle. La zona della Rupe ardesia ospiterà questo nuovo museo di Pop Art. Una grande attrazione. Un'attrazione mondiale e per me un trampolino di lancio per chissà quali traguardi. Capisci?"
"Come no."
"Il museo ospiterà pitture di Andy Warol, del suo allievo Jean - ichel Basquiat, di Futura..."
"Ma sono quadri che valgono milioni di euro."
Si era alzato trionfante. Avvicinatosi disse.
"Il Presidente della regione ha garantito che i soldi già sono in banca pronti per l'acquisto o il fitto delle opere. Assumeremo personale per la secutity, bibliotecari, addetti alle pulizie."
"Ci saranno attività indotte come ristoranti, pizzerie, qualche albergo..."
"Questo paesino, hai capito, sarà il fulcro della rinascita dell'intera provincia. Il Presidente della regione ne è convinto."
"Potremmo allogarci anche le statue che i miei mi lasciarono in eredità e che occupano l'intero laboratorio a pian terreno. Potrei affittare il locale liberato dagli ingombri e farci un bar."
"Non si sa mai. Magari in uno scomparto a parte ci sarebbe posto per i santi e monaci di gesso che tuo padre artigiano ti ha lasciato. Sono sempre un'attrattiva."
Vedeva arrivargli una pioggia di soldi. Si vedeva sommerso dai soldi. Soldi che sarebbero confluiti in parte nelle sue tasche e in parte controllati indirettamente da lui. Soldi e potere. La sua felicità. Soldi, potere ed un futuro radioso, con me al suo fianco. Chi se no. Palomonte da dietro la scrivania come un monarca disse:
"Tutto sarà diverso qui. Anche noi. Per noi potere e gloria."
"...E soldi."
"Adesso pensiamo ad altro. Devo sfogare questa gioia improvvisa."
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Era smanioso ed aveva cominciato a passeggiare avanti ed indietro rasente il muro, tra muro e scrivania. Temetti guai in vista, guai un po' seri come una denuncia anonima contro l'amministrazione comunale. Come vice sindaco potevo essere coinvolto in qualche denuncia come abuso di ufficio o roba simile. Sedutomi dall'altro capo della scrivania chiesi:
"Sindaco che c'è. Qualche scocciatura in vista?"
"Niente...niente Giovanni, caro il mio docente, caro amico nonché parente e vice, dobbiamo fare quel festino riservato nella mia villa, in campagna. Dobbiamo festeggiare gli speciali eventi. Mi ammorbo. E' dura con tutta questa gentaglia di campagna e di pensionati che non hanno niente da pensare e che si oppongono ad ogni esproprio e poi ci sono quelli che vatalejano nei bar. Se non c'inventiamo un diversivo, ci rincoglioniamo appresso a loro. E' un paese di morti viventi."
"Ci penseremo noi a resuscitarlo ed a trasformarlo."
"Altrove ci sono le guerre oppure ci sono lavori pubblici a non finire. Qui c'è la stasi assoluta."
"Per adesso. Tra poco con tutti quei soldi che arriveranno, il paese sarà irriconoscibile."
"Sì ma adesso mi ammorbo. Al presente c'è da diventare nevrotici, solo la televisione a riempire le serate."
"Sindaco, ti riferisci a quella particolare festicciola in cui si gioca allo scambio di coppia?"
"Giovà, parla piano...anche le mura hanno le orecchie."
"Meno male, pensavo a qualche ricorso o ad una denuncia anonima spedita al maresciallo."
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Il nervosismo del sindaco collegato a carenza di extraconiugali sfoghi. Necessità di scopare con una diversa dalla moglie ed il festino particolare cui alludeva, sarebbe stata questa opportunità ritemprante. Sia per il fatto di essere sottoposto, sia per differenza di età di quasi cinque anni più giovane di lui, sia perché si sentiva più importante, mi veniva di chiamarlo sindaco anziché Adamo. Per la precisione, questa parentela con il sindaco proveniva da mia madre sorella del padre.
"Giovà, ma ti vedo moscio stamattina, che c'è? Hai qualcosa? Ti vedo stanco e moscio."
, ma ti vedo moscio stamattina, che c'è? Hai qualcosa? Ti vedo stanco e moscio." "Sono solo frastornato. Stanotte ho dormito male. Incredibile..."
"Che cosa incredibile?"
"Sindaco, non hai mai assistito ad un evento anormale, qualche anima dell'aldilà che ti è apparsa, qualche disco volante in cielo.. .un morto che ti ha parlato..."
"Sì, è strano che a te non l'abbia detto. Lo dissi allora a mio padre, ma stava travasando il vino e non mi ascoltò. Ero con Gennarino, il nostro amico che adesso insegna a Varese. . . Ho riferito il fatto però a poche persone. Noi politici siamo subito messi alla gogna. Subito esce fuori qualcuno ad affermare che stravedo..."
"Dì. La cosa m'interessa e poi ti dico perché."
"Nell'orto della famiglia Pepe che sta in fondo a Costa dell'Olmo.. .hai presente quest'orto?"
"C'è ancora una vecchia rete metallica che delimita la proprietà dei Pepe dalla stradina comunale."
"Proprio lì, in fondo allo stradino - potevamo avere circa dieci anni - vedemmo un grosso disco volante di forma ovoidale di un colore tra rosa ed arancione. Il disco volante si adagiò nell'orto poco oltre il reticolato di ferro. Gennarino ed io rimanemmo incollati alla rete metallica, poi fuggimmo via. Era di giorno. Andai a casa di corsa a chiamare mio padre che travasava il vino. Fu infastidito dalle mie urla e mi menò via. E tu cosa hai visto?"
"E' stato ieri pomeriggio dopo le 20. Ho visto una striscia lucente sopra le montagne di Cornito. Come te non ho chiesto conferma in paese per non essere preso per fesso. E' la seconda volta che mi accade. Forse mi devo far visitare da un neurologo. La prima volta fu nel 1987."
"Non ci pensare..."
"Però nel 1987 vidi qualcosa di più sorprendente."
"E che vedesti?"
"Era il mese di novembre del 1987, verso le 17,15. Vidi prima un striscia lucente che si spostava in alto verso il centro del cielo al di sopra del Massiccio degli Alburni. Mi chiesi: ma che è, la cometa di Halley? Volevo dare un senso logico a ciò che stavo vedendo. La televisione in quel periodo parlava di questa cometa in avvicinamento al sole. La striscia si sdoppiò in numerosi cerchi grandi con un punto centrale. I cerchi disposti a formare una croce. All'interno della linea di circonferenza di ciascun cerchio roteava con regolarità un punto ancora più luminoso. Nel cielo terso, pulito dal Borea, la visione fu nitida. Vidi come ho detto, prima una striscia luminosa e poi una grossa croce. Dopo alcuni secondi la croce scomparve come quando si spegne la luce con l'interruttore."
"Giovà, anche per distrarci da tante cose e da tante fesserie. . .dobbiamo fare quel festino. Lasciamo agli altri la soluzione di questi enigmi del cazzo. Scusa. Sono UFO. La gente non ci crede. Tu ed io abbiamo visto qualcosa, ma adesso pensiamo ad altro. Pensiamo a come fottere...."
Quella cosa ce l'aveva fissa in testa.
ce l'aveva fissa in testa. "Sindaco, ma sono fatti che comunque turbano. Lasciano l'amaro in bocca."
"E non ci pensare. Pensiamo a cose belle. Noi dobbiamo fottere gli avversari con la politica e le belle donne col cazzo."
Il festino cui alludeva avveniva tra una stretta cerchia di persone fidate e consisteva in un particolare gioco a sfondo sessuale: lo scambio del proprio partner per una notte. Il secondo festino con lo scambio di coppia era stato quattro anni addietro. Vi avevo partecipato in licenza, da militare. Da allora questo particolare rito, con scadenza annuale, si rinnova nella villa del sindaco, il dottor Adamo Palomonte. La prima volta, stando a quanto il sindaco mi ha confidato, non c'era l'idea di scambiarsi le mogli, ma ad una certa ora di notte dopo aver bevuto troppo, la festicciola
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ristretta a pochi amici, si trasformò in una vera orgia. Aveva cominciato la moglie dell'ingegnere P. con lo streep theese. Nella mente del sindaco si fece strada l'idea geniale di fare una sola volta all'anno, un festino molto riservato nella villa di campagna col gioco dello scambio di coppia. Per essere esatti gli eventi che portarono ad inaugurare la serie annuale, ebbero inizio subito dopo la vittoria elettorale del dottor Adamo Palomonte. Per festeggiare la vittoria in neo-sindaco indisse un gran ricevimento cui parteciparono in molti ad eccezione degli avversari politici più accaniti, categoricamente esclusi. Il dottor Palomonte aveva adocchiato le mogli più affascinanti dei suoi amici e sostenitori. Ebbe subito l'idea di fare un'altra festa più intima, con pochi invitati tre o quattro coppie al massimo, presso il suo villino in campagna. Per stimolare gli animi e renderli propensi alla trasgressione, si fece dare dal veterinario comunale - adesso dipendente della ASL di Roccadaspide - una speciale bevanda, simile a coca-cola contenente una segreta concentrazione di vitamine, sali e progesterone. Il veterinario usava l'elisir per stimolare il calore nelle vacche. Il sindaco fece finta di volerlo dare alla sua cavalla che rifiutava di accoppiarsi con uno stallone. Bisognava sciogliere tre cucchiai di quel liquido nerognolo in un litro d'acqua e la cavalla dopo venti minuti sarebbe stata disposta ad accoppiarsi anche con Belzebù. A quella prima festicciola non partecipai. Non si sa se per opera dell'afrodisiaco di uso veterinario o per una propensione naturale a trasgredire che è nella natura umana, fatto sta che durante quel primo festino riservato la moglie dell'uno scopò col marito dell'altra.
"Giovà, tra sabato e domenica prossima faremo il festino a casa mia in campagna. Vienici. Procurati una partner all'altezza della situazione. Se non hai nessuna, procurati una polacca."
"Qualcuna ce l'avrei..."
"Ah.. .e chi è?"
"Non lo dico. Se ci viene, deve essere una sorpresa da rivelare all'ultimo momento."
"Mi nascondi le cose importanti. A me sindaco ed amico."
"Adesso non posso dirlo perché non so se ci verrà."
Volevo invitare una mia amica scapola di un paese vicino, di larghi costumi e vedute, ma non sapevo come dirglielo e non ero sicuro che mantenesse il segreto. Se qualcosa trapelava di quei festini ero perso, io e anche il sindaco. Accoppiata vincente o perdente. Male che andasse, avrei preso la polacca che faceva la serva a mio zio, una passabile anche se non proprio tanto giovane. Pensai di tenere nascosta la cosa a Letizia. Non mi avrebbe mai permesso una cosa del genere. Aveva il carattere rigido. Mi avrebbe lasciato e sarebbe andata a vivere in un appartamento tutto suo. Meglio non rischiare con Letizia.
"Quanto agli altri, Giovà, provvederò io stesso ad avvertire l'ingegnere P. e consorte di Ottati, il dottor A. e consorte di Cornito ed il nostro geometra C. (e consorte) che sta nel tuo vicinato. Se vieni fammelo sapere massimo per dopodomani sera."
"Sindaco, chi vuoi scoparti?"
"Giovà, devi fare in modo che col sorteggio Rosanna, la moglie del medico, il dottor A. sia assegnata a me."
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Il sorteggio serviva ad evitare che due coniugi capitassero insieme. Mi spiego. In tutto avremmo dovuto essere cinque uomini (il sindaco, l'ingegnere P., il medico A., il geometra comunale ed io) e cinque donne (le relative consorti). Avrei fatto eccezione io non ammogliato che avrei dovuto procurarmi l'amica fidata. Tra i fumi di alcool non mi sarebbe stato difficile imbrogliare. Dovevo sorteggiare la coppia 3 ed 8: il numero dispari riferito al sesso maschile ed il pari alle donne. Il numero tre era stato abbinato al sindaco e l'otto alla moglie del medico. Se per caso i sorteggiati fossero stati marito e moglie, si sarebbe ripetuta la pesca. Quanto a me, mi sarei accontentato di scoparmi la moglie del geometra, molto giovane e bella. Dovevo truccare anche la mia estrazione abbinata alla moglie del geometra, fresca sposa senza prole. Mi chiesi perché il sindaco volesse scoparsi la moglie del medico A. tutto sommato una bella signora, alta e bionda. Una donna piacente e simpatica. Le sue preferenze andavano per le brune. In queste cose giocano desideri frustrati. Secondo me, nella determinazione del sindaco di volersi per forza scopare quella lì, un ruolo importante è dato da inconsci desideri di rivalsa e prevaricazione. Il dottor Palomonte si iscrisse in un primo tempo alla Facoltà di Medicina di Napoli senza riuscire a dare esami. Dopo un anno infruttuoso ripiegò per Lettere a Salerno dove si laureò tardi. Il sindaco scopando quella signora, si sarebbe illuso per una notte di essere il dottor A.
Però mio cugino Palomonte adduceva un'altra tesi che è la stessa letta su un rotocalco ed attribuita a Brad Pitt. Con lo scambio di coppia tu hai un up grade, un passaggio di classe immediato. In questo caso non si tratta di un passaggio di classe, ma di sesso. Con la propria moglie - affermava - ci si scoccia; con un'altra invece riscopri le stesse pulsioni della pubertà. Con lo scambio di coppia se sei un cinque puoi scoparti un nove, o un dieci, oppure una che essendo per te nuova, scopandotela per la prima volta, vale dieci.
Lo accontentavo come un ragazzo viziato, in particolare adesso che sarebbero arrivati tutti quei soldi per il museo, la sala congressi, il cineforum ed altro.
"Allora sindaco, io vado. C'è bisogno di altro?"
"No, puoi andare. Non dire a nessuno di questi stanziamenti che arriveranno. Per adesso la cosa dev'essere segreta. Guai se i nostri nemici, o un politico di parte avversa si mette in allerta."
"Questo già lo avevo capito."
"E...non fare il fesso con il tuo direttore di dipartimento all'università. Anche lui può romperci le scatole per via avversa. E' un barone e come tale è influente."
"O.k."
"Un'altra cosa, Giovà."
"Sì, che cosa."
A bassa voce, venendomi vicino:
"Ricordati di quel festino."
"Oggi pomeriggio anzi, meglio, stasera telefonerò alle persone da invitare."
"Già li ho contattati, penso che confermeranno tutti."
"Però c'è un problema. Saremo in cinque uomini e quattro donne. Il problema sono le donne."
"Ci divideremo una per due. Una donna soddisferà due uomini, va bene?"
"A parte gli scherzi, io sto senza."
"Vedi di procurartela. Per te non ci dovrebbero essere problemi."
"Quando si farà il festino?"
"Sabato notte."
"Ci manca un giorno. Qualcuna troverò se no, non ci vengo."
"Vedi di procurati una passabile e soprattutto che non spifferi tutto in giro. Dev'essere una forestiera, non del paese."
"Mica è semplice. Dove la trovo una riservata, passabile, forestiera e disposta a certi giochetti?"
"Gli altri ci vengono."
"Ci sarò anch'io: vedrai che supererò l'empasse."
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"Allora ci vediamo oggi pomeriggio per la riunione del consiglio comunale."
"Dovrebbe essere una breve seduta. Uscendo, per favore mi chiami la segreteria nella stanza a piano terra, è con il ragioniere a controllare alcuni conti."
"Va bene, arrivederci."
Il paese di mattina è deserto, sia per lo spopolamento, sia perché i residenti, o sono in campagna, o in ufficio. Il campanile aveva battuto da poco i dodici tocchi del mezzogiorno. Il suono delle campane a perdersi per valle. Gli alberi ancora spogli e la terra scura madida d'acqua. Prima di mangiare prelevando roba dal frigorifero, andai in campagna. Presi una balla di paglia dal ripostiglio di lato alla stalla e la sparsi nella mangiatoia della cavalla. Gura cominciò a ruminare senza quasi accorgersi di me. L'accarezzai e con la raspa le ripulii un po' il dorso e il costato.
"Domani in mattinata se il tempo è buono ce ne andremo un po' nel bosco a cavalcare."
I cavalli amano annusare la terra, i cespi di erba verde, l'acqua degli stagni e perfino il vento. Il mondo di Gura fatto di alberi, erba, rupi, selve, terra, ruscelli, pietre, rocce e stagni.
Il mio mondo fatto di merda.
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Pranzai a casa con roba in scatola. Andai ad aprire la porta del laboratorio e salito su una scaletta, spalancai le imposte dei due finestroni. Facevo cambiare aria per evitare che attecchissero le muffe.
La moltitudine delle statue mi dà l'impressione di avere davanti momenti indelebili di un passato remoto. Un tempo diverso custodito nel laboratorio di mio padre dove non è permesso al presente di penetrare. Il passato sorto familiarmente con quel colore un po' irreale delle statue di gesso, di creta o di stucco trasfigurate e rese vive dall'illusione ottica. Fantasmi, figli di un tempo sepolto e tuttavia in mezzo a me, vicino, a contatto di gomito, tangibile, immobile, sotto la luce flebile penetrata dai finestroni laterali. La bottega dei santi la chiamavano in paese; aveva l'entrata in comune con il portone d'ingresso. Qualche anno prima di morire, mio padre aveva separato i due ingressi con una nuova apertura sulla strada del corso. La bottega ebbe così entrata a sé stante, sormontata dall'insegna luminosa: Ditta BASTO. Tolsi l'insegna quando decisi di chiudere la bottega. Adesso dopo varie modifiche architettoniche, l'androne immette con una porta nel vecchio laboratorio e nel lato opposto presenta la lunga rampa di scale per i piani superiori. In questo modo il laboratorio viene ad avere due entrate, una esterna che dà sulla strada ed una interna nell'androne di casa.
La luce del sole dai finestroni a settentrione. Dal lato opposto c'è solo una finestra che dà sull'orto e riceve il sole pomeridiano. Le mura dipinte di bianco schiariscono l'ambiente. Sulle pareti stanno ancora sospesi qua e là calchi di gesso di facce femminili e maschili, talvolta solo la maschera, talvolta la testa intera; ci sono sospese delle mani, alcune tagliate al polso, alcune con tutto il braccio. Ci sono dei piedi senza gambe, o con tutta la gamba e il ginocchio. I visi femminili sono della medesima apparenza di giovinezza e bellezza; con la stessa espressione immobile di dolcezza e pietà, occhi levati al cielo o palpebre castamente abbassate, bocche socchiuse, come in atto di preghiera, o chiuse e pensose, senza sorriso. Erano riproduzioni di madonne che mio padre stava allestendo. Madonne antiche, antiche sante, modelli già copiati tante volte, le cui linee sono smussate per il tempo e l'uso, deturpate dalla polvere accumulatasi nei cavi degli occhi, sui crani e sulle mani in preghiera..
I calchi delle fisionomie maschili sono vari: giovani, vecchi, uomini imberbi, uomini con lunghe barbe, in pose diverse, con espressioni pensierose, di fierezza, di sdegno, di estasi. Ci sono poi verso la porticina che dà sull'orto, tanti calchi di volti infantili, teste ricciolute, visetti ridenti, visetti in estasi, visetti di bambini Gesù o di angioletti, con le ali piccole attaccate sotto al collo pienotto, ali ripiegate come aureola.
Su cavalletti di legno grezzo, su colonne, su trampoli da scultore, i santi rimasti lungo i muri perimetrali, o nelle parti centrali facendo solo spazio ad una tavola coperta di vasi e vasetti, di bottiglie e bottigliette, piene di colori da dipingere, di stucchi e di pasta da formare. Mucchi secchi di creta, di biacca, di stucco, di barattolini di pittura dorata, o argentata sporcano la tavola e pennelli grossi e sottili vi si confondono con ogni strumento di legno, di ferro, per formare, per plasmare, per dipingere e lucidare. I santi riempiono quasi tutta la bottega. Mi ricordo che mio padre quasi non poteva lavorarci. Mia madre si metteva, o dall'altro capo del tavolo, oppure davanti all'ingresso di casa a cucire le stole con cui vestire le statue di varia dimensione a partire da una piccola Madonna della Salette, alta quanto una bambolina, che si nasconde quasi in un cantone. C'è un grande san Michele Arcangelo con elmo dorato, posto nel centro della bottega, grande due terzi del naturale sopra un largo piedistallo, coi piedi vittoriosi sul drago trapassato dalla spada. Questi santi sono anche di fattura diversa. La piccola Madonna delle Salette ha solo il volto e le dita lunghe e fini di colorato stucco. Ha la veste di lana bianca con una coroncina di rosette artificiali che le orla la gonna, un'orlatura di rosette intorno alle ampie maniche bianche e una coroncina di rose sul capo. Il cordone di seta bianca le stringe alla cintura la tunica e i suoi piccoli piedi non si vedono. Un san Giuseppe alto mezzo metro è di legno e di stucco: volto, mani, la barba grigia dipinta sullo stucco, ma le vesti del Nazzareno, bigie e azzurro cupo, la tonaca e il mantello sono di legno; sul bastone san Giuseppe ha un mazzolino di fiori artificiali. Un san Vincenzo misura due terzi della persona ed è appoggiato su larga base. Il santo ha un vero vestito monacale: tonaca nera, scapolare e cappuccio
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bianco, in lana grossa. San Vincenzo ha sulla testa la fiammella rossa dello Spirito Santo e in mano un Evangelo aperto. La moltitudine di statue come moto ondoso si gonfiava. O meglio, era la massa informe che sottende le immagini a darmi l'impressione che si espandesse in una diversa valenza spazio-temporale. La massa che si espandeva come nebulosa nel mio vuoto esistenziale. Fu come nel mio cuore si fosse aperto un abisso ed avvertii il disagio di stare lì a ricordare eppure volevo ricordare. Era inerzia o voglia di aprire una finestra nella vita remota per fare entrare aria nuova? Da bambino e da adolescente la fantasia viaggiava sul volto e sulle sagome di quelle statue: per interrogarle, per pregarle, per chiedere aiuto, per favorirmi rispetto ad un concorrente in amore, per chiedere un miracolo, per intercedere a favore dei miei genitori. Le statue delle sante erano asessuate, Madonna compresa. Mio padre le faceva tutte belle, giovani, ma non mi veniva di pensare ad atti impuri. Erano un monito segreto, profondo e tremendo contro la sessualità che con la pubertà in me avanzava irruente. Da un lato le sante e dall'altro i miei pensieri impuri da tenere il più lontano possibile da lì. Il laboratorio era sacro come una chiesa. Mio padre poi faceva le madonne tutte bionde, coi riccioli sulle spalle e gli occhi azzurri. Erano nordiche vestite da madonne. Un prete disse una volta che così piacevano. Il culto della madonna si sarebbe affermato nel sud Italia e nel resto della Penisola dopo la caduta dell'Impero Romano di Occidente. Forse al tempo dei Goti o di altri popoli nordici come i Longobardi. Per questo le madonne erano tutte come principesse nordiche con occhi azzurri, pelle chiara e capelli a ricci e biondi o rossi.
Nel lavoro di preparazione e rifinitura mio padre fu coadiuvato da un professionista, un pittore - scultore di un paese vicino che veniva quasi ogni settimana a lavorare sulle statue. Così alcuni fra questi santi dovevano la loro forma a quel pittore - scultore. Per le vesti come ho precisato, ci pensava mia madre aiutata da una donna del vicinato. Le due donne foggiavano le vesti in stoffe adatte e una volta addosso alle statue aggiustavano le pieghe e vi aggiungevano i simbolici attributi della santità, gli emblemi, i fiori, i gioielli.
Quasi davanti all'entrata c'è san Rocco, protettore contro la peste, tutto di legno e stucco, posato su una colonnina. Di questo san Rocco sono completi il viso, le mani e una delle gambe, appunto quella della piaga: il resto è rimasto grezzo. Subito dietro c'è san Biagio in mezzo busto. Si vede che era stato appena iniziato con faccia dipinta per metà, l'aureola di metallo assente e le due dita che si alzano per benedire, rimaste due stecche all'estremo di un pezzo di legno che doveva essere la mano. Altri santi sono semicoperti da cenci scuri perché appena abbozzati. In fondo alla bottega c'è la statua ignota, gigantesca da rasentare il soffitto e coperta da un lenzuolo impregnato di polvere. La misteriosa scultura su piedistallo maestoso che sospettavo di santo o di santa che mio padre non avrebbe fatto in tempo a rifinire. Poteva essere una di quelle statue colossali, destinate a salire in cima a un altare, in fondo a una vasta chiesa e a essere guardata, ammirata, adorata da una folla di oranti sino laggiù, dalla porta estrema del tempio. Non ebbi avuto mai la curiosità di smuovere il panno per guardarci sotto. Un'opera incompiuta di un santo, una santa possente nella fede e per questo ammirabile; oppure uno dei grandi taumaturghi davanti al quale flettere le ginocchia nei momenti di desolazione e di disperazione, così pensavo.
Si era ampliato il lago della solitudine. Le colonne che salivano da quel lago ed immerse nel fondo melmoso traballavano sotto il macigno dell'esistenza. A volte, avevo l'impressione che tutto all'improvviso si sbriciolasse. Inutile rincorrere il passato remoto. Inutile attribuire magici poteri alle statue dei santi. Nella casa vuota il silenzio era troppo vasto, come sull'artico se osservavo dalla Torre Quarta quel cielo compatto di rame e foschia che si perdeva su infinite dune di neve.
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Chiusi la porta del laboratorio e andai su per la siesta prima di recarmi in municipio. Verso le quattro fui di nuovo nella stanza del sindaco in compagnia di alcuni consiglieri e della segretaria. Per fortuna la seduta andò deserta. Dopo aver firmato alcune delibere, mi misi in macchina per raggiungere la cavalla e farmi un giretto ippico in campagna. Nell'appoggiare il cappotto sul sedile posteriore, vidi sporgere da sotto il sediolino il biglietto da visita di quella donna con gli occhiali scuri Lancaster che non sembrava una puttana, ma lo era a pieno titolo. Con me era stata puttana autentica, ma da come vestiva e da come aveva parlato sembrava una normale. Sul bigliettino c'era scritto dott.sa Ada Masi e sotto il numero di telefono. Di botto presi il telefonino e la chiamai.
"Pronto?"
Era lei.
"Salve.., sono quello dell'altra sera, ricordi? Scarpe samsonite, giaccone di lana tartan..."
"Ah sì, salve..."
"Senti....ti ho telefonato nel caso tu voglia venire ad una festa tra amici. Tutte persone per bene."
"Quando?"
"Domani sera sul tardi. Passerei io a prenderti sotto casa o altrove..."
"Se mi dai un recapito vedrò di venirci da me."
"Ti do nel frattempo il mio numero di telefono 340589503. Fatto?"
"Scusa, puoi ripetere?"
"Allora, mi chiamo Giovanni Basto ed il mio numero è 340589503. Fatto?"
"Sì l'ho memorizzato sul mio. Penso che verrò."
"Se mi dici dove mi aspetti, ti verrò a prelevare con la macchina."
"No, verrò da sola. Dimmi dove devo venire."
"Non è facile. La villa si trova in aperta campagna, dopo il paese di Cardo."
"Ci sono stata. Conosco il paese: il primo che s'incontra dopo Roccadaspide. Vero?"
"Sì, ma poi devi trovare la villa del sindaco. Il padrone della villa è il dott. Palomonte."
"Una volta in paese ti chiamerò e mi guiderai. Se mi dici per favore dove si trova questa villa?"
"Il posto è La Croce. Così si chiama e si trova su un cocuzzolo a circa ottocento metri di altezza. Si trova per la precisione tra il paese di Roscigno e Cardo. Va bene?"
"Penso che non avrò problemi ad arrivarci. A che ora?"
"Verso le dieci di sera. Però è meglio non fare domande in paese. Il sindaco vuole che non si sappia in giro. Sono festini con pochi ospiti."
"Penso che verrò."
Se fosse venuta le avrei spiegato che si trattava di fare lo scambio di coppia. Una come lei, una puttana non si sarebbe scandalizzata. Andai a vedere Gura e la portai per la cavezza fuori dalla stalla a farle fare un breve giro senza cavalcare. Dissi in un orecchio a Gura:
"E' troppo tardi. Domani se c'è tempo ce ne andremo verso il fiume."
Adesso però faceva troppo freddo. Aggiunsi biada e del fieno secco in mangiatoia. Cambiai la paglia della lettiera e diedi alla cavalla un sorso d'acqua col secchio. Gura bevve un po' e sbuffò. Per fortuna non era raffreddata. L'accarezzai.
"Cara Gura, a primavera ci faremo belle cavalcate nel bosco e nella vallata."
Le nuvole nascondevano la debole luce del giorno che stava scemando. Sprangai la porta della stalla. In macchina, andai al bar a farmi una partita a carte. Nell'angolo verso la vetrata quattro clienti giocavano a poker. Fumavano e in silenzio spillavano le loro carte. Mi feci una partita al tressette con due pensionati ogni tanto parlando del tempo inclemente, del buon vino e sorseggiando birra. Il passato nella Torre Quarta lontano anni luce.
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La villa del sindaco è in località La Croce . Secoli fa ci fu davvero una grossa croce piantata dai francescani dopo la battaglia di Lepanto e rivolta a oriente. L'edificio è nel mezzo di una radura erbosa sul dorso di un rilievo collinoso. Secolari faggi, olmi e siepi lo contornano e lo isolano dal resto del mondo. La zona esposta ai venti dell'Appennino è fresca anche in estate.
Sui declivi c'erano uliveti, scomparsi insieme con la gente che li coltivava. Una stradina asfaltata coi fondi della pro-loco, partiva dalla sottostante provinciale e dopo circa mezzo chilometro raggiungeva la radura erbosa al cui centro c'è la famosa villa, costruita negli anni Ottanta. L'interno ampio, ma scarno di arredi e mobili. C'era un grande salone, circolare con vecchie cassapanche di noce stipate contro il muro perimetrale. Lunghe travate a raggiera si prolungavano dalla colonna centrale appoggiandosi sulla parete perimetrale per mezzo di contrafforti. Una serie di lampadari in ferro battuto a forma di candelabri, sospesi alle travate, davano luce alla vastità della sala con al centro come ho detto, la colonna portante di oltre tre metri di diametro a sorreggere la tettoia. I massicci lampadari sospesi da lunge catene.
Tre arcate per altrettanti camini scavati nella colonna portante il cui zoccolo circolare si prolungava per oltre il metro di circonferenza. Questo zoccolo centrale era di mattoni rossi in doppia fila. Lunghe panche, rivestite di pelle di zebra, rivolte ai tre camini. Il pavimento di quercia circondava la ruota dei mattoni rossi. La costruzione priva di soffitta e di piani superiori, come chiesa sconsacrata. A cinque metri dal suolo una serie di finestre allungate con arco a punta, lungo il muro perimetrale. Sotto ogni finestra una porta di frassino con intarsi geometrici contornati da infiorescenze ed arabeschi. In tutto sette porte come i sette peccati capitali. La villa come se fosse stata progettata con la ferma volontà di peccare, di trasgredire e di scopare lontano da occhi indiscreti. Una delle stanze adibita a cucina, un'altra a studiolo e le restanti erano camere da letto con annesso bagno rivestito da marmo nero. In ogni vano un letto antico con ampi cuscini tricot ricoperti di cascemiere. La spalliera superiore del letto collegata alla parete di colore ocra molto chiaro e intonato con il bianco delle coperte, con il lino delle tende e del rivestimento delle poltrone. In ogni stanza da letto un'ampia finestra protetta da inferriata a rete. L'istinto a trasgredire è presente nella natura umana, sia maschile che femminile. Accettare altri rapporti al di fuori della coppia potrebbe rendere più interessanti i corpi di entrambi i partner rinvigorendo la vita sessuale.
Stendhal si guarda bene dal definire le donne puttane, ma afferma che in Italia nel diciannovesimo secolo una principessa disse leccando un gelato la sera di una calda giornata:
"Che peccato che non sia peccato."
Stendhal - ammirare la mia cultura - scrive: è forse poco sfidare il cielo e credere al tempo stesso che il cielo possa ridurci in cenere? Da qui l'estrema voluttà, come si dice, di avere per amante una suora devotissima, la quale sa perfettamente di far male e chiede perdono a Dio con passione, così come pecca con passione.
C'era stata da poco un po' di pioggia. L'aria nebbiosa. Andai a casa dopo una partita a carte nel bar e mi accesi il camino. Mi venne sonno accanto alla fiamma. Feci uno strano sogno. Cavalcavo per un sentiero scosceso, c'era nebbia. La mia cavalla Gura si ferma e non vuole proseguire. Appunto gli occhi e vedo una donna nuda con uno strano copricapo. Sprono 1a cavalla a proseguire, ma non ne vuole sapere. Leva forti nitriti, si solleva sugli arti posteriori e con gli zoccoli anteriori come se raspasse il cielo caliginoso. Gura è nervosa, inarca la schiena, prende a scalciare e mi disarciona. Grido. Sono disperato...mi sveglio. Era stato un incubo. Guardai dai vetri. Era già buio. Il tardo autunno cedeva al freddo ed alla stasi invernale. Il focolare quasi spento e le spesse mura di casa umide per le abbondanti piogge dei giorni precedenti.
Spiragli di Ade sarebbero i sogni. Le immagini dei sogni ricoprirebbero ruoli archetipici provenienti da un mondo parallelo. Un mondo tenebroso e silenzioso popolato da immagini diafane, maschere, cavità abitate da un dio misterioso il cui volto è sempre nascosto.
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Andai a prendere il bigliettino da visita e telefonai alla ragazza per avere conferma. Con le puttane non si è mai sicuri.
"Salve, sono Giovanni."
"Salve."
"Ti ho chiamato per avere conferma se vieni alla festa..."
Pausa diplomatica.
"Vengo. Mi sto preparando, ma è ancora presto."
"Facciamo così. Ti aspetto sulla provinciale prima dello stradino di campagna che porta alla casa del sindaco. Così tu mi segui con la tua macchina."
"Ti telefono quando sto arrivando."
"O.k., ciao."
Arrivai in villa verso le ventuno. Mi proteggeva un cappotto alla Cime tempestose disegnato da John Ray per Gucci, poi la sciarpa di pura lana e sotto un completo di velluto di Armani, golfescarpe Church's.
Vento gelido e nere trame di querce centenarie. La valle sottostante nel buio fitto. Stasi invernale. Stasi e silenzio. Mondo immoto. Sfacelo. Angoscia. Apprensione per il festino. Calore alle guance e fiato profondo come in attesa di eventi speciali. C'erano già due macchine parcheggiate nello spiazzo antistante. Prima di bussare avrei dovuto mettermi una mascherina agli occhi: il cerimoniale lo prescriveva. Mascherati saremmo stati a nostro agio. Le lampade alla volta del portone formavano globi di luce ovattata sospesi nella nebbia. Spruzzi di pioggia tra una ventata e l'altra. Venne ad aprirmi il padrone di casa mascherato alla Zorro in gessato grigio e maglia grigia di lanetta alla dolce vita: "Sindaco buona sera."
"Giovà, buonasera. Mancavi solo tu e la tua amica misteriosa."
"Tra poco viene."
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Guance arrossate dal focolare. Distesi sulle panche zebrate assaporammo le specialità culinarie preparate dalla filippina riportata in paese, poco prima che iniziasse la festa. Sul poggio del muro perimetrale c'erano vassoi, coppette di vetro e bottiglie di spumante. Allineati contro la parete opposta bottiglie di Martini, Vodka, Tequila, Carlos F, Stock 84, Strega. Le lampade pendenti dal soffitto appese dalle catene di ferro, a riflettersi sulle bottiglie. Nei vassoi bombati frutta secca, dolci di pasta frolla, cioccolatini, paste ricoperte di candida panna. Alcune coppette contenevano un delizioso bigné alla rosa fatto di pezzettini di fragola mescolati in acqua di rose, rabarbaro, succo di limone, zucchero e cannella. Data l'ora serale, il freddo vento delle montagne e l'altitudine intorno ai mille metri, la brace ardente nel camino con lingue di fiamma rubino fu un toccasana. Rossana la moglie del medico, quella che piaceva al sindaco aveva di certo i seni gonfiati alla bajatch e labbra canotto tipo clone Lecciso che l'avrebbero ringiovanita di cinque, sei anni. Se adesso era di trentacinque anni, con la silicon valley - chirurgia al silicone e punture con acido ialuronico - avrebbe dovuto mostrare sotto i trenta. Tutto però è opinabile. Over venti doveva essere stata una bonazza. Adesso la chirurgia plastica non nascondeva la sfioritura degli anni. La moglie del sindaco con una grossa guantiera ad offrirci biscottini alle mandorle. La osservai: sempre la stessa espressione di distacco, come una religiosa, riservata e taciturna. Diagnosi: sessualmente repressa. Ottima scopata in quella notte erotica. Altra considerazione sulla moglie del sindaco: con l'espressione perenne stampata in faccia, la mascherina che aveva era superflua. Era come una statua e se rideva, muoveva appena i muscoli delle labbra come le statue arcaiche della Grecia, tutte con la stessa posa ieratica e sforzato sorriso. Fu il dottore A. a rompere l'atmosfera formale. Disse:
"Adesso si lavora coi muscoli masticatori con tutti questi frisellini, paste frolle, dolcetti e macedonie. Stanotte invece lavoreranno i muscoli dei lombi. Attenzione alle lombalgie e sciatalgie. Nel cofano della macchina ho quanto occorre, anche la scorta di viagra."
La moglie del medico, disse:
"Il Viagra non serve alle donne, non fa effetto. Noi siamo calde per natura."
Risolini sorcini di consenso. La moglie del medico disse:
"Fidatevi di noi donne. Non lo dimenticate. Se diciamo una cosa, quella è."
L'ingegnere triturando coi molari un frisellino, disse:
"Voi donne mi ricordate il Guicciardini quando affermava: non dico mai quello che credo, né credo quello che dico e se mi si dice qualcosa di vero, io lo nascondo tra tante bugie che è difficile ritrovarlo."
Adelaide rettificò: "Guicciardini parlava dei politici che nascondono la verità al popolo."
La moglie dell'ingegnere che cercava di apparire super partes, con quell'aria di superbia accentuata dalla mascherina dorata, ancheggiando anche se ormai sfiorita di età, disse:
"Mentre gli uomini sono più bravi ad analizzare i fatti, le donne, grazie all'intelligenza intuitiva, quella legata alle emozioni, riescono ad ascoltare meglio i segnali dell'inconscio."
Il dott. A. era nervoso, così mi parve. Non c'era niente di speciale in lui: dimostrava una quarantina d'anni e aveva una testa piuttosto grossa. La mascherina gli nascondeva quasi tutta la faccia e solo si vedevano le iridi scure degli occhi. Quando ci salutammo, avevo notato con compiacimento che ero più alto di lui, ed ebbi vergogna di quel compiacimento, poiché non si trattava di un duello fisico e neppure morale. Non ho un grande spirito di osservazione ma ricordo, la sua goffa eleganza nel vestire. Vedo ancora quel suo abito di un azzurro intenso, con un eccesso di bottoni e di tasche. Portava sobri baffi di taglio militaresco e nel corso della serata aveva acceso con strafottenza un grosso sigaro. Il sindaco con aria da filosofo:
"Pensiamo alle cose belle. Siamo qui per questo. Le cose brutte lasciamole al di là di quell'uscio."
La moglie dell'ingegnere taciturna come quella del geometra, entrambe forse costrette a venirci. L'ingegnere aveva detto della moglie:
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"È vanitosa come un pavone, pigra come un bradipo. Ed è meglio fermarsi qui, perché nel bestiario della vita di coppia c'è spazio per ben altri animali e i paragoni non sono sempre affettuosi. Certo, avere una iena che si aggira per casa può non essere piacevole. "
Di lui aveva azzardato a dire lei:
"È scontroso come un orso. Alcune volte è invece come un gorilla, ma un gorilla in assetto da guerra non è semplice da gestire. A meno di non sapere come domarlo."
Fuori urlava il vento. Fissai la giovane moglie del geometra con le labbra appena tinte dal rossetto. Si vedeva che non stava a proprio agio e che voleva fuggire altrove, ma non poteva. Disse l'ingegnere:
"Con questo vento e chi esce fuori, prima di domani! E' così bello qui."
Le donne ipocritamente tacevano o si scambiavano brevi frasi di comodo. Dai camini, fiamme come lingue bramose spandevano riflessi carnicini.
Precisò il sindaco:
"Per stasera solo cose belle. Le tempeste della vita, lasciamole fuori da qui. E' vero caro il mio geometra?"
Adamo diede una pacca d'incoraggiamento al geometra A che stava alquanto abbacchiato come anche sua moglie. Disse ancora Adamo:
"La vita è bella. Vi faccio assaggiare una bottiglia di vino rosso veccia di cinquant'anni fa, fatta da mio padre quando davvero si faceva il vino buono. Lo si pressava coi piedi nella botte."
Dissi: "Anch'io ricordo mio padre che faceva il vino nel laboratorio delle statue. Ai primi di ottobre mio padre portava alcune statue in una stanza attigua e trasportava dalla cascina in campagna due botti: la grossa che serviva per la fermentazione dell'uva e la piccola per calpestare l'uva sotto i piedi. Una volta mi fece lavare i piedi e mi prese con lui a calpestare l'uva. Adesso tutto è finito."
Il dottore disse la sua:
"E quegli odori non ci sono più. L'odore del mosto, dell'uva in fermentazione e del vino nuovo che cominciava a spumeggiare verso novembre quando lo si travasava."
Il sindaco disse:
"E che ci vogliamo fare. Adesso si fa tutto a livello industriale."
Dissi: "C'è l'uva trans genica che andrà incontro alle esigenze della popolazione mondiale in epoca post imperiale."
Il geometra per dire qualcosa, disse:
"Meglio così."
La moglie del medico A. disse verso di me:
"Professore, ma lei ha un laboratorio di statue antiche. Perché non ce le mostra?"
Disse il sindaco:
"Giovanni ha ereditato un vero museo. Suo padre era uno dei migliori artisti della provincia. Dovreste vedere che statue meravigliose."
Dissi:
"A disposizione. Quando volete, venite a casa e vi mostrerò il laboratorio. L'ho dovuto far ripulire perché era rimasto chiuso per quasi otto anni. Adesso è di nuovo come prima senza polvere, sporcizia e ragnatele."
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Fui nervoso per via della mia amica che tardava. Se non fosse venuta sarei dovuto andare via dopo aver eseguito il sorteggio truccato. Tra una chiacchiera e l'altra si erano fatte le dieci.
Disse il sindaco:
"Aspettiamo un po' prima di fare il sorteggio per gli accoppiamenti. Manca l'amica di Giovanni ."
Dissi: "Arriva al momento. Adesso la chiamo."
Disse il medico: "Non c'è fretta. La notte è lunga."
Per fortuna il mio telefonino chiamava. "Pronto?"
"Salve. Dove sei?"
"Sto qui davanti casa."
Con un cenno di capo annunciai ai presenti che era arrivata. In quel momento udimmo il campanello della porta. Dissi:
"Sindaco, è lei."
Il sindaco si affrettò ad aprire. Ci fu il solito silenzio per l'ignota ritardataria.
"Prego. Io sono l'amico di Giovanni, il dott. Palomonte."
Le spalle del sindaco la coprivano. Quando Adamo si fece di lato, entrò salutando e porgendo la mano per prima a me. Aveva in faccia una mascherina nera tipo le nobili veneziane del Settecento con la morbida piega dei capelli, lisci, ad onda, stile anni Quaranta. L'accompagnai a togliersi la pelliccia nera. Mi accorsi di essere impaziente e nervoso, una cosa che di rado mi capita.
Ragguagliò il sindaco:
"Qui si gela. C'è sempre neve. Siamo a circa mille metri di altitudine."
Ada indossava un abito superaderente di chiffon ricamato color carne. Le linee del corpo e la sua bellezza erano provocanti. Logico. Dietro l'enigmatica maschera nascondeva sguardi vogliosi che la fiamma del focolare esaltava. Sul viso un make up appena visibile, ma fantasioso con romantiche sfumature azzurrine sotto gli zigomi e verso guance. Però che fosse una bonazza era evidente. Il medico le offrì un liquore molto forte. Disse che era come una medicina: per mettere a proprio agio la gente. Nel presentarsi aveva detto: "Mi chiamo Ada o...Ade, fate voi."
Adelaide si sforzò di ricordare:
"Ada è simile ad ADE. Ade, era il nome di un dio. Ade il dio invisibile, il dio dei morti. Meglio non essere simili ad ADE."
Rossana rettificò: "Che io sappia Ade era il dio dei morti e il figlio del Tempo, di Cronos."
La moglie dell'ingegnere professoressa di latino e greco, si sentì in obbligo di rettifica:
"Ade era un dio terribile. Il contrario della signorina. Ade dominava la notte, il sogno ed il sonno."
Disse il sindaco: "Non ci resta che fare gli scongiuri e buonanotte."
"Fu mia madre, studiosa di letteratura classica che mi appioppò questo nome. Non sospettavo che fosse un nome terribile. Diceva mia madre che Ade soddisfa il desiderio dell'anima di conoscere tutte le cose belle. Ade deriva da eidos, cioè immagine ed è l'essenza stessa delle immagini. Francamente a me piace molto il nome di ADE, o Ades. Andrò in comune per farci questa piccola variazione. Penso che anche il nome di Adelaide abbia come diminutivo ADE. Non è così?"
Dissi: "Tu però ti chiami Ada e non Ade."
Adelaide aggiunse: "Allora abbiamo lo stesso nome. Tu col diminutivo ed io intero. La differenza poi tra Ada ed ADE è una sola vocale. Una A al posto di una E."
Disse il medico: "Ada è un bel nome, originale. Mi piace. E' bello come chi lo porta."
Ada era effettivamente molto bella. Aveva fatto colpo su tutti e qualcuna delle presenti la invidiava apertamente. Pensai però: una con una madre letterata che fa la puttana. Dissi:
"Non avrei mai sospettato una cosa del genere".
La ragazza mi guardò con cipiglio. Disse fissandomi negli occhi:
"Cosa non sospettavi. Cosa?"
"Che tua madre fosse una raffinata letterata."
"Strano, ma vero."
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Le offrii un forte liquore. Lo stesso volle Rossana e la moglie del geometra. Ci fu una specie di brindisi sforzato. Gli sguardi di quelli che si scambiano i complici di un delitto. Adelaide era la più enigmatica come al solito e faceva gli onori di casa. Ci offrì dei biscottini. Precisò:
"Dopo i liquori forti, vanno bene."
Una chiese: "Che biscotti sono? Hanno il sapore delle fragole."
"E' una ricetta segreta che sanno in pochi al mio paese. Ricetta occulta."
Feci la battuta: "Tutto è segreto qui, anche i biscottini."
Ada disse con autorità:"Meglio".
Disse il medico: "Ci mancava pure l'occultismo."
Il sindaco stava rosso in faccia con occhi lucidi, stralunati di chi non ce la fa più per l'arrapamento. Aveva le narici come le froge dei cavalli da corsa. Mi venne accanto, mi prese per un braccio, mi portò più in là dagli altri e sotto sotto mi disse:
"Giovà, mi hai fatto cambiare idea. Quella che hai portato è troppo bona. Stanotte voglio passarla con quella là."
"Agli ordini. Che problema c'è."
"Però mi sembra di averla vista da qualche parte. L'aspetto non mi è nuovo. . .non so."
"Chiediglielo stanotte."
"Già...vedendola meglio, da vicino...forse mi ricorderò dove l'ho vista."
Ci avvicinammo agli altri. Innaturali frasi e sorrisi. Ogni gesto sforzato. In silenzio più di tutti erano il geometra e la moglie. Eseguito il sorteggio, Ada toccò come da copione, al sindaco e Adelaide - molto bella con quella specie di stridente riservatezza - toccò all'ingegnere di un paese vicino. A me toccò Rita, la giovane moglie del geometra.
Brindammo in onore dei momentanei accoppiamenti. Adelaide, la sfinge arcaica ebbe uno dei suoi rari attacchi isterici che riuscì a contenere. Disse tremebonda sorseggiando sciampagna:
"L'Afrodite luminosa si sdoppia nell'Afrodite nera - Melanis - che è l'Afrodite notturna, tenebrosa. Afrodite nera ordisce i propri inganni nell'oscurità."
Ada commentò brindando con Adelaide:
"Pensiero profondo. E' bellissimo. Peccato che non è originale."
Adelaide rincarò la dose. Disse ad Ada: "Bellezza, tutti gli uomini fanno l'amore, ma qualcuno lo fa con la donna che ama e qualcun altro lo fa con una prostituta a pagamento. Usiamo la medesima espressione, fare l'amore, amoreggiare, ma sono cose molto diverse."
Ci fu silenzio meditabondo. Disse Ada:
"A volte è bello fare cose con superficialità, senza complicazioni sentimentali."
Completò il pensiero Adelaide: "Afrodite nera sfuma in quella luminosa. O viceversa."
Il sindaco invece disse con la coppa in alto:"Amen!"
L'ingegnere disse:
"Parliamo di altro. Per favore evitiamo di parlare di politica e di ADE. Per stasera dobbiamo pensare ad altro. Stasera siamo tutti diversi."
Adamo disse:
"Propongo un brindisi alle nostre donne."
Il medico disse:
"Adesso sì che ragioniamo."
L'ingegnere disse:
" Sono la vera delizia del mondo, è vero sindaco?"
Risposta pronta:"E chi lo nega."
Raddoppio del sindaco: "Senza di loro la vita è amara."
Disse Ada: "Bisogna capire cosa s'intende con la parola vita."
Il sindaco disse: "Di nuovo con la filosofia. Basta. Pensiamo a cose leggere."
La moglie del dottore occhieggiando e sorseggiando: "Pensiamo a cose dolci e allegre."
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Dopo mezzanotte, ciascuna coppia si ritirò nella rispettiva camera da letto. Le signore tenevano la mano su quella del cavaliere servente avuto in sorte. Ognuna sembrò esitare a inoltrarsi in alcova. La mia dama aveva un abito di Valentino con il corpino di velluto e la gonna a pizzo maculata di nero e di rosso. I suoi occhi chiari esaltati da due finissime sopracciglia nere come i capelli lisci, raccolti dietro la nuca da un tupè. Le tolsi la mascherina e la baciai sulle labbra. Notai in lei improvvisa tensione. Dissi: "Spogliamoci. Infiliamoci subito sotto le coperte. Che freddo!"
Mi ero spogliato ed infilato sotto pesanti coperte. Rita era seduta sulla sponda del letto e mi volgeva le spalle, togliendosi lentamente le scarpe. Era rimasta in quella posizione con il dorso ricurvo, senza girarsi. Mi accorsi che indugiava. Le andai accanto:
"Rita sei molto bella."
Le accarezzai il braccio. Vidi che piangeva.
"Beh, che hai? Non ti piace fare l'amore con me? Ti aspettavi un altro?"
Asciugandosi le lacrime col fazzoletto, disse:
"No, non è questo..."
"Ma che hai?"
"E' che io non volevo venirci. . . .Alla fine ci siamo decisi."
"Scusa, non capisco. Potevate benissimo rifiutare, mantenendo il segreto comunque."
"No...No...è che non si poteva dire di no".
"Perché?"
"Non dirlo in giro... Mio marito ha contratto dei debiti che il sindaco ci sta aiutando a pagare.. .Non dirlo in giro. Senza l'aiuto del sindaco non sappiamo proprio come fare. Ecco tutto."
Sapevo che il geometra era stato aiutato dal sindaco a pagare certe cambiali.
"A quanto ammonta il debito?"
"Trentamila euro. Un po' ci sta aiutando il sindaco e un po' i rispettivi genitori..."
"Se è questo che ti preoccupa, vedrò di aiutarvi anch'io. Darò altri contratti d'appalto a tuo marito e vi darò dei liquidi che mi restituirete quando avrete aggiustato le vostre finanze. Non preoccuparti...tutto si risolverà...Adesso spogliati. Stiamo almeno vicini."
Si era calmata. Si stava asciugando una lacrima. Disse:
"Alcuni ricchi dicono che snobbano i soldi. Credono che il danaro non sia necessario alla felicità. E' falso. Anche se per alcuni essere felici non è mai complicato. Per altri invece lo è."
Rita si spogliò lentamente; era svogliata e si distese sotto il lenzuolo al mio fianco. Notai di sfuggita i suoi capezzoli scuri ed il seno sodo di una giovane donna non ancora figliata.
"Giovanni, non mi va proprio...Scusami. Non so come ho fatto ad accettare. Non volevo venirci."
"Rita, va bene. Posso almeno toccarti un poco? Non preoccuparti dei debiti....Vi aiuterò, te l'ho detto... Hai un corpo perfetto. Sei bellissima."
Guardando verso il soffitto, disse con voce strozzata dal pianto: "Ti prego, no! Non voglio."
Come se non udissi, cominciai a frugarla tra le cosce. Strinse i ginocchi in uno scatto rabbioso poi cambiò idea, rassegnata. Le mie dita le entrarono dentro a profanare la sacralità di un tempio. La mano risalì sul ventre e percepii il calore della pelle vellutata. Il suo respiro divenne affannoso. Le sfiorai un capezzolo. Le dita accarezzarono la base e l'apice del capezzolo, indurito e caldo. La mano ridiscese sui fianchi, tra le cosce e due dita tornarono in lei, tra la fessura delle grandi labbra vulvari, in mezzo alla intricata matassa dei peli. La passera lubrificata cedeva alla voglia di sesso. L'onda erotica la sommerse come lo scoglio tra il maroso. Divaricò le cosce, chiuse gli occhi e premette le dita sulle mie che continuavano a frugarla dentro. Mi stesi tra le sue cosce e le leccai la clitoride spingendo quanto più potei la lingua nel caldo cunicolo. Mi strinse la nuca ed emise un prolungato gemito. "Ancora!"
La presi sotto di me, a braccia aperte sulle sue, le cosce unite sulle sue divaricate, unica massa carnale. Si aggrappava alle mie spalle come se annegasse emergendo a tratti dalla voragine ed allora respingeva le mie labbra e poi le attirava, ricadendo nelle acque nere che la torturavano. Alla fine si
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decise. Il suo corpo fu privo di residuali resistenze e si fece scopare come cagna in calore. Era tutta lubrificata ed il cazzo uno stantuffo irrefrenabile. Nel raggiungere l'orgasmo fu tesa allo spasimo, rigida. La sua espressione fissa, ansimante. Ada stava godendo a farsi sbattere dal sindaco. Ero quello che si stava scopando Ada ed ero io che godevo sul corpo di Rita. La mia identità ondivaga si spostò in una dimensione senza tempo, sul corpo di entrambe godendo dell'una e dell'altra. Volli immaginarmi così. Cosa è l'onestà in questo mondo? C'è solo interesse. Alle donne serve trovare l'acquirente al prezzo più alto. Acconsentono a farsi scopare quando c'è tornaconto. L'interesse in senso lato stava alla base del nostro scambio di coppia. Ognuno di noi era legato al sindaco da interessi palesi o nascosti. La nuova realtà dopo la caduta del muro. Questo ero io dopo aver lasciato l'esercito. Adesso gustavo in pieno la libertà negatami prima con gli studi di medicina e dopo nella disciplina dell'esercito al confine dell'Impero.
Il vento graffiava la terra gemendo tra rami scagliosi. A notte inoltrata prendemmo sonno abbracciati. Da qualche parte la luna si scioglieva in un manto fitto di nebbia. La notte riprese il suo spessore e la sua carne. Russai. Mi svegliò Rita con uno strattone. "Che c'è?"
"Russi forte. Russi come un vecchio."
Con quella frase: russi come un vecchio, voleva mostrarmi il suo disprezzo? Per lei ero un vecchio. A lei interessava che il marito non avesse più debiti. Feci finta di non sentire. Andai in bagno e dopo guardai svogliato dalla finestra. Il vento di terra aveva aperto il cielo. Adesso la notte era splendida con luna gelida, limpidissima, ma il tempo poteva cambiarsi di nuovo. C'era una luce velata là, sotto la quercia centenaria, ma non era la luna. Tra la nebbia e i cespugli mi sembrò che ci fosse qualcuno, qualcuno che ci spiava. Una ventata improvvisa diradò la nebbia. Mi sembrò di vedere qualcuno fuggire via. Mi strofinai gli occhi, appuntai la vista. Si udivano distintamente ripetuti nitriti di un cavallo e un concitato scalpiccio. Mi avvicinai ai vetri, ma non vidi alcun cavallo. Nitriti acuti trafissero la notte.
Chiamai Rita che dormiva con un sorriso sulle labbra, le mani affondate sul basso ventre e una delle cosce avvitata sulla trapunta. Era nuda fino all'inguine.
"Rita..."
"Che c'è?"
"Vieni a vedere".
Si era tirata il lenzuolo sul petto. Venne a guardare:
"Beh, che c'è?"
Lì fuori solo il silenzio della natura. Poi di nuovo acuti nitriti.
"Ma lì fuori, c'è un cavallo che nitrisce."
"Allora pure tu lo senti."
"Sì, nitrisce e scalpita. Ma non vedo nessuno. Forse sta da dietro i cespugli."
"Sembra la mia cavalla. Forse è fuggita dalla stalla."
"Sì, ma non puoi uscire. Sveglieresti tutti. Domani mattina con calma."
"Speriamo che non ci stia spiando qualcuno del paese. Ci mancava pure questo."
"Adesso non sento più niente...dormiamo..."
Stirata sul materasso, disse:
"Ricordati la promessa. Se non ci aiuti, mio marito ed io saremo nei guai..."
"Vi aiuteremo."
Mi ero di nuovo svegliato e controllai l'ora. Erano appena le cinque del mattino. Rita era nuda e guardava fuori dalla finestra. Dissi:
"Non dormi?"
"Come si fa a dormire. Non vedo l'ora che passi tutto."
"Sono appena le cinque. Facciamo passare più in fretta la notte."
Sospirando si era stesa sul letto accanto a me e si fece penetrare di nuovo. Amante docile e passiva. Somigliava quasi a Letizia.
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Alle sette del mattino, come d'accordo, eravamo tutti pronti per andare via. Il sindaco ci disse di sederci al tavolo a prendere il cappuccino o il caffé. Aveva fatto riscaldare al forno a microonde alcuni cornetti ed alti dolciumi. Aveva fatto tutto Adelaide da buona moglie comprensiva e taciturna. Attorno al tavolo dissi:
"Avete udito stanotte i nitriti di un cavallo?"
Si guardarono in faccia e fecero cenno di no. Si erano ricomposte la coppie, le vere. Disse Rita, la mia ex concubina di una notte:
"Anch'io stanotte ho udito chiaramente un cavallo nitrire. Era molto vicino alla casa."
Disse il sindaco:"Io non ho sentito niente. Forse dormivo."
Disse Ada: "Potrebbe essere ADE, il cavaliere nero, il cavaliere invisibile."
Rettificò Adelaide: "Ade, il cavaliere nero, cioè la Morte."
Io: "Non la facciamo tragica, era solo un cavallo che nitriva nella notte. Devo controllare nella stalla, forse era Gura, la mia cavalla che è fuggita. Biagio deve aver lasciato la porta socchiusa. Il mio colono comincia a diventare vecchio."
Il dottor A. sorseggiando il cappuccino e bagnandovi un biscotto, disse:
"Mi ricorda un fatto accaduto a Cornito al mio paese, in autunno mi sembra a settembre di questo anno. Ricordi Rossana?"
"Come no, ne parlano tutti in paese. Felicetta, si chiamava la ragazza, un ragazza di appena diciotto anni."
Chiesi: "E che è accaduto?"
Rossana disse il fatto:
"Felicetta era una che pascolava le mucche. Come ho detto aveva diciotto anni ed abitava nella parte inferiore del paese, verso la valle. Una mattina come tante altre Felicetta si recò insieme con il fratello a pascolare le mucche di loro proprietà. Mentre stavano pascolando, all'improvviso Felicetta ebbe una visione dalla quale restò traumatizzata. Nel mezzo del campo vide un cavallo nitrire, scalpitare e correre. Era un grosso cavallo nero. A cavalcarlo c'era una donna, o forse un uomo con uno strano elmo in testa. Sembrava ammantato di nero. Chiamò il fratello che vide pure lui lo strano cavallo che subito dopo scomparve.
Disse Adelaide:"Adesso mi ricordo anch'io il fatto. Ma continua. Incredibile. Giovanni fa attenzione che pure tu puoi fare come quella povera ragazza e metterti a nitrire come un cavallo."
La moglie del medico disse: "La povera Felicetta aveva visto il cavallo col cavaliere sopra dimenarsi davanti a lei all'impazzata e poi scomparire. Il fratello riferì di avere visto qualcosa. Gli era parso di aver scorto un cavallo nero, ma non aveva visto il cavaliere. Per quanto scioccata, la ragazza continuò a pascolare e condusse la giornata in maniera tranquilla e normale. Non passarono due giorni e Felicetta, guidata da una forza sconosciuta, di punto in bianco cominciò a nitrire, scalpitare e agitarsi come il cavallo della sua visione. Nessuno riusciva a fermarla. Queste manifestazioni, cariche di violenza e aggressività, si alternavano nella sua vita a fasi di normalità nelle quali mostrava consapevolezza dei propri atteggiamenti poco consueti. Incomprensibile fu che le crisi terminavano nel momento in cui Felicetta, nei suoi attacchi di violenza e aggressività, si spingeva fin sopra la ringhiera del balcone, alto circa cinque metri e si lasciava andare nel vuoto. Sebbene l'impatto avrebbe dovuto causarle ferite più o meno gravi, era proprio in quel momento che Felicetta ritornava in sé, senza riportare il minimo danno. "
Disse il medico:
"Io steso la visitai. Incredibile, la ragazza dopo il salto di circa cinque metri dal balcone era incolume. Nessuna ferita. Tutto normale: ossa, articolazioni, contusioni niente..."
Continuò la moglie:
"Questi fatti indussero parenti e vicini a concludere, nell'impossibilità di altre spiegazioni, che doveva trattarsi di un caso di possessione diabolica. Il genitore decise di portare Felicetta alla tanto
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conclamata colonna di S. Antonino. Lì fu esorcizzata e tornata a casa, la vita sembrò ritornata quella di un tempo. Ma durò poco. Felicetta ebbe nuove crisi e una mattina la trovarono nella sua camera appesa con una corda al collo: suicidio per impiccagione."
Disse il medico: "Fui io a visitarla per primo. Suicidio. Mai visto prima una cosa del genere."
Dissi: "Quando ero ufficiale medico presso il muro di confine c'erano suicidi a catena di gente di ogni età persino di novantenni. Era la Sindrome dell'Ombra Nera."
Disse il medico: "La S.O.N. Non penso che era stata la S.O.N. ad uccidere quella poveretta."
Dissi: "Collega, ci sono casi atipici dove il soggetto prima di suicidarsi non vede alcuna ombra nera aggirarsi nei propri sogni, oppure dice di non ricordare."
Intervenne Ada: " Il trauma iniziale di Felicetta è prodotto dalla visione del cavallo nero, che corre all'impazzata. Il cavallo nero è 1'animale ctonio legato al mondo degli spiriti. "
Disse il sindaco: "E' meglio andare. Ci manca solo la seduta spiritica come conclusione."
Adelaide commentò: "Eros e Tanatos."
Chiuse il sindaco: "Amen."
Chiesi là per là: "Dove abitava quella poveretta?"
Rispose Rossana: "Felicetta?"
"Sì."
"Abitava giù al paese. A circa mezzo chilometro da quella roccia famosa, la Rupe ardesia."
Ci salutammo in fretta con stentate parole. Accompagnai Ada alla sua macchina. Aveva indossato la pelliccia. Nevischio per terra. La temperatura rigida evidenziava il vapore emesso nella respirazione. Ada si girò per salutare il sindaco davanti l'uscio. Evitai di guardarla. Aveva rimesso gli occhiali scuri. Le dissi tanto per dire:"Ci vediamo di nuovo?"
"Forse."
Gli altri invitati erano andati via in fretta. Ero rimasto solo col sindaco nel salone con la brace quasi spenta. Adelaide era in tolette. Dissi:
"Beh, com'è andata?"
"Giovà, la sai una cosa? Il bello è che non ricordo niente di stanotte. Forse mi è venuto sonno."
"Come non ricordi la scopata che hai fatto con quella là? Non ti ricordi di aver scopato una bonazza come quella?"
"Amnesia completa. Mi fa male la testa."
La mia diagnosi:
"Sindaco, ci dobbiamo fare una TAC al cervello tutti e due. Conosco un bravo neurologo e psichiatra di Napoli. Oppure..."
"Oppure?"
"Oppure cosa?"
"Che la ragazza stanotte ti ha drogato."
"Penso che hai ragione. Però non dire niente ad Adelaide. Si può impensierire."
Adelaide era tornata col cappotto, pronta ad andare via. Era seria seria. Sembrava che le emozioni notturne col partner diverso dal marito non l'avessero scalfita. Tutto nella norma. Adelaide mi chiese: "Giovanni, quella donna...Ada, dove l'hai conosciuta?"
Non potevo dire che l'avevo adescata sul marciapiede: "Me l'ha presentata un amico. Perché?"
"Oltre che a mio marito, anche a me sembra che l'abbia vista da qualche parte, ma non ricordo dove. Eppure l'ho vista. Di dov'è?"
"E' di Salerno. Insegna in una scuola di Salerno."
Li salutai in fretta per sottrarmi all'interrogatorio di primo grado. Andai via che il cielo plumbeo si andava schiarendo. Andai nella mia casa di campagna a controllare se Gura fosse fuggita nella notte. Vidi che la cavalla stava al suo posto legata alla mangiatoia. Gridai:
"Gura, il mondo è a volte strano, che ci vuoi fare? Siamo tutti un po' strani; tu no."
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(25)
Il giorno seguente il pomeriggio, andai nella mia casa in campagna. Feci siesta con stufa accesa, un libro e lo spumante. Leggere e riflettere tra la pace della natura. Le mie visioni mi tenevano in uno stato di agitazione. I sensi cominciavano a fare le bizze. Il corpo non funzionava più come prima. Poteva trattarsi di un transitorio accumulo di acido lisergico in alcuni centri delle aree visive primarie. Mi stesi sul divano al calore della fiamma. Chiamata dal cellulare. Fui tentato di lasciar perdere. Nei relax di solito era il sindaco.
"Pronto?"
"Sono Ada."
"Dolce sorpresa."
"Sto in machina. Sto attraversando il ponte che porta al tuo paese. Vado da una mia amica a Sant'Angelo."
"Puoi fermarti un po' da me a prendere un caffè o altro."
"Ti ho telefonato per salutarti."
"Vieni. Ti fermi per un caffè, o altro. Sto nella mia casetta in campagna. Ti aspetto sul bordo della strada. Dopo circa tre chilometri lungo la provinciale, mi vedrai. Vieni. Ti voglio far conoscere Gura."
"Chi è Gura?"
"La mia cavalla."
"Non posso fermarmi troppo."
"Non ti farò perdere molto tempo."
Risalii per il viottolo verso la provinciale. Mi stupivo della chiamata. Diffidente per natura, mi chiesi:
"Chissà che vuole."
Vasto silenzio interrotto dal motore della sua macchina. Sui dossi, dall'altro lato della strada poderose querce centenarie coi rami nodosi al cielo. Cominciavo ad avere freddo. Improvvisa sbucò dalla curva la sua Alfa Romeo GT nera. Mi sorrise dietro i vetri salutandomi con la manina. Si fermò accanto a me.
"Salve."
"Buon giorno. Sempre molto bella."
Aveva i soliti occhiali scuri che non toglieva mai e giacca di volpe nera. Entrai in macchina e le indicai lo stradino sterrato da percorrere.
"Sono una cinquantina di metri. Ecco.. .puoi parcheggiare dietro la mia auto."
Ero curioso di conoscere la marca della giacca di volpe:
"Scusa che marca è?"
"Cosa?"
"La tua giacca di volpe."
"Max Mara."
"Non sapevo. Adesso Max Mara fa anche le giacche di volpe."
"Solo due chiacchiere ed un caffè. Devo proseguire e la sera viene presto."
"Due chiacchiere, un caffè e la conoscenza di Gura."
"Non posso entrare in stalla. Vedi, sto vestita bene."
"Ti fermi davanti alla porta. E' un rito. Presento la mia cavalla a tutti quelli che mi vengono a trovare."
Mi seguì per il sentiero che circonda la casa: "Il mio colono Biagio vuole farla accoppiare in modo da avere tra un anno un bel puledro."
"Ottima idea. I cavalli mi piacciono, in particolare i neri."
"Sì, ma ci vuole uno stallone all'altezza della situazione. Gura ha sangue arabo nelle vene."
Aprii la porta a pian terreno. Calore e tanfo di stalla: "Ecco, lì la mia cavalla."
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"Salve."
Gura attaccata con la catena alla mangiatoia, si girò di lato. Tirò su il collo per significare che voleva essere liberata dai lacci e uscire per i campi. Dissi:
attaccata con la catena alla mangiatoia, si girò di lato. Tirò su il collo per significare che voleva essere liberata dai lacci e uscire per i campi. Dissi: "Gura, un'altra volta."
Soffriva a stare lì legata. Amava la libertà dei boschi. Amava correre nella natura selvaggia e respirare aria immacolata e resinosa. La mia cavalla era la parte di natura selvaggia e libera che avevo sempre cercato. Ciò che mi trasmetteva quando la cavalcavo nella deserta valle era l'illusione di trovarmi in un altro mondo, dove la natura impera con leggi eterne ed un proprio ecosistema invincibile. Nel chiudere i battenti e sprangarli, chiesi se Gura fosse bella.
"E' una bella cavalla. Un sauro e sembra molto giovane."
"Ha appena due anni. E come salta i fossati. Cavalcarla è una bellezza."
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(26)
In casa si era tolta la giacca di volpe. Labbra carnose e rossetto fuxia. I bordi delle labbra segnate da una matita. Maglione di lana con collo alto e abito Chiffon con gonna sopra il ginocchio. Aveva stivali a tacco bassi neri e calze con arabeschi, arrapanti assai.
"Che vai a fare a Sant'Angelo?"
Stavo seduto su una poltrona a lei di fronte. Aveva accavallato le cosce e sorbiva comodamente il caffé. Aveva gesti calmi e sguardo dolce, si era tolta gli occhiali.
"Vado da una mia amica. Abbiamo fatto il liceo insieme. Studiavamo a Salerno. Adesso lei fa l'università a Roma ed è venuta a Sant'Angelo perché la madre sta poco bene. Mi ha telefonato chiedendomi se potevo andare da lei."
Avrei voluto dirle: per oggi allora niente marchette. E avrei voluto chiederle se l'amica di Sant'Angelo sapesse di quella sua attività. Invece dissi:
"Lo sai? L'altra sera il sindaco...avete dormito insieme."
"Ebbene?"
"La mattina non ricordava niente dei vostri amplessi. Non è che l'hai drogato?"
"Non uso droghe."
"Che scemo. Certe volte la mia testa..."
Era irritata per la mia domanda sulla droga. Doveva essersi irritata per questo.
"Che scemo cosa?"
"Che quella notte mi turbava il pensiero che il sindaco ti accarezzasse, che ti toccasse le spalle, i fianchi, il seno e oltre mentre tu sospiravi. Mi chiesi: chissà com'è il suo viso quando si trova distesa, così, nuda, sotto un uomo e sente una mano percorrerle la carne! Mi sarebbe piaciuto essere invisibile e vederti fare l'amore con uno che non fossi io. Mi sarei stupito se avessi ancora quella tua aria di Minerva, di chi la sa lunga. Invisibile ti avrei accarezzato con mano leggera le ginocchia aperte, le ginocchia rosa, e sentirti gemere. Che idee si hanno certe volte!"
"Bello, scoparsi due donne nello stesso tempo, vero?"
"Ma non si può. Le leggi della fisica lo vietano."
"Dici? Tutto è sempre qualcos'altro. Tutto è qui ed è altrove. Sono io, sono tu. Siamo altri indistinti esseri. Tutto accade in qualche altra parte. Tutto è come in un film che ripete altrove e poi altrove ed altrove ancora, le stesse scene. Anche la morte è una di queste scene che si susseguono all'infinito. L'esistenza trafigge il nulla come una lancia che torna circolarmente nello stesso punto in cui ADE la scagliò."
"Sei una filosofa e anche un po' depressa, anzi abbastanza depressa."
"Perché dico che tutto si svolge come in un film?"
"Non tanto. Dici di essere Ade. All'inizio pensavo che scherzassi, invece lo dici con convinzione. Vieni da me, al mio dipartimento che ti curo io. Conosco una ottima cura contro la depressione e contro alcuni stati maniacali."
"Non ne ho bisogno. Alcune persone sembrano sane ed invece devono curarsi. Sono quelle persone che pensano che tutto vada bene, che il mondo vada bene ed invece il mondo è volto all'auto distruzione. L'umanità naviga in un fiume che cade in un abisso senza fine."
" Per la miseria. A me interessava sapere solo com'era andata con Adamo quella notte degli scambi amorosi."
"L'amore non si contratta."
"Era solo una curiosità. Sapere se ti aveva soddisfatto sessualmente."
"Hai finito? Non voglio parlare di quella notte. Tu cosa ci fai qui in questo paese sperduto?"
"Sono un prof. universitario. Sono laureato in medicina. Molti fanno i soldi come medici nelle ASL ed io invece perdo il tempo dietro i baroni universitari. Ecco qua. Solo qualche anno addietro ero mille miglia lontano da qui: ufficiale medico alla parte nord del muro di confine."
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"Quando mi diplomai, mi proposero di presentare domanda al comune. C'erano buone possibilità di essere assunta come vigile. Me lo aveva assicurato il comandante dei vigili urbani."
"Vedendo le tue cosce..."
"Può essere però non accettai, mi buttai nell'incerta avventura imprenditoriale aprendo un negozio con un'amica. Il negozio dopo qualche anno fallì."
Avrei voluto dire, ma me ne guardai: "Fai la puttana. La più antica professione redditizia."
Dissi invece: "Sei molto giovane. Puoi anche sbagliare."
"Alla mia età si rimedia sempre o quasi sempre..."
"Alla mia età, gli errori spesso sono senza rimedio."
"Sembra. Sembra che siano senza rimedio."
"Avresti dovuto capirlo: avere molti soldi è obbligatorio. Come per voi donne essere giovani e belle a 60 anni. I calciatori vogliono avere successo fino a 30, i politici fino a 70. Da 70 in su, tutti pontefici. Il papa è giovane a 70."
"Come sempre. Sembra che le cose cambino, ma è sempre medioevo. I soldi come strumento di prevaricazione sugli altri. Soldi, soldi sempre soldi..."
"Medioevo prossimo venturo. Non si sgarra, cara mia."
" Tu, sotto sotto sei come me: affetto da atra biliare detta anche bile nera, o con altra definizione da umore nero. Tu sei nato di certo sotto il segno di Saturno, indice di ambivalenza e di una vaga genialità."
"In parte è vero. Bella coppia, noi due. Vero?"
"Accoppiata vincente. Io devo andare, se no si fa tardi."
L'aiutai ad infilarsi la giacca di volpe scura. Mi lanciò un saluto mentre risaliva lo sterrato che dalla mia villa porta sulla provinciale.
Pensai da professionista della materia, da docente di neuro- anatomia e neuro fisiologia. Fu il mio pensiero conclusivo con quella là: Desiderare di possedere una vergine è come arrivare primo ad un traguardo ambito da molti e riceve il suo premio: fare l'amore con una vergine. Chi non ci riesce, se un altro lo precede, si sente vinto e prova un moto di gelosia. Ma c'è un secondo meccanismo: dice invece che vince l'ultimo, quello che porta via il trofeo. Il maschio si eccita all'idea di poter prendere la femmina che si è accoppiata con un altro perché, sostituendolo, lo scaccia simbolicamente, s'impadronisce di quanto era stato precedentemente suo. Questo meccanismo in fondo, è implicito in tutta la prostituzione. Ogni uomo prende una donna che è appena stata di un altro maschio, lo scaccia e lo sostituisce.
Così è. Amen.
Questo pensai. Fui contento della diagnosi.
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PARTE SECONDA
(1)
Coppia perfetta senza dubbio, dicevano in paese, anche quelli dell'opposizione. Me li vidi passare sotto il portico del terrazzo e salutarmi con la borsa della spesa: sindaco e consorte. Lui trentanovenne arzillo benestante e lei giovane bella e gaudente ventunenne della famiglia Adelaide dell'antica casata Morfeo, originari di Altavilla Silentina. Ci manca solo un figlio, pensavo nel rispondere al saluto mentre andavano a farsi una passeggiata in macchina. Prima o poi l'erede sarebbe arrivato. Chissà quanta invidia contro di loro. Anche ciò pensavo: l'invidia arriva se gli altri ci vedono felici e quei due felici lo erano. Entrambi sorridenti e spesso abbracciati, o a braccetto, o con la mano nella mano come fidanzati. Il pomeriggio in estate e in primavera, fuori dagli impegni di lavoro, eccoli a passeggiare per il corso. Li osservavo dall'alto del loggiato. Mi fumavo la pipa e pipando sospiravo. Correva voce che avesse combinato tutto la madre di lui, timorosa che il figlio si sposasse una popolana. Belli, giovani e ricchi.
"Vi pareva che non ci avesse messo lo zampino la madre di lui nel combinare il matrimonio?"
S'era chiesto in piazza zi' Cosimo r' Scarpone, attorniato dagli amici coi quali scambiava volentieri le paesane novità. Vedendomi in terrazzo a pitturare la ringhiera il sindaco aveva detto verso di me, verso di me gridando un po':
"Giovà, vieni da me oggi. E importante."
"A casa tua e non in municipio?"
"A casa mia. Vieni alle sedici. Ti devo far vedere una cosa. Ci sarà anche nostro cugino Arnaldo e il maresciallo Fiengo. Non mancare."
La moglie Adelaide dei Morfeo, si vedeva che era preoccupata. Mi avevano salutato di fretta e di filato a casa che si trova dall'altro lato della strada, di fronte alla mia. All'ora prefissata eravamo tutti nel salottino del sindaco: il maresciallo Fiengo, il dottor Arnaldo Palomonte, la moglie del sindaco ed io. La moglie aveva detto:
"Preparo il caffé."
Il sindaco ci aveva spiegato la ragione di quella radunata:
"Stamattina ho ricevuto questo strano messaggio. E' scritto a penna sopra un foglio bianco modello A4. La scrittura è quella del professore Ettore Majorana, non c'è dubbio. Vedete qua."
Il messaggio, delimitato da numerose linee nere, ammetteva perentorio:
Nel duemila e sei, alle sedici in punto del sei dicembre, un proiettile il ciel solcante a mo' di fulmine, colpirà il cuore del signor Adamo Palomonte seduto sul terrazzo di casa propria accanto alla moglie ventenne. Anche lei morirà colpita alla stessa stregua e nello stesso istante. Questo è l'ordine perentorio di ADE.
Nella parte inferiore, c'era la figura tutta in nero che poteva rappresentare un guerriero all'antica con un grosso elmo in testa su un cavallo.
Disse Palomonte mentre la moglie ci porgeva la guantiera col caffé fumante espresso:
"Deve essere uscito pazzo. Questa è la scrittura di don Ettore Majorana. Anche se non c'è la firma sotto, il messaggio l'ha scritto lui. Vedete qua. Questa è una lettera di protesta scritta da don Ettore Majorana ed indirizzata al sindaco del paese, cioè a me. Questo è invece il messaggio anonimo. Vedete bene che è la stessa scrittura. Gli stessi segni, gli stessi sgorbi. Poi e questo lo inchioda, vedete? Questo sgorbio, questa figura tutta nera è simile allo stemma che don Ettore Majorana ha sull'arcata del suo portone di casa. "
Il maresciallo precisò:
"Sindaco. Datemelo. Lo faccio analizzare dalla Scientifica. Se ci sono le impronte di don Ettore Majorana sopra, lo faccio arrestare."
Palomonte rincarò la dose:
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"Maresciallo, ma che aspettate ad arrestarlo? Vedete come va in giro? Sempre vestito di nero. E' normale? E' normale secondo voi?"
Fui in obbligo di precisare:
"Maresciallo, e con quale accusa? Questo messaggio sembra più una profezia che una minaccia."
"Datemelo, lo faccio comunque analizzare."
Chiese il cugino (per via paterna) del sindaco:
"Adamo, ma come l'hai avuto? Per posta?"
"E' questa la cosa più strana. Stava attaccato con un chiodo davanti alla porta di casa. Lo ha preso mia madre quando è uscita a far la spesa in paese."
Dissi: "Domani è il sei di dicembre. Sindaco, tu e tua moglie domani non uscite di casa. Trinceratevi in camera da letto. Non si sa mai, coi pazzi non si scherza."
"E invece, no. Voglio sfidare il Fato, o più verosimilmente le idiozie di quello stronzo. Domani alle sedici in punto io e mia moglie staremo in terrazza a prendere un drink. Voi signori sarete tutti invitati. Il vicesindaco avrà la sua cinepresa e riprenderà dal terrazzo quella rupe. Andiamo sul terrazzo. Fa un po' freddo, ma non fa niente."
Il maresciallo giustamente aveva chiesto:
"Sindaco non c'è da preoccuparsi, è uno scherzo. Vogliono vedere come reagite."
"Appunto, vogliono vedere se ho paura. Ed io farò vedere a questa gentaglia che non ho paura e che alle sedici in punto starò in bella mostra sul mio terrazzo."
Il maresciallo incuriosito e con occhio indagatore, si mise a guardare la vallata. Ordinò il sindaco:
"Adelaide, prendi il cannocchiale e dallo al maresciallo."
Col cannocchiale in faccia, il maresciallo Fiengo osservò la vallata in cerca di un punto plausibile da dove potesse partire un eventuale colpo micidiale. Dopo un po' disse:
"L'unico punto da cui un eventuale attentatore potrebbe colpirvi è quella grossa roccia simile ad un cranio calvo. Da sotto ci passa la provinciale e dall'altro lato della collina, al di qua del fiume s'intravedono le mura del vecchio cimitero. La Rupe ardesia è dall'altra parte del fiume. A linea d'aria non dista più di due - trecento metri da qui. Con un buon fucile provvisto di cannocchiale, un buon killer vi farebbe secco su questo terrazzo."
Verso il fiume sparsi greggi di pecore a interrompere il verde pallore di boschi e prati: i castagni rossi e i faggi a chiazzare il paesaggio circondato dalle nude montagne. Il silenzio era forte sotto nuvole nere a capolino, gigantesche, sulle creste imbiancate dei monti. Nell'aria l'umido della recente pioggia. I minuscoli paesi appaiati sui cocuzzoli, dall'altro punto della valle, avevano luccicanti vetrate, l'intonaco delle case grigio e tetti rossicci. Ovunque grigiore invadente. Cupa malinconia nell'ora panica prima del crepuscolo. Il sindaco guardò anche lui col cannocchiale:
"E' la Rupe ardesia, così chiamata penso per il suo color carne. Sembra proprio un cranio pelato. Si trova alla stessa altezza di questo terrazzo, ma dall'altro lato della valle. Avete ragione. Potrebbero ammazzarmi da lì."
Il maresciallo disse:"Ci vado spesso con la jeep. E' un bel sperone roccioso rosato. Mi ci fermo con la jeep e osservo il fiume che scorre sotto. A volte, ci sono abusivi che pescano. Lì c'è un'ottima visuale per la valle."
"E' quello il posto. E quella è la terra espropriata a don Ettore Majorana. Lui non vuole capite. La terra l'ha persa. C'è una delibera. La legge è legge e va rispettata."
Dissi per la precisione:
"Massimo tra un mese, prima di natale le ruspe cominceranno a spianare il posto e quello sperone di roccia rossa sarà frantumato."
"Peccato - si affrettò a dire il maresciallo - un'ottima visuale per la vallata. Un bel posto."
Il sindaco espose il piano:
"Maresciallo, domani alle sedici in punto ci devono essere due carabinieri appostati nei paraggi di quella roccia pronti a neutralizzare quel pazzo di don Ettore Majorana che di sicuro starà lì armato pronto a prendere la mira contro di me."
Il maresciallo fece precisazioni tecniche:
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"In linea d'aria, sono circa trecento metri. Difficile per un vecchio come don Ettore Majorana colpirvi. Anche perché sarà quasi crepuscolo. Francamente dubito che chi ha scritto il messaggio minatorio ha veramente in mente di uccidervi. E' tutto assurdo."
Disse Arnaldo:
"A meno che non si abbia un fucile di precisione col binocolo."
La moglie che aveva udito, disse:
"Adamo, ho paura. Stiamocene al chiuso domani. Se c'è un pazzo in giro che vuole ucciderci, meglio non rischiare."
"Il pazzo è don Ettore Majorana e noi lo prenderemo con le mani nel sacco. Ce lo toglieremo dalle palle una volta per tutte. Quello è roso dall'invidia. E' pazzo. La scrittura è sua. Se domani sarà visto nei pressi di quella rupe sarà colto in fallo."
Dissi: "Sindaco, dietro don Ettore Majorana c'è tutta l'opposizione."
"Lo so, Giovà, lo so. E con don Ettore Majorana in sacco, andrà a farsi fottere tutta l'opposizione. "
"La cosa strana è che il messaggio parla di un proiettile come se fosse un meteorite"
"E ti sembra possibile?"
Ammisi alla fine per accontentare tutti: "Un pazzo accecato dall'odio può scrivere una cosa simile."
Il dott. Palomonte diede altre disposizioni. Il maresciallo Fiengo sarebbe stato in allerta in terrazza col cannocchiale accanto ai due coniugi morituri alle sedici in punto, secondo la profezia. Io con la cinepresa che ho, avrei puntato diritto l'obiettivo a filmare il preciso punto dove si trova dall'altro lato della valle, la Rupe ardesia ed il cugino per via paterna Arnaldo Palomonte a filmare con la video camera i due coniugi Adamo ed Adelaide seduti sul divano in terrazza.
Il maresciallo chiese a me e ad Arnaldo:
"Voi due siete cugini del sindaco?"
Disse il sindaco"Giovanni per via materna e Arnaldo per via paterna."
Dissi: "Sindaco, questo sì che significa avere fegato. Ce ne vuole di coraggio anche se sono certo che non succederà niente. E' un bluff."
Il maresciallo fu dello stesso parere: "E' uno scherzo. Qualcuno che vuole divertirsi. Anche se la scrittura dei messaggi fosse di don Ettore Majorana, è comunque uno scherzo."
La moglie impensierita: "Speriamo. Speriamo che sia così, con tanti pazzi in giro."
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(2)
La notte fui in agitazione. Forte vento e rumori a imposte e vetrate. Andai al cesso e poi nel salone al primo piano, accesi la tivvù satellitare. Mi vidi un po' di pornografia e svogliato salii al secondo piano in camera da letto. Sul ballatoio indugiai a chiudere per bene le imposte del finestrone e diedi uno sguardo alla strada ripulita dalle ventate. Lo facevo quando non dormivo bene o avevo voglia di bere, o di andare al cesso di notte. Allungai lo sguardo al caseggiato del sindaco, dall'altro lato della strada. Il vento aveva schiarito il cielo e l'indomani sarebbe stato un bel giorno sia pur freddo. La limpida luce della luna piena illuminava a giorno l'asfalto. Ombre notturne e vento sibilante. Avrei fatto uscire Gura e via per tutta la mattinata per il bosco deserto e spoglio. Via dai miei pensieri. Mi parve di scorgere per strada una figura furtiva ammantata da capo a piedi. Da come si muoveva sembrò una donna, la faccia chiusa in una mantiglia tenuta stretta per riparo dal vento. Appena rischiarata dall'alone lunare, lasciava dietro di sé lunga lugubre ombra. Mi parvero i movimenti di una sonnambula, o di una che lottasse contro le forti ventate.
"Ma che ci fa lì, quella?"
Dubitai di ciò che vedevo. In uno slancio aprii la finestra e gridai in strada:
"Ehi, donna, dove vai? Ehi!"
L'ombra sostò in mezzo alla via, guardò verso di me. Lo sguardo fisso alla mia finestra. Trattenei il fiato. Lo sguardo su di me come monito. Abbassò il capo e si diresse verso la casa del sindaco. Mi parve che aprisse il portone con una chiave ed entrasse furtiva. I pesanti battenti del portone si chiusero alle sue spalle. Il cuore a martellarmi. Cupo presentimento. Chiusi il finestrone. Mille congetture assalirono la mente. Chi era? Un fantasma? Era una nuova amante del sindaco? Era la moglie Adelaide? E che ci faceva a quell'ora di notte? La mattina avrei dovuto parlarne col sindaco a costo di essere smentito e preso per fesso? Decisi di non complicare le cose e di stare zitto. C'era di mezzo anche il maresciallo Fiengo che indagava sulle minacce al sindaco. Meglio non mettersi in mezzo. La mattina, il sindaco appena entrato in municipio mi chiamò nella sua stanza.
"Giovà, chiudi a chiave che sono cose delicate."
Chiusi la porta a chiave, mi sedetti di fronte a lui: "Sindaco, che c'è? Che è accaduto?"
"Stamattina sotto il cuscino del letto ho trovato un nuovo messaggio minatorio. Lo stesso dell'altra volta. Adesso comincio ad avere paura. Forse non è quel pazzo di don Ettore Majorana. Stando alle previsioni, dovrebbero arrivare parecchi milioni di euro per fare tutte quelle opere che il Presidente della regione ha in mente. Speriamo che non c'è lo zampino della camorra."
"Sindaco non è arrivato ancora niente. Sono progetti che il Presidente della regione ha in mente per questa zona. La camorra potrebbe arrivare quando saranno stanziati i soldi."
"E allora chi è che mi manda questi foglietti minacciosi di morte?"
"Qualche pazzo."
"Un pazzo che entra di notte a casa mia e mi mette messaggi sotto il cuscino?"
"Uno che ha una chiave falsa e vuole intimorirti. Uno che vuole prendere il tuo posto."
"Potresti essere anche tu, allora."
"Sindaco, non scherziamo su questa cose. Lo sai benissimo che se mi presentassi per le elezioni comunali come candidato sindaco, nessuno mi voterebbe."
"Questo è anche vero. Poi ci conosciamo da una vita, siamo anche parenti. Sarebbe il colmo."
"Appunto."
"Ma qualcuno è. Forse qualche complice di don Ettore Majorana."
Evitai di parlargli dell'individuo visto la notte prima. Paranoico com'era chissà che avrebbe pensato. C'era pure un altro fatto: dubitavo delle mie visioni.
La scadenza perentoria delle sedici in punto mi mise in agitazione e ben vestito e profumato, verso le tre bussai alla porta di casa Palamonte. Mi portavo la cinepresa il cui funzionamento avevo controllato per bene. La vocazione avrebbe dovuto spingermi alla filmografia, non alla ricerca scientifica coi baroni universitari. Che stronzata la vita! Ho numerose cineprese di collezione
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comprate fin da quando mi laureai. Nei mercatini andando a zonzo come cane dal fiuto fine, ho comprato qua e là altra roba vecchia, ma importante: cineprese, rotoli di pellicole, proiettori e luminarie. Avrei dovuto filmare l'evento del sei dicembre, alle ore sedici quando un proiettile o un micro - bolide a distanza di alcune centinaia di metri come da divina sentenza, avrebbe ucciso sul colpo, colpiti al cuore, i coniugi Palomonte.
Alle sedici meno dieci tutti lì in terrazza e meno male che non pioveva: i Palomonte seduti sul divano come in un quadretto naif in autunnale crepuscolo. Io che riprendevo a dovere la vallata tenendo al centro dell'obiettivo la Rupe ardesia. Il maresciallo ad osservare la scena da vero investigatore e Arnaldo a filmare i coniugi seduti con al centro dell'obiettivo i loro petti entro cui palpitavano i rispettivi cuori. Lontano, nascosti da frasche due carabinieri appostati nei paraggi della rupe pronti a neutralizzare l'attentatore. Ogni carabiniere con la rice per comunicare col maresciallo. I coniugi seduti affiancati, di spalle al muro e di fronte alla vallata il pomeriggio del sei dicembre. Avrebbero gustato un bel tè al limone con melliflui biscotti e il cugino Arnaldo avrebbe registrato l'evento, smentendo la fatidica profezia. Il sindaco risoluto a sfidare chi lo minacciava nell'ombra: "Quanto manca ancora?"
"Sindaco, pochi minuti."
"Giovà, vedi qualcosa con la cinepresa?"
"Niente."
Anche il maresciallo col binocolo confermò: "Sulla rupe non c'è nessuno. Nessun attentatore. Neanche nei paraggi."
"Meglio così. Però nei paraggi ci dev'essere quel pazzo. Lo sento."
La moglie affianco chiese: "Mi alzo adesso?"
Il maresciallo fissò l'orologio al polso: "Pochi istanti ancora. Sono le sedici meno due".
Il sindaco rettificò come un monarca:
"Aspettiamo ancora un po'. Siamo in gioco e dobbiamo giocare."
Dissi:"Diamogli qualche minuto di recupero."
Ispirato dal momento, o per sdrammatizzare il fatidico momento, spalancate le braccia, Arnaldo recitò un verso di foscoliana memoria:
"...forse perché della fatal quiete tu sei l'immago a sì cara vieni o sera."
." Subito dopo la scadenza delle 16,00, i Palomonte come statue a fissare con sguardo spento il silenzio della vallata. Il maresciallo fu il primo ad accorgersi che qualcosa non quadrava anche se come medico specialista avrei dovuto accorgermene per prima io. "Sindaco, tutto bene?"
Sindaco e consorte impassibili alla domanda. Mi girai con la cinepresa e l'inquadrai. I due erano immobili. Sguardi innaturali, vitrei. Conoscevo quel tipo di sguardo: quello da cui la vita è fuggita via. Lo sguardo di chi è spirato. Entrambi assenti. Mi avvicinai e li toccai. Caldi, ma lo sguardo di entrambi assente. Presi il polso di lei. Era morta. Toccai per scrupolo la carotide al collo di mio cugino: idem. Entrambi deceduti alle sedici in punto! Alle sedici in punto come predetto. Annunciai: "Sono morti."
"Oddio!"
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La foto dei Palomonte stampata sui giornali: due piccole foto in un cantuccio della cronaca. I giornali riferirono: per cause misteriose morti in contemporanea per arresto cardiaco. Resoconti di indagini condotte con maggiore o minore competenza scientifica, pubblicati da quotidiani nella terza pagina, riempirono per settimane intere colonne e colonne delle più assurde fantasticherie. Il Bollettino Astronomico Campano (BAC) parlò di radiazioni cosmiche e funzionari dell'Osservatorio vesuviano - uomini di cultura altamente qualificati - parlarono di macchie solari. La sera il tg regionale diede striminzita e vaga notizia, senza fornire altri particolari. La mattina però del giorno dopo ci fu un grande allarme. Il fatto fece il giro dei paesi vicini: marito e moglie morti allo stesso giorno, nello stesso posto e alla stessa ora. Infarto fu la diagnosi del medico legale. Marito e moglie morti dello stesso sintomo: infarto miocardio acuto. Stecchiti. Il prete impartì la benedizione alle salme composte sul letto matrimoniale. Il via vai di gente nella casa dei morti fu continuo per una giornata intera. Un segno divino, o un castigo. Chi gioiva era il professore Ettore Majorana che venne a dare la mano ai familiari, ma che dopo qualche giorno diede una bella festa a casa sua dove ricevette gli amici, in particolare quelli dell'opposizione nel consiglio comunale. Il fatto fu così strabiliante che il maresciallo Fiengo scomodò subito i superiori e la Scientifica. Ma bisognò arrendersi ai fatti: i due erano morti per infarto. Non c'era stato alcun killer. Ci furono interviste di paesani e cortometraggi sul piccolo comune. Qualcuno andò ad intervistare i maghi della zona, qualche prete, poi come accade, tutto tornò nella normalità per la mancanza di sviluppi che potessero fare notizia. Per mancanza di materia prima, cioè di notizie, anche i giornalisti a poco a poco si disinteressarono. Solo il giudice delle indagini preliminari fu irremovibile. Disse: andrò fino in fondo. Egli forse aspettava - lo faceva intendere qualche giornale - un testimone nuovo e misterioso che spuntasse fuori all'improvviso e chiarisse. Alcuni ebbero l'impressione che la notizia dei Palomonte e della loro fine in simultanea appresa dai giornali, li allontanasse dalla verità, che l'informazione disinformasse e il reale si nascondesse dall'apparente irrealtà.
"Oddio! Com'è possibile una cosa del genere."
Alcuni dissero che sì, anni addietro si era parlato di un marito ed una moglie trovati morti insieme di notte, ma nel loro letto. Forse avvelenati da qualcosa che avevano mangiato, non seduti davanti a tutti come i Palomonte sul terrazzo di casa.
Molti asserirono che era stata una mano divina. Solo Dio fa così. Il maresciallo nonostante il referto della Scientifica volle indagare. Interrogò a lungo il professore Ettore Majorana per sapere dove si trovava il pomeriggio del sei di dicembre, alle sedici in punto. Il vecchio ripeteva che dormiva, faceva la siesta pomeridiana - e che altro poteva fare - ma si vedeva che gioiva.
"E' stata la mano del Signore".
Rispondeva il maresciallo Fiengo: "Dio non è vendicativo. Non fa così."
"Allora è stato il diavolo."
Don Ettore Majorana prima si era divertito, poi dietro le insistenze del maresciallo si stava offendendo. Un uomo di nobile casato ed onesto. Non c'erano prove contro di lui anche se la scrittura dei messaggi, analizzata da esperti, era la sua. Ma non c'erano impronte sui fogli. Negli stessi giorni convulsi qualcuno di notte aveva appioppato un manifestino scritto al computer con i versi allusivi:
La primavera è tornata in paese
dopo la fine dei Palomonte
sia la gioia la nostra fonte
per ogni giorno, per ogni mese.
La cruda didascalia su un giornale nazionale riportò:
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Adamo Palomonte e la giovane moglie Adelaide stroncati ieri alle sei in punto da infarto. Le diagnosi del medico condotto e della Scientifica non lasciano dubbi anche se il fatto lascia interdetti. Forse entrambi stressati. I carabinieri della locale stazione indagano a tutto campo per dirimere ogni sospetto. Sembra che il sindaco da tempo fosse oggetto di reiterate minacce. S'indaga in particolare negli ambienti malavitosi che avrebbero preso di mira le attività politiche del piccolo comune. Ma tutto per il momento è riconducibile ad una strana fatalità.
Toccò a don Fernando novizio prete condurre la messa funebre. Tutto il paese in chiesa. L'organo intonò il preludio, seguì la predica di don Fernando. Facce commosse. I politici venuti dal capoluogo, seri e tristi. I sindaci dei comuni vicini nei primi scranni, come pure il Presidente della provincia e l'Assessore regionale al Territorio, grande amico dei Palomonte. Davanti a tutti i familiari affranti con la madre di mio cugino distrutta e poi i familiari di Adelaide.
Oltre la balaustra, le bare su marmoreo pavimento. Tenni io l'orazione funebre. Me l'ero preparata trascrivendo brani funebri ad hoc che don Fernando mi aveva porto. Avevo incollato un po' qua e un po' là, ma non dava a vedere che era un collage. Alla fine ci misi anche del mio come i ricordi - quelli passabili - trascorsi insieme col sindaco. Una luce soffusa dai finestroni laterali illuminò un'infinità di crani affastellati negli scranni delle navate. Dissi tra l'altro:
"Negli ultimi tempi sia Adamo che la povera moglie Adelaide mi avevano detto, e non una volta sola, che tanto spesso avevano sbagliato nella vita, ma che erano stati compensati dal sentire quanti veri amici avevano. E io sforzavo la loro modestia e replicavo che non dovevano meravigliarsi, perché questa ricchezza e intensità di amicizie era esattamente ciò che spettava loro, che meritavano tutto il bene di questo mondo.
Quanto ho detto finora, ma piuttosto accennato, era necessario se non altro per suggerire che Adamo ed Adelaide sono stati esempi di suprema moralità e di limpidi sentimenti. Ma nel mio ricordo di amico ci sono cose che importano di più. Per esempio, l'autentica gioia che mi prendeva tutte le volte che li vedevo passeggiare per il corso del paese spensierati come chi nulla ha da temere, come chi ama ed è amato dal prossimo.
Adamo ed Adelaide persone eccezionali, anzi unici, per doti morali e intellettuali. In Adamo c ‘era una grande e quasi spericolata intelligenza, sempre spaziata di paradossi, ma anche una generosità mai programmata e perciò perfettamente laica e un'ironia che - come molti avevano notato - essendo anzitutto auto ironia lo rendeva immune da cattiveria ed aggressività. Quanta amabilità, nel carattere della consorte Adelaide, donna fine e dolce. Impossibile non amare Adamo ed Adelaide, per il loro amore, fedeltà ed attaccamento verso il prossimo e per le altre virtù elencate. E poi qualcosa che non posso fare meno di chiamare signorilità, una signorilità - del tutto aliena da questi tempi volgari - riflessa nella loro disponibilità ed apertura verso tutti.
Per loro non poteva esserci invidia, ma solo ammirazione e quasi stupore per chi incarna in modo così integro e insieme fuori di squadra l'umanità in un modo così profondo e tenace..."
Il prete andò intorno al catafalco a benedire le bare. Due vite stroncate in contemporanea. Crollai sullo scranno per lo stress. Dopo la cerimonia in chiesa, il carro funebre con due bare dentro, le corone di tutti noi e la lunga fila di popolo a scortare al cimitero sindaco e consorte. L'aria ferma e vento in ossequiosa attesa.
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Ero adesso il sindaco del paese avendo preso le veci di mio cugino. La giunta confermò la mia carica di sindaco fino alla scadenza dei termini. Era probabile una mia rielezione. Il prof. Arduino aveva voluto fare la pace con me. Occhiali cerchiati di oro, aspetto pensieroso di scienziato ante litteram. Voce dal dolce suadente timbro, amabile all'ascolto come di un cardinale. Gli occhi piccoli, neri e furbi di un malandrino facevano da contrasto in quella faccia ben educata. Oppure lo sguardo severo e guardingo ne era la cornice più adatta. Letizia mi aveva avvertito:
"Sta' attento con quello. E' falso, bada solo a se stesso ed ai suoi interessi. Il prof. Arduino disse avendomi ricevuto nel suo studio presso il dipartimento di Neuro - Anatomia:
"Spero che ogni astio tra me e Lei finisca. Non ce ne saranno i presupposti. Farò in modo che Lei si presenti per il prossimo concorso ad ordinario e lo vinca. Penso che sia soddisfatto."
"Direttore, ma quando ci sarà questo nuovo concorso?"
Potevano indire un nuovo concorso dopo sei, sette anni: una presa in giro.
"Se è d'accordo agli inizi del nuovo anno, per marzo, aprile penso che sarà tutto pronto. Per Lei ci sono ampi orizzonti. I politici fanno affidamento su di Lei. Non inciampi in altri incidenti."
"Professore, non è dipeso da me. L'avermi fatto fuori nello scorso concorso..."
Mi mise una mano benevola sulla spalla. Tutto in lui infondeva fiducia:
"Coraggio professore. Non pensi al passato. Lasci da parte il rancore. Le cose vanno così, capisce?"
Il Presidente della Regione in persona volle convocarmi presso il suo ufficio a Napoli. Ero arrivato con due ore di anticipo in Piazza Municipio. Eventi importanti mi attendevano. In una stanza luminosa come un pesce nel suo lago, il Presidente stava con uno anziano molto distinto che seppi essere un coadiutore, un ingegnere. Non si sedette alla scrivania. Mi si parò di fronte con a lato l'ingegnere. Aspetto pensoso; gesti corretti e misurati. Fu conciso ma preciso: "Professore, ci sono grossi progetti in vista per il suo piccolo comune. Sia all'altezza della situazione. Tutti i progetti che avrebbe dovuto attuare suo cugino andranno avanti. Lei avrà il nostro appoggio e fiducia per qualsiasi problema."
"Presidente, grazie per la fiducia. Non deluderò nessuno. Ce la metterò tutta."
"Bene, grinta, coraggio e risolutezza a proseguire."
L'inseparabile ingegnere che lo fiancheggiava come una vera guardia del corpo mi fece un sorriso allusivo che poteva essere d'incoraggiamento. Il Presidente della regione aveva i suoi informatori e puntava su di me.
Da bambino, dietro un bianco lenzuolo illuminato dal finestrone del laboratorio, mio padre mi distraeva col gioco delle ombre. E' facile il gioco delle ombre. S'intrecciano le mani da dietro il lenzuolo dalla parte della luce e dalla parte opposta ecco ombre inquietanti: uccelli in volo chissà dove, una testa di coniglio che si trasforma in un cane abbaiante. Mio padre che abbaiava come un cane forsennato ed io a ridere. Poi c'erano i mostri, i draghi, i serpenti e poi tutto spariva quando alzava il lenzuolo e vedevo mio padre con le dita intrecciate.
Uscii per Piazza Municipio che ero l'uomo più felice della Terra. Sarei diventato presto ordinario in un importante dipartimento di Medicina ed avrei fatto carriera politica gestendo una grande quantità di progetti che coinvolgevano il mio comune, la provincia e la regione. Pranzai con alcuni colleghi dell'università in un bel ristorante dalle parti di Caserta Vecchia. Eravamo in quattro: Vittorio ricercatore confermato quarantenne, Ettore associato trentacinquenne come me e Alfonso tecnico laureato trentenne. Pranzo casereccio con vino doc del beneventano, antipasti misti al prosciutto e mozzarella di bufala casertana accompagnata da verdure e provola affumicata, sempre di bufala casertana. Cominciammo a mangiare con voracità. Mica pensavamo a ciò che ingoiavamo in una tacita gara a chi masticava prima e di più, prolungamento di quella gara in dipartimento dove ci si spintona gomito a gomito. Il danno maggiore era nei confronti del prosciutto avellinese che esige degustazione ponderata, con debita calma come se si stesse in chiesa, come per le ostie sacramentate. Calma e lunga degustazione interrotta dal vino rosso asciutto. Idem per gl'insaccati, i friarielli, la cicoria, i peperoni secchi fritti. Alla fine dei primi, con gli stomaci in contrazione per
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l'avviamento digestivo, potemmo discorrere alla buona. Disse Vittorio con l'ultima bruschetta tra le mani: "L'avvenire è delle neuroscienze: TAC, MRIf e angiografia cerebrale saranno le metodiche sulle quali contare per fare buone ricerche."
"Sempre che ce le lascino fare - disse Ettore Foglio - e ci mettano a disposizione questa nuova tecnologia."
Rettificai assaggiando le ultime melanzane degli antipasti: "Occorre avere fiducia nei superiori."
Alfonso arrotolante spaghetti al pomodoro: "Non parliamo di loro altrimenti mi va via l'appetito."
Ettore Foglio divorante maccheroni: "A me va storto anche il vino."
Vittorio dopo un po': "Io dico che bisogna aver fiducia nella Scienza, ma fino ad un certo punto."
Breve sorsata di vino e continuazione dell'aulico discorso:
"Io dico che siamo alla stesso punto di crisi della fine dell'Ottocento quando tutti i calcoli matematici non seppero spiegare il paradosso del corpo nero. Ricordate? Tutti i calcoli seguendo le logiche della matematica e della fisica, portavano a delle assurdità."
Ettore Foglio che allontanava il primo piatto di lasagna dopo averlo svuotato e nettato:
"Che è sto' corpo nero?"
Vittorio vittorioso per la sua sparata scientifica che sembrava interessare:
"E' un solido ideale concavo come un forno da cucina solo che le pareti interne sono nere. Approssimazioni concrete del corpo nero non sono insolite: le osserviamo se guardiamo le finestre aperte di un edificio non troppo vicino. I vani ci appaiono neri, se manca una sorgente di luce interna."
Io, spolpando costolette: "Ebbene?"
Vittorio sorseggiando vino doc:
"Ebbene secondo i calcoli...per farla in breve, un forno da cucina sarebbe quanto meno, una sorgente di raggi gamma. Le teorie fallivano finché nel 1899 Planck scoprì una nuova formula, una nuova teoria, quella dei quanti, ed inaugurò le rivoluzioni della fisica completate da Einstein."
"Io sorseggiando acqua frizzante: "E allora?"
"Allora siamo allo stesso punto di allora. La fisica porta ad affermare che esistono corpi mostruosi nell'universo: i buchi neri. Oltre l'orizzonte degli eventi la materia di un buco nero ha gravità infinita all'interno di un tempo anch'esso infinito. E' mai possibile? Sono stronzate. Eppure i calcoli degli illustri scienziati portano a queste conclusioni."
"A meno che non si alzi un giorno uno - magari uno di noi - con una nuova teoria rivoluzionaria sulla materia, sulle anime e sui santi."
Venne il cameriere ad interrompere l'acume delle nostre menti:
"Volete un dolce, un caffè, frutta?"
Uscimmo appagati e con le guance rosse. Zeppi di roba, gli stomaci ne avrebbero avuto come minimo per un paio d'ore prima di svuotare la poltiglia - il chimo gastrico - nel successivo tubo del duodeno. Per un po', durante il pranzo c'era stata l'illusione che ogni cosa si aggiustasse come il cibo sotto i denti. Che la realtà sarebbe stata masticabile e digeribile magari dopo una lunga laboriosa digestione.
Stetti in dipartimento per il resto del pomeriggio e al crepuscolo decisi di tornarmene in paese. Non pensavo da tempo a farmi una bella cavalcata con Gura ed avevo dimenticato di farmi le analisi mediche dopo le allucinazioni e gli attacchi di panico. Ero troppo felice per temere che qualche cosa di negativo mi potesse intralciare l'esistenza.
Con Letizia non era una convivenza vera e propria. Ognuno aveva le sue libertà. Dividevamo l'appartamento in comune, anche il letto, ma non eravamo una coppia affiatata, come fidanzati veri, o moglie e marito. Un tragico passato ci divideva. Nessuno chiedeva di più, in un rapporto tenero e senza complicazioni. Avevamo entrambi paura del presente, del passato e del futuro.
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Verso sera percorrevo la Litoranea avendo lasciato l'autostrada a Salerno per salutare gli zii. C'era vento freddo e rare macchine. La vidi allo stesso posto. Non mi sembrò lei, ma avvicinandomi dopo aver rallentato vidi che era proprio lei: Ada.
Mi dissi: "Allora è proprio vero. Fa la puttana."
Una scopata con lei avrebbe chiuso la meravigliosa giornata.
"Salve, sali?"
Sporse la testa nel finestrino:
"Ah, sei tu. Sto in un tailleur in flanella di Kiton: gonna alla caviglia e sciarpa di pelliccia disegnato da Giuliana Teso. La conosci?"
"Non conosco Giuliana Teso, confesso."
Il vento aumentava d'intensità. Era pazza a stare lì con quel freddo. Ancora più pazzi a trattenerci in quel posto e parlare di moda. Disse:
"Allora salgo? Sto vestita bene per te?"
"Sali, certo, non vuoi morire mica assiderata."
"Me ne stavo andando via. Troppo freddo, brrrr!"
"Dove scopiamo?"
"Dove vuoi, pure a casa tua."
Sbatteva i denti per il freddo e tirava il collo in dentro.
"Bene. Ma poi non ti riporto subito qui."
"Domani mattina quando vuoi, anche sul tardi però dopo dovresti riportarmi qui in zona o almeno a Salerno."
"D'accordo."
Avevo acceso l'ultimo CD di Madonna:
"The time..."
Lei aveva acceso una sigaretta aspirando in profondità.
"Non ti dà fastidio il fumo?"
"Se è compatibile, no. Se fumi troppo sì."
Parlando di cose varie, eravamo adesso all'interno della boscaglia del mio comune. Disse:
"C'è più avanti la Rupe ardesia. Perché non ti fermi e la inquadri coi fari?"
"Tu conosci la Rupe ardesia?"
"Sì. Conosco pure una leggenda che ha come tema quella rupe fatata."
Dopo una curva ad U ecco la Rupe Ardesia, maestoso sperone sopra la strada. Sostai e misi gli abbaglianti. A quell'ora, con quel freddo, nessuno si arrischiava a passare di lì con la macchina. La Rupe ardesia si stagliava nella profondità della notte col suo color carne. Sembrava un gigantesco animale accovacciato in letargo. Disse da profetessa:
"Nella notte l'uomo accende una luce a se stesso, benché la sua vista sia spenta."
"Chi l'ha scritto?"
"Eraclito."
"Chi, Clitoride?"
Pausa di silenzio che poteva essere una riflessione o altro. Figuriamoci se m'interessava Eraclito - o la distorsione del nome in clitoride - in quel momento. Intravedevo nel vano macchina le sue cosce che divaricava e chiudeva con impazienza.
Descrissi il posto:
"Quella rupe sembra un cranio con un grosso taglio di lato. Di là dal fiume oltre la barriera delle querce e mirtilli c'è il vecchio cimitero. Qualcuno riferisce di averci visto anche i fantasmi."
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"Allora questo posto è quello che fa per me. Il taglio, il taglio su quella roccia rossa sembra artificiale. Non rispettano la natura da queste parti."
"Mio padre era artigiano e faceva le statue per i santi. Fece tagliare una parte di roccia per farne una grossa statua."
"Allora fu tuo padre a fare quello sfregio. Sapevo comunque di tuo padre e della sua attività."
"Come lo sai?"
"Dimentichi che vengo spesso da queste parti. Non sapevo che il taglio fosse stato dovuto ad asportazione di una parte di quella pietra. Ho fatto degli studi su quella roccia. So una leggenda. Te la dico?"
"Fa pure."
"Nel 410 dell'era cristiana, dopo il sacco di Roma, un folto gruppo di Goti si trovò ad attraversare queste terre. I Goti fecero numerosi prigionieri che in parte uccisero. Duecento fanciulle furono torturate con raffinata crudeltà e rabbia inesorabile. I loro corpi squartati da cavalli selvaggi e le ossa stritolate sotto le ruote dei carri. Le loro membra abbandonate sulle strade in preda ai cani ed agli avvoltoi."
"Però. Spero che sia solo un fatto privo di verità."
"Ascolta adesso perché qui è il bello. Qui accade il portento."
"Sentiamo."
"Solo una ragazza si salvò miracolosamente. Si era rifugiata dietro quella roccia rossa e senza accorgersene aveva messo le mani sulle orme di mani del neolitico stampate sulla roccia. La leggenda narra di un barbaro che l'aveva scorta accovacciata sotto la rupe e che mentre stava per sferrarle un colpo d'ascia, lei aveva messo le due mani o una sola su quelle impronte ed era sparita. Il colpo d'ascia si schiantò sulla pietra con grande meraviglia del barbaro."
" Stronzate..."
"C'è un'altra versione: la ragazza avrebbe vagato nelle diverse epoche storiche cambiando identità. Sarebbe infine tornata a morire accanto al re Alarico, nella stessa tomba."
"Stronzate. Sai che facciamo adesso?"
"Che cosa?"
"Ce ne andiamo a mangiare all'agriturismo di Cornito: sei antipasti caserecci, due primi coi fiocchi e due secondi coi contorni senza contare la frutta, il vino doc, i dolci e quanto altro."
"Buona idea, ma non ho molta fame."
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Il ristorante su un cocuzzolo ed il sentiero per raggiungerlo sterrato, infangato con ai lati mucchi di nevischio e terriccio. Il cielo si era aperto con una grande luna piena. La sala scaldata da un gran focolare in un camino gigantesco. Un paio di tavoli occupati da gente locale che non conoscevo e televisore acceso su canale cinque. La sua attenzione attirata dalla grossa stampa a colori, riproduzione dell'opera di Paolo Uccello sulla Battaglia di Angari. Disse:
"E' ammirevole la forza di sintesi che l'artista ha concentrato in un solo cavallo in primo piano. Quel cavallo secondo me non va da nessuna parte. È fissato mentre salta in un punto dello spazio tempo remoto, estraneo alla lotta cruenta."
"Forse anche noi qui lo siamo."
Il suo sguardo cristallino mi rapiva. Glielo dissi:
"Il tuo sguardo in particolare è come quello della Venere di Milo."
"Bene, stai sulla buona strada."
E come sempre davanti ad una bella donna, ero poetico. Poi prevalse l'ingordigia e mangiai a sbafo come al solito e a avrei smaltito il tutto con le scopate notturne.
"Ti piace il locale?"
"Ci ero già stata con la mia amica di Sant'Angelo. Fu un paio di anni fa."
"Si mangia molto bene e a poco prezzo."
"Mi piace il vino rosso. Molto buono."
"Il vino rosso accende i cuori delle donne, si dice."
"Speriamo. Per accendere il mio cuore ce ne vuole."
"Il vino rosso fa aumentare la quantità di estrogeni nel sangue. Le donne sotto l'effetto dell'alcol fanno meglio l'amore."
Entrò gente. Riconobbi tra gli altri don Ettore Majorana. Era vestito come al solito in scuro con cappotto e vestito nero e bavero rialzato. Stava con sette - otto amici del paese. Erano per lo più pensionati e contadini della zona. Gente dell'opposizione che parlava male del sindaco. Don Ettore Majorana mi vide e fu indeciso se fare finta di non vedermi; poi mi salutò. Disse:
"C'è qui anche il professore Basto. Quale onore."
Ci demmo la mano e presentai a tutti la mia amica. Alcuni salutarono col capo ed andarono vicino alla fiamma del camino, altri dettero la mano. Don Ettore Majorana disse:
"Se volete accomodarvi al nostro tavolo, per noi è un onore."
Dissi: "Don Ettore Majorana, grazie. Preferiamo stare da soli."
Mi prese per il braccio e mi portò da parte. Disse:
"Professore, quella roccia, la Rupe Ardesia non va abbattuta. Ci sono delle cose più grandi di noi collegate a quella rupe. Quel posto è sacro, non toccatelo. Le dimostrerò che è sacro. Mi venga a trovare a casa e ne parleremo. Suo padre buonanima lo sapeva. Ho fatto degli studi su quella roccia. Anch'io me ne intendo di Scienza."
"Lo so che siete stato un grande scienziato. Non mi spiego perché avete lasciato il dipartimento dove lavoravate per venirvene qui."
"Tutto è destinato. Ho seguito il mio istinto che mi ha riportato nel paese nativo. Del resto pure voi avete fatto la stessa cosa anche se continuate a fare ricerca. Però lo sapeva bene anche vostro padre che quella roccia è sacra."
"Cosa sapeva mio padre?"
"Adesso non c'è tempo. Venga a casa e ne parleremo."
Ritornai al tavolo con Ada che si stava scocciando. Disse:
"Quell'uomo ha ragione. Non toccare quella roccia."
"Hai ascoltato."
"Stavo qui ed ho ascoltato. Però quell'uomo ha ragione. Forse per questo è morto tuo cugino e la moglie."
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"E che ne sai tu di cosa è morto mio cugino?"
"Ho letto i giornali."
Parlammo dei Palomonte, ma in modo evasivo. Disse che conosceva i fatti, ma che non aveva spedito le condoglianze per evitare sospetti su quel festino cui aveva partecipato.
Pensai che Ada stesse recitando una parte. Pensai che stava lì con me per un atto di gentilezza, oppure per ammazzare il tempo. Dopo qualche bicchiere di vino aveva cominciato a scaldarsi. Pensai di nuovo: forse sta con me perché le va, perché ne ha voglia. Forse le piaccio. Poi pensai: piaccio ad una puttana e me ne vanto. Provai a vedermi come in uno specchio: uno robusto, ma non grasso; uno allampanato di sesso; uno coi capelli neri lisci e lunghi alla nuca. Uno che voleva apparire una specie di scienziato ante litteram. Il mio braccio abbandonato sulla schienale della sedia di lato. La giacca grigia..., l'orologio di marca come il resto. Un dandy.
Ada aveva mangiato solo pochi bocconi di lasagna e un po' di carne alla brace. Però aveva bevuto parecchi bicchieri di vino, sia bianco che rosso ed era un po' brilla. Durante il pasto aveva fumato una diecina di sigarette. Molte sigarette alcune spente dopo pochi tiri. Mi chiesi perché consumasse alcune sigarette fino al filtro e schiacciasse altre appena accese. Conflitti della psiche che riversava nel fumo di sigaretta? Conflitti profondi? Era di certo nervosa. Pensai che tutte le puttane sono nervose, chi più, chi meno. Avrei voluto chiederle di nuovo:
"Perché fai la puttana?"
Tacqui per non guastare la serata.
Avevo pagato il conto. Uscimmo che era quasi la mezzanotte. Nere creste di querce centenarie a corona intorno allo spiazzo illuminato del ristorante. Saliva dalla valle densa nebbia. Parcheggiai la macchina sotto casa ed entrammo. Prima di salire su, volli mostrarle il laboratorio di mio padre. Accesi le luci.
"Ti piacciono tutte queste statue?"
"Molto belle. Chi le ha fatte? Dev'essere stata opera di un bravo artista."
"L'autore è la buonanima di mio padre. L'unico grande artigiano in tutta la zona, da Salerno in giù."
"Lavoro inusuale per uno di qui. Qui sono tutti contadini. O per lo meno, lo erano."
"Mio padre aveva fatto un po' di scuola elementare; un po' di scuola di disegno. Poi sempre in bottega, giorno per giorno, anno per anno, con una istruzione lenta, costante, pratica, sempre la medesima, non uscendo dalle regole tradizionali della pittura dei santi, regole fisse, immobili, strane, di un arcaismo mistico singolare, con un sapore ingenuo di leggenda primitiva, con una espressione dogmatica venuta dall'insegnamento degli antichi."
"Mi ricordano le statue di Pigmalione, o meglio la statua di cui Pigmalione s'innamorò: l'artista crea la perfezione che non può trovare nella realtà e umanamente se ne innamora."
"Mio padre faceva questo mestiere per campare."
"Mi sembra che amasse il suo mestiere."
"Doveva amarlo, non aveva scelta."
Si era spinta dentro il locale tra le prime statue. Disse:
"Sono belle. C'è sempre un momento in cui una scultura non deve essere più toccata dall'artista. Il momento in cui l'artista lascia la statua per l'eternità."
"Mio padre voleva farci solo dei soldi. Si fermava quando era certo che la sua opera era compiuta e andava incontro alle esigenze del committente."
"Invece ne sono commossa."
Guardava verso il fondo del locale, verso la statua pagana. Disse:
"Ricordo i versi che Nietzsche da giovane scrisse, lui però era rivolto alla divinità: Conoscerti voglio, Ignoto, che penetri l'anima. Tempesta che squassi la vita, inafferrabile eppure a me affine."
"Impossibile, secondo me, conoscere l'ignoto. Almeno da qui, dalla parte di noi viventi. Forse dopo, se esiste l'anima. Dopo la morte. Adesso però siamo viventi ed è meglio pensare alle cose dei vivi. Stiamo nella carne come l'immagine di queste statue è commista al marmo."
Ada stava su col naso:
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"Che tanfo! Un odore di benzina...di vecchia polvere..."
"D'inverno cambio poco l'aria, qui."
"Qui fa freddo. Brrrr, che brividi!"
Andammo in cucina e feci fuoco nel camino. Spensi la luce e le diedi un brandy. La vampa disegnò calde venature sul suo viso. Disse:
"Attento a non diventare come Pigmalione che aveva scolpito una statua così bella che ogni giorno la baciava, l'accarezzava e ci faceva l'amore, un amore a senso unico che includeva la masturbazione finale."
"Mi farebbe comodo che tu fossi una statua. Ferma e obbediente."
Avevo stappato una vecchia bottiglia di spumante e brindammo non so a cosa. I suoi occhi brillavano con lo stesso luccichio diamantino. Accennò ad un sorriso sorseggiando dalla coppa lo spumante. La sua identità impenetrabile. Era una puttana e come tale i suoi sentimenti irrilevanti. Era però molto bella e con un fisico che definirei di modella. Lineamenti perfetti dovunque. Questo poteva bastare per qualsiasi uomo.
La baciai assaporando la dolcezza delle sue labbra. Le morsi delicatamente il labbro inferiore che succhiai come una pesca matura. Eravamo accaldati per via del vino trangugiato.
Andammo nella mia alcova, la stanza da letto dove continuammo gli amplessi. Ce l'avevo duro da un po' per carenza di fresche scopate. Che puttana. Le misi una mano tra le cosce risalendo fino al pube. Da sotto lo slip la matassa di peli vulvari. La baciai sul collo. Era bellissima, una dea.
"Lo sai che sono pazzo di te, Ada bella, o come ti chiami. Tutto farei per te."
"Chiamami Ade e non Ada."
Gli occhi persi nei suoi. Il suo respiro caldo sulle mie labbra. I battiti forti del suo cuore contro il mio petto. Il suo seno tosto premuto sul mio. Vicinissimi. Lei dischiuse quelle labbra selvagge, carnose. Le diedi una spinta, con tutt'e due le mani, forte. Cadde sul letto.
"Brutta puttana!"
La chiamai puttana per scherzo. La gonna le salì un pezzo in su.
"Puttanaccia!"
"Non chiamarmi puttana."
"Cinquanta euro a botta"
"Tu sei scemo."
La montai sopra, cominciai a baciarla, a tastarla sul petto, fra le cosce. Piangeva.
"Non... chiamarmi... puttana...."
Mi raddrizzai, mi tolsi i pantaloni e lo slip.
"Adesso ti chiavo, bella, ti chiavo tutta."
Si mise a ridere: "Calmati. Hai bevuto troppo."
"Ti chiavo come dico io. Come nessun altro ha fatto con te, compreso la buonanima del sindaco. Bellezza!"
"Non parlare sboccato."
"Vaffanculo."
Saltai sul letto come un gorilla. M'ero già sbarazzato dei vestiti. Cominciai a spogliarla, carezzando e baciando. Carne calda. Carne che cede al cazzo. Carne femminile e che donna! Le sfilai le mutandine. E d'istinto come i mandrilli, come a diciotto anni, glielo ficcai dentro. Profanai quel cunicolo coperto da una folta matassa di peli vulvari. Entrai in lei, nel suo calore, nella sua fragilità e sacralità. Diedi una ventina di energiche e belle stantuffate, poi lentamente, con grazia a gustare col glande il dolce calore della sua fessa. All'improvviso, mentre prendevo fiato mi disse in un orecchio:
"Non penserai mica che la darei a tutti come fanno le puttane?"
"Penso che la daresti a chiunque."
Diede un colpo di reni e mi estromise. Gridai:
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"Ma che cazzo ti prende?"
Cercai di calmarla:
"Dai, fatti chiavare per bene. Ti voglio arrivare dentro un paio di volte."
"Tu mi devi rispetto. Sono vendicativa. Mi fai male nel parlarmi in questo modo. Non offendermi."
"Ma scherzavo. Lo so che non la dai a chiunque."
Ada o Ade dischiuse le cosce e glielo rificcai con forza in corpo.
"Oh, amore!"
La baciai sulla bocca, seguitando a pompare.
"Amore! Infinito amore."
Gridai il suo vero nome: "Ade".
Il cazzo nella sua caverna lubrificata dai liquidi del suo corpo. Caverna profonda che si apre alla penetrazione. L'abbracciai stretta stretta, e lei a me. Grande chiavata. Erano fuoco i suoi baci, dolci le sue carezze e celestiale la sua fessa. Momenti ineliminabili. Momenti in una diversa dimensione dello spazio - tempo. Momenti fuori dalle categorie delle stronze ricerche scientifiche e delle congetture di neuro-anatomia umana. Dopo un po', storditi e sfiniti avevamo preso sonno, abbracciati ed accaldati.
Dal lago profondo l'anima emerge, confonde i suoi tratti vestita di Eros.
Ebbi un nuovo incubo. Stavolta sognai di Ada che mi parlava. Aveva voce roca, voce che attraversa spesse tenebre e immoti mondi. Era altissima come una torre. All'interno del mio incubo, Ada disse:
"Sono Hypnos. Il potente raggio sprigionato dalle mie mani, provvederà a neutralizzare gli istinti ostili e renderà docili le masse ribelli. Alcuni riusciti a sfuggire alla caccia, saranno prontamente catturati. Tutti i prigionieri subiranno gli effetti della luce induttiva sprigionata dalle mie mani. Io sono Hypnos, dio dell'incanto e del sonno, germano di Thanatos.
Quando l'azione induttiva di me, Hypnos gemello di Thanatos avrà sciolto alcune sinapsi in determinati punti della corteccia cerebrale, tutti i ribelli saranno docili e fedeli all'Impero."
." L'alba entrò dai vetri del balcone sfiorato dai rami del vecchio mandorlo. Mi sollevai e lentamente mi chinai su di lei che dormiva. Nel sonno sembrava sorridere. Mi sembrò una donna diversa: fragile e delicata come una primula. Mi assalì una improvvisa commozione e quasi piansi. Non mi spiegai il perché di quella mia reazione così spontanea ed improvvisa. Era stata la sua bellezza a colpirmi? Era stata la convinzione che tra me e lei ci fossero barriere insormontabili? Ebbe un fremito, si stava svegliando. Bella come la Venere di Botticelli. Il sorriso scomparve dalle sue labbra che pochi istanti prima avrei baciato come si assapora il profumo di una rosa vermiglia. Svegliandosi l'espressione del viso mutò: adesso era triste e come un'ombra sul suo sguardo.
Aprì gli occhi e la baciai sulla bocca. La mia bocca si spalancò a ingoiare la parte inferiore della sua faccia e il mento. La mia lingua s'insinuò tra quelle labbra contorte. Assaporai tutto il calore del suo corpo...
Fatto l'amore, senza indugiare e senza guardarmi, o sorridermi, scostò il lenzuolo. Spostò di lato le lunghe cosce, si mise seduta sul letto dandomi le spalle. Abbassò la testa e di certo si era messa a pensare, ma a cosa pensava? Poggiai la mano sulla sua schiena, ma lei la scostò. Avvolta nel lenzuolo andò in toilette. Poteva offrirmi il suo corpo di favola, ma non il cuore. Almeno per il momento. Aprì la porta e andò a prendersi la borsetta per farsi il trucco. Mentre si specchiava e si faceva il trucco dissi:
"Stanotte ho avuto un incubo. Ci sono abituato. C'eri tu nel mio incubo."
"Pensavo che la nottata con me ti avesse fatto un diverso effetto."
"Mi devo far visitare da uno specialista. Non c'entri tu. Penso che sia stressato. Ho visto te nel mio incubo. In realtà ero io che impersonavo te."
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"Io...tu...ci siamo scambiati i ruoli. Almeno nel tuo sogno. Pardon...nel tuo incubo. Bello."
"Ho visto te che ti specchiavi, poi nello specchio c'ero io, poi c'era un grosso polipo o forse una seppia che aveva la faccia tua e poi era la mia faccia, capisci?"
" La seppia simboleggia il camuffamento. La seppia mira a rendere indistinguibile verità e menzogna, realtà ed apparenza, agire comunicativo ed agire strategico."
"Mi stupisci. Sei intelligente e riflessiva."
"Troppo per una del mestiere?"
Non risposi alla sua domanda, dissi:
"Sono stressato. Forse la cena di ieri sera era troppo pesante per il mio stomaco."
"Viviamo illudendoci di stare sempre bene, baldanzosi. Poi all'improvviso i sintomi del crollo."
"Siamo fatti di carne ed una visita di controllo dopo una certa età non guasta mai."
"Siamo fuscelli che una breve ventata porta via."
"Guarda: anche tu col tuo perenne pessimismo hai bisogno dello psicologo. Non scherzo."
Scendendo per le scale fece gli ultimi commenti:
"Questa casa è come una chiesa, un museo o un collegio di monache. Statue e statuette di santi dappertutto: sui mobili, sulle consolle, negli angoli e perfino sugli armadi dei vestiti. Sembra una grande sagrestia. C'è aria asfittica dove ti aspetti da un momento all'altro lo spuntare di una madre badessa pronta a fulminarti con occhi severi."
"Ci sono nato. Questioni di gusto."
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Al mattino sul tardi la riportai nella sua città. Prima portammo dei fiori sulle tombe dei Palomonte. Ada stette in silenzioso raccoglimento e mi sembrò che pregasse. Poi disse invece:
"Ossame."
La osservai. Mi stava di lato. Disse di nuovo:
"Ossame."
"Anche noi lo saremo."
"Ammassi di ossa. Mettono dei simboli come le croci sulle tombe per illudersi di continuare in un modo o nell'altro a vivere."
"L'anima dovrebbe continuare a vivere."
"Dipende cosa si intende per anima."
Avevo comprato il giornale e le sigarette in tabacchino. Prendemmo il caffè nel bar semideserto e prima di metterci in macchina lessi ad alta voce un trafiletto del giornale. Ascoltava indifferente, ma ne scrutavo sottecchi la reazione. Mi piaceva punzecchiarla. Sarebbe stata una ottima puttana di alto bordo, come la ex di Paul MaCatney. Dunque lessi: Chi è Heather Mills, detta Lady Macca? Diciamo, anzitutto, chi era. Il tabloid britannico News of the World le sta picchiando in testa. Era una prostituta d'alto bordo, specializzata in sesso di gruppo e lesbico. E passi. Era la prostituta preferita dagli arabi ricchi. E passi. Era la prostituta legata ad Adnan Khashoggi: il braccio sessualmente armato del noto trafficante d'armi. Il tabloid ha via via rintracciato un libro porno con immagini da vietare; le ex compagne di lavoro; la maltresse costretta a un superlavoro per gestire gli incontri; infine, il segretario di Khashoggi, che dichiara: «E che prostituta! Dei pagamenti mi occupavo io». In tempi più recenti, Heather era la moglie di Paul McCartney. Oggi, Lady Macca è una signora separata che - si dice - pretende troppi soldi nella controversia giudiziale. Ada girava la testa in aria. Chiesi: "Che ne pensi di questa lady Macca?"
"Tu che ne pensi. Stai pensando che potrei fare anch'io carriera così?"
"La stoffa ce l'hai."
"Stronzo, portami via da qui. Subito. Tu non hai capito ancora nulla."
"Che cosa non ho capito? C'è da capire qualcosa?...O.K. scherzavo."
"Lo sai che potrei ammazzarti da un momento all'altro?"
"Ma io ti piaccio troppo, baby."
Passammo a salutare la mia cavalla. Gura era in agitazione, voleva uscire. Aveva fiutato che il tempo era meno rigido. A tratti il sole, ma grosse nubi grigie si accavallavano ad occidente. A sera ci sarebbe stata di certo di nuovo tempesta e grandine.
"Gura, ti prometto che quando sarà bel tempo usciremo."
La cavalla alzava il collo e tirava la cavezza che l'assicurava alla mangiatoia. La liberai per darle dal secchio un po' d'acqua. Ada stava davanti all'entrata per non sporcarsi. La cavalla bevve un po' e sbuffò con le froge. Si girò verso la porta e come se vedesse un estraneo minaccioso, nitrì a lungo e accennò ad inarcarsi per la paura. La richiamai con energia: "Gura. Ferma!"
La cavalla raspava la paglia della stalla con la punta di uno zoccolo. Vide Ada sotto l'architrave, nitrì, ruotò gli occhi e si dimenò spaventata. Stava per inarcarsi terrorizzata. Afferrai la cavezza da vicino alla briglia e la riportai davanti alla mangiatoia. "Ma che ha, stamane! Gura, calmati."
Assicurata la cavalla alla mangiatoia, chiusa la stalla, andammo via. Più la osservavo e più mi arrapavo. Se cominciavo a frequentarla me ne sarei innamorato cotto. Innamorato di una con tendenze puttanesche. Il suo fisico era perfetto come di modella. La sua bellezza eccelsa come il suo sesso. Troppo bella. Occhi a mandorla azzurro perla. Occhi che fanno perdere la testa.
"Non mi parli di te. Dimmi che fai di solito, studi?"
Invece di rispondermi aveva inserito il CD:
Hung up...
... 75
Dopo un po' abbassai il volume per una nuova domanda
"Sembri una che è ricca. Come passi le serate?"
Silenzio. Guardava la strada ed aveva rialzato il volume. Nuova canzone:
Get together...
... Nella mente frullavano altre domande, spinte dall'onda dei ricordi della notte passata con lei. Sentivo ancora nel cavo della mano la levigata freschezza di quel seno tosto di ventenne o quasi. Respiravo ancora il profumo della sua nudità. Ancora si rifletteva in me l'immagine del suo volto con gli occhi semichiusi mentre me la fottevo. Sulla bocca il sapore di quei baci. Attimi di un tempo remoto oltre inesorabili barriere.
Riabbassai il volume:
"Se vuoi, uno di questi giorni ti porto a visitare il museo di anatomia che è nel mio dipartimento. Ci sono scheletri, ossa e..."
"Voglio ascoltare Madonna...scusa, ne parliamo la prossima volta. Volume rialzato:
Push...
"Come ti chiami, Ade o Ada?"
Silenzio. Guardava oltre con strafottenza.
"Perché vuoi essere chiamata Ade e non Ada?"
"Perché è così. Mi sento più Ade che Ada."
Rettificò: "Che differenza c'è? Chiamami però Ade, è meglio."
"In verità io non conosco niente di te....tranne che sai fare l'amore in modo stupendo."
"Passo con nonchalance dalle feste organizzate alla Capannina, locale mitico di Forte dei Marmi, lo conosci spero...alle sagre di paese dove cotechino e polenta è ciò che preferisco. Leggo libri leggeri come I love shopping di Sophie Kinsella e tomi impegnati firmati Haruki Murakami. Li conosci spero. Nel mio lettore mp3 ci sono Madonna e Raffaella Carrà, ma vado spesso alla Scala di Milano per godermi l'Opera (adoro la Bohème)."
"Una tipa raffinata. Su Raffaella Carrà, però avrei da ridire."
Continuava a descriversi sui generis con strafottenza:
"Sono una che sa godersi la vita, anche se su certe cose, proprio non transigo. Per esempio, sul mio uomo ideale ho idee molto chiare: deve avere personalità, essere premuroso e vestire con scarpe inglesi, pantaloni casual, camicie Oxford e pullover colorati in filato pregiato."
" Altro?"
" No, perché in fondo, per farmi felice, basta offrirmi pizza e gelato. Meglio se in riva al mare...in Grecia. Il dettaglio per non sbagliare? Amo la coppetta al cioccolato e stracciatella."
"Bene. Ma questo è la crosta che ti sei fatta. Poi chi ama i gelati, lo sai? Ama ADE."
"Perché?"
"Le algide profondità, le zone delle nostra cristallizzazione archetipica, lo Stige il fiume gelato del mondo infero...il freddo corpo della morte...La fanciulla di ghiaccio descritta da molti scrittori è una padrona dispotica, fredda ed insensibile. Alcune iscrizioni su tombe pagane e paleocristiane dicono che l'anima da morta è refrigerata: in refrigerio anima tua. Il termine greco psycos significa inverno, soffio freddo. Insomma esiste un nesso remoto tra la dimensione della freddezza e l'anima. Osiride riceveva una bevanda rinfrescante, dal dolce refrigerio psichico. Queste bevande fredde ritornano nei nostri sogni: la coca cola, i gelati appunto...E' l'io onirico che vuole sorbire la fredda bevanda della morte."
"Bene, vedo che cominci a capire qualcosa di me."
"Modestamente."
"Sai? Quello che si chiama felicità corrisponde all'improvviso appagamento di bisogni accumulati e così può esistere solo come fenomeno episodico."
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"Bella affermazione."
"Veramente lo aveva affermato Freud, tanto tempo fa."
"Nientemeno conosci Freud. Mi sorprendi."
"Questo è niente."
Muoveva le dita a tamburrello sul ginocchio con un ritmo che seguiva la canzone. Chissà a che pensava. Sembrava assente. Di certo non pareva che avesse un debole particolare per me. Aveva passato una piacevole nottata con un uomo. Forse era venuta con me perché faceva freddo su quel marciapiede. Belle scopate, almeno per me. Aveva chiesto di scaricarla a Salerno. Ci lasciammo nei pressi Piazza della Concordia. "Ciao."
Alla biglietteria dell'autostrada vidi che aveva scordato gli occhiali da sole nel cruscotto. Non ci badai. Sulla tarda mattinata avevo preso appuntamento col prof. Gaudioso della clinica medica. Mi ero fatto tirare il sangue e consegnato la provetta per le urine. Volevo farmi per scrupolo una serie di analisi. Se era il caso avrei fatto anche le TAC al cervello e indagini similari sui vasi cerebrali. Dopo un paio d'ore i risultati delle analisi erano già pronti. Tutto sembrava nella norma compresa la glicemia e l'azotemia. Avrei dovuto farmi però altre analisi più sofisticate per la prostata e la vista.
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Avevo rinviato questo secondo ciclo di accertamenti per la settimana prossima, se ne avessi avuto il tempo. Il prof. Arduini - direttore del dipartimento - era all'estero per un congresso e non c'erano studenti che mi cercavano per qualche tesina. Mi venne incontro Letizia tutta allarmata.
"Ciao, come va? Ogni tanto ti fai vedere."
"Ho troppe cose da fare. Ciao ci vediamo."
Nel dipartimento già circolavano i pettegolezzi su me e su di lei. Dicevano che eravamo come amici, ma abitavamo nello stesso appartamento. Sembravamo più fratello e sorella che conviventi. Disse trattenendomi per il braccio: "Aspetta. Sono preoccupata, sai?"
"E di che?"
"Sono preoccupata per la serie di ricerche che porto avanti. Il direttore dice che sono molto importanti e che ha preso accordi con professori americani e cinesi."
"Non vedo perché devi essere preoccupata."
"C'è molto mistero intorno, ecco qua. Ho l'impressione che non mi dicano tutto. E' come se facessi parte di un piano strategico le cui finalità non capisco."
"Oppure non ti è permesso di capire. Rinuncia a far parte dell'equipe che porta avanti questo tipo di ricerca. Semplice."
"Non è facile. Avrebbero dei sospetti."
"Ti emargineranno a vita. Come minimo ti isoleranno come una con la peste."
"Bei consigli che mi dai."
"Sto poco bene. Mi sto facendo delle analisi. Scusa, ho altro da pensare. Ciao."
Decisi di tornarmene in paese rifacendo la Litoranea nella speranza di incontrarla di nuovo. Avevo il numero di telefonino, ma preferii non chiamarla. Volevo vedere se la trovavo ai bordi della strada a fare la puttana. Il tempo peggiorava e cominciava a piovigginare. Non era il tempo ottimale perché le puttane uscissero per strada. Infatti era tutto deserto. Il vento scuoteva gli eucalipti ed il mare si schiantava rumoroso sulla spiaggia, oltre il filare degli alberi. Accesi la radio con il CD della mattina:
Hung get together...
I pensieri presero a turbinare, si frantumarono e riflettei su tante cose. Caos di riflessioni. La mia vita era un caos, non avendo la possibilità o la volontà di scelte definitive. Cos'era innanzitutto il bene e cos'era il male? Erano antiche pulsioni del genere Homo? Dove si annidava il bene e dove il male? Si può essere nello stesso tempo corrotti ed amare intensamente una donna provando per lei veri sentimenti? Solo adesso mi erano pressanti queste domande. Le avevo sempre rigettate, alcune volte con un sorriso sorprendendomi di essere troppo filosofo, troppo serio, troppo triste. Oscure presenze sulla mia strada. La Morte?
...Sorry...
Il senso di libertà assoluta che rasenta le pulsioni dell'inconscio e della Morte me lo davano solo le lunghe cavalcate nella valle deserta. Il pensiero taceva ed esisteva solo il mio corpo immerso nella vastità muta della natura primordiale.
Like it or not....
Arrivai in paese che grandinava e tuonava. Accesi la luce nell'androne e cercai di mandare via dal bavero del cappotto i grumi di grandine. Mi era parso di udire qualche rumore dal laboratorio delle statue. Avevo lasciato una mezza finestra aperta? Accesi la luce per controllare. Vidi la fila delle statue, ma tutto era irreale. Guardai la lampada e mi sembrò emettesse un alone rosato. Le statue
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sotto quella luce avevano tonalità inusuali. Sembravano di marmo rosato. Le più vicine mi parve che avessero una sfumatura rossastra, più accentuata nelle zone in penombra come sotto i colli, o le arcate sopraciliari. I piedi, le mani e gli avambracci penduli erano invece come guanti neri, forse per la luminescenza che li raggiungeva. Strizzai gli occhi, li stropicciai con le dita, poi tornai a guardare: il colore non era cambiato. Addirittura ebbi l'impressione che qualche statua avesse mosso una mano, un'altra abbassato e sollevato le palpebre, una che avesse reclinato e sollevato il cranio come viva. Movimenti impercettibili, ma veri. Le mie statue che per la prima volta mi terrorizzavano. Un campanello di allarme prese a squillarmi nella mente. Era una cosa assurda. Forse l'incipiente influenza, o una sinusite di cui avevo sofferto da ragazzo stavano giocandomi un brutto scherzo. Udii da fuori per strada il rumore di un camion. Fuori la normalità. Mi assalì una fitta di paura. "Ma che mi succede!"
A tratti - fluttuante visione - appariva e spariva in mezzo alla sala la figura alta più di tre metri di una donna velata di nero. Attraverso i veli intravedevo la sua nudità. Il volto coperto ed anonimo. La sua pelle diafana ed il seno trasparivano come dal fondo di limpida acqua.
Mi feci coraggio, chiusi il portone e salii su a farmi un caffè. Accesi la luce delle scale. Stavo inciampando sul primo gradino Gli oggetti però stavano riprendendo i loro colori. Solo allora avvertii il cuore in tachicardia: la paura. Non mi ero tolto il cappotto. Mi diressi verso il bagno. Un viso pallido mi fissò dallo specchio. Adesso di nuovo, ma per pochi secondi vidi gli oggetti tutti bianchi. Mi accostai alla finestra: i fari di una macchina trafiggevano buio e grandine. Fuori tutto naturale. Respirai a fondo, ripetutamente. Doveva esserci una spiegazione. Era una cosa che dava i brividi. Mi chiesi se potesse trattarsi di un temporaneo accecamento provocato dal freddo. Nel tornare verso la cucina le mura erano col giusto colore. Tutto normale. Spensi il gas e presi una tazza di caffè. Ebbi voglia di fumare, ma desistei. Avevo mangiato qualcosa che mi aveva fatto male? Un tossico nel cibo? Tossine nel cibo al ristorante? Decisi che la mattina seguente dovevo ricoverarmi al policlinico. Dio fa che non mi succeda niente fino a domani mattina! Telefonai al mio collega, il prof. Gaudioso per comunicargli la volontà di ricoverarmi dopo avergli esposto i sintomi del disturbo visivo. Disse che era opportuno farmi tutte le analisi del caso. Poteva trattarsi di anossia transitoria, uno spasmo cerebrale, un aneurisma, un'alterazione del tessuto retinico chissà. Al mattino seguente mi accorsi che la luce del giorno mi dava fastidio e mi lacrimavano gli occhi. Per guidare fui costretto ad inforcare un paio di occhiali da sole. Erano quelli che la ragazza aveva dimenticato nel cruscotto. In macchina ripetevo sommarie nozioni di oculistica. Come una litania dissi a me stesso:
"Secondo i ricercatori della Scuola di medicina dell'Università della Pennsylvania, coordinati da Kristin Koch, la retina umana trasmette al cervello una quantità di dati pari a dieci milioni di bit al secondo, mentre in una rete ethernet il flusso di informazioni è compreso fra dieci e cento milioni di bit al secondo. Cos'è che non funziona nei miei occhi. Un nonnulla e bum, tutto all'aria. Bum e la vista va a farsi friggere." Tra veglia e sonno ebbi una visione. Ero naufrago come Ulisse. Stavo su una zattera seminudo. Avversa forza generata da entità ctonie agita il mare. Alte onde crespe, urlanti nel vento si schiantano su rocciosi lidi con fragore, strepito e muggiti. La bianca schiuma copre il litorale dove non c'è attracco. Taglienti scogli e alte rocce a picco sul maroso. Furiosa onda m'investe, mi strappa via dalla zattera, mi scaglia contro le rocce lacerandomi la pelle e squassandomi costole e vertebre. Mi aggrappo con le mani ad uno scoglio cui mi attanaglio. Onda gigantesca si piega sul capo torreggiante, schiantandosi con orribile fragore sulla scogliera. Il riflusso mi sobbalza lungi dal litorale, simile ad un polipo strappato dalla tana nei cui tentacoli ha residui di pietrisco. Invece residui di pelle ebbi lasciato sull'appuntito scoglio. L'onda mi ricopre e porta via. Mi svegliai nel pieno della notte, naufrago sperso nel maroso. Un incubo.
Il mattino seguente, fui il primo paziente del prof. Avellano amico di vecchia data che mi accolse con calore. Era sulla sessantina; uno molto preparato nel suo campo. Come prima cosa, mi domandò perché diamine portassi occhiali da sole in un mattino di gennaio. Gli spiegai che quelle lenti mi aiutavano a vedere meglio, in particolare nel portare la macchina, sia se c'era poca luce come
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quando piove, sia sotto le luci forti del suo studio. Allungò una mano e mi sfilò gli occhiali. "D'accordo Giovanni, di che colore sono le pareti di questa stanza?"
Me le ricordavo di un altro colore, ma potevano averle dipinte da poco. Sbirciai verso il muro.
" Lo stesso colore del soffitto. "
"Cioè?"
"Rosa, naturalmente."
"Non proprio."
Tornai a guardare le pareti. " Be' - concessi - con una sfumatura di bianco avorio, forse."
Il prof. Avellano si mordicchiò le labbra. "Non dirmi che sono..."
"Già, sono.., sono color giallo paglierino."
Ebbi un tuffo al cuore. Il prof. Avellano si avvicinò alla porta e ordinò all'assistente di effettuare i test di routine, incluso un controllo della pressione oculare. Doveva aver notato la mia aria preoccupata. Tornato verso di me, mi batté le mani sulle spalle. Disse:
"Scopriremo qual è il problema. Potrebbe trattarsi di una semplice sinusite".
Mi furono esaminate gola e orecchie, misurata la pressione sanguigna, riempiti gli occhi con gocce di anestetico per il test della pressione oculare. Sentivo il bisogno di qualcuno che mi stringesse la mano. Mentre sedevo solo in attesa del ritorno del prof. Avellano la vaga ansietà delle ultime quarantotto ore cominciò a trasformarsi in paura certa.
"Ma no - mi dissi - non può essere niente di veramente serio."
Decisi di ricoverarmi. Venne subito Letizia, avvertita telefonicamente da un amico. Aveva parlato col prof. Avellano. Era preoccupata. Come mi vide a letto con altri ricoverati, si buttò addosso. Per la prima volta capii che sentiva qualcosa per me, qualcosa che non era solo amicizia, o sesso. Cercò di farmi coraggio:
"Non è niente. Non allarmarti. Devi avere pazienza. Tutto passerà. Noi due siamo forti. Ci sono io con te. Il prof. Avellano dice che hai subito un trauma passeggero. Passeranno dei giorni...guarirai presto."
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Avevo sempre avuto dieci decimi. E poi, la vista di una persona non si deteriora nel giro di una notte, per quel che ne sapevo. Tuttavia, per quanto mi sforzassi di aggrapparmi all'ottimismo, il timore andava trasformandosi in panico. Bisbigliai:
"Mio Dio tu sai che cosa non va - ammesso che qualcosa non vada - ma, ti supplico, liberami da questa paura."
Avevo congiunto le mani ed intrecciate le dita in preghiera. Mai fatto prima una cosa del genere. Mi sentii invadere dalla calma. Un attimo più tardi la porta si aprì e comparvero il prof. Avellano e l'assistente.
"La pressione oculare è regolare, Giovanni - annunciò in tono gioviale - ma la mancata percezione del colore è, be'... sconcertante. Perciò, voglio che ti faccia visitare da un oftalmologo. Suggerii: "Non... non potrebbe essere una forma d'influenza, mi sento la febbre addosso la causa del mio problema? "
"Forse, ma potrebbe trattarsi di qualcosa di più serio."
"Un paio di giorni a letto, magari..."
"Ho già telefonato, Giovanni - tagliò corto il prof. Avellano - ti ho fissato un appuntamento per questo pomeriggio con un ottimo specialista di Milano."
Per farla in breve, dopo TAC, prelievi di liquido spinale, radiografie e MRI funzionali, mi fu diagnosticata una rara malattia virale che stava distruggendomi i nervi ottici, ma molto lentamente e la parte della retina deputata alla percezione dei colori. La malattia mi avrebbe presto causato cecità. Per fortuna, ma si poteva definire fortuna? Non risultava che avessi un tumore, per esempio un retinoblastoma. C'era poi una speranza, lo aveva affermato con convinzione il prof. Frisai un noto neurologo, una celebrità nel campo:
"Professore, lei è stato colto da una grave infezione virale che le ha danneggiato una parte dei coni retinici e per fortuna in minima parte i nervi ottici."
"Come è potuta succedere una cosa del genere? Io stavo bene fino a qualche giorno fa."
" Virus. Può aver toccato qualcosa di infetto. Extracomunitari...ha bevuto da un bicchiere infetto. Però non disperi. Con opportuna terapia potremmo frenare l'infezione e distruggere completamente i virus. Adesso vede tutto offuscato, come da dietro una ragnatela o un velo, ma c'è speranza che col tempo possa recuperare in parte la vista."
"C'è il pericolo che l'infezione si propaghi più in profondità colpendo i nuclei genicolati laterali, o le aree della corteccia visiva primaria?"
"Non penso che ci sia questo pericolo. La malattia sembra localizzata nelle aree retiniche. Ci sono buone ragioni di essere ottimisti. Ci sono buone possibilità che lei riprenda a vedere."
Cercai di documentarmi come meglio potevo. Mi facevo leggere ricerche sull'uso di cellule embrionali nelle cure di diverse patologie. Letizia cercava di farmi coraggio:
"Molti sono guariti addirittura dalla sordità. Rigenerare le cellule ciliate che presiedono alla funzione uditiva non è più un tabù. Lo fanno anche qui a Napoli. Ci sono moti studi che confermano questi risultati. L'uso delle cellule staminali per curare la sordità è un dato assodato. Ti leggo testualmente l'affermazione del prof. Karlic..."
"Chi sarebbe questo prof. Karlic?""
"E' uno scienziato...una vera potenza nel campo delle staminali."
"Cosa dice questo prof. Karlic?"
"Leggo testualmente: ad alcuni pazienti sordi sono state trapiantate cellule staminali che hanno del tutto riparato le cellule uditive danneggiate."
"Sì, ma non sono le cellule dell'occhio. Sono quelle dell'udito."
"Domani ti porterò i dati scientifici sul trapianto delle cellule embrionali nella retina danneggiata."
Letizia ce la metteva tutta, ma spettava a me solo superare il trauma. Spettava a me, nonostante tutto, sopravvivere. Perché di sopravvivere si trattava.
Qualche settimana dopo il prof. Frisai fu ottimista e me lo disse:
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"In America stanno sperimentando con successo le iniezioni all'interno dei nervi ottici ed intraretiniche di cellule embrionali. Numerosi sono i casi di persone che hanno recuperato la vista oltre al novanta per cento. Se sarà fortunato in futuro con un buon paio di occhiali, potrà ritornare al suo lavoro di scienziato."
La brutale verità mi aveva colpito con inaudita potenza anche se c'era la speranza che in un futuro più o meno remoto avrei riacquistato la vista. In una ventina di giorni la vista mi aveva del tutto abbandonato: cieco.
Interminabili giornate e nottate inchiodato su un letto di ospedale in attesa di una improbabile guarigione. Vita spezzata. Inutili erano le visite di colleghi e paesani. Un morto vivente, ecco cos'ero. Un mattino verso le tre, giacevo sveglio nel mio letto rivivendo l'ennesima, fantastica cavalcata. Assaporai un'esperienza di assoluto realismo. Gura mi portava verso la mia libertà in una zona della collina completamente deserta, chiamata il Grande bosco... distese sterminate di verde, senza neppure una casa in vista. La giornata ispirava una sensazione di forte armonia con la natura: gli alberi, non molto numerosi in quella zona, la superficie dolcemente ondulata dei campi, il colore del cielo che passava dai morbidi toni sfumati nei punti in cui pareva congiungersi col suolo, all'azzurro intenso della cupola sovrastante. Il battito cadenzato degli zoccoli di Gura aggiungeva ritmo alla musica di quel momento pieno di poesia. La solitudine che mi circondava assumeva un sapore di pura spiritualità.
Il ricordo scolpito con tale forza che pur confinato in un letto di ospedale e quasi cieco, riuscivo a ricrearlo in tutte le sue sfumature. Così l'angoscia e l'inquietudine del momento furono una parentesi breve e meravigliosamente dolce. Vivevo nei ricordi. Giacevo nel letto sforzandomi di rivivere i primi anni di vita. Passavo dal pianto al riso e poi di nuovo al pianto con una frequenza che in circostanze meno drammatiche, sarebbe stata sintomo di una forte instabilità emotiva. Tante riflessioni mi passavano per la mente. Pensavo così, con naturalezza al mondo dei sogni, quello a cui sempre più la mia esistenza si adeguava. A volte piangevo senza neanche accorgermene. Il suicidio una delle tante soluzioni alle avversità della vita. Troppe avversità. Il suicidio di Daniela e della sua famiglia. Fasi di vita remota. La mia vita nella Torre Quarta come se appartenesse ad un altro. Adesso ero un semplice cieco. La parola semplice implicava la naturalezza dell'evento. Essere cieco come essere dementi, come essere giovani incollati su una sedia a rotelle. In me il Male allungava l'inesorabile ombra. Pensavo, pensavo e pensavo.
Il mondo ombra del profondo è una copia esatta della coscienza quotidiana, solo va percepito in modo diverso. Esso deve essere percepito per immagini. E' il nostro mondo, ma in metafora. Il nostro essere nero compie tutte le azioni, esattamente come facciamo noi nella vita, ma la sua vita non è semplicemente la nostra ombra. Nel mondo infero solo l'Ombra ha sostanza, solo ciò che è nell'Ombra riveste vera importanza, eternamente. L'Ombra non è soltanto ciò che 1'io getta dietro di sé e che è costituito dall'io con la sua luce, un riflesso morale, rimosso o malvagio che va integrato. L'Ombra è la materia stessa dell'anima, l'oscurità interiore che da sotto ci attira fuori dalla vita e ci mantiene inesorabilmente in contatto con il mondo infero.
Stavo in un a camera singola. Mi trattavano coi guanti, ma ero deciso dopo le prime cure di ricoverarmi in una buona clinica privata. Meno male che c'era Letizia. Mi portava i succhi di frutta e mi rassettava il letto come una vera moglie. Mi parlava come uno che aveva l'influenza stagionale e tra non molto sarebbe guarito. Diceva che dovevo avere pazienza e sarei guarito subito. Mi leggeva i titoli dei giornali commentandomi le notizie più salienti. Mi riportava qualche recente novità accaduta nel mio dipartimento:
"Sai, è stato assunto un nuovo ricercatore. E' un parente del direttore."
"Pensano a sostituirmi. Vogliono mandarmi in pensione prima del tempo."
"Non credo. Tutti sono ottimisti sull'esito delle tua malattia. Il primario dice che il tessuto retinico dei tuoi occhi è stato leso solo in minima parte e che può rigenerarsi con gl'innesti di cellule embrionali. Anch'io sono certa che guarirai presto. In questi casi si deve sperare."
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Tra non molto sarebbe entrata la mia infermiera prediletta. Erano circa le tre di notte. I tocchi del campanile di fronte scandivano il tempo. Tempo interminabile della mia vita spezzata. Una tenue luce nel mio futuro, la fioca luce della speranza. L'esistenza, la mia esistenza, sarebbe di nuovo cambiata se nei miei occhi sarebbe tornata la luce del giorno.
"La trama nascosta è più forte di quella manifesta."
Una voce estranea aveva pronunciato quella frase:
"Ma chi è?"
"Come, non riconosci questa frase di Eraclito?"
"Ma chi è?"
Giravo la testa per capire, per sapere. La voce era di donna.
"Salve"
Una voce di donna che mi salutava. Continuai a girare la testa nel tentativo di localizzarla, come se ci vedessi di nuovo.
"Salve, non mi riconosci?"
Non era la voce della mia infermiera.
"Ma chi è?"
"Non mi riconosci? Non riconosci la mia voce, sono io, la figlia della Notte...sono .."
"Ada."
"Sì sono io. Sono ADE. Sono la figlia della Notte che ti circonderà fino alla fine dei tuoi giorni. Sono la sorella del Sogno e del sonno eterno."
"Ma che dici, ma che ci fai qui? Come sei entrata?"
"Non mi chiedere cose che non puoi sapere. Sono qui per festeggiare il mio trionfo."
"Ma che dici. Vedi come sono ridotto?"
"Io ne sono l'artefice. Sono Ade, io ti ho punito. Sono la dea della Vendetta."
"Cosa dici? Dove sei? Fatti toccare."
"Forse ci vedremo di nuovo. Verrò per vederti nel giaciglio dove sei precipitato e da cui più non ti solleverai se non da morto. Fui io a spruzzarti con lo spray la concentrazione virale che ti ha fatto perdere la vista. Virus H6B1 è classificato in campo virologico. È bastato penetrare in un buon dipartimento di virologia per procurarmelo. Ricordi? Fiori di bosco. Ti ho spruzzato il deodorante sotto il naso. Era una miscela del virus H6B1. Hai tenuto di certo i finestrini chiusi della macchina per il freddo ed hai così respirato in abbondanza il virus."
"Tu? Perché? Perché mi hai fatto questo? Perché, che cosa ti ho fatto?"
"Eseguo la ferma volontà del dio della morte che è in me. I miei poteri su di te sono limitati. Per questo sono dovuta ricorrere allo spray con il virus H6B1."
Solo la sua voce trafiggeva le tenebre che mi opprimevano. La sua voce come in un incubo. Disse:
"Ti consiglio di tacere, altrimenti ti prenderebbero per pazzo e per te la situazione si aggraverebbe di molto. Non è che provi pietà, ma ciò che ti sta accadendo è già abbastanza e mi appaga."
"Ada, aiutami..."
"Adesso mi vedrai per poco. Mi vedrai come in una visione. Una visione che ti farà capire l‘immenso potere che da me si emana."
"Ada, ti prego..."
Un alone grigio poi sempre più chiaro aprì le mie tenebre. Vidi avanzare in quel chiarore una figura ammantata di nero. La stessa intravista nel laboratorio delle statue. Era altissima come la visione nel laboratorio. Fui convinto che si era fermata davanti alla spalliera del letto. Indossava un lungo velo nero fino ai piedi. Il velo trasparente faceva intravedere i gonfi seni di giovane donna, capelli lunghi, disfatti sopra le spalle. Si era sollevata dalla faccia il velo: lei, Ada. Era lei, ma altissima. Lei oltre barriere insormontabili. Apparizione nella mia mente alterata o reale apparizione
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collegata chissà a quale fenomeno del paranormale. Viso pallido, inespressivo, diverso da quello che mi baciava e faceva l'amore con me. Occhi stanchi, infossati, pieni di ombra.
"Ada!"
Improvvise di nuovo le tenebre come quando si gira l'interruttore della luce.
"Ada."
Le mie parole caddero nel vuoto. Nessuno più mi rispose. Perché tanto odio?
"Ada!"
"Oggi ADE ha colpito di nuovo attraverso me. Ieri mattina è morta la dott.ssa Letizia Ross."
"Ma cosa dici, Ada? Nessuno mi ha detto che Letizia è morta."
"Te lo diranno. Suicidio, come ad ADE piace."
"Perché?"
"Letizia era superba, come te e come tanti. Era colpevole contro l'umanità."
"Ada, aiutami, perchè tanto odio."
Nessuno, solo il buio della mia mente e della stanza. Era andata via. Gridai più forte:
"Ada!"
Sentii che qualcuno entrava. Era l'infermiera:
"Professore non si agiti. Eccomi qua. Me ero trattenuta con un altro degente. Coraggio."
Mi aggiustò il cuscino e mi diede qualcosa da ingoiare con un bicchiere d'acqua. Disse:
"Professore, coraggio, forse il suo caso non è disperato. In pomeriggio ho sentito il primario parlare con un collega. C'è la reale possibilità che lei riacquisti la vista con iniezioni di cellule embrionali. Dovrebbe sottoporsi però ad un delicato intervento agli occhi."
"Se mi ritorna la vista sarò l'uomo più felice di questo mondo. Ma dimmi un'altra cosa."
"Occorre sempre sperare. Sperare per vivere, questo vale per chiunque."
"Ma dimmi una cosa. Hai visto qualcuno poco fa entrare ed uscire da questa camera?"
"No. Nel corridoio non c'era nessuno, tranne io e la mia collega nella cameretta del personale di fronte alla sua. Perché?"
"Niente. Mi sembrava di aver udito la porta della mia camera aprirsi. Mi è sembrato di aver udito dei rumori."
"Sono certa che il corridoio fosse vuoto, come al solito a questa ora di notte. Professore, non stia in agitazione, si riposi e pensi che se Dio vorrà, lei ritornerà con la vista normale."
Mi stava riaggiustando le coperte ed il cuscino. Disse con meraviglia:
"Professore, ma da dove ha preso questo libro?"
"Quale libro?"
"E' qui sul comodino. Prima non c'era ne sono sicura."
"Quale libro. Non ne so niente."
"Leggo il titolo: LUCREZIO - DE RERUM NATURA. E' scritto in una lingua che non conosco. Sembra latino...però nelle pagine a lato c'è la traduzione in italiano. Una pagina reca i versi latini e nella successiva c'è la traduzione in italiano."
La donna aveva sfogliato il libro distrattamente ed aveva aggiunto:
"Professore, ci sono dei versi segnati con la penna rossa..."
"Me lo lasci dove lo ha trovato. Forse me lo ha lasciato stamattina un mio collega di dipartimento. E' venuto il prof. Lo Presti a farmi visita dopo che lei era andata via. Nel pomeriggio forse lei non lo ha notato tra le cose che tengo sul comodino."
"Strano, buonanotte."
"Una ultima cosa: è vero che nel dipartimento di Neuro Anatomia ieri c'è stata una disgrazia?"
"Non ne so niente. Io arrivo adesso da Caserta. Nessuno mi ha riferito niente. Adesso dorma. Domani saprà."
Non era possibile che l'infermiera non sapesse niente di una disgrazia tanto grave. Forse voleva che non stessi agitato per il resto della notte.
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Il mattino seguente verso le otto e mezza, l'infermiera mi comunicò il tragico evento:
"Professore, ieri verso le dieci del mattino. La dott.ssa Ross è deceduta."
Il cuore a palpitarmi e cominciai ad ansimare:"Cosa?"
"Si calmi. La dott.ssa Ross, ieri mattina è stata trovata nel suo laboratorio morta."
"Come?"
"Impiccata. Sembra che si sia impiccata. Anzi è quasi certo."
"La Sindrome dell'Ombra Nera!"
"Proprio così. Sembrava che queste zone fossero immuni dalla Sindrome...invece sembra che sia stata proprio questa specie di malattia ad uccidere la dott.ssa Letizia Ross."
Letizia precipitata nel lago della Morte. Ero di nuovo solo. Barca alla deriva senza ancora. Il mio destino in un mare in tempesta. Ansimavo. Piansi.
"Ma come è possibile."
"Purtroppo è accaduto. Stava nel suo laboratorio e stava osservando qualcosa al microscopio. L'hanno trovata impiccata con la corda allacciata al gancio del lampadario proprio al centro del laboratorio. Era entrata molto presto in laboratorio, verso le sette e trenta del mattino. A quell'ora c'era solo lei ed il bidello."
Disperazione. Morte. Precipitavo in un abisso. Anche lei era andata via per sempre. Per sempre. Non avevo potuto fare niente per fermarla. Nulla.
Sicuramente intorno alla morta c'era stata calca, bisbigli, urla, il fuggi fuggi... le grida di aiuto, l'apprensione e l'incredulità di chi la conosceva. Sicuramente era arrivata polizia e poi medici, infermieri e autoambulanza. Inutile. Era già morta. Di certo i fotografi e nell'androne e nel cortile gruppi di studenti avevano appreso e diffuso l'incredibile notizia. Letizia era morta.
Quella mattina un mio collega, il prof. Mino Salvatore mi portò il giornale con la notizia della morte di Letizia e me ne lesse un trafiletto.
Un'altra vittima della S.O.N.
Giovane ricercatrice universitaria trovata priva di vita nel laboratorio del Dipartimento di Neuro - Anatomia della II Facoltà di Medicina di Napoli, in Via....Pasini n. 3. Alle ore 8,30 circa il sig. Esposito Giuseppe impiegato del Dipartimento, ha trovato il corpo privo di vita appeso ad un cappio nel laboratorio dove la poveretta espletava le sue ricerche....Nessuno dei presenti nel dipartimento a quell'ora ha udito grida di aiuto o rumori sospetti dal laboratorio dov'è accaduta la disgrazia. In seguito alle prime indagini sembra trattarsi della Sindrome dell'Ombra Nera. La polizia ha aperto una inchiesta.
.... Ancora una volta, il cervello si rifiutò di capire. Volli che ripetesse. Feci forza a mantenermi calmo. Mi mancò l'aria. Mi venne da piangere. Abissale squarcio si aprì.
La mattina stessa sul tardi il primario mi comunicò ciò che più o meno già sapevo: il trapianto delle cellule embrionali. Sarebbe venuto il prof. Herman da Nuova York a visitarmi. Si erano interessati per me alcuni politici. Ero fortunato. "Professore, a quando l'intervento?"
"Bisognerà fissare un appuntamento con il prof. Herman. Verrà qui appositamente per lei. Oppure dovrà recarsi lei a Nuova York nello studio del professore. Decideremo nei prossimi giorni. Ma lei è molto depresso..."
"La mia più cara amica, la dott.ssa Letizia Ross...si è suicidata."
"Lo so, mi dispiace. Si faccia coraggio. Pensi a guarire, non si abbatta. Reagisca...ancora una volta reagisca. Questa è la vita. Per lei finalmente uno spiraglio."
C'era una stretta connessione tra il suicidio di Letizia e le apparizioni di Ada. Se Ada era la causa del suicidio di Letizia allora poteva essere stata lei la causa prima della Sindrome dell'Ombra Nera.
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Presso i Greci la Notte genera il Sonno, il Sogno, Nemesi e le Moire: il destino umano, la vendetta e il sogno sono figli della Notte.
Nei giorni seguenti mi comunicarono che sì, potevo viaggiare e che sarei stato prima visitato dal prof. Herman a Napoli e poi se c'erano le premesse, sarei andato a Nuova York per sottopormi al delicato intervento agli occhi ed ai nervi ottici. Era ormai quasi primavera. Il prof. Herman era arrivato senza che nessuno me lo avesse comunicato. Aveva parlato col primario che mi teneva in cura ed aveva osservato le lastre. I nervi ottici non avevano subito rilevanti lesioni. Le prove della funzionalità retinica erano promettenti. Il prof. decise di operarmi - era un'operazione chirurgica rifrattiva - e di inocularmi in punti precisi dei nervi ottici e dei tessuti retinici le portentose cellule embrionali che avrebbero dovuto sostituire le parti danneggiate. L'operazione di chirurgia rifrattiva sarebbe durata più o meno un'ora.
"Quando si farà questo intervento?"
"Prima s'interviene e meglio è. Il prof. ha detto per giovedì mattina, la prossima settimana. Mi occuperò io personalmente di reperire i biglietti dell'aereo e di trovare la persona che l'accompagnerà nella clinica del prof. Herman."
"Prof. Frisai, non ho parole per ringraziarla."
"Deve ringraziare anche il prof. Arduino che ha preso a cuore il caso ed ha informato e sensibilizzato la mente di alcuni politici. Anche il prof. Avellano segue il suo caso, sa?"
"Oh, appena possibile esprimerò tutta la mia gratitudine per il prof. Arduino e per il prof. Avellano."
Avevo denunciato il prof. Arduino per irregolarità concorsuali, lo avevo odiato più di ogni altro; avevo pensato che fosse un essere abietto ed adesso mi aiutava. Le cose dovevano andare così. Adesso mi sentivo in colpa. La vita è strana, ma gli dovevo riconoscenza per ciò che stava facendo per me. Riconoscenza e dedizione. Il reparto di neuro è molto grande accogliendo gente con le più diverse patologie. Mi ero riproposto che se fossi diventato normale con i miei occhi, avrei studiato ed approfondito molte delle sindromi che colpiscono la corteccia cerebrale. Nel mio reparto di degenza c'era qualcuno per esempio colpito da neglect visuospaziale. Vuol dire che il poveretto non si accorgeva della presenza di oggetti rilevati dalla parte di emisfero cerebrale lesionata. Questi pazienti camminando sbattono contro porte e pareti; si pettinano e si radono solo per metà, non percependo l'altra metà dello spazio visivo. Nel reparto c'erano persone che non sapevano fare più i conti, non capivano alcune parole e frasi, non riuscivano più a parlare e ce n'era uno che percepiva il mondo sotto sopra. Gli scienziati dalle osservazioni di questi disturbi neuro cognitivi, concludono che gran parte della nostra conoscenza è inconsapevole. Una zona vasta, inconscia del cervello condiziona la nostra vita e sceglie per noi. Pensiamo al libero arbitrio e c'illudiamo di essere autonomi nel prendere decisioni ed invece ci sarebbero oscure zone della Mente dove tutto si decide.
In quei giorni in cui alternavo momenti di ottimismo allo sconforto più acuto, mi veniva spesso a trovare Rita la ricercatrice del Dipartimento di Fisiologia umana. Si sedeva accanto al mio letto cercando di confortarmi e di darmi forza, come facevano tutti i miei colleghi che mi venivano a trovare. La prima volta che venne le chiesi:
"Rita, tempo fa mi accennasti ad una ricerca che stavi svolgendo. Volevi collaborare con me e portare i dati della tua ricerca al prossimo Congresso di Neurologia Medica."
"Ah, sì quella paziente, una giovane ragazza che diceva di vedere ADE in persona."
"Sì proprio quella. Quella che diceva di vedere i Goti dell'antichità e di vedere ADE..."
"E' morta. Si è suicidata. Si è buttata dalla finestra della clinica dov'era in cura. I genitori avevano preferito farla curare presso una clinica in Svizzera. E' lì che si è suicidata."
"Caso chiuso."
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"Non del tutto. Sai l'ultima volta che l'ho vista, era seduta sul letto. Ad un certo punto fissa la statua di padre Pio sull'altarino in fondo alla sala e all'improvviso la statua si frantuma in un botto. Capito?"
"Incredibile, inspiegabile."
"Io penso che in ogni fenomeno ci sia invece una precisa spiegazione. La Scienza ne deve percorrere di strada prima di raggiungere le Verità incommensurabili."
"Ammesso che esistano."
"Mi sto documentando, sai? Alcuni schizofrenici, anche nel passato, in genere donne, avevano strani poteri. Leggevano lettere sigillate, camminavano di notte sui cornicioni altissimi delle chiese senza cadere, si sollevavano per parecchi metri da terra. Alcune disgraziate si uccidevano convinte di essere preda del maligno, altre erano bruciate vive come streghe. Penso ad un fenomeno di telecinesi. Quella povera ragazza suicidatasi aveva facoltà di telecinesi ben celata nella prima infanzia, poi si manifesta gradualmente con l'avanzare dell'età con sintomi sempre più evidenti e sconvolgenti. La Scienza oggi vede questi problemi sotto un'altra angolazione."
"Meno male."
"Meno male per noi donne, visto che storicamente noi donne abbiamo pagato in esclusiva o quasi la colpa di questi fenomeni paranormali. Le più grandi medium sono state donne. Ci deve essere un motivo scientifico che spieghi questa discrepanza sessuale."
"Vattela pesca qual è questo motivo scientifico, ammesso che ci sia. Tante cose sono oscure, indecifrabili. Altre invece sono evidenti e facciamo finta di non vederle."
"Io vado avanti con le mie ricerche sulle onde cerebrali degli schizofrenici."
"Se guarirò vorrei collaborare alla tua ricerca. E' interessante."
"...Quella notizia, sai, la morte di quella povera ragazza in una clinica svizzera, mi ha gettato nella più nera frustrazione. La morte ci sommerge all'improvviso. Quella ragazza aveva deciso di farla finita con una vita infelice. Aveva capito che non c'erano speranze. Aveva capito che era diversa, troppo diversa dalle altre."
Cosa voleva dirmi con quelle frasi? Che se anch'io non avessi avuto speranze, che se non fossi guarito, rimanendo menomato la restante vita, sarebbe stato meglio suicidarmi? Molti miei colleghi erano cattivi. E' così nell'ambiente di lavoro con tante ambizioni frustrate.
Dissi: "Io invece penso spesso alla morte improvvisa di Letizia, Letizia Ross, la nostra collega. Sai che tipo di ricerca svolgesse negli ultimi tempi, prima che morisse?"
"Letizia Ross era una raccomandata, pace all'anima sua. Non era come me e te che dobbiamo sperare in un miracolo perché qualcuno ci aiuti a fare carriera. Ultimamente stava sempre insieme con il prof. Arduino. Una volta l'ho vista in compagnia con un prof. del Sud Africa, uno biondo, alto, di sicuro di origine inglese."
"Letizia andava forte con le sue ricerche. Forse per questo era stressata ed ha pensato al suicidio."
"Già. La polizia ha concluso le indagini affermando che si tratti della S.O.N. Secondo me una conclusione di comodo."
"Tu hai toppi sospetti qui dentro. Per te sono tutti potenziali omicidi. Ci sono casi atipici di Sindrome dell'Ombra Nera. Il suicidio di Letizia potrebbe essere uno di questi."
"Uno schifo, ecco cosa è. C'è gente che alle tue spalle decide se sei un grande uomo o uno stronzo. A te hanno fatto fuori al concorso per ordinario senza pensarci su due volte. A me mi hanno bloccato la carriera da una quindicina di anni. Sarò ricercatrice a vita."
"Non ci pensare. Andiamo avanti comunque. Ma di cosa si occupava Letizia?"
"Non lo so. So che maneggiavano molti soldi. Soldi della regione e del CNR. Di certo c'era qualche politico in mezzo. E non si sa niente delle ricerche che svolge il direttore, il prof. Arduino. Nulla trapela, alla faccia della trasparenza. Siamo nella repubblica delle banane, caro mio."
"E' un periodo di transizione. In questa parte del pianeta ci vuole assestamento. L'Impero è caduto e non c'è ancora un nuovo quadro politico preciso."
"Anche prima era così, non illudiamoci. La gente importante opera nel buio. Ma noi andiamo avanti lo stesso."
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"Già, chi si ferma è perduto: fottuto due volte."
Il giorno seguente mi fece visita il collega Salvatore, Salvatore Araldi che faceva ricerche sui sistemi frattali in biologia.
"Salvatore, a che punto stai con le tue ricerche sui sistemi frattali?"
"A un punto morto. E' un argomento troppo vasto. Ho contattato quel tuo amico matematico alla facoltà di Scienze. Stiamo facendo dei calcoli sui VOXEL rilevati a pazienti con difetto di eloquio. Stanno uscendo cose interessanti. I picchi di VOXEL rivelano strani comportamenti a volte caotici, a volte con dei rapporti molto costanti. Però il terreno è troppo vasto. Si rischia di entrare in un mare magnum."
"E tu entraci."
"A me serve solo qualche ricerca di una certa importanza per far vedere che lavoro. La mia carriera, lo sai, è decisa altrove. E' il direttore che muove le pedine. Qui vale la regola: tu sgobbi in laboratorio ed io invece firmo la pubblicazione."
"Ricordo un prof. americano che una volta affermò: dalla valorizzazione del merito individuale germoglia l'eccellenza nella ricerca scientifica."
"Giusto. Negli USA è la norma. Da noi esistono altre regole: raccomandazione e lecchinaggio. Ti faccio un altro esempio di come la situazione sia grave anche se lo sai, ma non fino a che punto. La povera Letizia Ross...ebbene, nessuno se ne ricorda più. Nel laboratorio dove lavorava hanno assunto un dottorando e le cose vanno come prima. Nessuno più parla di lei. Tutte le sue carte sono state cestinate."
"Questa è la vita. Però guai a rassegnarsi."
Aveva adocchiato il libro di Tito Lucrezio Caro De reuma Natura sul comodino. Disse:
"Da chi ti fai leggere questo libro?"
"Ogni tanto l'infermiera quando ha un po' di tempo. Viene qui e mi legge alcuni versi. Mi accontentano come i bambini."
"Su alcuni aspetti la teoria di Lucrezio, l'atomismo è ancora esatta. Ti rendi conto? Lucrezio si rifaceva ad una teoria scoperta da oscuri scienziati alessandrini e divulgata da poeti come Lucrezio."
"Sono d'accordo. Non sappiamo niente sulla materia oscura. Gran parte dell'universo è sotto forma di materia oscura."
"L'interpretazione più naturale è che questa sia costituita da particelle supersimmetriche."
"Come le particelle invincibili descritte da Lucrezio nel De rerum natura."
"Ti saluto. Quando potrò, ritornerò ad ammorbarti con le mie lagnanze."
Prima di darmi la mano, disse:
"Giovanni, non deprimerti. Penso che ce la farai."
"Grazie."
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(12)
In quei giorni mi fece visita anche Biagio, il colono che coltivava a mezzadria le mie terre. Venne verso le undici del mattino. Conobbi subito la sua voce con inflessioni dialettali:
"Professò, buongiorno, mi conoscete, conoscete la mia voce?"
"Biagio, che sorpresa, entrate."
Mi porse la mano terrosa e callosa. Aveva superato i sessanta anni. Si sedette accanto al letto. "Allora Biagio come vanno le cose? Che novità in Paese? La mia cavalla sta bene?"
"Professò, si lavora sodo. Tutti abbandonano il lavoro dei campi. Quasi tutte le terre sono abbandonate. La gente si trasferisce nelle città. Per un giovane in paese non c'è speranza. Anche mio figlio ha fatto un concorso presso la Facoltà di medicina di Roma. Un concorso di tecnico di IV livello. Ho qui le fotocopie del concorso e della commissione esaminatrice. Ve l'ho portato nel caso potete fare qualcosa...se potete aiutarlo...se conoscete qualcuno della commissione. "
"Lasciami i fogli sul comodino accanto al letto. Penso che posso aiutarti."
"Professò, è un concorso importante. Mio figlio ci tiene molto. Ha conosciuto una ragazza di Roma che lavora in un supermarket. Se mio figlio vince questo concorso si sposano."
"Capisco. Farò il possibile e l'impossibile."
Biagio era molto prezioso per me. Se la sua opera fosse venuta meno i miei campi sarebbero stati tutti abbandonati in preda alle erbacce e all'avanzare del sottobosco. Poi c'era il problema della mia cavalla, di Gura a cui badava si può dire tutti i giorni. Portava la cavalla a pascolare nelle belle giornate, ripuliva la stalla e cambiava la lettiga con paglia nuova. Provvedeva a mettere il fieno fresco e altro in mangiatoia e l'acqua da bere...Per forza di cose suo figlio doveva vincere il concorso di tecnico di IV livello.
"Biagio, allora la mia cavalla sta bene?"
"Molto bene. Quando il tempo è buono la lascio libera di pascolare nel bosco dalla parte della vallata. E' ubbidiente. Quando faccio un fischio viene subito da me, o risponde con un nitrito. Cercate di guarire presto. Quando venite in paese?"
"Caro Biagio, devo prima curarmi. Forse tra un mese o due verrò in paese. Non preoccuparti per il concorso di tuo figlio. In giornata ne parlerò...con il mio direttore non ci sono problemi. Al limite gli daranno un posto similare in un altro dipartimento. Ci sono delle assunzioni, se ricordo bene. C'è lo svecchiamento delle carriere e molti sono andati in pensione per cui c'è bisogno di nuove assunzioni."
La sera dopo cena, era il momento più terribile. Mi circondava oltre al buio dei miei occhi anche il silenzio della corsia. Ero in una camera da solo. C'era un televisore che però facevo spegnere dopo un po'. Riflettevo e dicevo a me stesso che dovevo essere forte. Dovevo vincere la malattia. Oltre il mio buio se le cose si fossero aggravate c'era altro buio, la stasi ed il nulla della morte. Oppure oltre quel buio, chissà, c'era il mondo perfetto dell'anima. Oppure quello limpido di un dio nascosto. A volte mi accorgevo di stare piangendo. Una grave debolezza, una specie di viltà figlia della malattia mi restituiva alla infanzia remota ed alle sue lacrime. Mi nasceva dal cuore un grande disgusto e con le sue radici mi succhiava la forza di vivere. Fuori, tutta quanta quella bellezza diffusa nel mondo.
Cominciai ad udire strani suoni che all'inizio erano mormorii prolungati, come il vento nelle forre. Poi udii distintamente un coro di voci intorno a me. Da un po' di tempo, accadeva quasi ogni notte, verso le due. Ero agitato, ma mi riproposi di non parlarne con i medici.
Quella sera però udii distintamente un coro di voci. Era notte fonda. Mi era sembrato che ci fosse un flusso di corrente nella mia testa e questa sensazione si diffuse in tutto il corpo.
Fu allora che udii il coro di voci umane recitare una cantilena, o meglio le voci in coro dicevano una litania. Erano voci di donne, voci concitate che parlavano con tono abbastanza elevato. Voci
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udibili solo da me. D'istinto volli chiamare aiuto, ma desistei. Avevo con me il telefonino ed minuscolo registratore portatile nel tiretto. Ce li avevo per essere pronto a riprendere ADA se mi fosse riapparsa. Essere certo che non sognavo. Azionai entrambi. Tempo dopo potei riscrivere il contenuto di quelle voci insistenti, incalzanti come a ricordarmi un eterno monito:
"Noi siamo le Moire, siamo le tre figlie della Notte e sorelle della Morte, di ADE. Noi siamo nello stesso tempo il Destino che tocca ad ogni umano, siamo anche la Necessità che si rivela e siamo pure la Legge che neppure agli Dei è concesso violare. Eterno è il nostro esistere; noi siamo ovunque c'è vita e materia inanimata. Noi siamo dentro il mondo, ne siamo l'anima e l'essenza. Mai da nostra madre, udimmo voce, mai l'abbiamo vista o ne ricordiamo le carezze; eppure ci è vicina, ci comanda e ne sentiamo il respiro. Anche se mai udimmo la sua voce, dobbiamo obbedire a quel volere. Non possiamo altrimenti. Lei guida le nostre azioni: perfino un minimo movimento come muovere dita, o se tagliamo l'invisibile filo che sospende la vita di voi umani. Vorremmo disobbedire, ma non possiamo. Mosse da pietà, vorremmo che la vita di qualcuno durasse ancora un poco e non possiamo. Le nostre mani non obbediscono a noi, ma a lei. Noi tagliamo il filo della vita costrette da invisibili catene e da una volontà che non è nostra. La nostra madre è dietro l'umane cose ed il lucente mondo. Lei è oltre il caldo, il freddo ed il vuoto più assoluto.
Oltre il canto, l'Arte, Armonia e Caos è nostra Madre.
Oltre la ricchezza e l'opulenza,
oltre l'egoismo, la fame e la miseria, oltre l'orgoglio e la superbia,
oltre il male ed oltre il bene,
oltre le guerre e la pace,
oltre nascita e morte
e le nebbie dei vorticosi sogni, oltre l'oblio
sta l'immacolato grembo di nostra Madre. Eterno, immutabile, irraggiungibile.
A noi, dirette figlie, è dato vivere e apparire. Lei che non è viva e non è morta,
giace raccolta nel mistero impenetrabile.
Noi che siamo orribilmente vecchie, sai come immaginiamo sia l'aspetto di nostra madre che tanto amiamo?
Spesso crediamo di vederla nel buio più assoluto o di scorgerla negli anfratti più remoti della grotta. Ella ci appare come giovane donna,
ma meglio dire come statua evanescente che immaginiamo bellissima
e nasconde volto e corpo
avvolti in un mantello nero.
Dentro strani vortici di Tempo, ci sembra di vederla seduta, rannicchiata su se stessa
col capo nascosto tra le braccia, intrecciate sui ginocchi.
Ne puoi scorgere i capelli lunghi e neri, qualche tratto del collo candido,
la linea della mandibola
rivestita di pelle liscia.
Forse il suo volto è il vuoto.
Invocata non risponde, non si scuote, o ha un fremito di vita. Poiché non riusciamo mai a vederne il viso, non sappiamo se in eterno ride o piange, se ascolta oppure dorme. "
Mentre fino ad allora le tre entità autodefinitesi Moire avevano parlato insieme, adesso parlavano una alla volta. La prima disse:
"E' nel cuore degli uomini il terrore della morte, presente e veramente immortale. Ad ogni istante si spera di sottrarsi al destino che stronca, ma alla fine tutti gli sforzi risulteranno inutili e un'avida mano ruberà per sempre la luce del sole: incatenata alla Morte è la stirpe degli uomini. Inutile è fingere d'ignorare la propria fine."
La seconda a dire: "Breve è la vita che rapida vola, tanto che vivere diventa un assurdo e morire un'offesa. Non c'è niente che ripaga più del dono caldo e dolce della giovinezza, o della ricchezza, o della bellezza, o dell'amore persi all'improvviso e notte senza fine tutto avvolge. Nulla! Neppure la
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gloria che è il retaggio più fascinoso di artisti ed eroi. E' tanto breve la vita che ognuno la percorre come fantasma e alla fine scompare chiudendo in sé un rimpianto che non ha conforto!"
La terza entità trasformò i lamenti in parole con una voce rauca:
"Ricorda: la luminosa e facile esistenza cela un abisso oscuro e minaccioso. Ricorda: quanti cadono sul campo non tornano mai più alla vita e quanti rimangono alla vita, traggono dalla scoperta del loro destino un'ansia in più. Dentro la vita sfuggente e minacciosa è l'angoscia la vera essenza e bisogna accettarla nell'atto che si accetta la vita. Con animo sgomento sento che al fondo di ogni creatura c'è una trama di pena che non si può mendicare e non si può spiegare. "
Il video telefonino azionato insieme con il mini registratore come tempo dopo appurai, mostravano tenui apparizioni di tre donne coi capelli arraffati. Tre donne senza età, né giovani e né vecchie che parlavano in coro. Avevano innaturale pallore e si rassomigliavano come gemelle monovulari. Oppure era la stessa immagine triplicata anche se si muovevano in modo diverso. A guardare bene avevano una forte rassomiglianza con ADA, ma i volti erano macilenti e gli sguardi assenti. Quelle immagini e quelle voci sono punti indelebili nella mia vita. Fari contro cui la mia razionalità s'infrange. Sono prove tangibili di realtà che prolungano altrove senza interruzione il luminoso mondo in cui viviamo.
Dopo quelle frasi, il silenzio. Restavo solo io nel mio letto con la mia malattia, il peso della mia esistenza e l'angoscia.
Heidegger parla del senso di angoscia presente dentro ciascuno di noi: l'angoscia non è come la paura generica, un timore di fronte a qualcosa di determinato e chiaro, ma è ciò che si prova di fronte al completo annientamento dell'esistenza.
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Riporto appunti della dott.ssa Maria Luisa Adelchi mia collaboratrice che aveva effettuato numerose ricerche sui fenomeni paranormali presso popolazioni di vari comuni della Regione Campania. Questi appunti mesi dopo furono riuniti in un unico volume pubblicati dalla Veronica University Press (VUP). Da premettere che la prof. Adelchi è piuttosto scettica rispetto al paranormale. Titolo: Quando appaiono i fantasmi.
< Dall'antichità ad oggi è possibile rintracciare una grande varietà di apparizioni fantomatiche. Un resoconto tra i più suggestivi è quello che ci viene riferito dalla prof.ssa Clia Adorno, che lo raccolse nel corso di una indagine su questi fenomeni: Mia madre morì circa dodici anni fa. Mio figlio aveva undici anni. Un mese dopo la sua morte salii al piano di sopra a prendere qualcosa. La luce nel pianerottolo era accesa e la porta della camera da letto di mio figlio aperta e lui dormiva. Passando accanto alla porta vidi mia madre in piedi accanto al letto. Aveva aspetto normale e per un attimo dimenticai che fosse morta. Stavo per prenderla in giro: le dicevamo sempre che quando veniva a stare con noi passava più tempo a guardare il nipote che a discorrere con noi. Suppongo che subito il mio divertimento si fosse trasformato in stupore, perché lei si pose un dito sulle labbra e scosse dolcemente la testa, come per dire: "Non fare rumore. Si sveglierebbe ed avrebbe paura". Mentre stavo a guardarla, sorrise felice e scomparve. Mi era sembrata del tutto solida, ma cominciò a scomparire dal basso verso l'alto. Finora non sono ancora riuscita a ricordarmi cosa indossasse, ma mi sembrò comunque del tutto normale.
Casi di questo tipo sono assai più frequenti di quanto si pensi e comunque numerosi. I protagonisti sono persone normali e l'ipotesi che si tratti di allucinazioni è smentita non solo da questo dato, ma anche dal fatto che molto spesso le apparizioni sono viste da più persone. Il fenomeno si presenta in forma assai varia e complessa: talvolta si sono viste non solo apparizioni di defunti, ma anche di animali, di volti umani, oppure si sono uditi passi ed altri suoni, se non addirittura voci.>
Il prof. Adolfo Esposito, un fisico teorico docente presso la facoltà di Ingegneria, mio vecchio amico dal liceo, mi fece visita il giorno dopo la visione delle tre entità che si definivano LE MOIRE. Si trattenne con me parecchio. Alla fine gli dissi che di notte facevo strani sogni e gli chiesi se fosse plausibile pensare a differenti livelli di realtà. Gli chiesi se possibile fosse l'esistenza di un mondo di spiriti intorno a noi. Fu comprensivo come al solito. Compiangeva il mio stato di non vedente, ma non lo dava a vedere. Di certo collegò le mie domande ad uno stato di profonda depressione. Al momento di rispondermi chiesi se potevo accendere il mini registratore. Disse di sì. Rispose alle mie domande:
"Dobbiamo aderire all'idea che la Scienza di per sé non è uno strumento sufficiente per un pieno accesso alla realtà, qualunque cosa questa sia. Per farti capire le difficoltà che la fisica teorica incontra di volta in volta, ti accenno ad un concetto antico - quello delle potentia - risalente ad Aristotele e ripreso da Heisenberg. Benché Heisemberg non classifichi le sue potentia tra le realtà fisiche vere e proprie queste, dal momento che hanno degli effetti, devono per forza avere un qualche tipo di esistenza e per questo costituire un aspetto della realtà.
Questa nostra realtà - definita come la totalità di ciò che esiste - è essenzialmente indipendente da noi, nei suoi comportamenti. In altre parole, anche se noi siamo parte di essa, non siamo di certo i suoi regolatori, in alcun modo."
"Sì, ma gli esperimenti scientifici che noi effettuiamo per capire le leggi profonde della realtà avvengono all'interno di rigidi parametri spazio temporali e con l'ausilio della matematica."
"E' vero in parte. Ne' lo spazio, né il tempo e neanche lo spazio tempo hanno esistenza primitiva. Essi non sono parti della realtà - la totalità di ciò che esiste - ma appartengono alla realtà empirica, cioè sono modi della nostra sensibilità."
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Fui certo che il mondo fosse semplice ed evidente nei suoi molteplici aspetti. La Scienza avrebbe poi chiarito i molti dubbi fornendo prove. Se il perché dell' esistenza adesso mi sfuggiva, se intorno a me avevo visto scemare i motivi di entusiasmo, di commozione, di orgoglio; se la mia indivi-dualità era da me stesso quasi ignorata e tradita, non mi era però mai venuta meno la fiducia e la volontà di farcela e non accettavo la disfatta. C'era stata nella mia vita l'intervento di una forza estranea, oscura ed implacabile tale da spezzarmi, da provocare lo sfacelo di una normale esistenza, di un futuro senza intoppi, ma dovevo combattere e vincere. Non dovevo suicidarmi come quella ragazza ricoverata in una clinica elvetica. La mia vita non poteva essere troncata come quella di Daniela e Letizia. L'invocazione alla morte era stato il primo grido della creatura nella notte. Ma poi prevalse la volontà ferma di vivere. La stessa volontà di quando venni al mondo deciso a vivere ed a vincere. Combattere contro ogni avversità e vincere. Il più debole declino verso l'accettazione della sconfitta sarebbe stato un errore fatale, una sconfitta definitiva. Potevo accettare momenti di sconforto, non la determinazione di farla finita. Lottare, lottare e lottare.
Al mattino avevo deciso. Se fossi guarito, se fossi diventato normale mi sarei dedicato alla ricerca scientifica. Un grande scienziato capace di grandiose scoperte. Ero segnato. A spada tratta mi sarei forgiato un destino. Mi sentivo un eroe epico, mi vedevo in un laboratorio dove da solo concepivo e realizzavo una serie di esperimenti che da principio sembravano roba da niente, ma che a poco a poco si sviluppavano, prendevano importanza e davano sorprendenti risultati, tali da sconvolgere il campo della neuro anatomia e della fisiologia, modificare il concetto della coscienza e della mente umana. Prima misconosciuta, la loro importanza si affermava: era il trionfo, l'epopea. Da tutte le parti sarebbero arrivate le felicitazioni e le acclamazioni. Presto però avrei dovuto nascondermi, sottrarmi alle mondanità, alla stampa ed alla notorietà perché avevo altro da fare, altre idee da realizzare e non volevo sprecare il mio tempo in futilità. Però dietro quelle vampate di euforia, rimaneva una sorda inquietudine: il timore di non guarire, di rimanere per sempre un cieco, un povero cieco ignorato da tutti.
Per telefono parlavo con Biagio, il mio colono. Gli raccomandavo di portare a pascolare Gura quando il tempo era buono e m'informavo sulla salute della cavalla. Biagio mi rassicurava che Gura stava bene e che spesso la portava a pascolare ai bordi del bosco, verso il fiume.
Riuscii a prendere l'aereo per Nuova York a Capodichino con i miei piedi, accompagnato dalla fedele infermiera. Avevo un bastone e spessi occhiali da sole. A quanto mi era dato capire, tutti gli esiti dei miei esami erano stati sottoposti via fax, al prof. Herman. Stetti ricoverato nella clinica del prof. Herman per sette giorni. L'operazione fatta in anestesia generale consistette in una iniezione dietro ciascun bulbo oculare, in prossimità delle fessure ottiche, di una coltura di cellule embrionali. Qualche anno prima erano iniziate le sorprendenti ricerche e gli esperimenti con cellule progenitrici dei fotorecettori, trapiantate negli occhi di topi adulti ciechi dalla nascita. I topi riacquistavano in modo mirabile la vista. L'Istituto oftalmologico di Londra dove operava un gruppo misto di ricercatori inglesi ed americani era all'avanguardia in questi tipi di studi. Cellule immature trapiantate nel nervo ottico e nella retina ripristinano la vista, se la cecità fosse stata dovuta alla degenerazione dei fotorecettori. Nel passato prossimo altri ricercatori avevano tentato di raggiungere lo stesso scopo trapiantando nell'occhio cellule staminali della retina. Gli esperimenti erano falliti perché queste cellule non avevano mai stabilito le giuste connessioni con le altre componenti della retina. A fare la differenza - come i ricercatori dell'Istituto di Londra avevano dimostrato - fu la natura della cellule usate nel trapianto: non più staminali indifferenziate, ma elementi alle prime tappe del loro sviluppo, già programmate a diventare fotorecettori. Cellule precursori dei coni e dei bastoncelli, iniettate nell'occhio stabilivano le giuste connessioni con altri tessuti e con i fasci del nervo ottico, ripristinando in modo miracoloso la vista.
Se ce ne fosse stato il bisogno, avrei dovuto ripetere l'intervento ai primi di settembre, cioè dopo cinque mesi. Nel frattempo la mia vista avrebbe dovuto lentamente migliorare. Uscire dalle tenebre.
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Il prof. Herman mi prescrisse anche un farmaco per ridurre la pressione dei tessuti intorno ai due nervi ottici. Il farmaco è il dexametasone. Avrei dovuto prendere due compresse al giorno per i primi venti giorni, poi una sola compressa al dì.
Al ritorno in clinica a Napoli, il primario disse che sembrava che tutto procedesse per il meglio. Le analisi del sangue evidenziavano l'assenza di qualsiasi infezione virale e quelle epatiche rilevavano la perfetta funzionalità dell'organo con transaminasi e fosfatasi nella norma. Anche i linfociti del sangue erano nella norma il che escludeva una reazione immunitaria contro le cellule embrionali che stavano proliferando e differenziandosi dietro i miei bulbi oculari. La funzionalità renale bene pure. Tutto nella norma tranne gli occhi.
Lì fuori dalla finestra della clinica tutto nella norma con le macchine parcheggiate fuori posto, la gente sui marciapiedi e nei negozi. I normali rumori di una città caotica. La vita. Tutti indifferenti alla mia esistenza ed al mio dolore. Le cose vanno così. Si dice dalle mie parti: guai a chi cade a terra. Il primario disse in modo esplicito che potevo passare la degenza a casa, naturalmente con l'accompagnamento di qualcuno. Da quel momento cominciai a pensare al ritorno a casa. In un certo senso, il mio ultimo giorno di ospedale fu anche il peggiore. Per una ragione o per un'altra, nessuno venne a farmi visita durante l'ultimo pomeriggio e neppure la sera. Fu per questo che i miei pensieri si fissarono su alcuni interrogativi agghiaccianti. Una maledizione incombeva su di me. Era così. Non potevo vivere felice. Forse la felicità non esiste. Il suicidio di Daniela e di tutta la sua famiglia...il suicidio di Letizia...la morte precoce dei miei genitori, la carriera universitaria spezzata, la mia vita spezzata dalla cecità, l'affetto dei Palomonte troncato. Però adesso le cose sembravano invertirsi. Non era come un mio amico molto ricco, ma infartuato. Non si rassegnava al ruolo di malato, voleva tornare a casa. Il primario, un vecchio medico terribile, uno col bastone sempre in mano, era entrato in stanza e gliene aveva cantato quattro: Lei starà qui fino a quando non glielo dico io. Si ricordi che non è più l'industriale famoso che si scopava le più belle donne del mondo. Lei ora è diventato un poveraccio come tutti. Dopo due ore era morto. La mia nave invece ritornava in porti sicuri, si avvicinava alla riva. Adagio, ma ce la stavo facendo. Dovevano essere le dieci circa. Udii la voce calabrese della capo sala accanto al mio letto:
"Professore, su, domani se ne torna a casa. Si faccia coraggio questi sono i momenti più duri."
"Chi glielo ha detto?"
"Nessuno. Non ce n'era bisogno. Ho visto passare di qui un sacco di pazienti col problema di una perdita improvvisa della vista - incidenti di auto, ragazzi che si erano messi a giocare con le armi da fuoco - di tutto. E ho visto anche i più coraggiosi andare in pezzi, il giorno in cui gli veniva annunciato che sarebbero stati dimessi. Ciò che terrorizza, mio caro, è il pensiero di come riuscirà a sbrogliarsela fuori di qui. Ho ragione?"
" Oh, sì, sì" bisbigliai. Mi diede una piccola pacca di conforto sulla spalla.
"Coraggio, professore, se la caverà benissimo, e il buon Dio continuerà a servirsi delle sue capacità e del suo amore verso il prossimo."
Dopo essere riuscito a controllare le lacrime, dissi: "Lei è una donna meravigliosa, signora."
Il mio piangermi addosso quando ero stato fatto fuori dal concorso per ordinario potrebbe entrare nella cronaca dei fatti, negli accidenti che capitano a chiunque. La disperazione no. La disperazione non fa parte della comunità; è solo tua. Il dolore non ha distanza. Arriva a ondate improvvise; è pronto a sommergerci impotenti. Arriva come un macigno troppo grosso da sostenere e che fa cedere le ginocchia, acceca gli occhi e cancella la normalità. Immaginiamo che una grave malattia improvvisa ci dia uno shock. Ma non ci aspettiamo che questo shock sia così spiazzante per la mente e il corpo. Ci aspettiamo di essere prostrati, inconsolabili, pazzi di dolore. Ma non ci aspettiamo di essere letteralmente pazzi, pazzi che credono ad un malessere passeggero. La vita è immersa nel tempo, ma non è soltanto tempo. La vita è anche paradossalmente la negazione del tempo. Chi vive bene cerca di rinviare la morte, il dolore, le preoccupazioni ed i malanni il più lontano possibile da sé, dal proprio corpo, dal proprio benessere e dalla gente che ama.
Cieco, erano divenute importanti altre cose che prima ignoravo, come se non esistessero. Esistevano, ma di contorno alla mia persona, pura cornice come il lento passare del tempo, la sua
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pesantezza ed i silenzi immutabili delle ombre. A volte il tempo si dilatava a dismisura come le ombre di alberi secolari nella luce radente del tramonto. La crosta stratificatasi sul mio essere profondo, sulla mia anima, si sfaldava evidenziando nudità senza difese.
Allora in quella sala vuota di ospedale mi ricordai di quando ero andato con la mia cavalla nella parte più profonda del bosco. Era metà aprile, dopo le feste pasquali. In un anfratto di roccia una limpida sorgente gorgheggiante tra le frasche del sottobosco. L'acqua scorrendo formava un vorticoso rivolo e poi una piccola cascata che precipitava nel mezzo di una radura di felci e di flebili pioppi. Una grossa conca abbastanza profonda a riflettere la vasta azzurrità. Sceso da cavallo e lasciata Gura a pascere e ad abbeverarsi, mi andai a dissetare a quella fonte come più volte avevo fatto da ragazzo. Adesso rivedevo quel cielo luminoso sopra di me, sentivo l'odore del fresco muschio e quello aspro dei tronchi resinosi svegliatisi dopo la stasi invernale.
Una volta avevo tenuto in cura una ragazza sui sedici anni, una che aveva i genitori molto ricchi. Era molto bella, ma dall'immaginazione malata e con improvvisi attacchi di panico. Diceva di udire nel giardino della sua villa suoni misteriosi, belli e strani a tal punto da riconoscere in essi una armonia sacra, da noi umani solo in parte riconoscibile. Per questo l'armonia dopo un po' saliva nel cielo tra le nuvole e svaniva.
Diceva: "Ascolta, la natura recita la sua parte. Non smette di recitare."
Ripetevo tra me e me: è una bella ragazza, ricca e figlia unica, ma è matta. Peccato che è matta. Poi mi sono ricreduto. La realtà è complessa e i suoni che udiva fanno parte di questa infinita complessità. Siamo noi, noi gente comune ad essere troppo limitati e superficiali.
Quella ragazza mi diceva:
"Un fiore che colgo, un ruscello che si nasconde tra i giunchi, un uccello che si alza e torna a posarsi davanti a me, mi trascinano in ogni sorta di sogni."
Le dissi una volta, ma senza convinzione:
"Sono cose che provo anch'io quando vado in campagna o nei boschi."
Adesso sono convinto: è così.
Adesso sono convinto: già lo sapevo.
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PARTE TERZA
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Una quarantenne di Polonia fu la mia accompagnatrice. Accettò di venire con me in paese dietro una paga mensile di circa ottocento euro, vitto ed alloggio escluso. Doveva farmi da mangiare due volte al giorno, eseguire le pulizie di casa, prendermi il giornale e la posta al mattino e stare a disposizione durante il giorno. Spesso si metteva davanti alla mia poltrona a cucire in silenzio. Parlava abbastanza bene l'italiano. Volli palparle la faccia per capire com'era fatta e lei si fece toccare sulla guancia, ai capelli, collo e fronte con pazienza, senza dire niente. Le chiedevo com'era il tempo, se ci fosse il sole. La sera mi addormentavo qualche volta sulla mia poltrona. Il bastone giaceva ai miei piedi come un vecchio cane fedele. Pensavo: un cieco come me muove un bastone agitandolo spesso davanti e indietro. In questo modo i recettori sotto la pelle della mano hanno informazioni dalla punta del bastone. Questo movimento oscillatorio permette ad un cieco come me di capire dove si trovi lo stipite della porta, o la sedia, oppure mi permette di capire di aver colpito col bastone il piede di qualcuno. Uso queste informazioni per sedermi e per orientarmi in casa. I sensori delle mie mani si mettono in relazione con la punta del mio bastone e da questa interazione ricevo informazioni di tipo visivo. Capisco dove mi trovo, a che distanza ci sono i mobili ed il tavolo della stanza dove mi trovo. I recettori della mia pelle, quelli delle mie mani in particolare, i miei recettori tattili possono sostituire la retina. Sia la pelle, sia la retina sono strutture bidimensionali coperte di recettori sensoriali e permettono la formazione di immagini sulle loro superfici. Il cervello deve solo adattarsi. Deve abituarsi a decodificare le sensazioni tattili come se fossero quelle retiniche. Bisogna solo adattarsi a segnali di tipo nuovo. Questo dicevo per consolarmi nei momenti tetri, nei momenti in cui dubitavo di riprendere a vedere coi miei occhi.
Un giorno la polacca mi accompagnò in campagna dalla mia cavalla che accarezzai e la baciai sul collo. Mi venne da piangere. Biagio portava Gura per brevi passeggiate nella valle e la lasciava pascere legata lunga ad un tronco. Adesso riuscivo a vedere oltre ad un alone chiaro, anche l'ombra, ma molto vaga della cavalla, tra me e la luce solare. Comunicavo eventuali migliorie al primario di Napoli, il prof. Frisai. Mi disse che il miglioramento era innegabile. Poi l'età giovanile faceva ben sperare. Mi venivano a trovare gli amici del paese quasi tutti i pomeriggi. Venne anche don Raffaele, il prete. La polacca ci fece il tè coi biscotti comprati - per la precisione - al supermercato di Gerardo mio elettore. Chiesi al prete:
"Don Raffaele, voi che amate le buone lettere e letture, ditemi: vi risulta di una leggenda che parla di una giovane donna prigioniera dei Vandali riuscita a salvarsi perché aveva messo una mano sulla Rupe ardesia ed era sparita di colpo?"
"Non mi risulta. Ma devo indagare. Ve lo farò sapere a giorni. Ho buoni libri di storia locale."
"Don Raffaele, che si dice in paese?"
"Qui tutto scorre nella normalità tranne la brutta fine del sindaco e della moglie, morti entrambi lo stesso giorno. Un fatto inaudito. Ne parlano anche nei paesi vicini. Tutti pensano alla mano del Signore, ad un castigo. Ed io che cerco di convincere tutti, anche con le prediche in chiesa, che non è vero, che il Signore non si comporta così. Il Signore non è vendicativo."
"Il Signore non lo è, ma don Raffaele, permette la vita è a volte carogna."
"Bisogna sempre sperare che le cose migliorino. Le vie del Signore sono infinite."
La parte del giorno più nefasta era il pomeriggio quando tutto tace, sia dentro casa che fuori. A volte invidiavo la vita vegetativa di un albero. Poi soffrivo per la mia dipendenza dai medici, dalle loro cure, da Caterina e dal bastone che mi portavo dietro. La profondità dei sentimenti, la commozione, la passione, o il sacrificio, o la spensieratezza facevano parte dell'altra vita, quella di quando ero normale e vivevo immerso nella luce del giorno. L'uomo non sceglie. Il presente e la successione degli eventi davanti alla mia coscienza diventavano assurdi. Tutto immerso nel vuoto e
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nel buio più assurdo. Il mio sforzo continuo era di non capire. Evitare di guardarmi addosso ed evitare di riflettere. Dopo essere partita da una coscienza angosciata dell'inumano, la meditazione sull'assurdo ritorna, al termine del suo itinerario, proprio in seno alle fiamme appassionate della rivolta umana. Per questo volevo evitare di meditare su me, su gli altri e sul mondo. Cercavo di stare il meno possibile immobile nella poltrona e appena sveglio chiamavo Caterina. Parlando con lei evitavo di riflettere; evitavo di parlare con me stesso. Conoscevo il sordo rimbombo che si diffondeva nei giorni e non avevo che una parola da dire: è necessario. Vivendo l'uomo deve solo obbedire, deve seguire la sua sorte come una nave fino ad arenarsi nei foschi litorali della morte. In quei lidi estremi la notte è buia e senza fine. In quella sterminata notte lo spirito si annulla. Prima di quel lido estremo in cui si muore, l'uomo si rende conto dell'assurdità che tutto avvolge e penetra. Per questo è meglio non riflettere. Perdersi e bruciarsi nell'azione, nell'avventura e negli attacchi disperati durante una guerra. Solo così è possibile sfuggire all'assurdo che ci schiaccia. Ma è male fermarsi, difficile contentarsi di vedere le cose in modo univoco, privarsi della contraddizione, forse la più sottile delle forze spirituali. Si tratta comunque di vivere. Mi era impedito di lanciarmi nell'azione frenetica a causa del mio stato di non vedente, ma dovevo evitare di piangermi addosso, di chiudermi in un cantone a riflettere sul destino.
Tutte le morali sono fondate sulla idea che un atto abbia conseguenze che possano legittimarlo, o cancellarlo a poco a poco. Uno spirito penetrato di assurdo, giudica soltanto che gli effetti devono essere considerati con serenità. Tale spirito è pronto a pagare e per dirla in altre parole: se per esso vi possono essere responsabili, non vi sono colpevoli. Tutto al più consentirà ad utilizzare le passate esperienze come fondamento per i suoi atti futuri. Il tempo farà vivere; il tempo e la vita servirà alla vita. I giorni trascorreranno uguali l'uno all'altro senza emozioni.
In questo campo limitato, ma pieno di possibilità, tutto ciò che è nello spirito sembra imprevedibile, all'infuori della sua lucidità. Quale regola potrebbe dunque derivare da tale ordine irragionevole? La sola verità che possa sembrargli istruttiva non è per nulla formale, ma si anima e si svolge nell'interno di sé. Non sono regole etiche che lo spirito assurdo può cercare al termine del suo ragionamento, ma illustrazioni, o il soffio della vita umana. I pensieri che verranno fanno solo parte di quelle e perseguono ragionamenti assurdi, dandogli il suo vero atteggiamento ed il suo calore. Così è. Così va la vita. Obbedire al dio assurdo trascinati dal pensiero assurdo. Un servo, un extracomunitario è uguale ad un grande conquistatore solo se l'uno e l'altro abbiano una coscienza comune. Tutte le esperienze sono indifferenti. Giunge il momento in cui bisogna morire per la scena del mondo. Questo momento viene quando ciò che abbiamo vissuto si pone davanti a noi e ci sbarra il futuro. L'attore vede chiaro, sente quanto ha di straziante e di insostituibile l'avventura umana. Ora sa che può morire. Alla fine dell'esistenza una sola verità appare al di là dell'angoscia. Appare il vuoto assurdo dove le nostre azioni, le illusioni e le ambizioni si sfaldano ancor prima che il corpo taccia per sempre. Al termine di tutto, nonostante tutto, c'è la morte. Lo sappiamo e sappiamo che con essa, tutto finisce. Ecco perché i cimiteri che ricoprono l'Europa e ossessionano certi di noi, sono schifosi. Si abbellisce soltanto ciò che si ama, e la morte ci ripugna e ci annoia. Anch'essa deve essere conquistata. L'ultimo Carrara prigioniero in Padova ormai fatta vuota dalla peste, assediato dai Veneziani, percorreva urlando le sale del suo palazzo deserto: chiamava il diavolo, invocando da lui la morte. Era questo un modo di superarla. Ed è anche segno di coraggio, proprio dell'Occidente, quello di aver reso così orribili i luoghi in cui la morte si crede onorata. Nell'universo del rivoltoso, la morte esalta l'ingiustizia ed è l'estremo sopruso.
Continuavo ad essere il sindaco di Cardo, il mio paese nativo, però mi sostituiva il vicesindaco il dott. Limone. Non potevo partecipare alle riunioni per via del pericolo di ricevere infezione agli occhi compromettendone la guarigione. Qualcuno in Consiglio fumava e molti avevano una pessima igiene; lo si sentiva dal forte tanfo di scarpate nella sala comunale. Era il vicesindaco e la giunta a prendere le decisioni importanti dietro i suggerimenti del Presidente della provincia e dei coordinatori regionali facenti capo a Bassolino. Il flusso dei soldi che stava arrivando a Cardo lo gestivano loro. Meglio così.
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Caterina - la polacca che mi assisteva - il pomeriggio se ne usciva a fare un giretto per il paese con una sua amica ed io restavo solo davanti al monitor della televisione ad ascoltare programmi inutili. Mi sapevo destreggiare in casa abbastanza bene, ma il silenzio era opprimente. Avrei voluto tanto fumare una sigaretta dopo l'altra, ma il medico me lo aveva vietato: niente fumo ed alcool. A volte facevo una passeggiata dopo pranzo sottobraccio con Caterina e mi sedevo o in piazza, o a fare compagnia ai vecchi che sostavano davanti ai bar. Non ero completamente cieco, ma il chiarore che avevo davanti agli occhi non mi faceva capire nulla della molteplicità di forme e luci del mondo. Uno di quei pomeriggi davanti al televisore da solo, mi telefonò il prete:
"Pronto, sono don Raffaele..."
"Don Raffaele, buon pomeriggio, che si dice?"
"Come ve la passate?"
"Don Raffaele, come al solito. Sto qui seduto davanti al televisore."
"Quando potrò, verrò di nuovo a trovarvi ed a leggervi qualche brano del Vangelo. Ho telefonato per dirvi che a proposito della settimana scorsa, vi ricordate, della leggenda della fanciulla prigioniera dei vandali di Genserico e sparita accanto alla Rupe ardesia..."
"Ebbene?"
"La leggenda è riportata da uno scrittore del primo Ottocento, Luca Siribelli nel suo libro Sugli usi e costumi dei paesi del Cilento."
"Interessante."
"Il Siribelli dice di aver letto questa leggenda da uno scrittore del Cinquecento di cui non menziona il nome. Questo oscuro scrittore del Cinquecento aveva appreso la leggenda da un libro di un monaco che aveva copiato questo fatto da uno scrittore longobardo che a sua volta si rifà ad un testo disperso di Ammiano Marcellino....."
"M'interesserebbe conoscere le pagine del Siribelli che descrivono il fatto."
"Vi manderò le fotocopie del libro che riportano la novella. Ve li mando tra poco o stasera."
Avrei fatto leggere quelle pagine dalla polacca e così avrei ammazzato un altro poco di tempo della mia vita.
"Grazie, don Raffaele."
"Verrà tra poco un ragazzo della parrocchia e ve li porterà. Pensate che non siete solo e che il Signore vi aiuta."
"Padre, mi dite di giustificare con la fede questa mia vita così ridotta. Io non vedo come possa giustificare a me stesso questi miei occhi ciechi."
"Coraggio. Questa è la vita. Il Signore vi sta aiutando. Credete in voi stesso e nell'aiuto del Signore."
Erano gl'inizi di maggio, ma la sera in collina era un po'fredda e facevo accendere alla polacca il focolare. Avevo paura che una improvvisa influenza ritardasse la guarigione dei nervi ottici. Chiesi a Caterina di leggermi le fotocopie del prete.
Durante il sacco di Roma del 410 dopo Cristo, una dama romana, di singolare bellezza e di fede ortodossa, aveva eccitato gl'impazienti desideri di un giovane goto di religione ariana. Il giovane le chiese come si chiamasse e lei rispose: Ade, la dea della Tenebra e della Morte. In realtà il suo nome era Ada. Esasperato dalla sua ostinata resistenza, il goto sguainò la spada e con l'impeto di un amante la ferì leggermente al collo. L'eroina sanguinante continuò nondimeno a sfidarne il risentimento e a respingerne l'amore, finché il rapitore desisté dai suoi inutili sforzi, la condusse rispettosamente al santuario del Vaticano e diede sei monete d'oro alle guardie della chiesa, a condizione che restituissero la fanciulla inviolata nelle braccia dei suoi genitori. Le guardie non mantennero la promessa e la rinchiusero con altre duecento fanciulle in un recinto da dove sarebbero uscite solo come schiave di nobili Goti. I barbari lasciarono la città dopo sei giorni. Ada li seguì in Campania e poi nelle alture del Cilento dove Alarico morì improvvisamente. I Goti
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dissero che la colpa era delle duecento fanciulle catturate a Roma e date come mogli ad Alarico. Una o tutte insieme dovevano aver contaminato il sangue del loro re dandogli morte precoce.
I Goti si abbandonarono alle più atroci crudeltà. Uccisero tutte le prigioniere tranne Ada. Prima di ucciderle le sottoposero a indicibili torture: squartate dai cavalli selvaggi e le loro ossa stritolate sotto le ruote dei carri. Le membra abbandonate in preda ai cani ed agli avvoltoi. Ada fu destinata ad essere sepolta viva nella fossa del re. La fanciulla tentò il tutto per tutto. Si divincolò dal barbaro che la teneva per il polso e tentò la fuga. I barbari risero della inutile fuga e mandarono uno di loro a riprenderla. La fanciulla che si era nascosta, si appoggiò proprio sulle orme di mani segnate sullo sperone di pietra detto Rupe ardesia, per il suo colore simile a carne umana. ADA sparì proprio mentre un barbaro la stava afferrando. Da allora i Goti dissero che la giovane rapita era ADES, un diavolo travestito da donna."
Chiesi: " Caterina, come si chiamava la ragazza?"
"Quale ragazza?"
"Quella di cui parla il racconto che hai letto."
Caterina sporgeva il mento con perplessità.
"Vedi, c'è il nome di una ragazza. Puoi rileggere questo nome?"
"Ah, sì. Ecco qua: Ada. Più giù c'è scritto però A - de - s".
"Incredibile. Come può essere?"
"Cosa, professore?"
"Questo nome: Ada, o Ade. Incredibile."
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Il miglioramento della vista dipendeva dalle cellule embrionali trapiantatemi che avrebbero dovuto proliferare e differenziarsi in coni e bastoncelli, estendere connessioni con quelle vicine ed inviare segnali elettrici al cervello. Comunicai la miglioria al prof. Frisai:
"Professore, adesso credo di vedere oltre a ombre anche altre sfumature...i contorni degli oggetti e delle persone adesso li vedo, in particolare se c'è poca luce."
"Bene, speriamo bene. Continui però a tenere le lenti da sole. Ci vediamo a fine mese per i controlli."
Posato il telefono intervenne la voce della polacca: "Professore, una cosa."
"Che c'è Caterina?"
"Quel nome, Ades..."
"Ebbene?"
"Io già l'ho letto. E' un nome che non avevo mai sentito prima."
"E dove lo hai letto?"
"Alla base della grande statua."
"Quale statua?"
"L'altro ieri, pulendo nel laboratorio giù dove ci sono tutte quelle statue ho tolto quel panno pieno di polvere dall'ultima statua, quella più grande e l'ho messo in lavatrice. Prima di andare via ho letto quel nome alla base della statua: Ada o Ades o Ida o roba del genere."
"Portami giù, andiamo a controllare."
Caterina mi condusse per mano come un bambino fino alla base della statua, quella da sempre rimasta coperta da un panno così come mio padre l'aveva lasciata.
"Dov'è questa scritta?"
Caterina prese l'estremità della mia mano e poggiò i polpastrelli sulla scritta. Con entrambe le mani cercai di capire ciò che era stato inciso sul frontespizio del basamento.
"Hai ragione. C'è scritto ADES. Si legge bene."
"Professore, difficile che mi sbagli su certi particolari. Dicono che ho memoria di ferro. Però che schifo. La donna che rappresenta la statua è molto bella. Però...che schifo."
"Che schifo cosa?"
"I serpenti...."
"Quali serpenti?"
"La statua stringe in entrambi le mani sei serpenti. Tre in una mano e tre in un'altra."
"Voglio vedere un'altra cosa. Caterina, prendi la scala, presto."
"Quale scala, la piccola o la grande?"
"La grande."
Salii sulla scala che Caterina mi reggeva. Se fossi caduto addio alle speranze di recuperare la vista. Il professore che mi teneva in cura non mi aveva raccomandato altro:
C'è pericolo di uno scollamento della retina. Eviti il più possibile anche i minimi salti ed eviti soprattutto di scivolare e di cadere.
La statua enorme. Mio padre buonanima aveva ricevuto bei soldi per scolpire un'opera di quel genere. Per le rifiniture aveva di certo chiesto la collaborazione di quello scultore di Sant'Angelo. Dovetti salire sull'ultimo scalino. Caterina ad implorare:
"Professore, stia attento!"
Doveva essere alta più di tre metri. Il capo distava dal soffitto quasi di mezzo metro. Mantenendomi in bilico, portai una mano sul volto della statua, palpai l'attaccatura dei capelli sulla fronte, la curvatura e lunghezza delle arcate ciliari, gli zigomi, la forma degli occhi, il collo sottile,
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la fossetta sulle guance. Scesi di uno scalino e volli capire com'era vestita: sembrava che la donna raffigurata indossasse una specie di tunica antica a giro collo.
"Ma è lei!"
La grande scultura ritraeva una giovane donna con labbra carnose e le guance leggermente infossate. Il naso rettilineo, gli zigomi un po' alti e le ciglia molto arcuate."
"Caterina, gli occhi? Gli occhi della statua come sono?"
"Ha gli occhi chiusi. Sembra che le palpebre sono chiuse."
Ade, il dio o la dea che non ci vede e non parla perché lavora all'interno della fredda morte, lavora nelle profondità della psiche dove tutto è buio e tutto tace. Ade che appartiene al mondo infero, alla notte, ai sogni, ai fantasmi e alla immutabile essenza del corpo umano.
Anche se indossava una specie di tunica ed anche se non vedevo che ombre, il viso della statua ritraeva Ada. Lei che appariva e scompariva nei momenti più impensati. Lei assente e presente nello stesso tempo. Lei che emergeva e spariva dentro di me, nei miei sogni, nei miei atti consci ed inconsci. Nel mio buio e nella mia luce, Lei. Ridiscesi con calma la scala e pochi istanti prima ebbi rischiato di perdere l'equilibrio per la scoperta che avevo fatto. Allora se era così, i miei genitori dovevano conoscere la ragazza.
Faceva molto freddo, fuori, non lì dentro dove i miei poveri genitori stavano gran parte del giorno, dalla mattina presto. Invece lì dentro più forti e densi erano gli acri odori delle tinte per l'aria stagnante che raramente veniva cambiata. Malgrado l'abitudine, quelle puzze finivano per stordirli, e rendevano la testa pesante e vuota. Me li ricordo pallidi e cianotici. Molto scrupolosi. Mai mio padre avrebbe osato fare la statua di santo Antonio Abate, l'austero penitente della Tebaide, senza mettergli accanto, in segno di umiltà o, in segno della tentazione vinta, la testina di un maialetto. Santa Lucia secondo mio padre doveva tenere sempre nella mano destra la piccola coppa di argento ove nuotano i suoi due occhi. Perchè, mi diceva mio padre, ella vede intanto, vede coi suoi stellanti occhi aperti, sotto la bianca fronte. Un vero pittore di santi, venuto da una lunga discendenza di pittori, avendo ereditato tutti i dettami più assoluti della sua arte, avrebbe sempre messo la piccola santa Barbara fra le folgori; le saette di argento e di metallo argentato. Tutto era il parto dell'artefice: l'azzurro degli occhi di san Giovanni Evangelista, colui che dormì sul petto di Gesù; il fulvo dei disciolti capelli di Maddalena; il roseo delle guance di Maria Egiziaca; la barba a punta di san Francesco d' Assisi. Mio padre nel suo amore alla sua arte, aveva letto la Vita dei Santi e sapeva qualche cosa di più, di diverso, di quanto conoscevano suo padre e suo nonno e forse talvolta, egli aveva trovato la storia della religione assai differente dalla tradizione popolare. Mi ripetevo che sarei diventato un medico ed avrei curato i miei poveri genitori che si avviavano alla vecchiaia. Il destino non mi aveva concesso di curarli, morti entrambi in un modo assurdo. Morti per un banale incidente: la carbonella del braciere che aveva prodotto ossido i carbonio e loro due passati in modo indolore dal sonno alla morte. Così è la vita. Così è la morte.
Mio padre era stato aiutato da un abile scultore di Santo Angelo a scolpire la statua gigantesca di ADE. Però se l'aveva scolpita in quel modo ci doveva essere un motivo preciso come faceva sempre. Non aveva eseguito la scultura seguendo la pura fantasia.
"Caterina, adesso è ora di cena. Domani mattina cerca nel tiretto del tavolo di questo laboratorio le bollette di commissione."
"Cosa sono?"
"Mio padre conservava tutte le bollette coi nomi dei committenti. Trovami quelle bollette. Dovrebbero essere nel tiretto del tavolo vicino a me."
"Va bene. Domani mattina. Adesso preparo la cena."
Salimmo sopra e Caterina accese la tivù. Turbinio di pensieri: tutte le statue che mio padre mi aveva lasciato in laboratorio erano di santi tranne la più grande in pietra col nome di una divinità pagana e con ogni probabilità raffigurante proprio Ada la ragazza che avevo casualmente conosciuto. Ma era stato un incontro casuale?
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(4)
Prima di addormentarmi e prima della preghiera, Caterina mi leggeva in italiano il De Rerum Natura di Lucrezio, il libro rilasciatomi da Ada sul comodino della clinica. Nella pagina affianco c'era la rispettiva opera in esametri latini:
Nan tu sola potes tranquilla pace iuvare
Mortalis, quondam belli fera moenera Mavors.
Ada mi aveva lasciato il libro. Era per comunicarmi qualcosa? Era un segno? In Lucrezio il mondo fisico si dissolve in un turbinio di corpuscoli invisibili ed indivisibili (atomi). Oscure forze sottendono gli atomi che si agitano all'interno dello spazio vuoto. La polverizzazione della realtà, in Lucrezio si estende alla sfera visibile come i granelli di polvere che turbinano in un raggio di sole dentro l'oscura stanza di un solaio. Non vedevo l'ora che arrivasse la sera, la mia amata sera. Aspettavo di abbandonarmi alla sua protezione che in paese è ancora più benevola del silenzio delle notti. Aspettavo di cenare e poi ascoltare il tg. Le tenebre piovevano su di me e sulle case insieme con il cupo silenzio della notte. Cominciavo ad amare la mia disperazione come si ama un nemico sincero. Quella notte fu terribile incubo. Tutte le nevrosi accumulate nella mia testa, lo stress della malattia e le interminabili cure, le frustrazioni della lenta guarigione ammesso che di guarigione si trattasse e i dubbi che mi ritornasse per davvero la vista, sembrarono liberarsi e rapirmi in notturno vento vorticoso. Vento di tenebre e morte. Fu un sogno, una visione, un incubo terribile? Le tenebre davanti a me si attenuarono in uno strano, struggente vermiglio crepuscolo. Apparvero grumi di buio frantumarsi e svanire risucchiati in abissali cavità appena rischiarate da debole luce. Una voce cavernosa prese ad urlare come da dentro cupe forre:
"Io sono il Dio assurdo, nato dalle facoltà delle mente umana. Sono colui che sempre anela. Anela il Tempo, ha sete di Storia, ha voglia di Amore. Solo sto in eterno, oltre la Morte ed oltre i Sogni."
Urlo terrificante mi costrinse a portarmi le mani agli orecchi. Un urlo di dolore che poco non mi spezzò facendomi perdere i sensi. Vidi in quella forra un alternarsi di lame lucenti, tinte di rosso sangue, di bianco e di innumerevoli altri colori con infinite sfumature. Sono il Dio Assurdo, ripeteva la voce nella forra mentre l'arcobaleno delle luci diventava vortice frantumato in un sfavillio di punti, scaglie e possenti lame alternate ad archi di nero pesto. Il nero assoluto aveva assorbito tutti i colori e fu di nuovo stasi completa. Una nebbia fluttuante apparve e prese a dilatarsi. Vidi una giovane donna accanto ad un tronco di quercia: muta a fissarmi con seducenti braccia nude lungo i fianchi. Bella e con dolci occhi invitanti. Indossava una specie di tunica bianca fin sopra i piedi. La tunica faceva trasparire angeliche nudità. Voluttuosità remote, recondite e sete di sesso. Intravidi il roseo carnicino della pelle e i capezzoli appuntiti. Un manto nero con scarlatti bordini poggiato sulle spalle fin sopra ai fianchi. Luccicante orlatura dorata intorno alle ampie maniche ed in fondo alla tunica. Una filiera di perle bianche pendule dal collo fino all'attaccatura delle mammelle. Ebbe un sorriso di sfida e poi un ghigno sadico. Aveva l'aspetto di Ada. E' lei. Ancora lei. Lei nelle mie tenebre. Disse con voce roca:
"Io sono ADES, figlia di Cronos."
Si trasformò in un grosso serpente famelico che strisciando si portò davanti a me impedendomi la fuga. Ma ero in un mare di tenebre. Spalancò l'enorme bocca con due denti aguzzi pronto a ingoiarmi vivo nelle sue fauci. Il serpe si attorcigliò intorno al mio corpo stringendomi in una soffocante morsa. Gridai. Stavo morendo. Supplicai che qualcuno mi liberasse, mi salvasse, ma solo ero in quella vastità di tenebre vacue. lo ed il mostro che mi aveva steso al suolo a cercava d'ingoiarmi partendo dalla testa. Come in un antico coro, una moltitudine di voci a gridare all'unisono:
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Vana gloria del mondo, cupo tendere del Nulla. Forza vaga e tenebrosa. Morte e fine senza senso. Vanità, egoismo e cupidigia nei furori della mente. Triste tenebra pesante nella stasi della gente. Mostro orrendo che divori il valore del presente. Nubi nere di dolore sugli aneliti di pace.
Teso allo stremo, divaricai le braccia e mi dimenai. Ebbi l'impressione di calpestare il rettile sotto i piedi. Buio. Di nuovo buio ed i miei rantoli disperati. Ogni tanto una luce grigia colore del ferro e della cenere a rischiararmi il corpo sudato e segnato da ferite. Nuovo portento e nuovo sgomento. Vidi una bestia avanzare all'orizzonte dalla parte del mare. Avanzava urlante ed aveva testa di polipo, ma la bocca spalancata come uno squalo con grandi denti sanguinolenti come pugnali. Era un pesce, ma non aveva pinne, solo tentacoli, arti ed artigli giganteschi tesi ad uccidere chiunque. Disse fermandosi davanti a me sulla spiaggia: "Sono Ada, non mi conosci?"
Il mostro ebbe il volto della ragazza che conoscevo, il volto di Ada che sogghignava.
La coscienza persa in una infinità di buio profondo. La speranza della luce remota. Vita vinta da forze avverse. Vita celata dal Nulla. Vita vinta dalla Morte. Poi fui nella Grande Muraglia ai confini della parte nord dell'Impero. Come un terremoto e tutto crolla. Io, la mia identità, sommersa dalle macerie. Macerie e morte. Gridai. Mi svegliò Caterina accorsa perché urlavo forte: "Professore, si svegli. Che ha?"
Ero sudato. C'era adesso la fioca luce dell' abat-jour sul comodino. I miei occhi non mi permettevano di percepire altro. Solo una fioca luce, ma era molto rispetto all'abisso di tenebra che avevo sognato. Caterina a supplicarmi: "Professore, si calmi."
"Caterina ho la gola riarsa, mi porti dell'acqua."
"Lei gridava nel sonno."
"Niente, un incubo. Un incubo, solo un incubo."
Dopo aver bevuto chiesi che lasciasse la luce dell'abat-jour acceso.
"Non le dà fastidio agli occhi? Il dottore ha detto che la sua vista non deve sforzarsi."
"Caterina, fa come ti dico."
Fantasmi, spiriti, antenati, anime, daimones, le fredde profondità dell'anima, le basi di ogni evento umano si trovano tutti nella cupa casa di Ade. Sono aspetti di ADE, sue trasfigurazioni. Ade mi chiamava per rinchiudermi nelle sue eterne tenebre. Mi chiamava nonostante i tentativi di rivedere la luce con i miei occhi. Oppure ero io che inconsciamente lo invocavo. Vivevo sospeso tra due mondi: quello della luce e quello delle tenebre. Quale dei due avrebbe in me preso il sopravvento? Ma quale dei due era il vero mondo? Dovevo però lottare per riemergere alla normalità. Lottare adesso che intravedevo un lembo di terra in mezzo al maroso. La mia vita era forse soggetta a qualche maledizione o come mia madre le chiamava, a qualche fattura di qualcuno che odiava me e la mia famiglia? Mi meravigliai che un medico come me, un uomo di scienza pensasse alle fatture malefiche. Pensai alle frasi in sogno: Io sono il dio assurdo... Un dio per essere assurdo deve preferire l'effimero all'eterno. Deve preferire il passato al presente.
La ragazza che si faceva chiamare Ada mesi prima, in uno di quei brevi incontri, mi aveva detto la frase profetica:
"Nella notte l'uomo accende una luce a se stesso, benché la sua vista sia spenta."
Donna diabolica!
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La mattina dopo verso le dieci, venne a trovarmi di sua iniziativa il maresciallo Fiengo con il sottoposto. Feci fare il caffè da Caterina. Ci sedemmo nel soggiorno. Ero in abito sportivo con pantaloni e camicia a maniche lunghe. Non faceva più freddo aprendosi la primavera all'estate. Negli orti profumo di ginestre e rose.
"Professore, ci possiamo accomodare? Come va innanzitutto la sua vista?"
"Mi sarei aspettato un miglioramento più rapido, ma va migliorando. Adesso distinguo le sagome delle persone anche se non riesco a mettere a fuoco i particolari. Io la vedo come un'ombra marrone, per intenderci."
"Ma può scrivere qualcosa?"
"Maresciallo, ma scherziamo? Magari potessi scrivere il mio nome! Sarei quasi guarito se potessi scrivere il mio nome!"
"E non potrebbe usare lenti di grosso spessore? Così risolverebbe il problema."
"Magari potessi risolvere così il mio problema. Il primario che mi tiene in cura mi ha vietato l'uso delle lenti, almeno per il momento. La vista come se n'è andata deve gradualmente ritornare da sola. Adesso posso usare solo lenti scure per ripararmi dall'eccessiva luce solare."
La polacca venne a portarci il caffè coi biscottini. Dopo attimi di silenzio durante i quali verosimilmente il maresciallo - che poi non è tanto fesso - osservava me ed i miei movimenti di quasi cieco, disse:
"Professore, dovremmo parlare con lei in privato, non fa niente se la signora va nell'altra stanza?"
"Caterina, per favore, il maresciallo deve dirmi una cosa riservata. Puoi accomodarti fuori?"
La polacca non aveva capito bene. Dovetti ripetere ed andò via. Il maresciallo con tono serio mi chiese:
"Professore, i coniugi Palomonte sono morti per ischemia cardiaca dovuta ad una generale e repentina contrazione delle arterie coronarie. La Scientifica parla di sistema nervoso vegetativo e di una forte suggestione. Lei cosa ne pensa?"
"Ci ho riflettuto. Se questi sono i risultati della Scientifica - però mi permetta - come fa la Scientifica a dire che si è trattato di improvvisa vasocostrizione? Potrebbe essersi trattato di una lenta vasocostrizione dovuta al fumo. Entrambi i coniugi fumavano; però che entrambi morissero nello stesso tempo, questo è assurdo."
"Penso che fossero stati spaventati da quelle lettere minatorie."
"Può essere. Lo stress, le lettere minatorie e qualche altra preoccupazione, in più il fumo delle sigarette e forse un po' di vino che entrambi avrebbero bevuto il giorno a pranzo, la digestione...potrebbero essere stati tutti fattori scatenanti l'infarto."
"Vorrei farle però una domanda un po' particolare, tanto per farla, perché le indagini sono concluse, ma a me restano i dubbi."
"Dica, maresciallo."
"Le risulta che entrambi i coniugi Palomonte facessero uso in modo sporadico di droghe o di farmaci particolari come eccitanti o dopanti?"
"No, in modo assoluto. Anche io non faccio mai uso di queste cose. Fumo sì, ma non troppo. Adesso il medico mi ha categoricamente vietato anche quello."
"Ci sono altre cose in mezzo. La cosa secondo me non è semplice come appare..."
"Maresciallo, dica pure."
"Professore, mi faccia prendere fiato. La porta è chiusa bene?"
"Penso di sì."
Disse all'attendente: "Francesco, assicurati che la porta è chiusa bene."
Dopo attimi di apprensione, il maresciallo finalmente riattaccò:
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"Professore, abbiamo motivo di credere che anche lei è in pericolo. Forse c'entra la camorra. Abbiamo trovato dieci giorni fa un messaggio in casa del defunto Palomonte, un biglietto che è un'ammissione di suicidio. Il messaggio dice che i due coniugi Adamo ed Adelaide volevano suicidarsi perché soggetti a continui ricatti da parte della camorra. Il messaggio analizzato dagli esperti calligrafici della Scientifica sembra autentico si può dire al cento per cento, compreso le firme giustapposte di Adamo e di Adelaide Palomonte, ma..."
"Ma?"
"Ma la Scientifica dalle analisi dell'inchiostro e di alcune impronte e micro macchie sulla carta dov'era stato scritto il messaggio ha dedotto che la data di detto messaggio non corrisponde a quella del decesso dei due sfortunati coniugi."
"Cioè, maresciallo, si spieghi."
"Questo messaggio trovato dalla madre del dott. Palomonte in un tiretto del comò, nella stanza da letto, è stato scritto una diecina di giorni fa, molto tempo dopo la morte di quei due poveretti. Capisce?"
"E chi l'avrebbe scritto?"
"Un esperto di sicuro. La calligrafia è identica a quella del defunto dottor Palomonte, ripeto ed anche le due firme cioè di Adamo e di Adelaide Palomonte. Allora qui si entra nel campo altamente professionistico. Ci potrebbe essere un killer assoldato dalla camorra che usa metodi molto sofisticati per uccidere, senza lasciare tracce e sospetti. Quei due potrebbero essere stati assassinati e questo ultimo messaggio servirebbe a depistare le indagini."
"Capisco, maresciallo, secondo lei chi avrebbe scritto il messaggio, può ripetere?"
"O uomini della camorra che si sono serviti di un esperto o...c'è un pericoloso assassino in giro. Per questo siamo venuti qui a raccomandarle di stare attento e di chiudere bene tutte le porte di notte."
"Un assassino che entra come e quando vuole nelle case degli altri...e che non lascia tracce."
"Proprio così. Professore, stia attento. Lei è ancora il sindaco pro tempore del paese ed ha conservato il posto all'università. C'è forse gente che la odia per questo. Camorristi, personaggi politici senza scrupoli... A meno che non si tratti di altro."
"Se non erro avevate sospetti su don Ettore Majorana, sospetti fondati."
"Non c'entra. Quel poveretto adesso è a Milano in una clinica. E' da oltre un mese che sta lì. Abbiamo indagato a lungo anche su di lui, ma non c'entra."
"Però è consigliabile non andare troppo avanti con le supposizioni. Se non erro ci vogliono prove. Prove chiare ed incontrovertibili."
"Certe volte le prove vengono da sole ed all'improvviso. Importante è non demordere."
"Maresciallo, grazie. Se ci vedessi bene sarebbe tutto diverso. Invece sono cieco o quasi. Ci voleva anche questa. La mia carica di sindaco pro tempore è relativa. Non posso neanche firmare documenti. Se dovessi guarire, allora tutto sarebbe diverso."
"Per ogni evenienza ci telefoni. Lascio qui sul tavolo in numero della caserma e del mio cellulare, chissà se ce ne fosse bisogno. Arrivederci."
Avrei potuto rassegnare le dimissioni da sindaco, ma questo ultimo messaggio fatto recapitare alla madre di mio cugino poteva essere qualche giochetto per intimidire anche me. Un giochetto messo in atto dai miei avversari in paese. Sarebbero arrivati tra non molto bei soldi per numerose opere pubbliche. Questa era la ragione di tanto subbuglio.
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I giorni passavano interminabili. La vastità del mondo inafferrabile, sempre. Mi consolavo pensando che la vastità del mondo era comunque inafferrabile o vedente, o non vedente.
Ero chiuso nel mio silenzio, nei perché irrisolvibili e nella penombra che per fortuna gradualmente si diradava. Vedevo ombre e non persone. Stavo immerso in un mondo senza luce popolato da immagini capaci di movimento. A volte ero certo di vedere le intermittenti configurazioni del mondo fisico filtrati non dai miei occhi, ma dalla coscienza. Le ombre che vedevo muoversi in uno sfondo opaco erano come gusci, come fantasmi capaci di emettere voci e modulare suoni. Mi dominavano perché ero io in definitiva e non loro, oggetto di menomazione. Spesso chiedevo a Caterina di leggermi i capitoli di un libro molto caro: Memorie di Adriano di Margherite Yourcenar. Indelebili nella ragnatela dei ricordi le ultime frasi del libro che l'autrice mette in bocca all'imperatore presago della morte imminente:
Piccola anima (animula) smarrita e soave, compagna ed ospite del corpo, ora ti appresti a scendere in incolori luoghi, luoghi ardui e spogli, dove non avrai più i consueti svaghi. Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, gli oggetti che di certo non vedremo mai più...Cerchiamo di entrare nella morte ad occhi aperti.
. Penetrare la morte osservando il mondo che si allontana dalla coscienza. Entrare nelle tenebre ad occhi aperti e percepire intorno a sé le tenebre eterne.
Adesso vedevo alcuni contorni con maggiore nitidezza e afferravo lineamenti dei visi come la sporgenza degli zigomi, i capelli se erano arruffati o lisci e l'addensarsi delle ombre sotto l'arcata ciliare. La gente cominciava ad assumere forme reali, non più ombre simili a fantasmi. Mi riavvicinavo al mondo reale. La barca dell'esistenza veleggiava verso luminosi luoghi.
La notte facevo sprangare per bene imposte e finestre come mi aveva raccomandato il maresciallo. La mattina Caterina mi leggeva le notizie salienti dal giornale; mi faceva la pulizia delle unghie e dopo avermi pettinato mi accompagnava a fare due passi, fuori in paese. Il pomeriggio se il tempo lo permetteva e se ne avevo la voglia, Caterina mi portava in macchina al cimitero a portare fiori sulle tombe dei miei e su quelle di Adamo ed Adelaide. Quattro vite come stroncate dalla stessa maledizione. Di ritorno se volevo, mi facevo leggere la traduzione italiana dei versi di Lucrezio che Ada mi aveva lasciato sul comodino della clinica. Chissà cosa voleva comunicarmi con quel libro. Qualcosa voleva dire. Lucrezio, il poeta misterioso, il poeta maledetto che passava dalla lucidità alla follia. Forse la stessa follia di cui era preda la ragazza che si faceva chiamare Ada. La fine di Lucrezio è un mistero, perché scompare all'improvviso intorno al 50 a. Cr. Uno scrittore latino del IV secolo dopo Cristo asseriva che Lucrezio si fosse suicidato. Anche Lucrezio affetto dalla Sindrome dell'Ombra Nera? E chi poteva dirlo. Se ci fosse stata la certezza che Tito Lucrezio Caro ne era affetto, allora poteva essere che la sindrome fosse più uno stato mentale in conseguenza di un disagio esistenziale. Nei poeti - Lucrezio lo era a pieno titolo - i disagi esistenziali sono molto frequenti. La Scienza lo afferma.
"Professore, qui in fondo alla pagina, dove il poema finisce, non capisco."
"Che c'è che non capisci?"
"Ci sono frasi in stampatello scritte a mano con una penna rossa."
"Puoi leggere che c'è scritto?"
"Infatti sono le parole che non capisco. Forse non è italiano."
"Leggi piano le lettere."
"ADES...LAETITIA...NECAVIT."
"Sotto c'è un'altra frase".
"Leggi."
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"ADES NOCTIS FILIA UBIQUE EST."
Caterina tacque e ripeté meglio:
"Ades LAETITIA necavit. Questo è scritto."
"Così è scritto? Sicura?"
"Sì, so leggere: Ades LAETITIA necavit".
"Maledetta."
"Cosa?"
"Non lo dicevo a te. Vedi se ci sono altre frasi nelle ultime pagine e dietro la copertina."
"No. Non c'è più scritto niente."
Adesso che la vita sembrava aggiustarsi, ecco riapparire lei, l'angelo della morte. Una maledizione.
"Caterina, nel mio portafoglio tra le tante carte e biglietti ce ne deve essere uno con un nome stampato. Il nome è ADA, Ada Masi e sotto ci devono essere dei numeri di telefono. Trovami questo biglietto per favore."
"Vado. Si calmi."
Assassina. Aveva ucciso Letizia, l'unica che non mi faceva sentire solo.
Ero in apprensione. Il cuore a palpitarmi. Poteva essere che Caterina avesse buttato via quel bigliettino dal mio portafoglio giudicandolo non importante. Il pomeriggio infatti andavamo spesso al bar e lei mi prelevava il portafoglio dalla tasca per pagare oppure se doveva comprare qualcosa dal tabaccaio o al super market. Tenere quel portafoglio era atto simbolico perché era lei che faceva la spesa coi miei soldi. Quel bigliettino da visita era l'unica traccia che mi portava a lei. Non avevo il suo nome con numero di telefono sulla mia agendina avendo conservato quel bigliettino da visita nel portafoglio. La voce di Caterina di là dal corridoio era trionfante, una volta tanto:
"Professore, mi sembra che sia questo, ma non ne sono certa. Lei ha numerosi bigliettini, secondo me inutili."
"C'è scritto a stampatello quel nome sopra. Leggi, c'è scritto Ada?"
"Sì."
"Prendi il telefonino, componi quel numero e passami il telefonino. Presto."
"Professore, ma non c'è linea. Ecco prenda."
"Non c'è linea. E' vero."
"Cosa c'è scritto oltre il numero ed il nome?"
"Si legge appena: Tipografia Capriolo, Via Mancina 25, Eboli."
"Allora domani mattina andremo alla ricerca di questa tipografia ad Eboli."
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Il tipografo era grasso e corto: questa fu la descrizione di Caterina. Mi presentai. Dissi che ero amico del sindaco di Eboli e conoscevo pure l'assessore alle finanze a Napoli cosa che lo fece trasalire. Lui a sua volta conosceva mio zio a Salerno quello che ha il negozio di abiti. Dopo le presentazioni disse subito che si ricordava del bigliettino e della giovane venuta a commissionarli:
"E' stato quattro mesi fa circa. L'ho vista passare diverse volte. Aveva sempre un paio di occhiali neri come li porta lei, più o meno. Era molto bella e giovane, forse anche per questo me la ricordo."
"Sa dove abita?"
"Io sono nuovo qui, della zona. Aspettate vedo se ho con me la fattura. Però mi dovete dare una diecina di minuti di tempo, un quarto d'ora diciamo."
"Nel frattempo andremo al bar e le porteremo una tazzina di caffè. Va bene?"
"A tra poco. Grazie."
Speravo che il tipografo mi fosse di aiuto. Con una così non c'era da stare allegri. Dovevo rintracciare almeno qualche suo familiare o lei. Dovevo capire. Però sbagliavo. Avrei dovuto parlarne col maresciallo che faceva le indagini sulla morte del sindaco Palomonte e consorte. Se i miei tentativi di quella mattina fossero andati a vuoto allora avrei subito telefonato al maresciallo.
Il tipografo mi fornì l'indirizzo. Precisò:
"E' di qui, ma non l'avevo notata prima. Strano. Una così si ricorda."
"Dove abita?"
"Ecco. La via dovrebbe essere: Via Alabardieri 96. Si trova dopo la stazione, salendo lungo il corso principale. È una diramazione del corso."
Caterina fece del suo meglio a destreggiarsi nel traffico del centro di Eboli. Dissi:
"Se la casa è da queste parti, vedi di parcheggiare dove ti riesce ed andiamoci a piedi."
Era una lucida giornata. Vedevo solo ombre e sprazzi di luce. Le ombre erano della gente che mi passava accanto sul marciapiede e la luce proveniva dal cielo. A volte riuscivo a carpire qualche particolare essenziale della gente. Caterina chiedeva in giro con l'indirizzo alla mano dove bisognava dirigersi. Disse alla fine:
"Professore, siamo vicini. Stando a quello che mi dicono, l'abitazione che cerchiamo è a pochi passi. Che faccio, busso alla porta?"
"Aspetta. Se qualcuno apre, tu dici che sei la mia segretaria. Hai un blocco notes o dei foglietti in borsa ed una penna?"
"Sì ho il blocco notes per la spesa."
"Cosa c'è scritto davanti alla porta. La targhetta davanti alla porta..."
"C'è scritto signora Antonia Masi."
"Adesso bussa. Speriamo che qualcuno apra."
Dopo un po' una voce di donna al citofono chiese chi fossimo. Risposi con pacatezza:
"Signora, sono il prof. Basto, vengo da Napoli. Devo parlare con urgenza con la signorina Ada."
"Prego."
Il portone si aprì ed entrammo. In fondo a quello che era un corridoio la stessa voce di donna anziana, disse:
"Prego, accomodatevi nel salottino. L'avete vista? Avete visto Ada?"
"No, la cerchiamo. Forse lei può aiutarci."
Caterina mi teneva sotto braccio ed io evitavo di sembrare semi cieco cercando di muovermi con scioltezza. Disse la donna, dopo che eravamo seduti:
"Due giorni fa è passato anche un maresciallo ed un appuntato a cercare mia figlia. Sapete, sto molto in pensiero perché mia figlia da una quindicina di giorni non la vedo. Mi ha telefonato fino all'altro ieri. Ma sono due giorni che non mi chiama. Avrebbe dovuto chiamarmi ogni mattina e la sera. Due volte al giorno. Poi i carabinieri che sono venuti qui a cercarla. Non so. Può essere accaduto qualcosa, lo sento. Mia figlia non è stabile...non dovrebbe uscire da sola."
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Cercai d'inventarmi qualcosa:
"Signora, io sono un professore universitario e faccio ricerche scientifiche di neurologia. All'occorrenza espleto consulenze per il tribunale. Ci racconti per favore i sintomi di cui soffriva sua figlia."
"Forse il maresciallo che due giorni fa è venuto a cercarla sta facendo indagini su mia figlia. Sento che è accaduto qualcosa di molto grave. Oppure è venuto perché giorni fa ho telefonato alla polizia chiedendo se potessero rintracciare Ada."
"Signora, che dice! Per due giorni che Ada non la chiama. Suvvia, è nel suo carattere."
"Io ho chiesto l'accompagnamento per mia figlia. Non doveva girare da sola. Era grave. Lo diceva anche il prete, don Gerardo."
"Che diceva il prete?"
"Don Gerardo è un esorcista. Mia figlia aveva improvvisi attacchi di possessione, come don Giacomo li chiamava. Don Giacomo diceva che mia figlia era posseduta dal diavolo."
"Quando ebbero inizio questi attacchi?"
"Poteva avere circa dodici anni. Erano come crisi epilettiche, ma non era epilessia. Così dissero i medici che la visitarono. Ada all'improvviso cadeva a terra in casa e tutta tremante con gli occhi aperti come a chiedere aiuto. Altre volte la ragazza era cosciente, ma disturbata nella mente. Riferiva che mentre dormiva qualcuno la chiamava e vedeva gli occhi di qualcuno che la osservava nel buio. Successivamente Ada diceva di avvertire addosso strane sensazioni."
"Quali erano queste sensazioni?"
"Diceva che aveva addosso delle sensazioni...come se avesse una forza dentro che la spingeva a fare cose che non voleva fare. Per esempio una volta la trovai nella stanza dove studiava. Si era messa diritta sulla spalliera della sedia in equilibrio e con gli occhi chiusi. Un'altra volta disse di vedere un cavallo nero correre per strada. Un'altra volta aveva acceso davanti a me la fiamma del gas in cucina senza toccare i fornelli. Gli fecero pure le TAC al cervello, ma il cervello era normale. L'anno scorso fu pure in cura presso la clinica Helios, a pochi chilometri da Roma. Un professore di Roma che aveva visitato Ada ci aiutò affinché mia figlia fosse ricoverata in quella clinica."
"Ho una copia del referto medico rilasciato dopo il ricovero in quella clinica. Se vuole gliela do. La prego però faccia tutto quello che può per aiutarmi. Veda di rintracciarla."
Piangendo era andata dall'altro lato della stanza e aveva estratto da un tiretto delle carte. Asciugandosi le lacrime mi porte il referto medico che riguardava Ada. Disse:
"Ho altre copie. Una l'ho data ai carabinieri. Se Ada ritorna deve avere la giusta assistenza medica. Non può essere lasciata sola."
"E poi davanti all'impotenza della scienza, lei si rivolse ai preti."
" Fu il prete della parrocchia qui vicino che chiamò l'esorcista, ma in gran segreto. La cosa era tenuta il più segreta possibile, per evitare scandali. Per fortuna questa palazzina è abitata solo da me e da mia figlia. Mia figlia a volte girava gli occhi che diventavano bianchi, si agitava davanti ad una croce santa e parlava con altre voci. Emetteva anche suoni di animali e scriveva sul muro di questa casa strane frasi in una scrittura sconosciuta. Oddio! Sento che le è capitato una grave cosa. Se stasera mia figlia non mi telefona, avverto di nuovo la polizia..."
"Signora, penso che la polizia stia già cercando sua figlia. Ma non si preoccupi, sua figlia non dovrebbe correre pericoli."
"Perché la polizia la cerca?"
Mentii di nuovo:
"Sua figlia deve dare delle spiegazioni. Tutto qui. C'è stato un furto in zona e forse sua figlia ha visto qualcosa."
"Allora forse è in galera o l'hanno uccisa, oddio!"
"No, sua figlia è viva, ma chissà dove si nasconde. Oppure è in villeggiatura in qualche paese esotico e si è scordata di lei."
"Qualcosa è accaduto lo sento. Negli ultimi tempi parlo degli ultimi cinque, sei mesi sembrava che le possessioni come i preti le chiamano, si stessero attenuando e a me era sembrata guarita tant'è
109
che andavo in chiesa a ringraziare il Signore. Però alcune volte era strana. Diceva di essere Ade e si era fatta fare dei bigliettini con questo nome."
"Perché quale è il suo vero nome?"
"Si chiama Ada, Ada Masi come la nonna oddio, che le è successo. Aiutatemi!"
"Signora, se sua figlia ritorna, mi faccia sapere. Le lascio il mio bigliettino da visita. Comunque per qualsiasi cosa ci chiami."
Andammo via. Caterina in macchina chiedeva spiegazioni:
"Quella donna piangeva. Che è accaduto alla figlia? Perché il maresciallo la cerca?"
"Povera vecchia. La figlia di quella donna è malata. Tutto qui. Penso si tratti di schizofrenia."
"So che gli schizofrenici sono un pericolo. In Polonia molti sono schizofrenici."
"Per fortuna non è una malattia troppo diffusa. I sintomi più comuni sono i deliri e le allucinazioni che non appartengono alle esperienze normali. Però mi ha lasciato degli indizi: il bigliettino da visita. Chiunque poteva rintracciarla."
"Se è un po' pazza, è imprevedibile."
"Ma dove si nasconde. Che fine ha fatto? E' pericolosa? La madre dice che da quindici giorni è sparita. Che l'ha telefonata due volte al giorno fino all'altro ieri."
"Che strana famiglia."
"Caterina, descrivimi quella poveretta, la madre di Ada, la signora Masi."
"E' vecchia, sulla sessantina, ma mostra di più. E' piuttosto alta, magra, molto magra; ha molte rughe in faccia, in fronte e sul collo. Profonde rughe come fatte dalla lama di un coltello."
"Incredibile. Com'è diversa certe volte la realtà dalla fantasia. Avevo pensato che fosse corta, grassa e paffuta."
"Meglio è vedere in faccia le cose e le persone. Meglio che immaginarle."
Mi aveva involontariamente offeso. Lo dissi, ma senza stizza:
"Devo per forza immaginare le cose e le persone."
"Professore, abbi speranza. Sta guarendo. Tra poco ci vedrà."
"Ma dimmi, hai notato delle foto nella casa di quella donna?"
"Sì, nella stanza dove ci ha ricevuto c'era una grossa foto incorniciata ed appesa al muro. La foto ritraeva due donne sulla trentina. Una doveva essere lei senza le rughe e l'altra una che l'assomigliava forse una sorella..."
"E c'erano foto di una bambina?"
"Sì, sul tavolino ad angolo accanto ad una finestra, quasi seminascosta c'era una foto di una donna che teneva per mano una bambina coi capelli neri o castani. Tutte le foto erano in bianco e nero."
"La donna che teneva per mano la bambina assomigliava a quale delle due ritratte nella fotografia grande appesa al muro?"
"Non ci ho fatto caso. Dall'acconciatura dei capelli però, sembrerebbe più all'altra donna, non a quella che ci ha ricevuto. Però non ne sono sicura."
"Devo telefonare al prete che aveva eseguito quegli esorcismi."
Avevamo passato il ponte sul fiume che separa la collina di Aquara con quella del mio paese. Stavamo entrando nel bosco e nell'aria c'era forte l'odore delle gialle ginestre. Eravamo in primavera inoltrata.
"Caterina, fermati un po', voglio scendere."
La strada delimitata da una radura e in alto dal lato opposto della carreggiata, l'ombra di una grande quercia. Cercai di osservare il paesaggio coi miei occhi difettosi.
"Caterina, la mia vista è migliorata! Vedo il giallo dei fiori. Lì ci sono delle ginestre, vero?"
Indicai col dito dov'era l'ammasso di fiori gialli.
"Sì, è vero. Professore, lei per fortuna comincia a vederci bene! Adesso, quando ci vedrà bene, mi licenzierà?"
"Ti troverò un lavoro presso il mio dipartimento a Napoli. Te l'ho promesso da tempo. Tu fammi guarire ed io ti troverò un ottimo lavoro."
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"Speriamo che tutto vada per il meglio."
"Vedo le ginestre, le gialle ginestre! Sotto il giallo vedo il verde della pianta a forma di ventaglio. Vedo sfumato come certi quadri dell'Impressionismo, ma vedo i colori!"
"Professore, la luce sta rientrando nei suoi occhi. Su con la vita. Tutto ritorna normale."
"Vedo meglio anche le forme delle montagne in fondo ed i declivi di questo colle."
Uscivo dal buio, uscivo dal nero. Uscivo dagl'inferi, dalle umbrae. Gli abitanti dei cupi spazi sotterranei erano neri. Nero era anche il colore del mantello degli animali dati in sacrificio ai morti. E nero è il colore del lutto. Nero il mio mondo.
"Esco dal buio. Sto uscendo dal buio. Devo telefonare al prof. Frisai e comunicargli la lieta novella. Adesso oltre alle sfumature e ai lineamenti, vedo anche i colori. Vedo il giallo, vedo il verde."
Il prof. Frisai fu entusiasta. Lo avrebbe comunicato al prof. Herman che avrebbe dovuto visitarmi per gli inizi di settembre.
Ada o Ade - come voleva essere chiamata - era stata l'ultima donna che avevo posseduto. Lei occupava aree cerebrali indelebili del mio cervello. I ricordi di quella notte erotica, il suo corpo perfetto e i suoi gemiti erano fuori dal tempo, facevano parte della mia anima. Lei era in me, covata dalla mia disperazione. Non ero certo di esserne innamorato, ma a volte la desideravo più di me stesso. La vita senza di lei non avrebbe avuto senso. La temevo e l'amavo. La odiavo e l'amavo.
Quella notte che l'avevo chiamata puttana... ricordavo il rumore a tratti del vento tra le siepi del bosco. Avevamo fatto l'amore per tutta la notte cullati dal vento. Quelle carezze, quei baci le oscenità che le dissi. Le perversioni alle quali pian piano l'avevo costretta. Non la odiavo; forse la odiavo e l'amavo. I suoi occhi lucenti dopo l'amore fissi nella notte, da dietro i vetri della finestra. Mentre la stringevo sul letto e la penetravo tutta, fino alla radici del pene, mi ero sentito appagato come mai, trascinato in un flusso di felicità totale, fuori dal tempo. Non era solo il suo corpo e la sua bellezza a mancarmi, ma lei in tutta la sua interezza. Lei ed il suo sesso, lei ed il suo mistero.
Dissi a Caterina di leggere il foglio consegnatomi la presunta madre di Ada. Era la diagnosi della Clinica Helios dove ADA era stata ricoverata. Dissi:
"Leggi piano, devo capire. Capire e riflettere."
Caterina lesse:
"Cristina fu ricoverata la prima volta all'età di quindici anni in ospedale e ha il primo incontro con uno psichiatra. Figlia unica nata da un regolare matrimonio, ma estratta dall'utero materno dopo 70 ore circa dopo il decesso della madre. La bambina fu alimentata in incubatoio per venti giorni. Nella prima infanzia la bambina ebbe uno sviluppo psico-somatico in apparenza privo di difficoltà. Dopo le scuole elementari si iscrisse alle medie nella sua cittadina ad Eboli e frequentò il liceo scientifico a Salerno. Era considerata una ragazza dal carattere piuttosto schivo e riservato. Dopo il liceo la zia che l'aveva in affidamento notò che le tendenze all'introversione di ADA si andavano accentuando. Si mostrava sempre più triste ed assorta. Comunque il pomeriggio usciva a frequentare la Scuola Guida e dopo sei mesi riuscì a prendersi la patente. Comprò una macchina di media cilindrata e spesso usciva di casa restando fuori la notte, ma al massimo una notte sola. La zia che la teneva in custodia stava molto in pensiero per lei. La zia aveva cominciato a notare nella camera dove ADA dormiva un altarino con sopra una strana statua di donna che stringeva nelle mani dei serpenti finti. La statua di marmo era alta mezzo metro circa e intorno alla base c'erano dei vassoi nei quali Ada metteva dei petali di rose, o altri fiori, o profumi. La zia chiese alla nipote cosa significasse quell'altarino e la ragazza disse:
"Questa è mia madre."
Un'altra volta aveva detto alla zia che la statua era la Morte e un'altra volte aveva detto che era lei. Diceva che la statua la rassomigliava. A volte ripeteva come in delirio per più di un'ora di notte queste due parole:
MASSA - MORTE
MASSA - MORTE
.......................
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Una notte Ada aveva cominciato ad inveire contro oscure presenze nemiche a cui attribuiva la responsabilità del suo intollerabile malessere. La zia aveva notato che la statua era a terra in frantumi. Ada ripeteva che le forze ctonie avevano distrutto la statua e le forze ctonie erano in lei.
Il ricovero alla clinica Helios fu disposto con modalità d'urgenza. Ada era in piena crisi di angoscia, strillava e si smaniava sbavando. Nei giorni seguenti racconta ai medici di provare strani fenomeni somatici descritti in modo incerto, come stimolazioni nervose anomale in varie parti del corpo che la disturbano nella esecuzione dei movimenti. In un secondo tempo confida di essere tormentata da voci che in ogni momento della giornata la assillano: ora si tratta di ripetizione di parole dette da lei o dalla zia, ora di commenti alle sue azioni, ora di inviti, domande ed allusioni più o meno oscure. Disse che il primario che la seguiva la tormentava e l'accarezzava nelle parti intime. Disse che questo primario, il prof. Raimo sarebbe morto entro due giorni. La profezia tragicamente si avverò il professore morì d'infarto quella notte stessa. Lo trovarono che giaceva da solo nel letto di casa. Ada accennava all'effetto negativo che potrebbero avere alcune statue che lei aveva visto al Museo Nazionale di Napoli. Dopo quegli avvenimenti Ada sembrò gradualmente tornare alla normalità. Non si agitava di notte; non aveva crisi pseudo epilettiche; non sragionava. Era calma e aperta. Dialogava con le infermiere ed i medici. Dopo un mese Ada fu mandata in casa sotto la sorveglianza e le cure della zia.
Diagnosi del prof. Nicola Adorno.
. Riteniamo verosimile l'ipotesi che per ADA la consapevolezza di essere nata da una madre morta e di essere stata allevata in incubatoio e non nell'utero materno abbiano significato la perdita dell'oggetto vero a cui era legata da una relazione simbiotica, mai del tutto risolta.
Per un io incapace di elaborare autonomamente un intollerabile carico di esperienze emotive che minacciano la sua integrità, la presenza di una statua di marmo viene - in un certo senso - a fungere da surrogato dell'oggetto materno simbiotico.
Acquisterebbero così evidenza clinica - nel nostro caso - le correlazioni suggerite da Freud - tra le funzioni attribuite dai pazienti ad una statua di marmo e quelle svolte dalla madre per il bambino nelle primissime fasi dello sviluppo, che precedono la costituzione di un io autonomo e differenziato. Nel caso di Ada le cose sarebbero più gravi perché il suo organismo del tutto sviluppato nell'utero avvertì l'improvviso distacco dell'organismo materno poche ore prima del parto quando la madre per una causa improvvisa morì. La bambina ebbe il trauma della improvvisa separazione dal corpo materno settanta ore prima della nascita. Già la nascita è di per sé uno stress ed un trauma; se a ciò si aggiunge anche lo stress della morte materna prima del parto le conseguenze possono essere gravi e drammatiche.
Le statue di marmo a cui ADA sembra attratta rappresentano la figura materna che è fredda e bianca perché morta. La statua come proiezione della madre, la Gran Madre del mito indoeuropeo.
Il direttore del reparto di Neuropsichiatria
FIRMA
Prof. Nicola Adorno
Con l'aiuto di don Fernando, prete del paese riuscii ad avere il numero di telefonino di questo don Gerardo, un prete di una parrocchia vicino Salerno, Baronissi per la precisione.
Per telefono dissi: "Pronto, lei è don Gerardo?"
"Sì, chi mi cerca?"
"Sono il prof. Basto dell'Università di Napoli. Mi ha dato il suo numero di cellulare un suo collega, don Fernando di Cardo."
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"Ah, sì. Ditemi."
"Don Gerardo voi avete effettuato degli esorcismi ad una ragazza di Eboli di nome Ada, Ada Masi."
"Sì, un caso drammatico. Se ne sono occupati anche illustri psichiatri, ma sembra che le cose ultimamente siano precipitate perché la ragazza mi risulta sia scomparsa."
"Don Gerardo, lo so. Ho parlato con la madre stamattina. È da due giorni che non telefona alla madre. Vorrei chiederle per favore quando e dove nacque Ada."
"Ma come non lo sa?"
"Cosa non so? Scusi."
"Ada nacque per parto cesareo. La madre era morta da oltre 70 ore quando i medici decisero di tentare il tutto per tutto per salvare almeno la bambina."
"Allora la donna che dice di essere la madre, è in realtà una parente, una zia."
"Esatto. La madre si chiamava Adele Masi. La sorella, si prese in cura la bambina."
"Graie, don Gerardo."
Feci comporre i numeri a Caterina. Telefonai da casa alla clinica Helios. Mi presentai come il prof. Giovanni Basto della Facoltà di Medicina - Napoli - Federico II. La clinica si occupa degli ammalati psichici gravi con l'obiettivo di un recupero personalizzato che garantisca ai degenti una migliore qualità della vita ed un parziale, o totale reinserimento nella società e nel mondo del lavoro.
Mi rispose il prof. Carlini, il primario:
"Caro collega cosa vuoi sapere, a disposizione."
"Collega, vorrei sapere qualcosa su una bella ragazza che avete avuto in cura un anno fa circa. La ragazza si chiama Ada, ma sostiene di essere Ade il dio della Morte."
"Sì, mi ricordo. Una bella ragazza poveretta. L'abbiamo dimessa nove, dieci mesi fa. La ragazza a volte, ma solo a volte soffriva di allucinazioni, deliri e dissociazione del pensiero. Alcune volte si isolava ed era abulica. L'abbiamo curata con alcuni farmaci. Inoltre l'abbiamo invogliata a dipingere e ad esercitarsi nell'equitazione. Sono attività che hanno il fine di ristabilire nel paziente un rapporto col mondo esterno."
"Ha funzionato?"
"Sembrava di sì. Poi la ragazza fuggì."
"Come fuggì?"
"Scappò.Telefonando a casa sua, sapemmo che era con la zia. Così risultò. Era ad Eboli, dalle tue parti, caro collega. Vuoi sapere altro?"
"No, va bene così. Comunque sembra che sia andata via da casa. La madre - cioè la zia - la cerca una continuazione ed ha messo in allerta pure la polizia, i carabinieri e alcuni giornalisti."
"Con gli schizofrenici non si scherza. Sono capaci di tutto. A volte si hanno addirittura guarigioni spontanee."
Lo salutai e ringraziai.
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(8)
La presunta madre della ragazza la signora Giovanna Masi, mi telefonò da Eboli:
"Professore, stamani ho ricevuto una lettera da mia figlia - la donna aveva la voce strozzata dalle lacrime - ho avvertito anche i carabinieri."
"Si calmi signora. Vedrà che tutto si aggiusta..."
Si era messa a piangere e sforzandosi disse: "Professore, sono disperata. Il messaggio di mia figlia dice che mi devo rassegnare. Dice che lei appartiene al regno delle ombre. Questo dice..."
"Signora, si faccia coraggio. Però le dico: sua nipote vedrà che ritornerà. Lo ha fatto altre volte no?"
"Professore, ma da chi ha saputo che Ada non è mia figlia. Ha visto Ada ultimamente?"
"No, ho parlato con don Gerardo. Lui mi ha detto questo particolare. E' vero che la bambina nacque dopo che la madre era già morta?"
"Sì. Mia sorella ebbe una improvvisa emorragia cerebrale e la ricoverarono al San Leonardo di Salerno. Le sue condizioni erano disperate. Il marito era morto mesi prima. Capisce? Disgrazie a catena. Fu un miracolo che la bambina si salvò dopo 78 ore dal decesso della madre che era stata mantenuta fino ad allora allo stato di vita vegetativa. Però quella ragazza è per me una sorella ed una figlia, capisce?"
"Si faccia coraggio. Non deve pensare al peggio. Penso che sua nipote abbia un rapporto emotivo disturbato con l'ambiente sociale in cui vive. Ada si sente isolata. Quando ritorna da lei si faccia consigliare da uno specialista."
Cercavo di sdrammatizzare, di essere rassicurante. Forse Ada non sarebbe più tornata in quella casa. La zia di Ada con la voce strozzata dal pianto disse:
" Ma io le voglio bene. E' una vera figlia per me."
"Coraggio. Ritornerà."
Subito dopo riattaccò.
Pensai di chiedere consiglio a don Fernando, novello prete nativo di Diano. Venne a trovarmi il pomeriggio. Prendemmo il tè in terrazza approfittando del tempo ameno mentre il sole declinava nello zenit.
"Professore, so che la vista migliora."
"A settembre, ai primi di settembre andrò prima a Napoli e poi a Nuova York per le visite di controllo. Solo allora avrò la certezza del grado di guarigione dei miei occhi. I miglioramenti sono evidenti. Adesso comincio a vedere sempre più particolari. Per esempio la sagoma della sua testa, i suoi capelli neri, il profilo del suo mento... distinguo molti colori come il giallo, il verde, il rosso."
"Con l'aiuto del Signore si aggiustano i casi più disperati."
"Don Fernando, ho a cuore una vicenda un po' complessa. Lei forse mi potrebbe aiutare."
"Ditemi."
"Tempo fa ho conosciuto una ragazza di nome Ada. Abitava ad Eboli. Uso il passato perché al momento sembra che sia scomparsa e la madre la cerca ovunque ed è disperata. Ha partecipato di recente anche alla trasmissione Chi l'ha visto".
Il prete ascoltava mogio, almeno così mi sembrava perché la sagoma che di lui riuscivo a vedere era ferma e silenziosa sulla sedia.
"Ne ho sentito parlare."
"Don Fernando, questa ragazza era soggetta a possessioni del maligno ed era sotto le cure di un bravo esorcista un prete di nome don Giacomo di Baronissi. La ragazza dopo qualche anno di esorcismi sembrava guarita ed i sintomi della possessione demoniaca scomparsi. Però negli ultimi mesi, come riferisce la madre, Ada aveva cominciato a mostrare un comportamento alcune volte strano. Diceva di chiamarsi Ade, di essere la figlia della Notte e si era fatta stampare anche dei bigliettini da visita con questo nome strano sopra: Ade."
"Continuate."
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"Durante la mia degenza in ospedale a Napoli, nel mese di marzo, inizi di marzo per la precisione, questa ragazza non so come, era penetrata di notte nella cameretta dove riposavo da solo, mi sveglia e tra l'altro mi comunica che è stata lei ad uccidere i coniugi Palomonte. Mi lascia anche un libro sul comodino."
Dissi a Caterina di prendermi il libro e di mostrarlo al prete.
"Don Fernando se potete aprire l'ultima pagina del libro di Lucrezio dove il poema finisce, sotto l'ultimo verso."
"Sì, ci sono due versi scritti in latino, ma con la penna rossa. "
"Dubito che li abbia scritti Lucrezio. Infatti voi che conoscete bene il latino li potete tradurre."
"Ma qui ci sono scritte cose orribili. Praticamente è una confessione di un delitto. Chi ha scritto questo vorrebbe ammettere che..."
"Che ha ucciso Letizia."
"Chi sarebbe questa Letizia?"
"Una ricercatrice di Napoli. Lavorava nel mio dipartimento e dividevamo lo stesso appartamento. E'morta; si è suicidata, capisce?"
"La causa della sindrome potrebbe ricollegarsi in un modo o nell'altro a quella donna scomparsa di nome Ada."
"Sì. E' così anche se è tutto così assurdo."
"Assurdo è la parola esatta. E' come se questa donna misteriosa si fosse sovrapposta a Dio. Impossibile. Assurdo. Non può essere. Io credo in Dio e non in queste cose fantasiose."
"Don Fernando questo mondo è assurdo."
"Però qui il nome è Ades e non Ada."
"Infatti quella ragazza affermava di essere ADE e non Ada. Capisce?"
"Una strana ragazza, poveretta."
"Una affetta da schizofrenia oppure una che è pazza."
"Pregherò per questa disgraziata ovunque sia e qualunque cosa abbia fatto. Se fossi in voi, professore, però avvertirei la polizia e prenderei tutte le precauzioni del caso."
"E' quello che sto facendo. Quanto alla polizia, penso che sia inutile avvisarla perché i carabinieri da un po' la stanno cercando."
"Però ci vada piano coi sospetti. Si cauteli, questo sì, ma ci vada piano. Occorre fidarsi della gente in linea di principio. Si cauteli, ma non cada in paranoia."
"Sì, ma ci sono tante cose che non quadrano."
"Professore, lei è più preparato di me in queste cose."
"Nelle cose profonde che riguardano l'anima, voi preti siete insuperabili. Ci avete la vocazione..."
"Professore, come sa, esistono archetipi con valenza negativa. Il diavolo e l'Ombra per esempio."
"Il lato oscuro dell'Uomo."
"L'aspetto che non è riconosciuto ed accettato. Invece bisogna accettare l'Ombra."
"Integrarla in noi. Vero?"
"C'è chi lo fa e chi come quella povera ragazza ritiene di essere lei stessa l'Ombra, Ade, la Morte."
"Ada si sarebbe immedesimata nell'Ombra. Però ci sono cose che non quadrano, difficile da accettare anche da parte vostra, dalla parte dei preti e della religione in genere."
"Lei si riferisce a presunte doti paranormali in possesso della ragazza?"
"Padre, sono cose reali."
"Beh, se non c'è altro vorrei andare. Anzi prima di andare via, anche per questo sono venuto a trovarvi, so che avete una magnifica collezione di statue di santi."
"Stanno nel laboratorio della buonanima di mio padre a piano terra. Ve le mostro. C'è una statua in particolare che vorrei farvi vedere. Prima che andiate via vorrei chiedervi una cosa."
"Cosa?"
"C'è tempo. Prima visitate il laboratorio, alla fine vorrei chiedervi una cosa non importante."
115
Mi aiutò la solita Caterina a scendere per la scalinata semi buia. L'aria fresca ed ammuffita del laboratorio m'investì. Don Fernando lasciandomi da parte ed inoltrandosi tra le statue, disse alla fine gridando per farsi sentire:
"Ma sono bellissime. Non le fanno più così."
"Mio padre discendeva da un'antica razza di pittori di Santi. L'arte pittorica rivolta a ritrarre solo santi riassume tre o quattro arti - lo diceva il nonno buonanima - quella del plasmatore, dello stuccatore, del doratore e del pittore. Un'arte trasmessa con ostinazione da padre in figlio forse da duecento anni a questa parte. Un'arte che io per la mia propensione allo studio medico, ho interrotto. Sapete don Fernando? Alcune volte me ne pento. Chissà che bei santi avrei plasmato."
"Questa statua di san Rocco vi somiglia. Anche lui fu medico ai suoi tempi. Gli occhi di un azzurro un po' cupo, un po' rotondi, che esprimono meraviglia, uno sguardo intenso, zigomi prominenti, i capelli neri, la fronte alta. Sì vi somiglia."
"Se mi ritornerà la vista come prima, osserverò con maggior attenzione queste statue. Non me n'ero accorto prima."
"Vostro padre non era di qui vero?"
"La mia famiglia proviene da Napoli. Un mio antenato di nome Ferdinando Basto era di Napoli ed aveva un grosso laboratorio a san Biagio dei Librai. Questo prima dell'unità d'Italia. Ferdinando Basto, don Fernando si chiamava come voi.... Ma v'interessa la storia della mia famiglia?"
"Continuate. Io intanto osservo le statue."
"Questo mio antenato aveva acquistato una bella rinomanza in zona come scultore e pittore di pastori e di tante piccole statue - opere d'arte alcune - che servivano a popolare i presepi delle grandi famiglie devote o di quelle amanti del lusso e dell'arte. Don Ferdinando Basto aveva venduto dei pastori per il presepio della regina Maria Carolina e forse nelle collezioni della Reggia di Capodimonte e di Caserta, vi sono ancora dei Re Magi, dei mendicanti, delle zingare, dovuti alle sue mani sapienti. Questa gloria proveniente da quel grande antenato andò scemando nella discendenza; nessun altro raggiuse la sua perfezione d'arte, neppure il suo lontano nipote Domenico, cioè mio nonno. Anzi qualcuno di essi aveva stentata la vita. Io penso perché a pochi piace il lavoro ed in particolare questo tipo di lavoro artigianale. Oppure...si ci era messo in mezzo la sfortuna. Tutti poi a cominciare dal mio bisnonno erano morti presto, prima dei cinquanta anni, corrosi dal mestiere faticoso e pericoloso, avvelenati dall'aria carica di odori malsani, umida e stagnante, consunti dal respirare polveri metalliche necessarie alla composizione delle loro statue."
"Che belle statue! Continuate. Qui e' tutto interessante."
"Lo zio paterno a cui pare, somigliassi molto, si era spento a trentadue anni, divorato da una piccola febbre quotidiana datagli dicono, da un tumore nel fegato. Mio nonno - era unico figlio - neanche aveva toccato i cinquantuno anni ed era morto di una violentissima colica epatica, lasciando mio padre a ventidue anni, orfano, perché mio padre aveva perduto sua madre, piccolissimo; non se ne ricordava neppure, e mio padre, interrogato evitava di parlarne, troncava il discorso facendosi muto e triste. I miei genitori poi, avevano assai lavorato e morendo mi avevano lasciato alcune diecine di migliaia di euro imperiali accumulati soldo a soldo, dovute a grandi privazioni, ad una vita oscura e quasi povera, a un lavoro costante. Fu mio padre a trasferirsi in questo paesino durante la guerra contro gli asiatici, quando a Napoli si moriva di fame e c'erano i bombardamenti. Fu lui che mise su questo laboratorio partendo quasi dal nulla. Mio padre amava questo lavoro, malgrado i suoi pericoli e le incertezze, malgrado le sue limitazioni e le sue convenzionalità. Me lo ricordo che macinava i colori, impastava la biacca, plasmava l'argilla, modellava gli stucchi, preparava forme e pennelli...mio padre era andato alla scuola di disegno a Via Costantinopoli a..."
"A Napoli. La conosco. Adesso c'è il liceo artistico e forse allora si chiamava scuola artistica, o erano i primi anni a definirsi così. Continuate."
"Me lo ricordo mentre lavorava curvo, in silenzio sotto un berretto bianco di carta, con la larga bluse azzurra tutta macchiata di bianco, di giallo, di rosso, di vernice aurea, di argento."
"Don Fernando a che punto siete arrivato?"
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"Quasi in fondo. Professore se alcune di queste statue non vi servono potete donarle alla mia parrocchia. Alcune sono di pregevole fattura."
"Se deciderò di smobilitare il laboratorio allora sì, ma è difficile che lo faccia. Mi dispiace. Sono molto affezionato a questo stanzone ed alle sue statue."
"Sono arrivato in fondo al laboratorio, che devo fare?"
"Allora guardate l'ultima. E' scolpita in pietra, una pietra dallo strano colore roseo -carnicino."
"Ah sì, è enorme. Diversa da tutte le altre. E' una statua profana. Sul piedistallo vedo che c'è scritto ADES. Non sapevo che suo padre scolpisse anche statue pagane."
"Neanche io."
"Una statua con degli orecchini d'oro."
"Quegli orecchini sono veri. Non so dove mio padre li avesse presi. Dove li comprò. A me non diceva queste cose."
"Se mi date una scala vorrei dare uno sguardo da vicino a quegli orecchini. Mi sembrano autentici oppure delle ottime imitazioni di gioielli risalenti al V secolo dopo Cristo."
"La scala è appoggiata sul muro dietro la statua. L'ho usata anch'io giorni fa."
Don Fernando dopo un po' disse:
"Sono orecchini d'oro. Non sono in scala normale, ovvio. Sono a pendaglio e lavorati a granulazioni. E' una tecnica in cui gli Etruschi furono maestri e che consiste nel rivestire le superfici con minutissime sferette d'oro."
"Sono autentici?"
"Non posso dirlo. Sembra di sì, ma ci vorrebbe un esperto orafo per dirlo. La lavorazione è quella. Erano orecchini in uso in Roma prima della caduta dell'Impero Romano d'Occidente. Tutto qui."
Il prete era disceso e rimesso a posto la scala di ferro. Dissi:
"Don Fernando, se mi guidate un po' e mi portate vicino al tiretto del tavolo che sta sul lato sinistro del laboratorio, vi faccio vedere una cosa."
Il prete mi prese per il gomito e mi accompagnò accanto al tiretto del tavolo. Aprii il tiretto:
"Don Fernando, vedete. Ci sono delle fatture. La prima, quella sopra a tutte, riguarda quella statua."
"Ah, sì. Il nome di chi la commissionò è...Ada, Ada Masi. Dunque conosceva i vostri genitori."
"Ho paura che fu lei ad ucciderli. I miei morirono entrambi a causa delle esalazioni di un braciere a carbonella nella loro stanza da letto. Ossido di carbonio fu la conclusione degli esperti. Ma adesso dubito delle vere cause di quella morte."
"Cioè quella donna diabolica avrebbe ucciso, vediamo un po', i coniugi Palomonte, i vostri genitori ed infine quella dott.ssa del suo dipartimento di nome Letizia. Mi sembra esagerato."
"E' lecito dubitare è vero, ma è lecito anche sospettarlo."
"Vedo che la commissione per quella strana statua fu molto alta. Un prezzo incredibile per una statua: centomila euro imperiali. Una cifra enorme per l'epoca, il 1980. Incredibile! A cosa poteva servire una statua del genere?"
"Soldi introvabili. Non ho mai saputo che fine abbiano fatto. Mio padre non me ne parlò mai. Neanche mia madre. Tutto strano. Forse i soldi sono nascosti in qualche parte in questa casa."
"Professore, se li trova ne lasci un po' per la chiesa. Però se quella donna è ancora a piede libero, io comincerei ad avere paura. Mi affiderei alla bontà divina, ma prenderei anche tutte le misure del caso: la porta sprangata e non solo di notte e metterei dei nuovi sistemi di allarme dappertutto."
"Lo sto facendo. Caterina, la mia domestica dovrebbe sorvegliare le telecamere."
"Professore, io vado via. Pregerò perché la sua vista migliori e pregherò anche per quella donna."
"Don Fernando, il quesito...prima di andarvene un'ultima domanda. "
"Dite."
"So che avete compiuto approfonditi studi su Santo Agostino e sul tempo in cui questo santo visse. Mi hanno riferito che siete uno specialista nel settore, più uno storico che un teologo. Non è che vi offendete?"
"No, è vero. Amo molto la storia in particolare quella romana."
"Vorrei chiedervi: secondo voi dove fu sepolto Alarico, il re dei Goti?"
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"Si dice che fu sepolto nel Busento, ma non credo sia vero. I Goti fecero in modo da divulgare false informazioni, sia sulla sua improvvisa morte, sia dove veramente fu sepolto. Secondo me fu sepolto da queste parti. Ho calcolato il tempo che i Goti impiegarono nell'attraversamento delle Calabrie prima di imbarcarsi per l'Africa. Fecero una grossa deviazione a sud di Salerno. Una deviazione in parte inspiegabile. Ho delle fonti storiche attendibili che se volete, nei prossimi giorni vi esporrò."
"Don Fernando, grazie dell'informazione. Non mi serviva altro. Anzi, ultima cosa."
"Dite. Non c'è fretta. Ditemi."
"Secondo voi che differenza c'è tra un dio, o una dea come ADE e DIO?"
"Bella domanda. Domanda finale. Potrei parlare per giorni, ma dico solo e ricordatevelo per il futuro. Ade è un dio dell'oltretomba che secondo Freud abitava la parte oscura ed ignota dei nostri sogni. Dio è Dio! Dio è il creatore di tutte le cose, visibili ed invisibili."
"Ade potrebbe rappresentare ai giorni nostri la tecnica che vorrebbe sostituirsi a Dio."
"La tecnica è la tecnica ed è figlia della Scienza. La tecnica spesso ci allontana dalle tenebre e dalle barbarie. Bisogna saper usare la tecnica per il bene dell'umanità."
Dissi grazie, ma mi tenni i miei dubbi. Disse allontanandosi per strada:
"Professore, non date importanza a cose che non ne hanno. Non date importanza a quella statua pagana. E' solo un idolo profano. Pensate alla salvezza dell'anima. Arrivederci."
Avrei voluto dirgli, ma fu meglio tacere:
"Allora perché Dio tacque nei campi di concentramento prima della caduta del muro? Tacque nei massacri delle grandi guerre, tace nei genocidi e nei grandi cataclismi? Dio ha taciuto troppe volte nella Storia. Il suo silenzio è insopportabile.
Auschwitz II è come un passaggio fatale tra gli scogli dove l'avventura millenaria del pensiero umano si è franta. Tutte le luci sono spente e non è rimasto neppure il lampeggiamento di un faro a segnalarne la traccia. Ad Auschwitz II è ritornato il caos nel quale è necessario penetrare per averne la speranza di uscirne. Ade può impedire che ci sia una Auschwitz III. La tecnica almeno viene incontro all'esigenza dei popoli. La tecnica almeno cerca di combattere il dolore, la fame e le malattie. Al termine della vita umana, quando la coscienza s'inabissa nel mare buio del nulla, resti almeno ADE, il signore oscuro dei nostri sogni."
Avrei voluto gridare infine: "Ade esiste perché Dio è assente."
L'abisso ghiacciato dell'Ombra è un regno che non può essere raggiunto con il cuore sanguinante del cristianesimo. La perfezione incommensurabile di ADE non implica presenza di amore. Ade è fatta di Chaos ed il disordine infinito è la trama su cui emerge la Storia.
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Più passavano i giorni e più la vista migliorava. Le cellule embrionali trapiantate nella retina e nel mio nervo ottico stavano facendo miracoli. Solo pochi anni prima questo tipo di tecnica era impensabile. Adesso tutti ne parlavano e tra non molto sarebbe divenuta una pratica di routine. Molti avrebbero ricorso a questa tecnica - migliorata e resa innocua - per ringiovanire il proprio corpo e vedere ad ottanta anni con gli occhi di un ventenne. La sera ascoltavo svogliato le notizie del TG, in particolare di quelle che parlavano dei suicidi causati dalla Sindrome dell'Ombra Nera. A volte mi sembrava che il mondo fosse estraneo a me ed io al mondo. A volte invece mi faceva soffrire la consapevolezza di essere come una cosa gettata in un angolo con la vana speranza di ritornare normale. Agli inizi di settembre andai a Napoli a sottopormi alla visita di controllo da parte del prof. Frisai. Mi fece guardare con entrambi gli occhi e poi con uno alla volta dentro speciali oculari dove si vedevano macchie rotonde nere e colorate. Alcune componevano dei numeri che dovevo nominare ad alta voce. L'assistente del prof. prendeva appunti al mio fianco. Con oftalmoscopi osservarono le retine di entrambi i miei occhi e mi fecero delle TAC. Il prof. Frisai fu esultante, o così parve. Disse: "Professore, mi dica cosa vede."
"Vedo quasi bene, oserei dire. Riesco a leggere anche senza occhiali e percepisco tutti i colori. Però..."
"Però?"
"Vedo il mondo, le cose, gli oggetti come se fossero piatti, come in un film. Non percepisco bene le profondità ed i volumi. Alcune volte le ombre mi sembrano di un colore cenerino..."
"Temo che la sua guarigione non possa andare oltre. I miglioramenti sono stati per lo meno sorprendenti, ma penso che meglio di come ci vede adesso, non potrà. Aspettiamo comunque i risultati della TAC. Ci terrei che si sottoponesse ad una ultima visita da parte del prof. Herman a Nuova York. Diciamo che possiamo fissare l'appuntamento per giovedì della settimana prossima quando saranno completi tutti i suoi esami."
"Va bene. Adesso posso dire di rivivere. Esco da un incubo. E' stato un miracolo."
"Penso proprio di sì."
Presi l'aereo dall'aeroporto di Capodichino e dopo sei ore fui a Nuova York. Azzardai ad andarci da solo senza l'accompagnamento di Caterina. Avevo appuntamento per le 18 nella clinica del prof. Herman alla 11° strada di Manattan. Gioivo nel rivedere il mondo dall'alto tra le nubi, nel cielo e sotto di me la terra con la vastità dell'oceano. Il cielo azzurro e luminoso ed il mare, piatto, luccicante e ridente. Mi piaceva osservare i crani di quelli seduti in aereo, osservare i profili delle facce, le hostess e le loro cosce. Potevo leggere i giornali e guardare le figure anche se non potevo leggere per più di una mezz'oretta al giorno. Dopo il prossimo Natale, dietro le prescrizioni del prof. Frisai, avrei potuto pure leggere a volontà. Per adesso era consigliabile la cautela. Non potevo guardare al computer, cosa che mi avrebbe frenato molto nella mia attività di ricerca. Ma dovevo stare attento. Con gli occhi non si scherza. Il pericolo era di ritornare nel mondo delle tenebre. Avevo 35 anni. Nel mezzo del cammino della nostra vita. Età in cui si può ricominciare una nuova vita. Non più errori. Ma dove avevo sbagliato? Avevo incontrato quella donna, ma non era dipeso da me. Era stata lei a volermi incontrare. Lei era venuta incontro al mio destino per distruggermi. Il prof. Herman fu anche lui entusiasta. Disse: "This is a real miracle. Your eyes are prefect again."
Disse anche: "Lei vede le cose come se fossero un po' piatte perché le zone del suo cervello che decodificano le immagini - le aree visive dei lobi occipitali - non hanno ripreso a funzionare in modo ottimale. Forse in futuro anche questo difetto andrà via. Forse rimarrà, ma non è un grave danno. Il tappeto retinico è guarito, ma non è come quello di prima e la corteccia visiva fa più fatica a elaborare le immagini."
"Professore, quando potrò usare il computer?"
"Tra sette, otto mesi. Meglio tra un anno."
"Bene, well!"
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Però mi mise in guardia. Potevo avere improvvise ricadute e non dovevo vedere per molto tempo la televisione almeno per un altro anno, computer compreso. Dopo qualche anno avrei potuto usare il computer per qualche ora al giorno, aumentando la permanenza davanti al monitor di mese in mese. Disse che avrei potuto avere difficoltà improvvise nel mettere a fuoco il contorno dei visi. Questo a causa della degenerazione maculare rimpiazzata, ma non del tutto dall'innesto delle cellule embrionali. La macula è una membrana che tappezza l'interno dell'occhio e permette di fissare ciò che stiamo guardando. E' da qui che parte il processo della visione perché in questa zona si trovano i recettori che ricevono le informazioni relative alle immagini. La degenerazione di solito è graduale, lenta e non crea problemi concedendo il tempo di adattarsi. Al contrario, arreca danni in tempo breve, se il processo è anomalo. Il prof. Herman disse che c'era il pericolo di una crescita anomala dei vasi sanguigni al di sotto della retina. Precisò:
"Per contrastare questa crescita anomala bisogna bloccare i vasi. Prima si usava il laser. Poi è arrivata la terapia fotodinamica. La ricerca ha infine messo a punto nuovi farmaci, gli anti-Vegf, capaci di interrompere il messaggio biologico che permette al nuovo vaso di crescere".
La prima terapia anti Vegf approvata in oftalmologia è il pegaptanib sodico, appena entrato in commercio in Italia ( con uso limitato agli ospedali). Una rivoluzione secondo Bandello:
"A differenza di altri prodotti ha azione selettiva: agisce bloccando solo i vasi sanguigni che compromettono la funzionalità della macula."
Il pegaptanib è sicuro ed è privo di effetti collaterali. Dev'essere inoculato direttamente nell'occhio, modalità di somministrazione che secondo gli specialisti non compromette la terapia. Quando i pazienti si rendono conto dei benefici, non si sottraggono all'iniezione che va fatta periodicamente, sempre in ambiente ospedaliero.
Temevo che mi sarebbe stato impossibile usare il computer. La vista non perfetta mi causava difficoltà accettabili. Se qualcuno mi dava la mano per un saluto, non vedevo bene la profondità. Mi capitava di stringergli il polso o l'avambraccio come nel saluto degli antichi Romani. Altri inconvenienti erano se dovevo camminare nella folla finendo col dare spallate a quelli che mi venivano contro. Cercavo di evitare questi problemi circolando in città in macchina ed evitando marciapiedi affollati. Se uno voleva stringermi la mano per un saluto lo prevenivo con un colpetto sulla spalla oppure dicendogli salve, buon giorno...Se proprio non ne potevo fare a meno, gli stringevo il polso, fingendo una distrazione, o la fretta. Il mio mondo era inesorabilmente piatto. Ma ci vedevo. Ero nel mondo luminoso. A Capodichino di ritorno, mi aspettò Caterina per accompagnarmi in macchina a Cardo, il mio paese. Cardo adesso era come la Torre Quarta: la meta cui attraccare la mia esistenza, prima di riprendere il mare per altri viaggi. Ero deciso a riprendere il lavoro di prima all'università e quello di sindaco pro-tempore nel mio paese. Adesso ero in grado di lavorare e nel tempo libero di farmi lunghe cavalcate con Gura. Dovevo fare attenzione a non incontrare sconosciuti come Ada. Non potevo più sbagliare. Caterina aveva acceso la radio ed i pensieri diluiti nelle canzoni.
"Mi farò una bella cavalcata nel bosco appena possibile."
"Professore, faccia attenzione. Se cade potrà perdere la vista di nuovo."
"Caterina, so quello che faccio."
Volevo cavalcare e non c'era alcuno pericolo. Andarmene per la vallata con Gura a contatto con la natura selvaggia. Ma volevo incontrare pure lei. Non c'era alcun pericolo per i miei occhi. Se fossi caduto da cavallo non c'era il pericolo di uno scollamento retinico. Il medico lo aveva detto chiaramente. La mia cecità era stata causata da altri fattori che non avevano comportato alcun scollamento, o distacco della retina.
Nella rimessa Caterina aveva parcheggiato la macchina ed aperto il cofano. Le stavo di lato e mentre prelevava la mia valigetta vidi dei fogli arruffati. Ci diedi uno sguardo. Me li aveva dati Rita prima che divenissi cieco. Li avevo già letti sommariamente e poi riportati in macchina.
"Caterina raccogli tutti quei fogli e mettimeli sulla scrivania."
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Dopo pranzo mi chiusi nello studio e mi lessi i fogli trovati nel cofano della macchina, inerenti la ricerca di Rita sul cervello degli schizofrenici. Più leggevo e più la mente si schiariva. I dubbi, le supposizioni su ciò che mi stava accadendo, le angosce, in parte leniti dalla ricerca di Rita. Lei stessa non si era resa conto dell'importanza dei suoi studi. Doveva essere così altrimenti avrebbe cercato di pubblicare subito i risultati seppure parziali, su una importante rivista scientifica inglese o americana. Rita aveva effettuato delle indagini mediante le metodiche TAC, Doppler e MRI sul cervello di quella sventurata ragazza suicidatosi gettandosi giù dalla finestra della clinica. La ragazza che dichiarava di essere ADE. Era un caso molto simile a quello di ADA, la mia amica sparita all'improvviso. Le onde cerebrali a livello dei lobi frontali e parietali rilevavano in alcuni punti, picchi anomali ad altissima frequenza. Forse Rita non se n'era accorta. Forse non era tanto brava a leggere i diagrammi delle TAC trans craniche, oppure aveva pensato a degli errori di rilevamento. Forse aveva cercato delle conferme in bibliografia senza trovarne. La chiamai col telefonino: "Rita quella tua ricerca sul cervello degli schizofrenici a che punto sta?"
"Ad un punto morto. Ho buttato tutti i fogli nel cestino. Al direttore non interessano le mie ricerche. Io devo restare ricercatrice a vita. Altri, i figli dei professori ordinari con la maggioranza nei Consigli di Facoltà hanno la precedenza. Hanno la precedenza indiscussa, qualunque stronzata di ricerca espletino."
"Errore! Stavo guardando adesso i tuoi risultati parziali sulle TAC e Doppler effettuate sul cervello di quella poveretta suicidatasi."
"Il caso è chiuso. E' chiuso sia perché ho dei rimorsi su quella poveretta per averla trattata da cavia, sia perchè mi hanno tagliato tutti i fondi. Non ho più soldi e non posso continuare i miei studi. Questo è il punto. Io devo morire ricercatrice senza dare fastidio all'ascesa di qualche baronetto viziato."
"Qualcuno ti odia. Hai pestato i piedi a qualche stronzo: un direttore di dipartimento o uno similare."
"Io? No, caro mio. Il punto è che io faccio parte di quei dipendenti per i quali tutto è precluso in precedenza. Altri devono fare rapida carriera a prescindere dai meriti. Io non ho il giusto DNA. A volte penso che la cosa migliore è di andarsene lontano da qui. Per esempio fare la suora missionaria e alleviare le pene di chi soffre d'avvero."
"E così lasci l campo completamente libero agli stronzi."
"Perché se uno rimane qui e non si allinea alle direttive del capo tribù che può fare? Si illude di combattere, ma ha già perso."
La ricerca di Rita secondo me era rivoluzionaria, ma neanche io ne avrei fatto parola in giro. Se ne sarebbero impadronito altri. Ci sono tanti stronzi in agguato che rubano risultati d'importanti ricerche. La statistica ne è piena. Lo scienziato Murray Gell-Mann in un articolo su una rivista americana ne aveva fatto una casistica lunghissima. Questo in America, figuriamoci in Italia dopo la caduta del muro. Figuriamoci adesso che tutto traballa, senza certezze e senza un'Autorità definita come l'Imperatore prima della caduta del muro.
Non potevo divulgare i dati anche per altri motivi: se non avessi avuto conferme con ulteriori indagini tutti avrebbero riso di me. Difficile trovare un altro cervello in grado di emettere potentissime onde cerebrali. C'era l'encefalo di Ada, ma non mi sarebbe mai stato possibile fare esperimenti su di lei. Mi avrebbe eliminato, ucciso piuttosto. Lei non voleva che si divulgassero risultati tanto sconvolgenti. Era lei a condurre in giuoco, lei che diceva di essere ADE. E dov'era adesso? Ada era scomparsa, risucchiata nel suo mistero denso.
Le mie conclusioni furono queste. Meglio essere accorti con certe persone. Era lei in possesso di un'arma potentissima capace di usarla contro chiunque. Anche contro se stessa.
Ada, come la ragazza suicidatasi gettandosi dalla finestra della clinica dove era in cura, poteva emettere onde cerebrali ad altissima frequenza in grado - ne ero certo - di oltrepassare la
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dimensione di PLANK. Oltre il campo di PLANK dovrebbero essere possibili eventi inauditi come l'ubiquità in differenti parti dello spazio-tempo; la possibilità di agire sul corpo di altri individui determinandone arresto cardiaco: ciò che era accaduto ai coniugi Palomonte, oppure agire nel profondo della mente come nella sindrome dell'ombra nera.
Era anche possibile agire sul proprio corpo causando arresto cardiaco temporaneo o definitivo. Era possibile far muovere oggetti a distanza e riportare davanti ai propri occhi immagini di gente defunta. Proprio così dovevano stare le cose. Eventi rivoluzionari, eventi fisici straordinari.
La Rupe ardesia con la sua radioattività doveva in un modo o nell'altro, potenziare le facoltà mentali di Ada. Mi venne in mente una famosa medium di Napoli, la Palladino, vissuta ai primi del Novecento che faceva apparire braccia e volti di defunti, alcuni dei quali fotografati dai ricercatori dell'epoca.
con la sua radioattività doveva in un modo o nell'altro, potenziare le facoltà mentali di Ada. Mi venne in mente una famosa medium di Napoli, la Palladino, vissuta ai primi del Novecento che faceva apparire braccia e volti di defunti, alcuni dei quali fotografati dai ricercatori dell'epoca. La mente galoppava tra supposizioni, teorie, teoremi, postulati, leggi fisiche, fantasie, visioni e quanto altro. Pensai che ci fossero due universi, due realtà e due verità. Il reale - tutto ciò che è - avrebbe due facce opposte ed entrambe valide. Una superficie illuminata ed ordinata ed una oscura, caotica e fredda. La luce, la vita e l'amore e dall'altro lato il buio, la morte e l'odio.
Se non c'era vento forte, amavo starmene in terrazza ad osservare il paesaggio ed il lento declinare della collina verso l'ampia vallata verso sud. Se mi affacciavo al balcone dalla parte opposta, potevo osservare l'antistante strada e di fronte quella che era stata la casa di mio cugino buonanima, il dott. Palomonte e consorte. Vedevo il sole, vedevo le ombra, vedevo la sagoma delle ombre spostarsi con il passare del giorno. Vedevo gli uccelli volare rapidi e liberi nella vastità del cielo. La mente di nuovo aperta ad accogliere gl'infiniti aspetti del mondo reale.
Volli aprire il computer portatile. Era la prima volta che lo facevo dopo la lunga degenza. Ormai ci vedevo bene e potevo anche usare il portatile. Mi collegai con internet e volli leggere per curiosità la posta elettronica. Per poco non caddi a terra. C'erano una trentina di mail con la stessa intestazione: ADE. Le mail tutte uguali:
Oggetto: ADE
NON C'E' IATO CHE SEPARI L'ESISTENZA DALLA MORTE, L'ESSERE DAL NON ESSERE.
IL LIMITE DI SEPARAZIONE TRA VITA E MORTE E' PARTE DELLA VITA STESSA.
ADE TI ASPETTA DOVE TU SAI.
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Settembre inoltrato. Avevo sellato Gura e via giù lungo i declivi della valle. Giornata ventilata con bianche nubi gigantesche sulle curve dei monti azzurrini. Il fragore del fiume riempiva la vallata. La bianca pietraia delimitava il corso serpeggiante del fiume. La fronte libera dai pensieri e capelli nel vento. Socchiudevo a tratti le labbra per le ventate in faccia. A perdita d'occhio grandi uccelli neri con ali lucenti volavano verso le vette e gli anfratti degli Alburni. Parlavo con me stesso ad alta voce e Gura che andava nel verde, trottando per la sua strada. Come se ripetessi parole altrui, dissi:
Vuoti giorni senza senso.
Verde luce delle foglie, bianca luce della vita.
Muto manto della Terra che mi aiuti a ritrovarla.
Malinconia di te. Struggente malinconia di te. Sei nuvola e vento e sei fiume che travolge. Sei nel verde e sei in me. Nostalgia, nostalgia di un passato mai vissuto..
Tu la mia ombra. Tu la mia anima disperata.
Un nitrito spezzò la cantilena. Spronai Gura per una cavalcata nelle radure tra la pietraia ed il bosco. In alcuni tratti era visibile un vecchio sentiero secco e polveroso. Da nord e da est, il massiccio degli Alburni come immensa onda pietrificata, piena di forre ed anfratti. Querce centenarie in alto sui declivi della collina di Cardo; di lato, pioppi e saliconi rossi a lambire i vortici del fiume. Malinconia ed abbandono. Fuggivo. Corsa sfrenata di Gura a testa bassa. Il fiato della cavalla disperso nel vento. Entramamo in ammassi di rami e di siepi che facevano un cunicolo scuro intorno alla nostra corsa. Mi ero sgualcito sui rovi la giacca di velluto. Fuggire e non pensare a nulla. I capelli spinti dietro le tempie, la faccia di sfida e la criniera di Gura agitata dal vento. Esaltato dalla corsa sfrenata, non pensavo a nulla. Sfidare la vita, sfidare la sorte....lasciare gli dei malvagi dietro le spalle. La cavalla aveva lasciato il tratto pianeggiante dove sembrava ci fosse un antico sentiero e aveva svoltato verso il basso, verso una vasta radura ai lati dei margini del fiume. Gura si era precipitata lungo la discesa costringendomi a piegarmi in aventi sopra il suo collo. Gura aveva piegato a sinistra risalendo ansante un piccolo sperone frapposto alla nostra fuga ed era ridiscesa a lato del fiume. Le orecchie basse, il collo teso, con un po' di schiuma alle labbra, divaricando le narici, proseguiva adesso a mezzo galoppo lungo un sentiero erboso e pianeggiante. Calma e silenzio e mormorio della fiumana. Ero diretto verso la Rupe ardesia. Qualcosa mi diceva che l'avrei rivista proprio là. Qualcosa di vago che turbinava nella mente e che ripeteva alla fine il suo nome: ADE. Lei era per davvero Ade, il dio della morte? Stavo nei pressi del cimitero abbandonato. Il piano invaso da cardi, ortiche e siepi. A lato del cancello divelto, un unico cipresso funebre immobile nell'aria e solo la cima indorata dal sole aveva un leggero tremito. Al di là del muretto di recinzione sparse lapidi annerite e sbilenche, alcune al suolo e spezzate, altre completamente nascoste dai folti ciuffi d'erba. Vasto silenzio interrotto a quando a quando dal gracchiare di un corvo.
La vidi emergere dal folto di una siepe davanti all'entrata del vecchio cimitero. Più una visione che un essere in carne ed ossa, almeno così mi sembrò. Dissi tra me e me, risoluto:
"Devo affrontare il destino. Devo sapere chi è. Chi si nasconde dietro quel volto, dietro quel nome, dietro quel corpo così bello."
Sembrava che parlassi alla mia cavalla e forse fu così. Gura dal canto suo era stranamente calma ed accennava ad odorare l'erba umida e masticarne dei ciuffi. Diressi al passo la cavalla verso di lei. Dissi:
"Tua madre, cioè tua zia ti cerca per mare e per terra."
"Mia madre cerca ADA, ma io sono ADE."
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Era vestita di nero; portava un velo nero sul viso fino al labbro superiore; il sorriso tenue tremolava sotto l'orlo, sfumava come ombra di lutto. Il suo mento ovale e la faccia seminascosta dal velo di un biancore purpureo. Indossava una specie di tunica trasparente di seta nera che arrivava a coprirle il dorso dei piedi nudi. Non la odiai. La mia vista difettosa me la mostrava come una ondeggiante figura piatta in cui il nero prevaleva su altre sfumature e colori. Dissi:
"Ma chi sei?"
Si abbassò il velo sulla spalla. Mi guardò fissamente. Poi con grande tenerezza mi sorrise. Riemersero i suoi occhi dolci e azzurri come mari lontani. Mari profondi, mari abissali. Mari di morte. Vedevo in modo anormale, ma erano le conseguenze della malattia agli occhi. Era più come una statua che una vivente. Vedevo come se il mondo fosse proiettato in un film bidimensionale e lei all'interno del film. Io ne ero spettatore, uno spettatore che non può decidere di uscire fuori nella realtà tridimensionale, quella vera.
Disse: "Segui me. Vieni e capirai."
"Sali in groppa, se il posto che vuoi indicarmi è lontano è meglio andarci a cavallo."
Non volevo lasciare la cavalla sola. Mi venne accanto e mi tese la mano. La tirai in groppa e si strinse contro il mio dorso.
"Dove andiamo?"
"Oltrepassiamo il fiume e ci fermiamo di lato alla Rupe Ardesia. È lì il posto."
Grandi nuvole bianche orlate d'oro oltre la montagna che sembrava aver partorito quella roccia di color carnicino. Oltrepassammo il flusso di acqua livida dove si divideva in rivoli poco profondi. Risalimmo per il viottolo che portava sotto la base della rupe. Il suo cuore che palpitava. Il calore della sua carne stretta a me e il caldo respiro sul padiglione del mio orecchio.
"Vuoi uccidermi?"
"Se avessi voluto farlo lo avrei fatto prima. Il dio che è dentro di me mi comanda di non ucciderti."
Avrei dovuto convincerla a curarsi. Che fosse pazza, che fosse schizofrenica non c'erano dubbi. Non voleva uccidermi, così diceva e quindi era probabile che non corressi grossi rischi. Disse come a leggermi dentro:
"Non dubitare di me. Prima vedi e poi rifletti. Scendiamo da cavallo."
"Che devo fare con la cavalla? La lascio brucare erba senza legarla a qualche parte? Ci vorrà molto a mostrarmi le cose che dici volermi far vedere?"
"Lascia pure pascolare liberamente la cavalla."
Tolsi la sella a Gura e la lasciai libera nel sottobosco. Se la cavalla si fosse allontanata troppo, sarebbe bastato un fischio o un grido di richiamo e sarebbe venuta da me. Ada o Ade disse:
"Seguimi."
La seguii per uno stretto sentiero rasente il bordo della rupe rossastra. Senza voltarsi, disse:
"Parlai con tuo padre perché facesse scolpire da quell'artista di Sant'Angelo, l'unico scultore bravo della zona, la statua di ADE ricavata da un pezzo di questa roccia rossastra. Diedi a tuo padre fotografie del mio volto e della mia persona. Dissi che la statua doveva rassomigliarmi, poi gli scrissi altre direttive. L'artista doveva fare qualcosa che non esisteva prima. Non una semplice copia di un oggetto reale, non una decorazione, per quanto sapiente, ma qualcosa di più pertinente e durevole di entrambi, qualcosa da percepire più reale del volto di un comune mortale. Dissi che l'artista doveva cominciare guardando la pietra, tentando di scoprire che cosa la pietra «vuole». Solo allora ci sarebbe stata l'unione tra l'allusione alla figura umana e quella divina. La roccia avrebbe creato questa misteriosa unione. "
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Premette una lastra di pietra alta quasi un metro e nascosta da siepi che alla pressione delle mani si aprì, come una porta. Passammo per un buio cunicolo e dopo alcuni metri fummo all'interno di una specie di cripta con fiaccole infisse oblique alla parete rocciosa. Al centro su una lastra di marmo il cadavere di un uomo. Ma non era uno del mio tempo. Aveva un'armatura addosso, un elmo, un cinturone e una lunga spada al fianco. Il viso di avorio era scavato come le orbite e da sotto il bordo dell'elmo fuoriuscivano lunghe trecce bionde. Sotto il naso adunco lunghi baffi ramati. Il ventre infossato e la mancanza di respiro mostravano chiaramente che quello era un cadavere probabilmente imbalsamato. Dissi: "Ma dove siamo?"
Non mi rispose subito, ma osservando con compassione il cadavere, disse come se qualcuno oltre noi due ascoltasse: In refrigeratio anima tua.
A me disse:
"Questo è Alarico e intorno c'è il tesoro trafugato a Roma, lasciato qui dai Goti in onore del loro re. Io abito qui. Questa è la mia abitazione. Fui la principessa che dovette seguire Alarico nella sua tomba. Fui catturata dai Goti a Roma, ma non ero cristiana. Ero pagana come tanti altri. Alarico s'invaghì di me e fui elevata al rango di regina. I Goti mi sacrificarono al loro re chiudendomi viva nella sua tomba. Ma io non morii perché in me c'è Ade, perché sono Ade ed eseguo i suoi eterni voleri. Io vissi prima di Alarico, durante il suo regno e dopo di lui, molto tempo dopo di lui."
Intorno al corpo di Alarico le fiaccole evidenziavano cumuli di vasi d'oro, vassoi, smeraldi lucenti, coppe, piatti, monete, monili e quanto altro l'opulenta Roma avesse accumulato.
"Tu non sei Ade, ma Ada. Tu devi venire con me a curarti."
"Non posso. Tu mi devi lasciare qui. E' questo il volere di Ade. Ma sappi: io non sono una assassina. Ade uccise Letizia Ross ed Ade uccise i coniugi Palomonte che volevano distruggere la Rupe ardesia. Ade volle la loro fine. Tu devi giurare che proteggerai questo posto. Solo così avrai salva la vita. Altrimenti non sfuggirai alla vendetta di Ade."
"Perché volesti che mio padre facesse scolpire una statua a tua immagine?
"La statua non rappresenta me, ma Ade. La statua è fatta di materiale sacro. In quella statua vive ADE, ecco perché. Lì è la forza vitale, la forza indistruttibile di ADE. Tuo padre ebbe in compenso molti soldi. Poi disse che erano soldi maledetti e li offrì di nascosto alla Chiesa. Questa è la verità. I tuoi genitori adesso sono nella casa di Ade. L'io profondo sussiste alla morte, l'essere singolo non è abolito con la morte del corpo. L'io profondo di ognuno di noi vive misteriosamente oltre la morte. Vive il nostro io più di quanto possiamo immaginare. Il corpo non è un limite invalicabile."
"Perché uccidesti Letizia Ross? Non fu un vero suicidio, vero?"
"Lo scoprirai da solo. Era come te superba e nemica del mondo."
"Perché uccidesti la mia fidanzata Daniela, la sua famiglia e tanti altri?"
"Ade si serve di me."
"Vieni via da qui, da questo luogo di morte. Vieni via da questo posto relegato nel suo passato remoto. Un passato che mai più riemergerà."
"Creso chiese a Solone quali persone potessero essere considerati felici sulla terra. Creso disse: due. Sono Cleobi e Bitone, giovani belli, forti e generosi per i quali la loro madre aveva chiesto ad Era tutto ciò che un uomo può ottenere di meglio. La dea accolse la preghiera ed i due giovani si addormentarono e morirono sereni nel sonno. I concittadini memori dell'eccellenza dei due giovani consacrarono due statue a loro immagine nel tempio di Delfi."
"Ho l'impressione che tu appartenga più ad un passato remoto che al presente."
"Illusione è il tempo."
"Tu usi due linguaggi. Uno in superficie ed uno profondo. Un linguaggio udibile ed uno rivolto all'inconscio. Quale dei due è il vero?"
"Dipende...Adesso tu sai. Lasciami qui e vattene. Compra questo terreno e proteggilo. Sarai tu il custode della Rupe Ardesia."
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Andò accanto al cadavere del re goto. A bassa voce mi disse:
"Thanatos, il demone della morte viene a recidere i legami che tengono la mia coscienza attaccata alla vita. Se mi ami aspettami. Vivi nella mia attesa. Relegata nel profondo dei tuoi sogni sono."
"Vieni via."
"Questo mondo di me non ha bisogno perché tu non hai bisogno di me."
"Ma che dici, fuori c'è la vita. Vieni con me, vieni via."
"Nulla è chiaro, tutto è ombra. Bisogna conoscere la Notte."
Prima che andassi via si stese sulla stessa lastra dov'era adagiato il cadavere incartapecorito di Alarico. Disse infine una sola parola: ANANKE.
Tra il suo corpo disteso ed il cadavere di Alarico c'era un bassorilievo di una dea che stringeva dei serpenti in entrambi le mani come la scultura di ADE nel mio laboratorio delle statue.
Si era distesa e chiuso gli occhi come se dormisse, ma era un sonno profondo, troppo profondo. Mi sembrò infatti che più non respirasse. Ananke significa NECESSITA, significa anche senza via di uscita e rimanda al collare che stringeva il collo di schiavi e prigionieri. Lasciarla al suo destino. Questo era da fare. La chiamai per scrupolo, o per istinto di medico: "Ada! Ada, svegliati."
La toccai. Era rigida e fredda come marmo. Era morta. Come poteva essere? Il suo volto sereno. L'energia vitale o anima, lontane da lei. Mi chinai e la baciai sulle labbra, le sfiorai la guancia accarezzandola con la mano. Era fredda come un cadavere. Rigida come una statua. Mi sentii invadere dalla pietà, struggente pietà. Mi meravigliai perché non potei trattenere e lacrime. Dissi:
"La verità ADA, è che la tua assenza mi rassicura. La morte che hai scelto ti allontana da me oltre frontiere invalicabili. La tua lontananza da me favorisce il caso e le cose buone, per me, arrivano fortuitamente. Con un essere veramente amato, per disperazione o incantamento, io non potrei che perdere il piccolo spazio di esistenza che ho conquistato. Domani avresti potuto prendere a tuo modo il mio lavoro, il mio sonno, il mio linguaggio, il mio tempo esistenziale; niente in me si difende, tutto, al contrario, si offre alla distruzione. L'altra che è in te se la sua natura si presta, risponde al mio appello ed il gioco è senza uscita."
In refrigerio anima tua. In refrigerio et in pace.
. Ritornai sui miei passi e dietro di me la porticina di pietra si serrò con un rumore secco. Chiamai la cavalla che brucava erba e ritornai in paese. Cavalcando ripetevo:
"La verità Ada è che io sarei prigioniero di Eros e tu di Thanatos."
Una voce più profonda, come da altri mondi a ripetermi:
Luce e tenebra, luce e tenebra, luce e tenebra. Ogni cosa è un continuo intrecciarsi e sciogliersi di luce e tenebra, luce e tenebra, luce e tenebra senza fine. Vita e morte. Eros e Thanats. Chaos e Cosmos. Turbinio di pensieri, turbinio di ricordi. Per poco non caddi dalla sella: mio padre e mia madre che lavorano nel laboratorio dei santi tra i volti ieratici e gli avambracci e le mani...la statua enorme che sta dietro le altre, in fondo, scolpita da un pezzo di Rupe ardesia, Ade o Ada o Ada o Ade....
Turbinio di pensieri, turbinio di ricordi. Per poco non caddi dalla sella: mio padre e mia madre che lavorano nel laboratorio dei santi tra i volti ieratici e gli avambracci e le mani...la statua enorme che sta dietro le altre, in fondo, scolpita da un pezzo di Rupe ardesia, Il mio involucro è friabile come neve al sole. Sono fragile come foglia che al soffio del vento è pronta a cadere. Illusione è l'amore. Illusione è pensare che l'amore ci renda liberi in eterno. La verità è che occorre stare in difesa temendo il peggio.
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Tornai in paese che era il crepuscolo. Nell'aria i canti della processione in onore della Madonna addolorata. Il tramonto tagliava l'orizzonte con strisce sanguigne. Luce e tenebra, luce e tenebra...
La sua voce a ripetermi:
Non toccarmi, non trattenermi, non pensare né di prendermi né di raggiungermi, perché io parto verso l'Ombra, ancora e sempre verso la potenza stessa della morte e mi allontano in essa, mi confondo nella sua luce negativa, la sua luce notturna. Vado via in questo giorno fulgente. Ecco che già sto partendo, io non sono se non in questa partenza, sono il partente della partenza, il mio essere coincide con essa e la mia parola è questa: «Io, la verità, parto».
Da quel giorno - mi sono documentato a lungo sul fenomeno - i suicidi imputati alla sindrome dell'Ombra nera si ridussero a poche diecine ed anche meno. L'apice della sindrome era stato raggiunto il giorno prima che Ada decidesse di morire nel suo mausoleo accanto alla sagoma del re goto. Nelle regioni dell'ex Impero, i suicidi da duemila al giorno si erano ridotti a quasi zero. C'era stato qualche immancabile suicidio, ma dai bigliettini trovati accanto alle vittime, si deduceva che i motivi del gesto estremo erano stati: una delusione amorosa, debiti, perdita di un parente o un forte esaurimento nervoso. Sembrò che da quel fatidico giorno solo pochi avessero sognato l'Ombra nera.
Oppure...oppure l'Ombra nera si è eclissata, ha cambiato strategia. L'Ombra nera si è portata più in profondità facendo perdere le tracce, ma continuando ad agire secondo una strategia segreta. Le figlie della Notte come Nemesi, i Sogni, il Sogno potrebbero aver subito una metamorfosi ancora più pericolosa.
Ebbi il dubbio che Ada mi avesse sempre mentito.
Nella giunta comunale tenuta pochi giorni dopo, decisi che la terra dov'era la Rupe Ardesia sarebbe stata restituita al professore Ettore Majorana. Le costruzioni da farsi in quella zona sarebbero state spostate in propinque aree. In seguito a trattative segrete e dietro il pagamento di quasi centomila euro imperiali, don Ettore Majorana mi vendette la proprietà che recintai evitando l'ingresso a qualsiasi estraneo. Questo secondo me era il suo volere. Avevo fatto un po' di soldi con la politica e coi fondi di dipartimento, parti dei quali gestivo in totale autonomia. Nessuno osava controllarmi, almeno per il momento. Però non era un furto. Quei soldi mi erano serviti a comprare quella terra come Ada o Ade chiedeva. Ade era Ada. Non c'erano dubbi.
Disse don Ettore Majorana in monito, lo disse davanti a tutti durante le trascrizioni del notaio: "Professore, si ricordi ciò che sto per dire. E' un monito. L'uomo non ama gli dei e gli dei non amano l'uomo. Tra loro possono compiersi trascrizioni reciprocamente giovevoli, do ut des."
Il notaio, uno sempre scocciato. In quel momento badava a completare l'atto di compra - vendita. Però avevo capito il monito di don Ettore Majorana e gli dissi di sì. Gli dissi da vicino a bassa voce:
"Professore, avete ragione. Ascolterò il vostro monito. Guai se non lo facessi."
Il professore Majorana mi prese sotto il braccio e mi portò in una stanza dove nessuno poteva ascoltare. Disse:
"Professore, c'è bel tempo ed anch'io ho un ottimo cavallo e un calesse nuovo di zecca, ereditato nei tempi andati, ma ristrutturato quasi interamente. Adesso è come nuovo. Quasi ogni giorno, se è ber tempo vado in campagna anche lontano, verso il fiume. Perché non ci vediamo domani mattina? Viene in calesse con me. Il tempo è buono e non c'è vento. Siamo ormai in primavera inoltrata e le giornate durano molto."
Ero indeciso. Si fece sotto e disse sottovoce:
"Le devo parlare. E' importante."
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Capii che era a proposito di quella rupe e dei suoi misteri. Accettai. Rimanemmo che ci saremmo rivisti la mattina verso le nove davanti alla sua casa. Da lì, saremmo discesi per un viottolo che ci portava nelle campagne senza attraversare il paese.
Molti della maggioranza consiliare in paese non approvarono che dessi da parlare ad un nemico acerrimo come il professore don Ettore Majorana. A me importava eseguire la sua volontà, la volontà di Ade. Lei che agiva in me ed io le dovevo obbedienza. Cieca obbedienza. Era questo il patto. Se la mia volontà fosse andata all'incontrario di quella di Ade, allora gli eventi avversi si sarebbero sollevati contro di me distruggendomi. Come furiosa marea tutto mi avrebbe sommerso.
Non conoscendo l'illimitata potenza di ADE, dovevo sottostare al suo volere.
Spesso mi vedevo col vicesindaco, il dottor Sepino medico condotto di Cardo. Mi chiedeva per primo notizie sulla mia salute e poi parlava di politica locale. Rispondevo che era stato uno shock perdere quasi del tutto la vista, vedere un mondo di ombre e che ero stato fortunato dopotutto. Provavo una sensazione di conforto e molta della tristezza che avevo adesso era svanita. Dissi al dottor Sepino:
"Le difficoltà più grandi patite durante la malattia agli occhi non mi hanno disilluso. Questa è stata la sorpresa più bella."
Il dottor Sepino volle rettificare:
"Quasi tutti perdono le illusioni giovanili. Per noi politici è un bene."
"Ho vissuto una vita prima della malattia e ne sto vivendo un'altra dopo. Una nuova vita nello stesso corpo, una reincarnazione, una trasformazione radicale."
Andavo a consolare la madre di mio cugino ammalatasi dopo la morte di del figlio e della nuora. La madre di mio cugino mangiava poco ed era esaurita. A volte, parlava da sola. Il lutto di quella duplice morte la stava uccidendo.
Quella mattina avevo preso il caffé al bar dove c'erano i soliti contadini che si avviavano per i campi. Disse il barista:
"Una volta si andava in campagna molto presto, all'alba. Adesso sono tutti signori."
Uscii dal bar e mi avviai alla casa del prof. Majorana che stava su uno sperone in alto, un po' distaccata dal resto del paese. Verso sinistra c'era la mulattiera che scendeva a valle, verso il fiume. A lato del massiccio portone, alto più di tre metri, c'era un moderno campanello elettrico che premetti. Su entrambi i battenti del portone c'erano due grossi batocchi di ferro a testa di leone. Mi venne ad aprire la serva, una ucraina abbastanza giovane. Mentre stavo nell'androne lo vidi scendere per le scale. Aveva un cestino di vimini pieno di roba da mangiare. Disse:
"Professore Basto, come va? Buongiorno."
"Buongiorno."
"Faremo colazione non campagna, le va?"
Dissi di sì. Mi aveva mostrato il canestro pieno, ricoperto da un panno da cui spuntava il collo di una bottiglia di vino. Disse:
"Prenderemo l'acqua nella zona che è molto buona. Ho portato un po' di vino, vino di mezzo secolo fa. Roba di altri tempi e per questo ottima."
Prendemmo posto sul calesse e ci avviammo in discesa lungo la mulattiera. Il cielo sereno con qualche nuvola bianca sulle cime degli Alburni. In aria odore di rose, spuntate dovunque negli orti, mentre la valle era piena di gialle ginestre e di querce secolari che avevano ripreso il manto verde iridescente, dopo l'inverno. Da lontano il fragore del fiume in piena per le grosse piogge di aprile e per lo scioglimento delle nevi in vetta al Massiccio degli Alburni.
Il cavallo sauro scuro sollevava il muso e con le froge annusava aria cristallina. Ero di buon umore come anche don Ettore Majorana, il professore che disse:
"Professore, adesso ci vede bene? Incredibile. Almeno una diecina di anni fa questi tipi di guarigioni erano impossibili, a meno che non ci fosse in mezzo un miracolo."
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"La medicina fa passi da gigante. Io penso che il prossimo obiettivo della medicina è quello di pensare in termini concreti a vincere la morte corporale."
"E' possibile?"
"Penso che vivremo molto di più, ma che morire comunque sarà inevitabile. L'eternità non è di questo mondo."
"Eppure ci sono creature che ci sovrastano, è vero?"
"Anche questo penso che sia vero. Però come conciliare certi aspetti della realtà con la scienza pura? Per esempio i miracoli, l'esistenza dei fantasmi, gli UFO, i poteri paranormali..."
"Eppure esistono. Anch'io professore, ho lavorato nel settore della ricerca scientifica. La meccanica quantistica è piena di questi misteri. La realtà ultima ci sfugge. La natura delle forze fondamentali dell'universo sono un mistero."
"Come la mente umana."
La mulattiera attraversava un tratto molto scosceso e don Majorana tirò le redini e la martellina che frenava le ruote del calesse. Per una ventina di metri la strada era molto ripida e se fosse piovuto il calesse correva il rischio di ribaltarsi. Per fortuna l'argilla era asciutta ed il cavallo poteva frenarsi, senza scivolare sui posteriori degli zoccoli. Alla fine della discesa la mulattiera s'incrociava con una strada asfaltata interpoderale, raramente attraversata da veicoli. Oltrepassata in senso trasversale la strada, riprendemmo il vecchio percorso della mulattiera che scendeva a valle e che continuava, dall'altra parte del fiume per risalire i declivi degli Alburni in direzione di Sant'Angelo. Il professore disse:
"Adesso ho una età quasi il doppio della sua, caro professore. Da ragazzo, quando al collegio c'erano le vacanze estive, mio padre mi portava in calesse per le campagna di questa collina. Allora non è come adesso che è tutto un deserto. Allora c'erano famiglie intere a lavorare nei campi. Mio padre aveva i mezzadri che lavoravano le sue terre. Vede quella zona sul costone della collina? Quella era la terra dei Farro. Ci lavoravano i due genitori e i loro sette figli maschi. Avevano una specie di fattoria con galline e conigli. Adesso non c'è neanche lo scheletro di quella casa. I Farro emigrarono quasi tutti in Svizzera. Più giù c'era la famiglia dei Branca e di là i Marruso. Adesso non c'è nessuno ed il bosco, vede? avanza verso la parte alta della collina. Se va avanti così il paese sarà un paese di fantasmi."
A tratti, c'era un venticello che saliva dalla parte del mare, da occidente. Masse vellutate di gialle ginestre facevano da balaustra ai bordi di un vallone. Oltre la massa delle ginestre c'era una vasta radura piena di erba e fiori di bosco. Disse Majorana:
"Una volta in estate, in quelle parti, feci una gita con la mia fidanzata che si chiamava Francesca. Chissà che fine ha fatto adesso questa Francesca. Ma lasciamo perdere...."
"E' la vita, professore. Le cose si lasciano e si prendono, come le donne."
"Fu molti anni fa. Avevo appena vinto la cattedra di Fisica alla Facoltà d'Ingegneria di Napoli. Passai con questa Francesca una giornata intera insieme coi mezzadri delle terre da me acquistate. Questi mezzadri erano una famigliola con cognome Nicoletta. C'era un uomo anziano di oltre sessanta anni Zio Felice, il figlio Pasquale, zia Marietta moglie di Pasquale, e zia Carmela vedova che aveva perso il marito, un fratello di Pasquale, dopo appena due anni di matrimonio. C'erano anche due ragazzi uno quindicenne Felice, figlio di Marietta e Pinuccio sui dodici anni, figlio di Carmela. Le due donne portavano in bilico sulla testa una cesta con il pane, le bottiglie di vino, il sale e la pasta da cucinare con pezzi di carne. Seguivano zio Pasquale in canottiera con i pantaloni rattoppati. Davanti a tutti, l'asino con il basto che scendeva spedito per il sentiero e due capre che facevano rapidi sbalzi in avanti e poi si fermavano lungo i cespugli a brucare. Pinuccio saltellava intorno a zio Felice, l'ultimo della comitiva. Ricordo quel vecchio gridare al ragazzo: smettila di saltellarmi attorno come mosca cavallina....sembra ieri."
"Il tempo passa."
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Avevamo oltrepassato il fiume percorrendo col calesse un vecchio ponte senza parapetti e ci eravamo sistemati nella radura che sta tra la Rupe Ardesia e la vallata. Non distante c'era la strada provinciale che saliva verso Sant'Angelo da un lato e nella parte opposta verso Cardo. Lo avevo aiutato a liberare il cavallo dai bracci del calesse e ci eravamo seduti su delle pietre. Majorana aveva steso sull'erba il panno che copriva il cestino e vi aveva messo sopra il fiasco di vino. Mi aveva porto due grosse fette di pane con in mezzo del salame e formaggio. Disse:
"Professore, facciamo colazione che si sta facendo tardi. Nel cesto ci sono i bicchieri per il vino. Si serva pure. C'è anche della frutta e della frittata. Cominciammo a mangiare. Majorana continuò a raccontare il fatto:
"Era prima dell'alba. Ricordo la luna diafana nel cielo terso. La comitiva sostò davanti al casolare intorno al quale c'era il campo di grano da falciare. Zia Marietta e zia Carmela posero nel casolare le due ceste e misero al fresco le due bottiglie di vino. Zio Pasquale m'indicò la via da seguire per raggiungere il fiume dove avrei visitato i ruderi che Francesca, la mia fidanzata, intendeva fotografare per delle ricerche storiche da completare a Napoli, presso l'Istituto dov'era assistente. Quei ruderi erano ciò che restava di un paese di nome San Manfredi, distrutto nel 1200 circa da Federico II di Svevia. Zio Pasquale, zio Felice e le due donne avevano iniziato a mietere grano con falci. I due ragazzi raccoglievano spighe in fasci intrecciati e li ammucchiavano in uno spiazzo davanti al casolare. Francesca ed io c'inoltrammo per il bosco verso l'ampia vallata del fiume. Attraversammo la boscaglia di querce. Raggiungemmo una radura pianeggiante. Ricordo che c'erano dei saliconi rossi. Davanti a noi la vasta pietraia del fiume, sotto i primi raggi del sole. C'erano anse di acqua stagnante con rivoli, essendosi il fiume ridotto nella stagione estiva. Camminammo sui ciottoli e raggiungemmo le rovine. Francesca fece foto. Tra i muraglioni di una chiesa scorgemmo una ragazza che pasceva pecore. Era all'ombra di un olmo e prese a suonare uno strumento a fiato che era come uno zufolo. Non fu meravigliata nel vederci. Francesca le chiese se poteva fotografarla. Fece cenno di sì, continuando a suonare lo zufolo. Poteva avere oltre i sedici o diciotto anni. Era già matura per avere figli con delle mammelle toste che ancora me le ricordo. Era una bella figlia. Adesso le chiamo così: belle figlie. Una volta che ero giovane le chiamavo donne. La ragazza finì di suonare e disse come se avesse capito ciò che c'incuriosiva:
"San Manfredi fu distrutta da Federico II di Svevia perché alleata del Papa. Questo paese ebbe origini antichissime. C'era qui ai tempi di Omero un agglomerato che aveva come nome Fasis (Φασις), come l'omonimo fiume della Colchide."
Fummo meravigliati per la risposta e l'insolita cultura. Le dissi: "Dove hai imparato queste cose?"
Allontanandosi, disse: "Vivo qui. So queste cose da sempre."
"Si era messa di nuovo a suonare lo zufolo e si era allontanata tra le felci. La salutammo e continuammo a gironzolare tra quelle vecchie mura. Francesca riprese a scattare foto. Una nuova meraviglia ci colse quando stavamo per tornarcene dalla famiglia Nicoletta e non vedemmo più intorno a noi né la pastorella e né il gregge. Spariti. Intorno il vasto silenzio della valle interrotto dai mormorii dell'acqua corrente. Mi aveva colpito la straordinaria bellezza della ragazza: carnagione bruna, i lunghi capelli neri e lisci e occhi allungati, cerulei. Sperai di rivederla.
Lo sa che quando l'ho salutata nel ristorante...la ragazza che stava con lei...rassomigliava molto a quella che incontrai nei pressi di quei ruderi."
"Strano, ma continui. M'interessa quello che dice."
"Francesca ed io raggiungemmo i mezzadri che il sole era alto e picchiava. Zia Marietta e zia Carmela avevano sospeso il lavoro per preparare il pranzo. Ci sedemmo sotto un ciliegie ai lati dei covoni di grano falciato. L'ombra del ciliegie occupava l'intero spiazzo davanti il casale, ricordo. Sulla tovaglia stesa a terra furono posti i piatti, i bicchieri ed il fiasco di vino rosso. Durante il pranzo zio Pasquale osservò orgoglioso la parte di campo coi fusti tagliati dalla falce e disse:
"Se continuiamo di questo passo, per stasera avremo finito."
Raccontammo di aver incontrato una pastorella con il gregge di pecore. Disse zia Carmela:
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"A quest'ora ci sono i serpenti. Avete fatto bene a tornarvene."
Zio Pasquale e zio Felice dissero che non c'erano pastorelle nella zona. Zio Felice disse:
"Forse ci sono i pastori di Aquara, o di Ottati, o di Sant'Angelo. Alcune volte arrivano da molto lontano a pascere le pecore qui."
Il campanile della chiesa dall'alto del colle, batteva i dodici rintocchi, segnale del riposo pomeridiano. Francesca ed io ci stendemmo all'ombra del ciliegie con la nuca su un covone. I ragazzi giocherellavano tra loro. Lessi prima un libro poi presi sonno e mi svegliai che il sole si avvicinava ai monti. Francesca mi stava accanto e mangiava ciliegie. I contadini stavano di nuovo falciando le messi e avevano quasi finito il lavoro. L'occidente s'infiammava di luce purpurea e le prime ombre del bosco sottostante si erano allungate a dismisura. Il campo falciato era pieno di cespi tronchi. Zio Felice portava sotto l'ascella un grosso fascio d'erba medica per i conigli e risaliva il sentiero verso di noi. I ragazzi andarono a prendere per la cavezza l'asino che fu costretto a seguirli masticando erba. Zio Pasquale mise sull'asino il basto ed ai lati i due cesti pieni di roba. Sopra il basto, si sedette tata Felice. Imboccammo le prime case del paese che il sole era appena scomparso dietro quei monti.
Il prof. Majorana indicava la fila di montagne che si prolungano verso sud e dividono i comuni del Golfo di Salerno come Paestum ed Agropoli da quelli interni, chiusi a nord dal massiccio degli Alburni. Dissi:
"Quei monti sono belli. Sembrano gigantesche onde di mare pietrificate e nel tramonto sono turchini."
"Anche a me quei monti piacciono. Li amo."
"Ritorniamo ai fatti che sono strani. A Napoli, giorni dopo, Francesca fece sviluppare le foto della gita a Cardo, ma cosa strana, non appariva la ragazza che pasceva pecore intorno ai ruderi. Al posto della ragazza c'era una macchia bianca oblunga come se il rullino solo in quel punto avesse preso luce. Francesca disse ridendo:
"Non è che ho fotografato un fantasma?"
Una settimana dopo ritornai da solo in quei luoghi. Ricordo i vasti campi di grano e filari d'uva matura. Vigneti e campi di grano interrotti dagli uliveti, iridescenti e azzurrini...I contadini affastellavano covoni su covoni e altri che mietevano con le lunghe falci. Ricordo una grossa lucertola ferma su una pietra piatta come imbalsamata. C'era nell'aria pomeridiana un canto ondulante. Alcune squadre di contadini cantavano La Cilentana.
Ue' nenna nenna,
quann'è cugnuta l'uva,
si vinnegna...
Ero giunto fino alla valle nella speranza di rivedere la bella, misteriosa ragazza che pasceva le pecore. C'erano solo le rovine di quel paese distrutto nel medioevo. Me ne stavo andando da lì, che sotto i gradini della chiesa distrutta, raccolsi un lungo velo di seta. Chi lo aveva perso? Dispiegai il velo per terra. Era lungo un paio di metri, rettangolare. Nella parte centrale c'erano fini ricami dorati che rappresentavano sette guerrieri armati di lancia, con elmi maestosi. I sette guerrieri seguivano una donna ritta su una biga trainata da due maestosi cavalli. Sotto era ricamato un nome a grossi caratteri. Il nome era:
ADE
Sotto il nome c'era una frase in greco che tornato a casa, in paese cercai di decifrare. La frase era:
PER LA POTENZA DI ADE, IO ADE DICO: QUANDO FU POSTA LA SUA IMMAGINE SULLA ROCCIA, MI PROSTERNAI E PREGAI DEVOTAMENTE.
"Chi aveva perso il velo così prezioso? Sembrava uno strano messaggio, o un dono misterioso che qualcuno aveva voluto farmi trovare."
131
"So che i Greci, nell'antichità, al tempo della Magna Grecia, passavano per queste parti diretti alle città dello Jonio come Taranto, Metaponto. Venivano da Paestum e da Agropoli e andavano a Taranto, o a Metaponto, o fino a Sibari per imbarcarsi alla vola della madre patria. Potrebbero essere stati i Greci a lasciare quelle frasi misteriose ricamate su quel velo."
"S', ma avrebbero dovuto perdere il velo nel VI - VII secolo avanti Cristo ed io lo avrei trovato dopo molti secoli all'aria aperta."
"Qualcuno deve averlo perso. Forse qualcuno lo ha trovato altrove e lo ha perso qui."
"Tutto può essere. Forse è come dice lei. Assaggi prima questo vino e poi le mostro una cosa che scoprii con le mie ricerche....ricerche che non hanno nulla a che fare con quelle universitarie."
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(15)
Fatta colazione, rimettemmo nel cesto la bottiglia del vino e l'altra roba. Majorana disse:
"Professore, andiamo da questa parte."
Stavamo sotto la Rupe Ardesia che come una enorme botte dalla superficie convessa si ergeva in alto per circa una cinquantina di metri. Sul lato opposto, ma più in alto, c'era il sentiero segreto tra olmi e felci, dove Ada mi aveva condotto. Majorana disse:
"Ecco vede professore?"
C'erano dei segni scolpiti, come piccole frecce. Disse:
"Seguiamo queste frecce. Sono indicazioni."
Al di sopra delle frecce c'erano anche le orme di mani del neolitico. Disse:
"Sia le orme che queste freccette dovrebbero risalire al tardo Neolitico. Dovrebbero avere una datazione omologa. Ma non è questo importante. Mi segua."
Le freccette portavano proprio al sentiero segreto dove Ada mi aveva condotto. Non sapevo che dire. Il professore aveva scoperto anche lui la tomba di Alarico e quella di Ada? Risalimmo facendo un percorso ad arco e salimmo per il passaggio segreto che portava alla tomba. Si fermò davanti alla pietra che come una porta sigillava l'antro. Scostò della vegetazione e disse:
"Professore. Ecco. Vede?"
C'era un bassorilievo. Lo stesso che stava sulla lastra dov'era distesa Ada e Alarico. Mostrava una donna che stringeva nelle mani dei serpenti. Disse:
"Ecco. Vede?"
"E'' una donna, forse una divinità."
"E' Ade. Legga più sotto. Ci sono delle lettere in greco arcaico."
"Ah, sì...c'è scritto...ADES."
"Questa è la scoperta. Da queste parti, in epoche remote c'era un tempio in onore di ADE, il signore dei morti. In un secondo tempo, nel medioevo in questi paraggi fu costruito il paese di San Manfredi, che come vede non dista molto da qui, solo che il paese era più a valle."
"Incredibile. Però, che io sappia Ade non aveva mai avuto dei templi che lo onorassero."
"Questa è una nuova stranezza. Forse qui c'era l'unico tempio dedicato ad Ade nell'antichità."
"Per questo dico che il posto è sacro. Andrebbero fatti degli scavi in proposito, ma è meglio che quelli della Sovrintendenza non vengano qui. Soprattutto adesso che l'Impero è caduto e c'è anarchia. Ho mantenuto questo segreto se no l'Impero avrebbe espropriato le mie terre per eseguire scavi archeologici. Avrebbero distrutto tutto. Mi avrebbero tolto le terre."
Oltre quella pietra c'era un altro grande enigma che il professore Majorana non sospettava. Là dietro avevo lasciato Ada accanto al cadavere di Alarico. Ada o Ade ascoltava la nostra conversazione? Disse Majorana:
"Ho scoperto di recente un'altra cosa importante."
Trasalii: "Cosa?"
"Sotto il nome ADES ci sono numerose altre frasi che l'acqua piovana e le intemperie hanno cancellato. Si notano dei piccoli solchi. Però con la macchina fotografica, ingrandendo alcuni particolari e aiutato dalla luce radente del sole estivo pomeridiano, ho riportato ciò che c'era inciso. Ebbene si tratta di una filastrocca che fa così:
GRANDE MADRE ADES
FIGLIA DEL CHAOS
SALVA L'ORDINE
E L'EQUILIBRIO UNIVERSALE.
RIMANGA L'UNIVERSO
SEMPRE UGUALE. "
133
Mi piegai ad osservare da vicino. Effettivamente c'erano delle incisioni. In alcuni punti le lettere in lingua greca arcaica erano abbastanza evidenti, in altri punti invece si vedevano solo dei piccoli solchi tracciati nella pietra chiara. Desse Majorana:
"Però una cosa mi lascia perplesso. Vede? Qui c'è una alfa che precede questa parola. Se interpreto bene, il vero significato della parola dovrebbe essere:
anti - universo."
"Difficile dire se quella è proprio una alfa anche con mezzi fotografici sofisticati. Può anche essere, ma potrebbe trattarsi di un articolo determinativo o il plurale neutro di un articolo determinativo."
"Può essere. Ma se ho ragione io, allora dovremmo essere in un universo fatto di antimateria, gemello di uno fatto invece di materia. La Storia umana sarebbe un riflesso della Storia umana che si svolge nell'universo positivo."
"Scusi, professore. Ma chi mai in epoca greca arcaica avrebbe potuto scoprire queste cose?"
"Alcuni filosofi pre socratici parlano di corpuscoli negativi, di corpi concavi esatto negativo di altrettanti corpi convessi, di superfici ruvide contrapposte ad altrettanti lisce e così via. Alcuni di questi antichi filosofi avrebbero potuto avere dei contatti con entità dell'altro universo. Rivelazioni, apparizioni, profezie..."
"Sì, ma questa non è scienza."
Ritornammo indietro. Con sollievo capii che Majorana non aveva scoperto l'antro con le salme di Ada e di Alarico. Risaliti sul calesse, durante il ritorno Majorana disse:
"Professore, mi venga a trovare stasera. Le devo far leggere le mie scoperte a proposito della Rupe Ardesia. Sembra che la Scienza non c'entri, eppure c'entra e come. Sa come ho intitolato questa mia ricerca?"
"Non ne ho idea."
"Vediamo se ci arriva. Il bassorilievo che le ho mostrato rappresenta una donna che stringe dei serpenti. E' di certo una antica divinità. Potevano esistere nel periodo del neolitico delle donne che avessero strani poteri ed erano venerate come tali. Donne intelligenti che avevano capito alcuni fenomeni. Per esempio, i serpenti non hanno udito, ma percepiscono le minime oscillazioni del suolo. I serpenti riescono a prevenire per questo i terremoti. Quindi quella divinità che stringe in mano dei serpenti potrebbe rappresentare una divinità ctonia, una che abita gli abissi profondi della terra e che domina le forze primordiali della natura. Le interessano queste cose?"
"Molto. M'interessano molto."
"Può venire verso le otto e mezza, le nove? Se vuole può cenare a casa."
"Professore, grazie. Cenerò con il vicesindaco. Mi ha invitato. È stato già molto gentile per la colazione di oggi."
"Ce la fa a venire da me per le 20,30?"
"Col vicesindaco ho una cena di lavoro. Ho appuntamento alle 18,00 a casa sua. Cenerò per le 19,30 e quindi per le 20,30 non dovrei avere problemi a venire da lei. Sarò puntuale. Questa storia che mi ha raccontato è molto interessante."
"Ha con sé quel velo?"
"Sì lo tengo conservato con altre cose. Mi venga a trovare stasera e glielo mostro."
Ci eravamo salutati che erano passate le due del pomeriggio. Andai a casa. Ero tutto sudato e mi feci il bagno. Lessi qualcosa e telefonai in dipartimento. La signora dell'amministrazione mi disse che mi cercavano al rettorato. Era per la pratica dei fondi di ricerca per il prossimo anno. Dissi che l'indomani ci sarei andato. Avrei dovuto svegliarmi presto per essere l'indomani mattina a Napoli verso le nove. Parlai col vicesindaco per le pratiche dei fondi comunitari che il comune avrebbe dovuto spendere in opere pubbliche. Verso le 15 feci siesta e mi svegliai verso le 18. Avevo fatto una doccia e con l'accappatoio ero uscito sul terrazzo. Il lungo tramonto estivo estinguersi nella dolce sera. Il disco dorato del sole sbattere in pieno sulle vetrate della chiesa e del convento che apparivano risplendenti di colori e di luce. Il paese degradante sul dorsale della collina coi tetti
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vermigli luccicare come specchio. Lo spettacolo era di quelli che mettono pace nell'animo, l'assorbono tutto quanto e lo liberano da ogni altro pensiero. Eppure quello spettacolo questa volta, non produsse questo effetto. Il pensiero andava oltre la linea rossa del tramonto. Il mio pensiero andava alle regioni dietro le Alpi che gli occhi della mente mostravano piene di contraddizioni e di morte. Era caduto l'Impero. Vidi le nazionalità che aspiravano all'egemonia in Europa trascinate una contro l'altra come da una forza fatale. Allungando lo sguardo verso nord, vidi nazioni forti e civili che spiavano il momento opportuno per estendere i loro domini economici e forse non solo di tipo economico. Mi chiesi: quale sarebbe stato l'ultimo atto della tragedia che sconvolgeva l'Impero. Quando sarebbe stata eliminata la permanente causa di conflagrazione mondiale? Per quali vie la voce della civiltà avrebbe imposto una condizione di cose in base alle quali nessuna razza umana, nessun sistema economico o politico avrebbero potuto definirsi vittoriosi o vinti? I popoli del mondo avrebbero trovato le condizioni solide di sviluppo reciproco? L'Europa post muro
avrebbe trovato una nuova e più valida garanzia di pace e di progresso civile?
E Ada in che nodo entrava in tutto questo? C'erano forze oscure che condizionavano la volontà dei popoli e la Storia umana? Ada - Ade. Lei e la Morte. Lei e le forze invisibili, ctonie che agiscono nei bui meandri della terra e dell'animo umano. Mi chiedevo queste cose e le lunghe ombre serali presero ad avvolgere il mondo. Una frase di Leucippo mi venne alla mente: una frase mi tornò per la mente. Una frase antica scaturita dalle riflessioni di un filosofo pre socratico. Frasi ancestrali originatesi dal travaglio della mente umana di fronte al vasto mistero.
"NULLA E' SENZA MOTIVO, MA TUTTO CON RAGIONE E NECESSARIAMENTE."
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La sera mi presentai davanti al portone di don Ettore Majorana. Erano circa le 21. Era buio e l'aria rinfrescata dal vento proveniente da nord, piena di effluvi primaverili. Il grosso olmo ai bordi della strada fiorito emanava un dolce profumo e si specchiava nell'alone lunare. Avevo pensato di non fare tardi perché la mattina dovevo partire presto per Napoli. La luna piena argentea sospesa nel cielo ad osservare la mia debole esistenza. Avevo premuto più volte il bottone del campanello. Alla fine mi fu aperto. Entrai e le luci dell'androne erano tutte accese. La ragazza extracomunitaria stava al sommo della lunga scalinata. Appena mi vide disse da lontano:
"Il professore è di là nel suo studio."
La ragazza mi aspettò sul ballatoio e mi accompagnò nello studio che era deserto. La domestica arrossì perché non c'era nessuno. Disse: "Si accomodi. Forse è andato di là in bagno."
Mi sedetti sulla poltrona di fronte alla massiccia scrivania su cui c'erano il computer portatile acceso. Da là nessun rumore. Mi alzai e diedi uno sguardo al monitor del computer. Era la ricerca che don Ettore mi voleva mostrare? Lessi:
MASSA - MORTE
Ricerche sulla materia e sulle immagini.
Mi ero rimesso a sedere. Sulle pareti numerose tele, per lo più ritratti di antenati di epoche passate. Davanti alla finestra la tenda di raso. La stanza era molto grande e in semioscurità. C'era un lungo scaffale pieno di libri voluminosi e una consolle con dei vasi di porcellana. Il professore tardava. La serratura della massiccia porta dello camera ebbe degli scricchiolii e la porta emise uno stridio come se fosse stata aperta e socchiusa. Mi alzai ed andai a vedere. Aprii la porta e chiamai:
"Professore...."
Sollevai lo sguardo e rimasi impietrito. La sagoma del professore pendeva da un cappio sospeso sul ballatoio. Il professore impiccatosi. Udii una voce che mi sembrò quella della domestica:
"Sono io, non mi vedi?"
Girai la testa per capire da dove la voce provenisse. Mi mantenevo con una mano alla ringhiera e cercavo di scendere le scale. Era lei. Stava diritta nell'androne con la solita tunica nera addosso. Dissi: "Ada."
Scesi lentamente da lei come attratto da un invisibile vortice. Dissi:
"Hai ucciso tu Majorana?"
"Tutti e due. Ho ucciso anche la serva."
Mi girai. In fondo sul ballatoio in semioscurità vidi i piedi della donna che pendevano ad un paio di metri dal pavimento. Dissi:
"Perché?"
"E' stata l'Ombra. E' ADE che vuole."
"Perché?"
"Chi oltrepassa i limiti delle Colonne di Ercole, muore. Il professore è morto, ucciso dalla sua stessa Ombra. Inutile capire cosa sia la massa. Il professore voleva capire il cuore di ADE."
"E la poveretta...la domestica...perché ucciderla?"
"Doveva morire."
"Perché?"
"Era qui."
"Allora uccidi anche me?"
"Il professore si è ucciso. La donna si è uccisa. Sulla tua mente non ho questo potere."
"Già, se tu potessi distruggeresti l'intero genere umano. Il tuo potere non agisce su tutte le menti umane, ma solo su alcune. Forse ci sono delle predisposizioni e tu coi tuoi poteri accentui queste predisposizioni al suicidio. "
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"Vattene via. Tu non mi conosci. Non conosci l'illimitato potere che ho."
Aveva faccia diafana come di una morta, ma quel colorito perlaceo, quel pallore e quello sguardo assente ne accentuavano la diabolica bellezza. Disse:
"Non voglio ucciderti. L'amore vince sempre."
"Tu cosa sei adesso? Sei massa o immagine? Anch'io ho capito. Come immagine entri nella mente e diventi Ombra omicida. Come massa sei la Morte che obbedisce alla II legge della termodinamica secondo la quale tutto è diretto alla sua inevitabile fine. Il tuo corpo che è massa riposa accanto ad Alarico e la tua immagine è qui. Tu puoi sdoppiarti nello spazio e nel tempo. Ho capito. Puoi uccidermi adesso."
Gridò e la casa echeggiò:
"Io ti amo."
Sollevò le mani e le aprì verso la mia direzione. Dalle palme delle sue mani si originò una luce azzurrina che mi colpì in pieno abbagliandomi. Temetti di perdere di nuovo la vista, abbassai la testa e la nascosi tra le braccia sollevata intorno alla testa. Ma continuavo a vedere azzurri bagliori che sembravano trafiggermi, attraversarmi ed annullare ogni mio pensiero. Udii la sua voce echeggiata per tutto l'edificio. Disse:
"Io esisto al di là delle individuali vite. Sono e non sono. Sono oltre il Nulla . Sono Ada che ti ama e sono Ade che ti odia."
Silenzio. La luce abbagliante scomparsa. Silenzio e buio. Alzai la testa ed aprii gli occhi. Ci vedevo. Però lei era scomparsa, ma riapparve davanti a me. In un baleno mi era riapparsa di fronte. Spazio e tempo annullati. Mi osservò e sorrise. Disse beffarda:
"Ah, generazione di mortali
La vostra vita ed il nulla
In pari conto io tengo."
Mi sfiorò con anemiche labbra e sembrò baciarmi. Scomparve. Vidi che c'erano fiamme dovunque. La casa all'improvviso aveva preso fuoco. Tra poco sarei stato avvolto dal fumo e dal fuoco. L'istinto mi spinse a fuggire. Aprii il portone e fuggii per i campi. Nella notte il palazzo di don Ettore ardeva con sinistri bagliori su tutta la collina. Ci furono grida concitate, la campana della chiesa a suonare per richiamare la gente. Udii la sirena dei carabinieri. I pompieri sarebbero arrivati non prima di un'ora. Si sarebbe bruciato tutto. Sarebbe rimasto solo un cumulo di rovine. La caserma dei pompieri si trovava a Rocca, un paese distante una trentina di chilometri da Cardo.
Presi per i campi terrorizzato. Scendevo per il viottolo in direzione del fondovalle, ma dopo un po' girai per un sentiero secondario diretto alla mio casolare di campagna dove tenevo la cavalla. Camminavo come uno zombi, con la mente vuota, pieno di sgomento e terrore. Alle mie spalle le fiamme della casa di don Ettore sempre più gigantesche e voraci. Gridai come un forsennato:
"Possa bruciare anche tu per sempre tra le fiamme. Maledatta."
Mi ero fermato esitante. Si udivano grida concitate. Qualcuno gridava:
"Acqua...fate presto....aiuto...."
Molti gridavano nella speranza di essere uditi da don Ettore:
"Don Ettore....Don Ettore....fuggite..."
Il rincorrersi del suono assordante di campana riempiva la vallata. Il frastuono dei crolli dell'edificio e di nuovo grida, strilli e rintocchi assillanti di campana. Presi a correre tra siepi che scostavo evitando di ferirmi. Saltavo i fossi e scavalcavo speroni rocciosi. Il biancore lunare mi aiutò nella folle corsa. Ogni tanto mi giravo indietro osservando il sinistro bagliore delle fiamme all'altezza della casa che continuava a bruciare. Mi lasciai scivolare per un burrone e presi a risalire lungo il vallone in direzione della strada provinciale. Adesso si vedeva solo un tratto di cielo, i fianchi di pietra lucente del vallone, gruppi di ginestre, felci e gigantesche querce lungo i cigli. Qua e là, pantani di acqua a riflettere il chiarore del cielo. Il vallone era quasi prosciugato. Dovevo fare attenzione a non scivolare sulle pietre levigate. Ansimavo ed il cuore a martellarmi dentro. Risalii il costone e mi guardai attorno. Le luci del paese scomparse dietro i declivi del colle, ma s vedeva la scia di fumo salire al cielo. Davanti a me fitta boscaglia oltre la quale forse ad un centinaio di metri
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più in alto, c'era la strada asfaltata. Ansimavo come se mi mancasse l'aria. Di fretta avevo risalito il vallone che in alcune parti era molto scosceso; mi ero ferito alle mani per aggrapparmi ai rami nel tentativo di non scivolare verso il basso. Penetrai nella boscaglia con il sudore che grondava sugli occhi. Il terrore mi spingeva a fuggire. Fuggire, fuggire, sempre fuggire. Dovevo correre in salita, ma dovevo fare anche attenzione a non cadere in un pozzo, o scivolare in una forra, oppure a ferirmi tra i tentacoli di una siepe. Le grida di un gufo dilatarono a dismisura la notte. Alla fine mi stesi a terra a prendere fiato. La camicia azzeccata addosso, piena di sudore e sgualcita dalle spine nel rasentare le siepi. Sopra di me i rami contorti delle querce nella fissità notturna. Ebbi altre visioni. Visioni di morte. Mi stavo per rialzare quando vidi, o volli vedere i cadaveri di Daniela e di quelli della sua famiglia pendere da lunghe funi legate ai rami che mi sovrastavano. I loro occhi lucenti, fuori dalle orbite a fissarmi. Ripresi la corsa affannosa. Scivolai più volte mentre mi affannavo a risalire il costone. In alto, avevo intravisto il nastro stradale distante un centinaio di metri. Evitavo di girarmi. L'aria calma e nel cielo luna piena. Mi aggrappavo alle radici ed ai rami delle piante per aiutarmi nella salita. Luna piena sul mio terrore. Una voce tra le gigantesche ombre dei tronchi contorti si modulò. Una voce ampliata dal cupo silenzio della natura. La voce di lei partorita dalla tenebre:
"Ah generazione di mortali,
la vostra vita ed il Nulla
in pari conto io tengo."
Ada. Ada o Ade, la Morte ovunque presente. Ada, apparenza del demone che in lei agiva. Mancavano poche decine di metri dal parapetto della carreggiata. Vidi la strada come approdo di salvezza. Il casolare non era molto distante. Mi ero messo a correre in mezzo alla strada deserta. Speravo che qualche macchina passasse, ma solo cupo silenzio. Gl'incubi sembravano avermi lasciato. Intravidi il mio casolare ed udii i nitriti di Gura. La cavalla aveva udito i miei passi. Non ero solo nel mondo, circondato dai suoi fantasmi. La chiave della stalla era in un buca della casa all'esterno. Entrai ed accesi la luce. La cavalla stava in piedi, davanti alla mangiatoia. Si girò e come mi vide, fece un prolungato nitrito. L'accarezzai senza dire nulla. Presi delle balle di fieno e mi ci stesi sopra. Guardavo il soffitto e cercavo di mettere ordine nel subbuglio della mente. Gura si girava per osservarmi, mentre trinciava sotto i denti erba medica e avena.
Mi feci la croce e pregai. Pregai che qualcuno lassù mi aiutasse e non mi lasciasse indifeso contro di LEI. Albeggiava che presi sonno. Gli incubi tornarono nei sogni. Vidi Ada che mi stava di fronte nuda. Intorno macerie, morti e fuoco come se ci fosse stato un cataclisma, una guerra e un forte terremoto. Cadaveri deformati dall'agonia. Grida strozzate di aiuto. Ada era di fronte a me come una statua. Mi guardava coi suoi occhi di ghiaccio. Diceva:
"Io sono oltre i sogni e la morte. Appartengo alle forze pure dell'esistenza. Ricorda: questo pianeta sta collassando. La sua civiltà è la sua morte. Salvatevi, prima che tutto finisca."
Mi svegliò il forte nitrito della cavalla. Gura si era sciolta dalla cavezza e mi stava davanti nervosa. Raspava per terra la paglia della stalla, sbuffava con le froge in aria e nitriva. Gura aveva avvertito la presenza di ADA. La sua presenza nei miei sogni. Accarezzai la cavalla e la portai fuori a mangiare erba fresca. Dissi a Gura:
"Non devi mangiare molta erba piena di rugiada. Specie di mattina. Fermenta. Puoi buscarti una colica. Massimo dieci minuti di pascolo."
La cavalla annusava ed assaporava l'aria fresca del primo mattino. Corse sotto una gigantesca una siepe di mortelle, circondata da zaffi di erba selvatica e di sulla. Cominciò a trinciare foglioline sollevando a volte testa rossiccia e quel muso nero. A volte si scuoteva la nera criniera. La valle si scioglieva alla luce del giorno e nel cielo sparse strie rosate.
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FRAMMENTI DI ANTICHE FRASI
Frammenti di poeti e filosofi pre - socratici mostrano come alcuni nostri antenati si fossero spinti oltre le comuni false credenze e avessero intuito la presenza di due entità separate: massa (φϋσις), invisibile perché al di sotto delle cose e la immagine (εϊδος) relegata solo in superficie e quindi visibile. La maschera mortuaria - presente anche presso i Greci fin dall'epoca micenea - rivestiva spesso anche il viso del defunto con la finalità di preservarne l'aspetto ed occultare il disfacimento corporale: estremo tentativo di nascondere la morte. Presso i Latini, uno dei significati di imago = immagine era la maschera mortuaria. Una particolare maschera portata ai funerali dell'antica Roma intesa a ricoprire ed a nascondere nei presenti espressioni del viso e a confondere la propria identità di vivo al cospetto del morto.
Ho diviso l'argomento frammenti di antiche frasi in due paragrafi: nel primo - A - si parla del concetto di massa assimilabile a quello di morte e di Ade come fu intuito in epoche remote. Nel paragrafo B riporto frammenti di frasi su anemos, psiuchè e immagine.
A - MASSA (MATERIA) - MORTE - ADE
- MASSA (MATERIA) - MORTE - ADE La massa intesa come entità soggiacente alle cose (al di sotto tutto ciò che si manifesta) troverebbe alcune corrispondenze nella Grecia arcaica.
Pindaro nella Olimpiade IX dice: τό δέ φϋã κράτιστον άπαν : ciò che è in sé è il più potente in modo assoluto. Cioè la massa delle cose è l'entità più potente. Nella frase di Pindaro, il termine φϋã deriva da φϋσις (natura). La massa delle cose sarebbe il Chaos che le sottende e in senso più profondo, la morte.
Attraversando secoli, Pindaro sembra ricollegarsi ad un filosofo moderno che dice: Ipotesi speculativa radicale, metaeconomia, metapsichica, metaenergetica, metapsicoanalitica, la morte è al di là dell'inconscio, Baudrillard J., 2007.
Eraclito framm. 54/A, 20: φϋσις κρύπτεσθαι φιλεϊ: la natura (φϋσις = la massa) ama nascondersi.
Parmenide di Elea afferma che le cose del mondo reale sarebbero il segno di un Essere (la massa?) che si eclissa.
Anassimandro framm. III 10, 2 : ταύτην (φϋσιν τινά τοϋ ‘απείροϋ) ‘αίδιον είναι καί ΄αγήρω =
Essere (questa natura dell'indefinito) eterna ed immutabile.
In Omero (Iliade V, 395) ed in Pindaro (Olimpiche, IX, 33), l'incontro con ADE è fonte di violenza e di privazione (della vita).
Hillman J. (2003) a proposito di ADE dice queste cose.

     

  1. • Si dice che Ade non avesse templi, altari e statue. E' talmente invisibile che in tutta l'arte dell'antica Grecia non si trovano rappresentazioni idealizzate di questo dio, come avviene invece con gli altri dei.

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  1. • Attributi di Ade possono sovrapporsi anche al concetto di massa:

     

  1. 1. Ade è ciò che di per sé non può essere visto.

  2.  

  3. 2. Non è visibile perché privo di dimensione spaziale, non è esteso.

  4.  

  5. 3. E' entità senza luce, oscuro, nero.

  6.  

  7. 4. E' sepolto, celato alla vista.

  8.  

  9. 5. E' celato, nel senso di essere un impenetrabile segreto.

  10.  

  11. 6. E' invisibile e tuttavia presente.

B - IMMAGINE - PSIUKE - ANEMOS
- IMMAGINE - PSIUKE - ANEMOS In Omero, l'immagine artistica è associata alla bellezza ed alla luminosità. Bello è lo scudo ornato di bassorilievi rilucenti.
Omero, Odissea XI, 204 - 222: l'anima dei morti vaga, volando simile ad un sogno.
Le immagini dipinte presso i pitagorici rimandano alla geometria, alla simmetria ed alla proporzione.
Per Gorgia i dipinti sono associabili alla bellezza, ma anche alla capacità d'ingannare.
Anassimandro. La famosa sentenza di Anassimandro è:
...κατά-τό-χρεών.-διδόναι-γάρ-αϋτά-δίκην-καί-τίσιν-αλλήλοις-τής-‘αδικίας = ...dentro l'immagine. Infatti le stesse cose ricoprono l'immagine e tutti di massa: τό-χρεών = ciò che si crea e quindi immagine (dipinta). Questo termine in greco arcaico è diametralmente opposto ad ‘άπειρον = ciò che è aperto, indefinito (Chaos); ‘αδικίας indica la massa, ciò che sta fuori dall'ordine cosmico; ‘αδικίας ha un significato opposto a δίκη che vuole dire: accordo, ordinamento (quindi bellezza).
Eraclito: qualsiasi cosa il thymos voglia, la compra pagandola con l'anima: la scambia con l'anima.
Il thymos è il coraggio, oppure la coscienza emotiva, oppure le emozioni oppure le forti pulsioni incontrollabili: thymos = anima = immagine = mondo bidimensionale.
Deduzione personale. L'Ombra procura la terza dimensione all'Uomo. Senza l'Ombra, l'Uomo sarebbe piatto in un mondo bidimensionale. L'Ombra dà corposità alla psiche umana, dà densità alle nostre interne sfere. L'Ombra conferisce spessore alla umana esistenza.
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Divenni di lì a qualche mese ordinario di Neuro - fisiologia umana e direttore del dipartimento omonimo. Il mio potere si allargava: potere economico, politico e accademico. Amministravo immensi proventi che stavano arrivando coi fondi comunitari. Mi convocò il prof. Arduino pochi giorni prima che desse le dimissioni ed il Consiglio di Dipartimento nominasse me in quella carica. Il bidello don Carmine mi aveva detto: "Professore, la cerca il direttore. L'aspetta nel suo studio. Buone novità in vista."
Attraversai l'intero dipartimento, un lungo corridoio fiancheggiato da un lato dai laboratori e dall'altro dalle camerette dei docenti. In fondo, dietro una grande porta scura blindata, lo studio del prof. Arduino. Bussai ed entrai. Il prof. seduto dietro la mastodontica scrivania, teneva in mano delle scartoffie. Lo studio ampio, il contrario del lungo e stretto corridoio del dipartimento che gli faceva da atrio. Era ben illuminato da quattro finestroni due a ponente e due a levante con grandi tende di raso merlettate. Al centro della sala pendeva dalla volta a botte una lunga catena dorata a sorreggere un gigantesco lampadario a forma di cono capovolto, con vetri di cristallo penduli. Lungo i muri, scaffali antichi di legno massiccio con libri rilegati in pelle come il Trattato di anatomia umana di Testut e Lamariet.
Il direttore, la fronte alta, i capelli grigi all'indietro sulla nuca e gli occhietti indagatori, mi disse questo: "Professore Basto, auguri."
Mi tendeva la mano da dietro la scrivania essendosi alzato. Non avevo capito.
"Direttore, auguri di cosa?"
"A giorni, nel prossimo Consiglio di Dipartimento sarà nominato direttore di Dipartimento. Ci sono grandi progetti per lei. Ma si accomodi."
Mi sedetti sulla sedia dall'altro capo della scrivania. Disse:
"C'è un ambizioso progetto di ricerca a cui partecipano molti farmacologi e a cui vorrei che partecipasse anche lei. Si tratta di produrre un nuovo vaccino antifecondativo da sciogliere nell'acqua potabile. E' una ricerca internazionale circondata dal massimo riserbo. Lei è una persona molto fidata e riservata per questo è stata scelta, oltre che essere un bravo scienziato."
Cercai di schermirmi. Dissi:
"Un vaccino antifecondativo. Interessante. E, mi scusi a che servirebbe?"
"A rendere sterile l'intero continente africano e forse anche altri popoli del terzo mondo. L'Africa aveva una popolazione stimata all'inizio del Novecento di circa 170 milioni. Adesso ne conta oltre ottocento. Ci stanno invadendo, lei lo vede. La caduta del Muro ha accentuato la tendenza. Occorre reagire per il bene dell'umanità. L'alternativa sarebbe la distruzione del mondo occidentale, nuove guerre, anche a livello nucleare e la fine di questo pianeta. Il numero ideale di esseri umani viventi su questo pianeta dovrebbe aggirarsi intorno al miliardo di unità. Ne siamo quasi sei. Con un miliardo di persone l'equilibrio tra le specie non sarebbe alterato così come l'intero ecosistema del pianeta....Oltre i sei miliardi saremo tutti dei cloni. Capisce? Cloni destinati all'autodistruzione. Cloni senza libertà. Professore, possiamo fidare su di lei?"
Mi affrettai a dire:
"Sono convinto che lei abbia ragione. Non c'è tempo da perdere. La bomba biologica è scoppiata. Bisogna correre ai ripari."
"Mi raccomando la massima segretezza. Il vaccino una volta approntato sarà versato nelle acque dei fiumi, dei laghi e di ogni falda acquifera del continente africano. Nel giro di una diecina di anni tutti gli uomini diventeranno sterili pur essendo in grado di accoppiarsi. I mass media diffonderanno la notizia di un virus mutante come causa della sindrome."
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Uscendomene - dopo ossequioso saluto - avrei voluto dire alcune cose, ma per evitare complicazioni, per evitare che si pensasse che sono un contestatore ed un critico che riflette, me le tenni per me. Avrei voluto aggiungere al discorso del direttore:
"Direttore, noi possiamo distruggere tutti i popoli che sulla terra soffrono e muoiono di fame, ma non usciremo comunque dalla decadenza. Dobbiamo invece combattere su due fronti: disinnescare questo sì, la bomba biologica, ma ci vuole altro ancora. Occorrerà togliere di mezzo una grande quantità di stronzi, di parassiti, di corrotti e malavitosi. Alcuni di questi occupano grazie ad amicizie e connivenze posti immeritati di comando. Posti che si trasmettono di generazione in generazione. Posti intoccabili come quando c'era l'assolutismo. Poi ci sono le mafie internazionali che controllano flussi ingenti di soldi. Poi c'è il potere delle banche che distorce il corso della Storia e dell'economia mondiale. Difficilmente riprenderemo lo spirito profondo della nostra civiltà e ritorneremo grandi se non si fa una operazione di pulizia all'interno del mondo occidentale. Noi ci siamo allontanati da ADE. Noi ci siamo allontanati dalla nostre radici. Questo non è colpa del terzo mondo, ma del cancro che ci corrode. Un cancro estirpabile. Ci vuole coraggio e fermezza."
Questo avrei voluto dirgli, ma mi avrebbe ascoltato?
I cinque fiumi percorrono il mondo infero: il gelido Stige, il luttuoso Cocito pieno di gemiti, il nero Acheronte della depressione, il rosso Flegentonte e il Lete, il fiume della dimenticanza in cui l'anima s'immerge. Sogni, sonno, dolore, morte ed oblio. I cinque fiumi dell'anima alimentano quelli dell'Africa. Il Nilo, il Congo, il Niger, lo Zambesi e l'Orange avrebbero distribuito il vaccino anti - fecondativo fermando la proliferazione del mondo malato. Il mondo infero avrebbe inumidito con le sue acque i popoli d'Africa causandone l'estinzione e la fine. Il terzo mondo, sarebbe diventato sterile e morituro. I pericoli all'umanità ancora una volta stornati dalla Scienza.
C'era la convinzione che presupposto dello sviluppo sarebbe stato lo sfruttamento illimitato del grembo opimo di Madre Terra. Ora si è aperta una imprevista frontiera. Non basta più, ai fini di un rilancio del Progresso possibile controllare il potere, opporsi al bellicismo, lottare per la giustizia sociale: bisogna contrastare un sistema produttivo che minaccia le basi stesse della vita umana.
Il direttore del campo di concentramento di Treblinka, Franz Stangl interrogato durante il processo di Norimberga, dichiarò: arrivavano tremila persone alle undici del mattino che dovevano essere soppresse entro le tre del pomeriggio perché altre duemila ne sopraggiungevano che dovevano essere soppresse entro il giorno successivo. Il metodo l'aveva ideato Wirth. Funzionava. E dal momento che funzionava era irreversibile. Eseguirlo era il suo «lavoro».
La parola lavoro nell'era della tecnica limita ogni responsabilità alla buona esecuzione degli ordini senza considerare gli effetti di tali ordini. La tecnica comanda e noi dobbiamo eseguire. Come me, come Ada, come il comandante della Torre Quarta ai confini dell'Impero ormai crollato.
Me ne andai a sorseggiare il caffè di don Enrico Speranza, il bidello addetto all'entrata. Don Enrico aveva uno stanzino tutto per sé di lato alla porta del dipartimento. Ci facevano capolino gli studenti per chiedere ragguagli sulla data di esami o sulla presenza o meno di qualche professore in dipartimento. Don Enrico disse:
"Professore, lei è guarito e sta bene. Meno male che lei c'è l'ha fatta, ha superato il male. Invece la povera dott.ssa Ross...Tutti qui siamo rimasti colpiti dalla morte improvvisa di quella poveretta."
"Stiamo sotto questo cielo."
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(20)
Al discorso di inaugurazione del XX Congresso di Medicina Nucleare e Schizofrenia tenutosi per mio volere a Napoli, dissi alla vasta platea:
"Signori,
la ricerca medica nel campo della neuro - anatomia sta compiendo passi da gigante. Una rivoluzione collegata ai nuovi metodi d'indagine messi a disposizione dalla medicina nucleare. Solo grazie a queste metodiche è stato possibile evidenziare come la densità sinaptica della corteccia frontale unicamente nell'Uomo raggiunga il suo apice verso i cinque anni, mentre nelle scimmie aumenti negli ultimi periodi di vita intrauterina ed i primi mesi dopo la nascita. Questa differenza alla luce delle ultime ricerche scientifiche è alla base del duplice aspetto della coscienza umana con una faccia diurna ed una notturna. Un aspetto rivolto a questo mondo ed uno al mondo sotterraneo di Ade, come noti scienziati delle neuro - scienze affermano.
Ci fu uno scienziato del XIX secolo che precorse i tempi. Fechner illustra meglio di qualunque suo contemporaneo la realtà dei due mondi, perché in lui si scissero. Trentanovenne, dopo anni di accaniti studi e sperimentazioni, specialmente sulla psicofisica della percezione dei colori, i suoi occhi si ammalarono; dovette usare occhiali dalle lenti azzurre, poi diventò cieco. Si chiuse in un isolamento melanconico, perdette il controllo dei pensieri, ebbe allucinazioni di torture, si rovinò l'apparato digerente. Rimase in questo mondo notturno di tormenti per tre anni. Poi guarì. La guarigione segnata da due episodi miracolosi: il primo, quando un'amica fece un sogno in cui gli preparava un piatto di Bauernschinken, prosciutto crudo fortemente speziato e marinato in succo di limone e vino del Reno. La donna cucinò davvero il piatto e glielo portò. Fechner, dopo qualche esitazione e contro ogni buon senso, lo mangiò e subito l'appetito e la digestione migliorarono. Il secondo e definitivo episodio miracoloso avvenne d'improvviso una mattina all'alba, quando Fechner scoprì che riusciva a sopportare la luce, anzi la desiderava; si riprese e visse altri quarantaquattro anni, fino a compierne ottantasei.
La guarigione fu una vera e propria reversione per Fechner. Lasciò la cattedra di fisica per quella di filosofia. Mondo diurno e mondo notturno acquistarono per lui un significato diverso, rispetto ai suoi precursori romantici. Il mondo diurno era il regno della luce, dello spirito, di Dio e della bellezza; il mondo notturno, il regno della materia, del pessimismo, del secolarismo senza Dio. Mise nel mondo notturno l'idea dell'inconscio. Benché ne scambiasse la valenza, la fantasia archetipica dei due regimi rimase per lui fondamentale, così come rimane fondamentale ancor oggi per tutte le psicologie del profondo.
I moderni mezzi scientifici ci aprono sprazzi di conoscenza nel secondo mondo, substrato di questo. Però la vera scoperta di Ade - che già gli antichi conoscevano e veneravano - si deve a Fechner. Addentriamoci in ignoti territori senza indugi, affidandoci ai nuovi mezzi della scienza e proseguiamo con una nuova consapevolezza delle infinite profondità da scandagliare. "
Avrei voluto continuare ad esporre le mie più genuine convinzioni alla gremita platea degli scienziati e dei ricercatori provenienti da varie parti del mondo, ma mi fermai. Avrei voluto dire:
"La terribile forza rinchiusa in un atomo della materia fisica è la stessa che domina anche la Storia, l'economia e gl'istinti umani. Oscure fluttuazioni oltre a determinare l'espansione dell'universo, sono in grado di regolare i flussi elettrici all'interno del nostro cervello e di accendere ciò che noi definiamo coscienza. Senza questa forza oscura come substrato non esiste nè la coscienza individuale, né la coscienza collettiva.
Ade che è presente nel nucleo inafferrabile di ciascun sogno, un nucleo nero che nessun scienziato e nessun psicologo può mai esplorare, è signore di questa forza dall'illimitato potere creativo.
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Onda di mare invisibile e tenue, ma implacabile, le fluttuazioni della forza emanata da ADE condizionano entro rigidi schemi, perfino la volontà dei popoli e le loro civiltà. I flussi ed i riflussi storici trovano spiegazione attraverso le incomprensibili ondulazioni di ADE.
Ade è la forza, Ade è tutto. ADES, la nera dea che splende di luce propria."
Per i Greci il mondo è immutabile, governato da una inesorabile forza: la Necessità (Anancke). Immodificabili sono le leggi della natura. Davanti alle Leggi Universali, l'uomo può solo adeguare la propria esistenza. Dice Platone: Uomo meschino, non pensare che questo cosmo sia per te. Tu invece sarai giusto, se ti conformi alla universale armonia.
Dopo la mia prolusione parlarono altri noti scienziati della psiche umana. Tra questi prese la parola lo studioso tedesco Karl Gustav Kung il cui discorso ebbe per titolo Ombra e Inconscio. Karl Gustav Kung disse tra l'altro:
"Ognuno è seguito da un'ombra. Meno questa è incorporata nella vita conscia dell'individuo tanto più essa è nera e densa. L'Ombra è il lato oscuro della vita cosciente dell'Uomo. L'Ombra rappresenta i sotterranei dell'anima, posti dietro la maschera della personalità e di ogni agire sociale. Il mondo dell'Ombra è abitato da mostri e spettri. L'Ombra è la notte della coscienza, ma anche il fertile limo terrestre, sottosuolo da cui risorgere. Dunque l'Ombra non cela solo il male. Essa contiene primitive pulsioni che spesso sono in contrasto con le regole della società civile e con la parte conscia dell'io. Accettando l'Ombra ed i suoi valori intrinseci per lo più irrazionali, la nostra esistenza diventerebbe più vivace e più bella e forse anche più spontanea.
L'Ombra va guardata in faccia e riconosciuta anche nei suoi tratti penosi ed assurdi. Dobbiamo accoglierla per un profondo arricchimento e rinnovamento."
L'Ombra sarebbe l'altra faccia della luce come il male l'altra faccia del bene. Ombra e Luce si alternano sull'io come lo svariare di una bella giornata di marzo con nubi spinte dai venti davanti al sole per poi passare oltre e il cielo ritorna splendente.
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C'è un altro dualismo...un dualismo infernale. La nostra civiltà è dominata dai valori del lavoro e dell'utilità, quelli che permettono alle forze della vita di mantenersi, di riprodursi e svilupparsi. C'è però un altro universo che non è meno umano del precedente e ne costituisce il versante d'ombra, la parte maledetta: lo spazio in cui l'individuo non lavora a sviluppare la sua forza, ma si adopera per dilapidarla, distruggerla. Nel versante d'ombra regna non l'accumulazione delle ricchezze, ma la festa insensata, il lusso del loro dispendio improduttivo. Nel versante d'ombra domina non il valore dell'utile, ma la seduzione dell'inutile, dove si dà l'esperienza di tutto ciò per cui l'universo della ragione vacilla e viene meno: il riso, 1'ebbrezza, l'efferatezza erotica o mistica, il male, la morte infine. Questo mondo è anche quello dell'assurdità. La sproporzione tra le radici autentiche dell'esistenza e la vita giornaliera è causa di angoscia.
A causa di questo mondo dovevo accettare assurdi compromessi che mi avrebbero permesso di fare carriera, progredire, essere stimato. A causa di questo mondo mi sarei allontanato da Gura e da ciò che la cavalla poteva offrirmi: spensierate cavalcate nei boschi. Questo mondo mi avrebbe allontanato da ADE. Per sempre.
L'inaugurazione del XX Congresso di Medicina Nucleare e Schizofrenia avvenne nella sala conferenze dell'albergo Excelsior su via Chiaja, di fronte al mare del Chiatamone e a Castel dell'Ovo. Nella hall ero con un gruppo di colleghi a discutere di cose varie. C'erano anche alcuni politici della regione e scienziati di chiara o di discutibile fama. Tutti però data l'ora - poco dopo le tredici - avevano fame e non fama. Mi chiamò da parte con delicatezza referenziale una bella ventenne. Avevo girato la testa verso di lei restando nel gruppo di amici con cui conversavo. Siccome ne avevo piene le tasche di conversazioni convenevoli e vedendo che chi mi salutava era davvero una bella ragazza, d'istinto mi appartai con lei un po' distante dal gruppetto con cui ero prima. Si presentò stringendomi la mano:
"Professore, chiedo scusa, forse sono scortese, la disturbo?"
"No, dica. Lei era in sala in prima fila ad ascoltare il mio discorso d'inaugurazione. L'ho notata sa?"
"Oh, grazie. Professore, il suo discorso mi è piaciuto molto. Un discorso inusuale e molto sentito. In genere sono discorsi pro forma...mi riferisco ai discorsi che si tengono come inizio di un congresso scientifico. Il suo discorso, professore, è stato interessante. Ero come rapita..."
Alta, giovane ed aitante con un completo Armani. Da sotto la giacchetta di cachemire e la maglietta il seno propinquo e tosto. Disse con un sorriso:
"Sono la figlia del prof. Crispino direttore dell'istituto di Farmacologia presso la Facoltà di Farmacia qui a Napoli. Sto al terzo anno di medicina. Vorrei frequentare il suo dipartimento di Neuro fisiologia. Mio padre me l'ha consigliato."
"Quanti anni ha, signorina?"
"Ho venti anni."
"E' molto giovane. Potrebbe frequentare il dipartimento anche al quinto anno, ma se ci tiene, può venire quando vuole. Può collaborare in alcune delle nostre ricerche di neurologia."
"Professore, grazie. Verrò nei prossimi giorni a presentare domanda di frequenza."
Mi strinse la mano. Era trepidante, o così mi parve. Dissi:
"Mi saluti suo padre."
"Grazie. Penso che verrà da lei nei prossimi giorni."
Ada però era meglio. Ada era insuperabile. Mi stavo abbuiando. Ada morta in quello speco. Morta in eterno come una statua. Ada muta, Ada un cadavere. Ada dovunque ed invisibile come Ade.
Mi affiancò Salvatore, il mio collega ricercatore. Disse alludendo alla ventenne che si allontanava sperdendosi in un gruppo di congressisti:
"Se è libera te la darà al 90%. Se fidanzata, ma poco convinta te la darà al 75%. Se fidanzata e ama il suo ragazzo, le possibilità che te la darebbe scendono al 35%."
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"Sempre con la matematica."
"Tutto è matematica: il sesso, l'amore, i soldi. Tutto è calcolo. Puro calcolo."
"Puro egoistico calcolo."
"Peggio. Il denaro è uno dei mezzi più sicuri e più rapidi per conquistare dignità in questo mondo di merda. Solo i poveri finiscono nella miseria la vita che hanno incominciato nella miseria."
"Quindi occorre vincere combattendo il denaro col denaro."
"Chi non ha denaro muore solo e sconsolato. Tu sei vincente e vai avanti non te ne attere."
"Sono vincente lo sai perché?"
"Lo immagino."
"Non per merito, ma perché alcuni mi vogliono vincente."
"Credi che non lo sapessi già?"
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La vita prosegue tra le gratificazioni del mondo accademico, i viaggi internazionali, i congressi, le conferenze scientifiche ed i più modesti consigli comunali nel mio paese. Però è facendo il sindaco di quel minuscolo paese che riesco a dirimere enormi fondi comunitari secondo la volontà del Presidente della regione. Dopo ADE viene lui! Il Presidente ha il controllo capillare su nomine e fondi pubblici. E' l'uomo più potente della Campania dopo la caduta del Muro. Qualche giornalista lo aveva apertamente dichiarato sul settimanale l'Espresso.
Passando in macchina per la Litoranea m'illudo di rivederla. Lei che varca senza lena i confini della vita e della morte, del passato, del presente e del futuro. Spesso però - non ne posso fare a meno - mi metto nella vecchia bottega dei santi. Attraverso l'intero locale badando alle statue: san Rocco dietro l'ingresso, san Giuseppe col bastone fiorito e con il Nazareno in braccio, san Michele trionfante, la piccola Madonna delle Salette, santa Lucia ed i suoi occhi. Ricaccio via ricordi che cercano di sommergermi e si rincorrono come onde: mio padre curvo a modellare stucchi e mia madre a cucire stole di monaci santi. Non mi guardano presi nei loro lavori, non mi vedono essendo oltre spesse coltri di tempo. Non si accorgono di me pur sapendo che sono nei loro cuori. Tutto è statico se si annulla il Tempo. Senza il Tempo ogni cosa ha diversa valenza. Solo esiste la pellicola che scorre davanti ai miei occhi.
A volte ho voglia di fotografare tutto, tutto quello che vedo lì dentro mi sembra interessante. Poi però guardo nell'obiettivo e tutto è ovvio in base agli stessi motivi per cui prima volevo fotografarlo. Se mi distraggo dall'idea di dover fotografare, invece, a momenti succede il contrario: il volto di un santo che mi colpisce isolatamente, senza pensarci troppo lo inquadro e vedo che riesco a farlo giocare bene nella inquadratura. È anche una questione di stati d'animo. Rivedendo le foto che ritraggono i santi, mi sembra che abbiano una espressione di gioia nascosta, di beatitudine eterna. Altre volte invece gli stessi volti di santi, nelle stesse foto, mi sembrano pervasi da vaga tristezza. Anche qui è una questione di stati d'animo. Apparenze che cambiano ad ogni apertura di occhi, a seconda dello stato d'animo e a seconda della gradazione luminosa. Apparenze appunto. In realtà tutto è paralizzato in un passato remoto.
Giorni fa ebbi un incubo. Sognai di essere al suo cospetto. Minuscolo individuo. Stavo accanto ad un essere enorme del tutto simile alla statua di ADE nel mio laboratorio e anche identica ad ADA. Era la stessa persona che poteva essere una statua gigantesca oppure Ada dormiente.
Un incubo. Vagavo... Ero in un mondo caliginoso. Ero in una grande caverna con luce caliginosa. Stalattiti e stalagmiti luccicanti. Ombre striscianti in cupi anfratti. La vidi. Vidi Ada. Era un essere gigantesco oppure ero io minuscolo in un mondo immenso. Dormiva distesa su una grande pietra levigata. La mia altezza superava appena il bordo superiore delle sue cosce.... Adesso camminavo scalzo e in equilibrio sopra le sue enormi cosce. Camminavo sulla massa intricata dei suoi peli vulvari. Passai adagio sul vasto ventre e ne scorsi l'ombelico sotto veli neri e trasparenti. Proseguii oltre. Davanti a me s'elevavano i suoi seni e i capezzoli rossi ed appuntiti come piccole dune. Sotto i miei piedi il suo petto immobile. Ada non respirava. Osservai il suo mento, la linea della mandibola e le fisse, infossate guance. Chiamai forte:
"Ada." Intorno il vasto silenzio e la foschia della caverna. Una voce misteriosa, originatasi dagli anfratti bui, disse echeggiando:
"Ci amammo, ma non ritorna il tempo..."
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Il prete del mio paese, don Fernando, mi aveva fatto notare una cosa. Qualcuno, forse mio padre quando ebbe scolpito la statua che raffigura Ada o il suo doppio ADE, la pose tra altre due: un san Michele e un santo Antonino, un modesto santo vissuto a Sorrento. Questo a dire di don Fernando, aveva il significato simbolico atto a neutralizzare la presenza negativa della dea pagana.
Santo Antonino di Sorrento era un santo piccolo piccolo, che non fece nulla o quasi nulla, tranne che sfuggire all'ira dei Longobardi e vivere nell'ombra a Sorrento, monaco benedettino, devoto a san Michele per il quale costruì un oratorio dopo una sua apparizione. Oltre che pregare e vivere piamente, la sua vita non offre molto di più che qualche aneddoto: il più interessante è che santo Antonino era un agricoltore modello. Durante l'assedio che Sicardo di Benevento aveva posto a Sorrento nell'834, il santo - il cui sepolcro era stato minacciato fisicamente dagli assedianti - aveva preso le difese della città. Era apparso in sogno, irato, a Sicardo rimproverandolo e promettendogli punizioni che non si fecero aspettare. La figlia di Sicardo, divenuta ossessa, si mordeva e si dilaniava disperata. Sicardo tolse l'assedio chiedendo perdono al santo. Sua figlia riacquistò la ragione. Ma san Michele, che c'entrava? Perché mio padre aveva affiancato ad ADE anche la statua trionfante di san Michele Arcangelo? Secondo don Fernando c'era anche qui la spiegazione. E' san Michele un angelo onnipotente, signore della natura e vincitore delle forze diaboliche scatenate; capace di domare eserciti, di guarire i malati più impossibili, di schiacciare sotto i piedi Satana in persona. Ma anche Antonino di Sorrento ruminavo, è simile in scala più ridotta all'angelo in-vincibile: come agricoltore provetto è il signore in sedicesimo della natura ribelle; come liberatore di ossessi e risanatore di malati gravissimi mostra un potere taumaturgico degno del principe degli angeli ed ha la stessa forza invincibile contro il Demonio; come salvatore della sua città contro la furia dei guerrieri nemici ha di certo gli attributi di san Michele. Fu Ada a suggerire a mio padre di disporre ADE tra questi due santi? E perché? C'era una comunione segreta tra le tre statue? Oppure i due santi cristiani dovevano a detta di don Fernando, contrastare il potere di ADE? L'ultima volta che don Fernando era venuto ad osservare le mie statue. Mentre le ispezionava disse:
"Professore, andate al santuario di San Patrizio a Verteva per riacquistare una vista in tutto e per tutto normale."
"E dove si trova questo santuario?"
"In provincia di Bergamo. Posso darvi delle cartine geografiche per aiutarvi ad arrivarci."
"Se fossi certo della guarigione..."
"Nulla è certo. Alla base di tutto ci deve essere la fede. Nel Santuario di San Patrizio, sapete? Sgorga una fonte considerata efficace contro i disturbi visivi. I fedeli si bagnano le mani, poi toccano gli occhi della statua del santo e quindi i propri."
"Don Fernando, ma lo sapete che quando scoppia una super nova, spazza via bruciandoli, tutti i pianeti che per milioni di anni le ruotavano attorno? Quando verrà la fine del nostro sole, sarà lo stesso. Capite ciò che intendo?"
"La potenza del Signore è illimitata."
Si era fermato davanti a quella gigantesca che rappresenta Ade. Aveva detto come un profeta:
"La notte del mondo distende le sue tenebre. La nostra epoca è caratterizzata dall'assenza di Dio, è
priva di fondamenta e pende sull'abisso."
"Don Fernando, volete che mi ricordi ciò che dite, per questo pronunciate queste frasi orribili come un profeta?"
"Le dico per me, per voi e per essere udito dall'entità malefica all'interno di questa statua. E aggiungo, ricordatelo: il mondo potrà salvarsi, secondo me, se lo si capovolge da capo a fondo, cioè lo si capovolge a partire dall'abisso. Nell'epoca della notte del mondo, l'abisso deve essere riconosciuto e subito fino in fondo."
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Qualcosa di nuovo e di inesprimibile entra in me se attraverso il laboratorio e passo tra le mie statue. Una commozione sorda, senza causa fissa, mi tiene di continuo. Un bisogno di dolcezza, di tenerezza, un anelito di cose pure, di poesia oserei dire, di colori veri, di suoni puri. Sono in un languore. Sono a momenti rapito nel sogno di estasi ignote e quando ne esco fuori mi scuoto, ma non riesco subito a guardare la realtà com'essa è. Scrive Friedrich Nietzsche: il nostro destino esercita la sua influenza su di noi anche quando non ne abbiamo ancora appresa la natura. Il nostro futuro detta le leggi del nostro oggi. Alla fine mi siedo davanti a quella statua in onore di ADE. Mi siedo ed ascolto. La scultura non rappresenta la divinità, ma la sua immagine. E' ADA.
Più l'immagine si avvicina al suo opposto, più incarna la sua vera essenza. Da una parte ADE e dall'altra ADA. Nel mondo senza religione donne come ADA sono per me una divinità, ciò che per i pagani fu ADE, o Venere: immagine, persona e statua con vita propria. ADA come ADE, il dio della morte, fratello della notte, del sogno e dell'incanto. ADE ed ADA presenti in contemporanea nella statua. Indefinibili presenze, aeree parvenze, senso di cose passate per sempre finite. Nell'alternanza di ombre e di luce la realtà è simulazione.
Un pensiero però si fa strada, un pensiero peregrino, ma forte: siamo come quegli insetti che si muovono veloci sul pelo dell'acqua negli stagni. All'improvviso si apre una crepa nel nostro corpo e affondiamo. L'odio svolge un ruolo essenziale nell'ordine dell'universo. Accanto ai principi generatori ed ordinatori come Amore (Eros), Conflitto (Eris), Necessità (Ananke) e Ragione (Nous), nel disegno delle cose dobbiamo fare spazio anche per Odio. I figli di Stige sono Zelo (Zelos), Vittoria (Nike), Forza (Bia) e Potenza (Cratos).
Osservando il volto della statua ho l'impressine che si allontani da qualcosa su cui tiene fisso lo sguardo. Dove noi vediamo una catena di eventi Ade vede una sola catastrofe. Ade vorrebbe aiutare i vivi ridestando i morti? Ade è Amore, Conflitto, Necessità, Ragione, Forza ed Irrazionalità nello stesso tempo. Ade è la nostra anima. Dal Chaos nascono l'anima e Ade, eterni entrambi.
Al presente le macerie non ci sembrano più una catastrofe, anzi le guardiamo con nostalgia, ne cerchiamo di salvare l'immagine barattandola con un futuro che non c'è più. ADE fissa l'avvenire e non il passato con gli occhi spalancati dalla paura. Il progresso promette la distruzione. Meglio allora la certezza di ciò che credevamo fosse la catastrofe.
Oscuramente riattraversano la mente ombre spesse che mi parlano di lei. Immagini di un altro mondo si susseguono. Non so se sono vivo o morto, se mi trovo in un sogno o sono sveglio. Lei è in me, sfera lucente sulla stasi dell'esistenza. Lei mi dice ed io ripeto:
"Signora, signora santissima, figlia del Tempo, generatrice del Chaos e dell'ordine sovrastante, o tu dea bellissima, salute, salute, divina che nell'etere immenso abiti fulgida, tutta d'oro vestita; salve, tu, o bellissima, bellissima, fra le donne divine, salve, ADE. Tu, coscienza che splende nel buio essendo luce e buio: ombra di luce, invisibile nel visibile, pura immagine vivente. Tu, o eccelsa, guidami finché vuoi nelle contraddizioni di questa vita effimera. Guidami alla verità dei mondi immobili. Eterna fiamma del cuore."
Due mondi contrapposti. Quello delle immagini e quello della massa entrambi percorribili da ADE. Il mondo delle tenebre ed il mondo della luce. La tenebra che diventa luce e la luce che si fa tenebra, abisso e vuoto interminabile.
Di uno dei due mondi, ADE mi aveva rivelato solo una parte, uno scorcio, una tenue visione. C'è un mondo oscuro, immenso, immobile e c'è un mondo luminoso. Ma quale dei due mondi ci
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appartiene? E' possibile che i due mondi entrino ruotando ora nella Luce ed ora nella Tenebra, ora in ADE ed ora in ADA. Fissità della Tenebra assoluta e varietà cangiante della luce.
Tu, prima dea
Regina delle tenebre della Terra
E delle Chere inesorabili
Si rivolge a te il mio cuore
Teso nell'ansia
Pieno di sgomento
Divina figlia del Chaos.
Ade dice in una voce corale, una voce in altre sdoppiatasi:
"La tua coscienza non esiste, sono io la tua mente. Solo esiste Ade il vero fondamento."
F I N E
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CURRICULUM
Budetta Giuseppe Costantino nacque a Bellosguardo (SA) il 16/4/1950 e vive a Napoli - Ponticelli, Via Lago Lucrino 24 - 80147 - Italia. Diplomatosi presso il Liceo classico A. Genovesi di Napoli, laureato con lode in Veterinaria, ha due specializzazioni in Alimentazione ed in Citochimica quest'ultima conseguita presso la II Fac. di Medicina di Napoli. E' prof. associato di Anatomia, fisiologia e morfologia degli animali domestici presso la Facoltà di Agraria di Palermo, gruppo disciplinare: VET 01. E' autore di oltre settanta lavori scientifici alcuni dei quali pubblicati su riviste internazionali americane e francesi.
La rivista scientifica Psychologia ha pubblicato alcuni dei suoi saggi come Scienza e Conoscenza, ArcheoMedia e PsicoLab. Budetta Giuseppe Costantino fa parte d'importanti comitati di redazione in giornali di scienza oltre che di narrativa. Vedere su Google alla voce BUDETTA GIUSEPPE COSTANTINO. Ha vinto numerosi premi letterari tra i quali città di Caserta (targa d'oro) e città di Avellino (medaglia d'oro).
Ha pubblicato fino ad adesso i seguenti volumi:
"Venti racconti" presso l'editore Andrighetti di Ferrara (2005)
"Vento di terra": editrice Anna K. Valerio di Udine (2006).
"Giallo Fiordaliso": la Carmelina di Ferrara (2006).
"Doppia Venere di Milo": edizioni Fabula (Roma) (2007).
"La rosa del Grillo": Vincenzo Grasso editore in Padova (ottobre, 2007) .
Ha altri romanzi mai pubblicati:
IL MEDICO E LA MONACA, pagg. 86
OMBRA: pagg. 150
ULTRATOMBALITA: pagg. 43
MAGNA GRAECIA: pagg. 95
ALDILA COSI COSI: pagg. 40
IMMAGINE: pagg 61
TRENI BINARI DE ALTRO: pagg. 144
NECESSITA NAPOLETANA pagg. 43
HOMO SAPIENS SAPIENS pagg. 35
L'ISOLA DELLA DONNA NUDA: pagg. 2013
RICERCA UNIVERSITARIA: pagg. 71.
CAVALIER: pagg. 24.
Mail: giuseppe.budetta@alice.it
QUINTA COPERTINA
Ombra è un romanzo che ha per tema la schizofrenia, il paranormale e la corruzione di larghi strati della politica nel sud Italia: un medico, docente di neuropsichiatria incontra una misteriosa ragazza Ada che dice di essere ADE, il dio della Morte.
è un romanzo che ha per tema la schizofrenia, il paranormale e la corruzione di larghi strati della politica nel sud Italia: un medico, docente di neuropsichiatria incontra una misteriosa ragazza Ada che dice di essere ADE, il dio della Morte. Giuseppe Costantino Budetta
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