MAGNA GRAECIA

MAGNA GRAECIA
Romanzo di Giuseppe Costantino Budetta
Il Cavaliere Nero o ADE
(Museo Archeologico, Paestum)
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P R E M E S S A
R. Bobbio (filosofo): "Il mistero è la soglia che ci accomuna."
Il premio Nobel per la fisica Murray Gell-Mann, scopritore di una famiglia di particelle subatomiche, nel suo libro "Il quark e il giaguaro" è scettico nei confronti del paranormale. Nelle discussioni con coloro che affermano di aver assistito ad eventi impossibili trova, una ferma volontà di credere, a prescindere dalle prove. Le persone che affermano di essere state partecipi di fenomeni paranormali sono suggestionabili ed un ipnotista potrebbe portarle facilmente in stato di trance. Sarebbero persone con difficoltà a distinguere la realtà dalla fantasia. Murray però ammette: "alcuni fenomeni strani potrebbero essere fondamentalmente autentici." Nel suo libro descrive il verificarsi di un fenomeno atmosferico durante i temporali.
Alcuni sostengono di aver osservato durante un temporale, l'apparizione di una sfera luminescente che faceva pensare ad un particolare tipo di fulmine. L'oggetto noto col nome di fulmine globulare (ball lightning), poteva passare tra le aste rade di una cancellata, o entrare in una stanza dalla finestra, girare per casa e sparire, lasciando lievi bruciature. Sarebbero sfere luminose correlate con fulmini normali, la cui struttura e meccanismo di emissione rimangono ignoti, anche se abbondano le testimonianze al riguardo. Il fisico Luis Alvarez suggerì che il fulmine globulare fosse collegato ad anomalie della visione e a patologie oculari, in particolare di tipo retinico.
Il grande fisico russo P. Leonidovic Kapica scrisse insieme con il figlio, un articolo in cui ipotizzava un meccanismo per la produzione di questo strano fulmine. Altri studiosi cercarono sulle indicazioni dello scienziato russo, di riprodurre in laboratorio il fenomeno, ma al momento dichiara Murray, nessuno sa niente di sicuro. Alcuni fisici per spiegare l'esistenza del fulmine globulare si riallacciano alle ipotesi di E. Fermi secondo cui due protoni rimangono uniti a lungo per ragioni ignote, emettendo mesoni secondo particolari leggi statistiche. Lo scienziato Murray alla fine ammette l'esistenza di fenomeni inspiegabili scientificamente.
Per la cronaca negli anni Settanta a Kyoto, un fulmine globulare apparve ad una dozzina di fisici riuniti a cena. Il fisico Don Lichtenberg ne fu testimone e contattato da studiosi del fenomeno, confermò l'avvenimento. Insieme con lui c'era il premio nobel Hideki Yukawa che rimase senza parole quando vide il fulmine globulare passare davanti al proprio naso.
Sentite che mi accadde. Siete liberi di crederci o no, ci mancherebbe altro! Mi chiamo Ettore come lo sfortunato difensore di Troia. La mia amica è Olimpia il cui nome ricorda il monte Olimpo in Grecia, sede dell'egioco Giove e degli dei sempiterni.
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CAPITOLO I
EMPEDOCLE: "Io una volta fui ragazzo e ragazza, cespuglio e uccello e muto pesce nelle onde. La natura cambia tutte le cose avvolgendo le anime in strane tuniche di carne.
L'avevo conosciuta parecchio tempo prima. Al liceo dove insegnavo ebbi un'ora di supplenza in classe femminile. Lo stesso giorno all'uscita da scuola, mi venne vicino con un gruppo di amiche.
"Professore, ci scusi. Può darci una spiegazione? Non le faremo perdere molto tempo."
Non avevo fretta: "Dite, di che si tratta?"
La ragazza con il libro dell'antologia italiana in mano tra le amiche che la spintonavano, mi chiese di chiarire il significato di una frase in italiano antico:
"Professore, può dirci cosa significa questa frase trovata scritta dietro l'altare di una chiesa medioevale e risalente agli albori della lingua italiana?"
Guardai con attenzione la pagina che mi fu posta sotto gli occhi e lessi:
"Fili dele pute, traite" "Albertel, trai"
"Falite dereto colo palo, Carcovelle".
Spiegai: "E' un'iscrizione in volgare della fine del secolo XI, rinvenuta nella Basilica inferiore di San Clemente in Roma, in uno degli affreschi che rappresentano la vita del santo...Tradotta in parole povere l'iscrizione significa: "Ragazzi, tirate. Albertel tira! Fatti sotto con il palo, Carbonello. Va bene, siete soddisfatte?"
La ragazza che in seguito avrei sverginato, insistette:
"Ma la parola "PUTE" che significa?"
Stetti al gioco e risposi:
"E' una parola che non merita di essere tradotta alla lettera. Va bene?"
"Grazie, professore."
Allontanandomi udii maliziose risatine. Olimpia, è questo il suo nome, per pochi attimi si girò, smise di ridere e mi guardò. I suoi occhi erano azzurri come cielo terso. Non era tanto diversa dalle sue due amiche con le quali si stava allontanando, belle e appena sbocciate alla vita, tranne quel suo sguardo enigmatico che scoprì in me il brivido di un ignoto desiderio. Il cuore mi batté forte come se fossi stato da tempo innamorato di lei.
Avevo accettato di darle un passaggio per Napoli. Ero emozionato e nervoso. Ascoltandola, seduta in minigonna vicino a me, osservando le sue cosce lunghe di ragazza sbocciata alla vita, gli ormoni sessuali prodotti in abbondanza, mi riscaldarono il sangue. I testicoli duri e scivolosi in scroto. Non vedevo l'ora di abbracciarla, toccare il suo bel corpo. La sua pelle era liscia e vellutata di adolescente. Prima di metterci in auto le avevo fatto complimenti sulla sua bellezza. Mi aveva risposto:
"Non credo di essere così bella come mi vedi. Ho il mento sottile, vedi. E' grazioso, ma è un po' accentuato in punta. I miei occhi sono troppo nascosti dalle ciglia basse. Le mie labbra hanno un colorito sbiadito, vedi? Sono costretta a tingerli col rossetto ogni volta che esco da casa."
Si era pulita col fazzoletto le labbra per farmele vedere meglio e subito si era passato sopra una linea di rossetto fucsia per colorirle di nuovo.
"E poi ho le orecchie piccole ed anemiche che nascondo sotto i capelli a casco. E poi il mio
collo troppo sottile..."
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Nel partire verso la città avevo osato chiederle di fare l'amore con me. Non ricordo bene come avevo potuto osare tanto nel chiederle così in quattro e quattro otto di scopare con me. Forse era stata colpa del suo atteggiamento lascivo o del suo sguardo così intenso. Avrebbe potuto rispondere di no e tutto sarebbe finito lì. Invece rispose: "Quanto mi dai?"
Sono un benestante professore di liceo, faccio un po' di libera professione e mi posso permettere lussi che alla gente comune non è dato avere.
"Le vuoi centomila lire?" Dissi con la faccia rossa come un papavero. Avrei potuto offrirle anche cinquantamila, ma non mi andava barattare con lei sul prezzo. Se m'avesse chiesto un milione forse avrei anche accettato. Forse!
"Va bene. Però t'avverto che ho il ragazzo e che sono ancora vergine."
"Hai il ragazzo e sei vergine?"
"Mi sono fidanzata da poco. Non voglio che il mio ragazzo si accorga che sono vergine. Oggi essere vergine non è una virtù. Io lo sento come una specie di complesso. Il mio ragazzo non ci tiene a queste cose, né io voglio apparire come una sprovveduta provinciale... E poi i soldi sono tutto, oggi... Per essere accettati in questa società ci vogliono i soldi..."
Non aveva tutti i torti. Eravamo arrivati nei pressi della pineta di Paestum.
"Allora quando lo facciamo?"
Chiesi con voce roca, interrompendo l'inutile conversazione sul corso di laurea che aveva da poco iniziato. Si fece rossa e mi guardò con gli occhi cerulei mentre continuavo a guidare. Pioppi e gruppi di canneti flessuosi nel vento contornavano la carreggiata. Finsi di prestare attenzione al nastro stradale rettilineo.
"Siccome è abbastanza presto, perché non mi porti a visitare prima i templi di Paestum?"
Sapeva che avrei esaudito ogni sua richiesta.
"Va bene. Dopo ci apparteremo nella pineta e faremo quella cosa in macchina. D'accordo?"
Lo dissi con finta calma. Volevo assicurarmi che avrebbe mantenuto la fatidica promessa.
"Va bene", disse tirandosi con due dita la punta dei capelli intorno all'orecchio e col sorriso ingenuo delle ragazze della sua età. Poi disse: " Però non farmi male. Sono vergine."
"Non preoccuparti. Vedrai alla fine ti piacerà".
Non era nervosa e non se ne curava. Agitava le lunghe cosce piegate in direzione del finestrino di destra. Col suo modo di comportarsi mi stupiva. Pensai rassegnato: "Ci si nasce puttane!"
La strada livida, spazzata dal vento. Le chiesi con la stessa spontaneità che mostrava lei:
"E' vero che ci si nasce?"
"Che cosa?"
Ci si nasce puttane, avrei voluto risponderle. E invece precisai:
"Con il senso artistico. Ci si nasce predisposti...con la sensibilità che permette di gustare a fondo le bellezze nei musei o ammirare le rovine dei templi di Paestum come fai tu."
"Sì, mi piace ammirare le opere d'arte nei musei, le cattedrali gotiche ed i ruderi dell'antichità. Ogni tanto dipingo. .."
"Questo non lo sapevo."
"Cosa non sapevi? Che mi piace dipingere?"
"Non me l'avevi mai detto. Sei una ragazza sensibile e bella."
Dovevo essere rosso e gonfio come una maschera di carnevale. Due anni addietro, suo zio mi chiese di raccomandarla all'esame di Stato. Lo zio esordì dicendo che Olimpia era una brava ragazza, seria e studiosa. Era solo un po' sfortunata. Per questo andava aiutata.
"Mi piace dipingere fiori, paesaggi, alberi... Ho difficoltà nel disegnare gli alberi. Non è semplice. Bisogna dare corporeità ai tronchi con abile gioco di chiaroscuro... "
"Beh! -con questa esclamazione dovetti sembrare una pecora al pascolo - perché allora l'anno scorso hai scelto d'iscriverti ad agraria?"
"Perché con l'arte non si guadagna almeno a breve termine poi, avevo pensato di continuare a coltivare la terra nell'azienda agricola di mio padre. Poi mi sono accorta che non sono portata per certe materie scientifiche e mi sono iscritta a Scienze Ambientali. Se non troverò
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da fare niente, mi dedicherò a portare avanti l'azienda agricola di mio padre e lavorerò come lui, la terra. Penza a sta' bona, dice mia madre, il resto verrà da solo."
Dissi tanto per dire :" Davvero un buon programma. Scommetto che scrivi anche poesie."
"Scrivevo poesie a tredici anni. Una volta scrissi una poesia al mio professore di lettere, un uomo sposato. Sai, la poesia era lunga due pagine, quasi una lettera d'amore."
Ero sempre di più convinto che puttane ci si nasce. Il suo viso aveva vaga rassomiglianza con certe puttane extracomunitarie, in particolare le labbra carnose e la sfrontata spontaneità.
Stavamo nei pressi di casa, lungo la strada provinciale che proviene dalle montagne e s'interseca ad angolo retto, in pianura, con la statale S 18 indicata anche come "la Litoranea" perché costeggia la pineta ed il mare fino al lungomare di Salerno. Era ancora presto. Troppo presto per appartarci in pineta e fare l'amore senza essere visti da occhi indiscreti. Chiesi:
"Ti piacciono i cavalli?"
"Il mio povero papà aveva un mulo di montagna e mi sollevava con le sue braccia mettendomi in groppa all'animale. Mio padre teneva per la cavezza la bestia mentre mi divertivo a stare seduta sul basto. Dall'alto del mio mulo il mondo sembrava diverso con una prospettiva insolita. Il mulo si chiamava Pierino. Io gli misi quel nome. L'animale aveva il pelo rosso ramato con le narici e le labbra nere. Sembrava più cavallo che mulo."
"La mia cavalla, cioè la cavalla che mio padre ha comprato, è tutta bianca con le froge nere, le labbra e la cerchiatura degli occhi pure neri. La criniera e la coda sono invece bianche, d'un bianco argento. Cinque mesi fa ha avuto un puledro, il suo primo figlio pure bianco come la madre."
"Oh, che bello. Spero che un giorno me li farai vedere."
"Anche ora, se vuoi."
"Ora no. Voglio vedere i templi greci, li vidi una volta tanti anni fa..."
Andammo a visitare i templi. Avevo parcheggiato la macchina in uno spiazzo antistante la cancellata che delimita i maestosi ruderi. Il custode e le assistenti ci fecero entrare gratis. Quando mio padre andò in pensione, per la precisione quattro anni fa, fece in modo che fosse assunto un mio cugino come successore. Con la legge sul precariato, furono assunte anche due donne delle quali una è ragazza madre e l'altra è Francesca disoccupata disorganizzata. Francesca dice ironica: "Ringrazio a tutti quanti, a chi mi vole bene e a chi mi vole male."
Dopo aver salutato il custode e le "assistenti" entrammo a visitare i gloriosi ruderi. Olimpia come si vergognasse di entrare gratis, guardava per terra. Era una bella giornata di tardo inverno con solo un po' di vento freddo. Uscendo dalla macchina Olimpia aveva indossato un cappotto di lana rosso perla. Ai piedi aveva corti stivaletti di camoscio.
Da sotto il cappotto erano arrapanti particolari delle sue cosce come le ginocchia e la linea robusta dei tendini dietro la rotula. Aveva gambe diritte e slanciate.
Il tempio di Atena severo e maestoso nel sereno. Epoche estinte come fantasmi. La sua sagoma è in una illogica staticità, scoglio contro cui si frange l'onda del tempo. Olimpia si perse tra le colonne doriche attratta dall'arte. Rimasi a guardare il paesaggio familiare. Riapparve sorridendo al pallido sole. Gridò:
"Mi piacerebbe dipingere questi ruderi."
"Sono molto belli ed interessanti."
Mi fumavo una sigaretta seduto su un glorioso masso. Lontano la cupa azzurrità del mare con argentei luccichii. Spiegai come le guide:
"Oltre ai tre templi maggiori, i ritrovamenti di terrecotte architettoniche, alcune delle quali figurate, indicano che dovevano esistere molti altri templi."
L'aria limpida entrò nei polmoni. Chiese da dietro una colonna:
"Da chi fu fondata Paestum?"
L'innato spirito del cicerone si elevò fumoso. Mi alzai in piedi, infervorato come un oratore:
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"Poseidonia, così i Greci chiamarono la cittadina, in onore del dio Nettuno, fu fondata da coloni provenienti da Sibari, il ricco centro acheo sullo Ionio. Forse la fondazione della città fu preceduta da un insediamento di minori proporzioni proveniente dalla vicina Agropoli."
Con le braccia aperte imitavo un attore di un'antica commedia ellenica.
Ad alta voce nell'aria tersa Olimpia aggiunse di rimando, come se non lo sapessi già:
"Questi tre templi furono costruiti pressappoco nel V sec. a. Cr. Sono quasi contemporanei alla guerra di Troia. N'è passato di tempo...eppure sono bellissimi. Sono morti gli uomini che costruirono questi templi, ma l'arte rimane immutata ed eterna. È vero?"
"Eh, sì"
Non sapevo che rispondere. Aspettavo solo il momento di farmela. Aggiunse:
"Forse Omero ebbe modo di ammirarli. Allora dovevano essere splendenti di marmi policromi."
"Eh, sì."
Non mi fregava che i templi erano stati splendenti. La giornata era piena di luce e d'arcani silenzi. All'improvviso ebbi l'impressione che la ragazza non vestisse più il suo cappottino rosso, ma un lungo candido velo come un'antica sacerdotessa. Mi strofinai gli occhi. Mi girò la testa. Mi sembrò, anzi ne fui sicuro che Olimpia vestita all'antica, profondamente trasformata nell'aspetto, ipnotizzata e priva di volontà, avesse detto questo ritornello in lingua greca:
PERAS, GNOMON, APEIRON...
Dopo aver pronunciato parole sconnesse, la visione scomparve e ritornò davanti a me la ragazza di prima. Fu sostituzione repentina. Ma che mi sta accadendo! Sarà che sono teso e non vedo l'ora di farmela, pensai. Olimpia disse: "Adesso possiamo andarcene. Andiamo se no facciamo tardi."
Uscimmo attraverso i cancelli. Le presi la mano. Avevo superato lo smarrimento di poco prima.
"Andiamo in pineta adesso?"
Le chiesi con garbo e malcelata impazienza.
"Va bene. Ma prima voglio i soldi che mi hai promesso."
Le diedi subito le centomila. Andammo a scopare in pineta. In macchina si tolse il cappotto, si tirò un poco la gonna in su. Abbassai il sediolino. Si tolse in fretta lo slip. Affondai la faccia nei suoi capelli e gl'infilai il cazzo tra le cosce.
"Fa piano."
Implorò. Adesso era tesa, nervosa, come stesse per togliersi un dente dal dentista.
"Non preoccuparti, non ti farò male. Farò piano..."
Le accarezzai la fronte e i capelli. Le infilai una mano tra le cosce e spinsi le dita tra i suoi muscoli contratti. Le accarezzai la passera pelosa. La baciai teneramente sul viso; non mi restituì i baci. Alla fine feci entrare lentamente la verga del cazzo dentro di lei.
"Non temere, rilassati."
La mano la frugava tra le tonde mammelle... i capezzoli tesi. Ce l'aveva un po' asciutta. Era veramente vergine. Dopo aver scopato, tirai fuori dalla vagina il cazzo che osservò con attenzione. Le asciugai tra le cosce le macchie di sangue e di sperma coi fazzolettini di carta. Nell'allacciarmi i pantaloni guardai attraverso il parabrezza offuscato dal vapore. I merli, i tordi e i passeri saltellavano tra i rami ombrosi pronti ad acquietarsi per la notte.
"Hai udito?"
Disse allarmata guardando attraverso i vetri della macchina:
"No. Che cosa?"
Ero intontito dal piacere che m'aveva dato. Non avrei udito neanche una cannonata. Ripeté:
"Senti! Adesso lo senti?"
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Tendendo le orecchie, attraverso il vetro dello sportello non perfettamente chiuso, udii un prolungato nitrito.
"Non è la mia cavalla." Spiegai. E poi, la mia cavalla riposava nella stalla insieme con il suo puledro che allattava ancora.
IIH! IIIHH! IIIIH
Adesso il forte nitrito era non distante da noi. Ci guardammo intorno. Le ombre degli alberi andavano addensandosi e la luce del giorno scemava in direzione del mare. Udimmo uno scalpiccio sul terriccio sabbioso come se un cavallo galoppasse nelle vicinanze. Nell'aria brumosa qualcosa di strano; qualcosa di non definito ci minacciava. Uscii dalla macchina facendo alcuni passi. Mi fermai e mi guardai intorno. Si poteva pensare a inquietanti presenze. Anche lei era uscita fuori e guardava con attenzione nel fitto della pineta. Ora panica e tonfo del maroso.
"Ettore, andiamocene via. "
Olimpia aveva paura. Io ne ebbi di più. Accesi il motore e uscimmo dalla pineta immettendoci sulla Litoranea. Mesi prima era stata trovata pugnalata da ignoti proprio nella pineta, una coppia di fidanzati. Ci rimettemmo in viaggio per Napoli. Eravamo entrambi storditi. Dopo un po' chiese per rompere pesante silenzio: "Cosa poteva essere?"
"Essere cosa?"
"Lo strano nitrito."
"Non era il mio cavallo. Il mio cavallo non nitrisce in quel modo. C'era un cavallo da qualche parte ecco tutto."
Nuovo muro di silenzio. Dissi: " Sai... nel guardarti camminare tra le colonne del tempio di Minerva ho avuto l'impressione, per pochi secondi.... non stavo bene...mi è sembrato di vederti vestita con un abito di seta bianca, una specie di stola lunga fino a terra. Sembravi un'antica sacerdotessa del tempio. Dicevi come in trance: PERAS, GNOMON, APEIRON."
Secondo me cercò di capire se facevo sul serio. Rispose:
"Può darsi sia stata una visione. Può darsi che i templi siano popolati da fantasmi..."
"Sarà stato il cattivo funzionamento dei miei occhi. Piuttosto possiamo farlo di nuovo?"
"Che cosa?"
"Fare l'amore in macchina."
"No"
Senza guardarla, come i bambini chiesi: "Perché?"
"Te l'ho detto. Ho il ragazzo a Napoli."
I paesini di Vietri e di Amalfi lungo i fianchi dei Monti Lattari. Il mare ai loro piedi era livido. Feci benzina al motel nei pressi di Nocera e ci prendemmo il caffé al bar. La osservavo sottecchi. Peccato che fosse fidanzata...
"Come d'incanto lei si alza di notte...
come seguisse un magico canto..."
Ritornati in macchina, Olimpia aveva acceso la radio. Le "Orme" cantavano uno dei loro successi:
"Dondola, dondola, il vento la spinge...
"Nel gioco di bimba si perde una donna..."
L'accompagnai al Vomero dalla zia. Nello scendere dalla macchina mi regalò un complice sorriso. Chiesi: "Senti, vediamoci qualche altra volta."
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Dopo attimi di esitazione, rispose sottovoce: "Sì, ma mi devi pagare. Ti do il numero di telefono."
"D'accordo".
Mi strinse la mano come con un vecchio amico. Disse allontanandosi felice (e ben pagata).
"Ciao, prof."
"Puttana ci si nasce. È proprio vero."
Dissi tra me e me. Andava incontro alla gioventù spensierata. Aveva il candore dell'età in fiore pronta a donare il suo miele. A quella età si può anche sbagliare. Abitavo in via Partenope e col motore a folle scesi lungo i pendii della collina del Vomero. Accesi la radio. Pensai a tante cose...
Anni prima, quando mi aspettò con le amichette davanti al liceo per chiedermi la spiegazione di quella frase scritta in volgare dietro l'altare della Basilica inferiore di San Clemente in Roma, voleva farmi dire ad alta voce proprio quella parola:
"Puttana."
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CAPITOLO II
Gli atomi sono attivi, e sembrano fare scelte imprevedibili. Possiamo dire che questa sia la manifestazione di una mente nel senso di anima mundi.
FREEMAN DYSON (fisico teorico).
Olimpia proviene da un paesino dell'entroterra cilentano. La conobbi come ho spiegato, anni addietro quando insegnavo al liceo scientifico del suo paese. Volle continuare gli studi iscrivendosi all'università. Gli esordi non furono buoni perché si era iscritta prima ad Agraria e poi al corso di laurea in Scienze Ambientali dove andava abbastanza bene. Le magre risorse economiche di cui disponeva, erano migliorate dalle lire che le dava una zia rimasta sola in casa dopo il matrimonio del figlio. La zia viveva al Vomero in un grosso appartamento. Olimpia era sua ospite.
Riguardo a me le cose stavano così.
Mio padre prima di andare in pensione faceva il custode nei templi di Paestum. Approfittando delle sue conoscenze nel settore, d'estate riuscivo ad impinguire lo stipendio facendo la guida ai turisti. Grazie a mio padre ed alle parentele che vantiamo in consiglio comunale, potevo visitare gratis, il museo di Paestum e portare con me pure gratis, qualche amichetta di turno. Con la copia delle chiavi entravo di sera nell'ampio viale che circonda i tre templi per fumarmi una sigaretta.
Ammiravo il tempio di Minerva, il meglio conservato, sotto l'alone lunare e immaginandovi le processioni delle vergini tra le sue colonne.
Mia madre mi portava a fare colazione tra quei ruderi d'estate quando avevo sì e no sei anni. Ricordo che ci veniva in compagnia di una sua amica anche lei col figlioletto. Spesso sopraggiungeva mio padre col cappello da custode ed il marito dell'amica di mia madre, uno magro, triste e con un paio di baffi neri. Mia madre preparava l'insalata di pomodori che mangiavamo affamati immergendo fette di pane nel brodo oleoso dell'insalata. La madre del mio amichetto portava la frutta e ci porgeva banane sbucciate. Mio padre diceva che i ruderi erano stati costruiti molti secoli addietro dagli emigranti. Ignoravo l'esatto significato della parola secolo. Mio padre diceva che secolo significa cento anni.
"E che cos'è cento anni."
Gli chiedevo con insistenza insieme con il mio amichetto che ricordo con una boccuccia sempre aperta come un ebete. Mio padre rispondeva:
"E' un tempo molto lungo".
"E che cos'è il tempo?"
Mio padre a questo punto c'invogliava a giocare e a fare la guerra tra le colonne del tempio...
Col mio amichetto ingaggiavo lunghi duelli con le spade di plastica imitando Ercole e Maciste.
"All'attacco! Sporco traditore adesso ti trafiggo! Difenditi se ne hai il coraggio! Su difenditi!"
Così iniziavano i nostri feroci duelli e gl'inseguimenti tra i massi squadrati dei ruderi.
Le nostre giovani mamme gridavano di non farci male. Ricordo che mio padre spiegò al padre di Gianni la tecnica usata dai Greci per costruire i templi. L'argomento m'invogliò a fare accurata ricerca che feci leggere al mio professore di storia. Espongo quelle nozioni ancora vive ai turisti nei mesi estivi. Gli antichi Greci che fondarono Paestum, eressero i loro templi in onore degli dei dell'Olimpo osservando regole e leggi della meccanica ancora largamente in uso in architettura.
L'esecuzione dei templi di Paestum fu tanto precisa da superare il terribile terremoto del 69 dopo Cristo che distrusse Pompei e le cui catastrofiche ripercussioni arrivarono fino a Velia.
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Una volta però mi capitò qualcosa che incrinò alcune certezze. Fu proprio il tempio di Atena e indicarmi il sentiero di una realtà che non m'aspettavo proprio di vedere. Avevo sì e no dieci anni. Giocavo come il solito col mio amichetto di nome Gianni. Avevamo tracciato sul terreno una specie di sentiero su cui facevamo scorrere le nostre macchinine. Avevamo consumato la colazione pomeridiana a base d'insalata e banane mature. Era estate, la calda estate del Sud con le macchine dei bagnanti che sfrecciavano cariche d'ombrelloni di ritorno dalla spiaggia. Nell'aria stagnante le canzoni liberate dall'antistante bar. La più gettonata era di Nico Fidenco che faceva:
"Ti voglio cullare, cullare,
tenendoti legata ad un granello di sabbia,
così tu fuggir non potrai
e accanto a me resterai..."
Molto gettonato era anche Gino Paoli con "Sapore di mare". C'era poi la canzone dello stesso autore cantata da Mina:
"Quando sei qui vicino a me,
questa stanza non ha più pareti,
ma alberi..."
Le melodie sciolte nell'aria, rendevano romantico il fiammante tramonto. C'era odore di rose, di ginestre e oleandri lungo l'inferriata degli scavi.
In seguito ad un alterco tra me ed il mio amichetto, andai nel tempio dai miei genitori che prendevano il fresco dopo aver mandato via gli ultimi turisti. Stavo per chiamare mio padre:
"Papà! Gìanni s'è preso la mia macchina e non me la vuole restituire."
Questo stavo per gridare, vantando il mio reclamo ad alta voce, ma le parole mi rimasero in gola. Vidi mia madre con la schiena ad una colonna del tempio, le mani dietro la schiena e di fronte che la pressava e baciava un uomo che non era mio padre, ma il padre del mio amichetto Gianni. La sorpresa non finì qui. Contro una colonna prospiciente era pressata la madre di Gianni questa volta baciata con passione da mio padre che nella foga aveva perso il cappello da custode volato per terra. Rimasi a bocca aperta. II padre del mio amico mi vide e subito s'allontanò da lei. Messo in allarme, anche mio padre si ricompose e prese il cappello da terra.
"Mamma mia! Mamma mia!"
Dissi tra me e me tornando da Gianni. Il giovane cuore capì che la realtà del mondo sensibile è riflesso di una diversa come nel gioco degli specchi. Col passare degli anni è maturata in me la convinzione che non esista una linea di separazione tra diverse realtà tutte valide e attuali.
Fui scosso da ciò che vidi. Mi venne vicino mio padre. Mi disse che quanto avevo visto nel tempio era stato solo uno scherzo. Dubitai che si giocasse così tra i grandi.
C'è una realtà visibile ed una nascosta. Il tempio di Minerva custodisce dietro vetuste colonne la realtà nascosta delle cose.
A Gianni non dissi mai niente. Preferii non turbarlo, salvaguardando i nostri giochi.
Dopo alcuni anni i genitori di Gianni presero casa a Battipaglia. Con Gianni, dopo il trasferimento a Battipaglia, mi vedevo nei fine settimana per andare insieme al cinema.
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CAPITOLO III
I preziosi Libri Sibillini dopo essere stati acquistati, sarebbero stati sistemati in un contenitore di pietra e nascosti nei sotterranei del tempio capitolino sino all'incendio di questi avvenuto nel corso della guerra civile dell'83.
Dionisio di Alicarnasso IV, 62.
"Vogliamo vederci di nuovo?"
Dopo silenzio riflessivo, rispose: "Va bene. Vienimi a prendere domani pomeriggio."
"Stasera no?"
"Stasera non posso."
"Capisco. Devi uscire col tuo ragazzo stasera?"
"Esatto."
"Ti vengo a prendere domani sotto il tuo palazzo alle quattro?"
"Facciamo alle sei. Questa volta voglio ventimila lire in più. Prendere o lasciare."
Dopo una lunga pausa durante la quale dal mio cervello uscirono "idee profane" come: puttana, stronza,... però mi piaci...sai che il tuo corpo vale anche di più...ma chi si crede di essere sta' stronza...vuoi vedere che me ne trovo una gratis molto più bella di te?...Le dissi:
"Va bene. Facciamolo di nuovo. Ci vediamo domani sera alle sei."
Mi piaceva e lo sapeva. Noi uomini abbiamo sempre un punto debole, un tallone di Achille. Guai se la donna che amiamo lo intuisce. L'indomani pomeriggio mi sarei vestito elegante e mi sarei lisciato i capelli neri con molta brillantina e gel come fanno i giovanissimi.
M'incuriosiva l'aspetto del suo fidanzato, sicuramente carino e molto giovane. Ma fino a che punto era bello e fino a che punto lo amava? Ma Olimpia era proprio in grado di amare? Mi sembrava una con spiccato istinto puttanesco. Mi venne un altro dubbio: vuoi vedere che si droga? No, era una bella ragazza povera che per mantenersi allo studio in una grande città come Napoli doveva racimolare un po' di grana extra. Che fosse un po' puttana, era vero. La sua faccia con quelle labbra carnose rafforzavano la convinzione.
Le telefonai come stabilito, il giorno successivo verso le quindici. Mi rispose una adulta raffreddata. Doveva essere la zia.
"C'è Olimpia, signora?"
"Chi la desidera?"
"Un suo amico."
Dopo lunga pausa, mi rispose Olimpia. Aveva la voce di una assonnata. Sembrò scocciata. In realtà aveva pianto in camera sua, come poi mi spiegò.
"Ciao! Senti, oggi non ci possiamo vedere. Non posso uscire."
"Capisco. Quando allora?"
"Senti. Puoi accompagnarmi sabato prossimo al mio paese?"
"A che ora ti vengo a prendere?"
"Facciamo verso questa ora, verso le quindici, quindici e trenta."
Pensai che la madre stesse poco bene e volesse passare il fine settimana con lei. Quanto a me, trascorrevo spesso il fine settimana in compagnia dei miei genitori a Paestum. Con la macchina mi sarei prolungato fino al paese di Olimpia, a circa venti minuti dal mio. Il sabato come stabilito, si fece trovare davanti al suo palazzo con una piccola valigia in mano ed una specie di zaino al dorso. Mi salutò e caricò dentro la roba. Partimmo per la provincia di Salerno.
Mi spiegò cosa le era accaduto. La domenica precedente era uscita col fidanzato. Era andata in una villa, nei pressi di Cuma. Sospettai che i due vi avessero trascorso la notte. Invece ecco cosa accadde. Si erano baciati - in bocca -appena scesi dall'auto. Dopo quel bacio avvertì un breve svenimento da cui subito si riprese. Riccardo sembrò non accorgersi del suo
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fuggevole malore. Entrati in villa, si erano accomodati nel salone. Riccardo disse di averla notata molto tempo prima, comunque prima del fidanzamento. Lei si aggirava spesso nei dintorni della villa. Olimpia aveva obiettato: "Non sono mai stata qui, prima."
Riccardo disse di non sbagliarsi. Lei si chiese irritata: "Ma che vuole questo qui."
Riccardo fece altre strane domande: "Conosci il greco classico, vero? Sai di che parlavano i tre Libri Sibillini? Dove sono nascosti?"
Olimpia rispose meccanicamente: "Ho studiato il greco classico al liceo. Quel poco che sapevo l'ho dimenticato. Se penso al tempo speso a studiare i verbi greci..."
Olimpia non nascondeva impazienza. Riccardo le aprì sotto il naso la prima pagina del libro per mostrarle un disegno a sanguigna. Era il ritratto di una che le rassomigliava. Solo i capelli ondulati, sporgenti da sotto il lungo velo erano diversi dai suoi a casco.
Riccardo le spiegò:" Il disegno è la copia fedele di un'antichissima statua"
Olimpia rise: "E, che c'entro io? Sono nata meno di venti anni fa."
"Tu sei tu e non sei tu quella in questo disegno."
"In che senso, scusa."
"Tutti gli istanti della vita ritornano eternamente uguali..."
"Scusa non capisco niente. Puoi spiegarti meglio?"
Riccardo ebbe uno scatto d'ira: "Sai che voglio dire. Giù la maschera. Parla."
Olimpia afferrò indignata il libro dalle mani del fidanzato e ne lesse il titolo latino:
«DE SIBILLAE CUMANAE SECRETO»
Non ci capiva niente. Trattenne le lacrime. Esclamò: "Ma che vuole questo qui."
Riccardo senza fornire risposte le offrì un bicchierino di limoncello. Finalmente le sorrise. Trangugiato il liquore stette subito male. Le girò la testa. Voleva alzarsi, ma non ne ebbe la forza. Si annebbiò la vista e gli oggetti roteavano ed ondeggiavano. Si chiese se fosse stata drogata. Ebbe la strana sensazione che osservasse gli oggetti come in un film muto.
"Una sensazione mai provata. Di sicuro quel figlio di puttana mi drogò."
Ora davanti ai suoi occhi era apparso.. .uno strano personaggio col capo coperto da un elmo piumato. Portava un'armatura con cinturone ai fianchi da cui pendeva il fodero di una spada. Aveva spalle coperte da un lungo mantello nero. Nei barlumi di lucidità temette che Riccardo fosse un maniaco, un sadico o un pervertito. Si rese conto di essere in pericolo di vita. Volle gridare, ma non poté. Le labbra non rispondevano alla sua volontà. Era prigioniera di un incubo. Le sembrò che riuscisse a balbettare: pietà.. .non ammazzarmi. . .aiuto...
Dalle fessure per gli occhi c'era uno sguardo crudele e deciso. Riccardo o chi per esso sguainò la spada premendo la punta contro il suo petto. Gridò: "Parla!"
Olimpia dimenava la testa disperata e si sforzava di ripetere: "Non so niente.. . non so niente..."
Come un ossesso la incalzava: "Parla, parla, parla..."
Olimpia perse i sensi. Rinvenne sul prato vicino all'ingresso della villa. Addosso aveva il cappotto e lì vicino riconobbe la sua borsetta. Aveva freddo e dolore alle tempie. Diede uno sguardo alla villa che aveva porte e finestre serrate. Nel viale era scomparsa la macchina di Riccardo. Livida luce sfumava nel cielo. Appena si fu ripresa raccolse la borsetta e fuggì. Attraversò il cancello socchiuso e si avviò lungo il marciapiede in direzione della città. Immobile il mondo nella semioscurità dell'aurora. Ci fu in lontananza lo sferragliare di un treno in corsa. Notò la pensilina della fermata degli autobus. Aspettò tremante la corriera. Arrivò a Piazza Garibaldi verso le sette del mattino. Telefonò alla zia per rassicurarla e se ne andò a casa. Sul lettino della sua camera da sola, cercò di riordinare il turbinio di emozioni. Ebbe conati di vomito e pianse finalmente. Dissi: "E' tutto strano. Sarai stata drogata e hai avuto allucinazioni."
"Ma mi credi?"
"E' difficile crederci. Se fossi stato io a raccontarti una storia del genere, ci avresti creduto?"
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"Lo stronzo mi ha drogata. Ma che voleva da me?"
Arrivammo al suo paesino che era buio. Rimasi che sarei ripassato da lei la domenica pomeriggio e le avrei dato il passaggio di ritorno per Napoli. Girai con la macchina e andai a casa mia a Paestum dove mi aspettavano i vecchi genitori. Paestum è frazione di Capaccio, antico borgo medioevale costruito nell'entroterra. La moderna Paestum coi palazzoni bunker, si è sviluppata solo di recente in vicinanza della costa, lungo la strada statale S 18 che porta ad Eboli e a Battipaglia. Agli inizi del secolo la zona era semi deserta e paludosa.
Quel fine settimana dopo cena telefonai ad una mia amica, una delle due assistenti di mio cugino alla biglietteria dei templi. Si chiama Francesca giovane disoccupata disorganizzata, come si definiva. Ogni tanto Francesca scopava con me. Quel sabato sera insieme con Francesca andai al cinema a Battipaglia. Di ritorno ci appartammo a fumarci una sigaretta all'interno dei templi. C'era la luna piena velata che rischiarava la pianura e le armoniche forme dei sacri ruderi. Ce ne andammo nel tempio che amo di più, quello di Minerva.
"Mi sono scocciata di vivere sempre qui. Con una laurea in legge, mi sento una fallita."
"Stai a casa tua. Oltre i soldi dei lavori socialmente utili, guadagni con le perizie del tribunale. Insomma sei più fortunata di tanti altri."
"Già, c'è ne sempre uno più fesso dite. Per questo non bisogna lamentarsi, è vero?"
"Più o meno."
"Io un giorno o l'altro prendo il treno e me ne scappo verso il nord Europa. Qui si muore. D'inverno non c'è nessuno. C'è solo il vento gelido delle montagne. Che mortorio! D'estate, ma anche in primavera è diverso. C'è tanta gente.. .ritornano le mie amiche dalla città... Perché non mi porti una volta con te a Napoli?"
"Quando farà meno freddo."
"Già, adesso ci vai con quella ragazzina. T'ho visto l'altra volta mentre passeggiavi con lei."
"E' una che studia a Napoli e che ogni tanto le do un insignificante passaggio. E' di un paese qui vicino. Sua madre conosce i miei genitori."
Quando decidevamo di andarcene di sera nel tempio greco, Francesca ed io ci organizzavamo a dovere. Avevamo con noi le sigarette, la bottiglina del caffé comprata al bar, i bicchierini di carta, le caramelle, i fazzolettini di carta, due biscottini e la bustina del preservativo ultrasensibile. Ci facemmo una bella scopata sull'erba, protetti dalla mole del tempio.
"Fa piano se no il preservativo si rompe".
Raccomandò Francesca aprendomi le cosce. Il vento aumentò d'intensità. Dopo amplessi e caffé, Francesca m'invitò a vedere i resti di una tomba proto ellenica trovata non lontano da noi in un incavo sotto il basamento del tempio di Minerva.
"E' stata scoperta da circa una settimana. I reperti più piccoli, il vasellame, le anfore ed altri oggetti ceramici ornamentali sono stati trasferiti nell'attiguo museo. Sulla roccia, accanto alla tomba c'è una bellissima scultura rupestre che la sovrintendenza deve ripulire. Vieni, sta li in quella direzione. Secondo alcuni solo la scultura è neolitica, mentre il vasellame decorato sarebbe di epoca più recente. Secondo altri esperti la scultura risalirebbe al periodo proto miceneo cioè intorno al XV, XIV secolo a. Cr. Si ritiene che i Micenei in quel periodo avessero numerosi centri commerciali in Italia meridionale... Gli oscuri segni sotto la scultura sarebbero stati lasciati proprio da gente micenea."
"Non lo sapevo. Fammelo vedere."
Il posto per me non deve avere segreti altrimenti che guida sono, quando nei mesi estivi arrivano i turisti. Tenendomi per mano Francesca mi condusse sul luogo dello scavo nella parte occidentale del tempio e da poco transennato. I geologi avevano praticato un breve cunicolo obliquo che iniziava sotto i gradini del tempio dorico, sul lato posteriore e si protraeva per due, tre metri sotto il suo basamento. Tralicci di ferro e di legno tesi come colonne dovevano evitare che il grottino cedesse. In fondo all'incavo la scultura che Francesca voleva mostrarmi. Facemmo luce con la pila.
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"Vedi com'è bello! Secondo alcuni il bassorilievo risale al X° - XI° secolo a. Cr. Oppure risalirebbe al periodo proto miceneo come ti ho detto, cioè intorno al XIV° secolo avanti Cristo. Secondo altri ancora non sarebbe opera di artisti greci, ma di uomini del misterioso popolo degli Enotri. Ma il Dott. Alonzo è in disaccordo. E' certo che la scultura rappresenti una mitica donna di nome Core rapita mentre raccoglieva fiori sui prati. Improvvisa s'aprì la terra e la fanciulla fu afferrata da ADE il dio invisibile, il dio dell'Oltretomba, chiamato anche il Cavaliere Nero. Ade tenne per sé prigioniera Core."
Francesca non sapeva altro. Non sarebbe stata mai una buona guida.
La scultura raffigurava il disco della luna sorretto da due mani fortemente stilizzate di donna nuda. Si vedevano i grossi seni penduli, i pingui fianchi e le cosce robuste. Il viso in parte consunto dal tempo. Solo due piccole prominenze che Francesca spiegò trattarsi degli occhi, emergevano dal contorno ovale del viso. Attraverso l'atrio del cunicolo abbastanza ampio e alto, il chiarore della luna velata bassa nel cielo, si prolungava deciso fino in fondo e si appiattiva sul disco scolpito nella roccia come se l'astro d'argento ci si volesse specchiare.
"E se invece di un disco, fosse una sfera appiattita dalla consunzione del tempo?"
Si chiese Francesca avvicinando gli occhi al bassorilievo neolitico. L'osservazione di Francesca questa volta mi convinse che qualche dote innata per fare la guida ce l'aveva.
"Può essere - dissi - i contorni del disco sono troppo profondi. Può darsi che volesse rappresentare una sfera, una massa sferica, come la convessità della luna."
Improvvisa si riaffacciò alla mente la visione di Olimpia tra le colonne del tempio mentre pronunciava ignote parole. Francesca vide il mio turbamento e chiese:
"Ettore stai soprappensiero, che hai?"
"Guardavo la scultura. Il direttore degli scavi sa cosa significa?"
"Il direttore degli scavi è un ingegnere e non capisce niente di religione greca. Però inchinati, vedi qui, ai miei piedi..."
"Vuoi gli uomini ai tuoi piedi?"
"E tu? Vuoi le donne che ti servono? Ma... guarda qui."
La pila illuminò una frase in greco:
ή ‘òψις΄έμή φλογός oύρανòθέν νϋν έξερχoται
Il significato poteva essere: IL MIO SGUARDO DI FUOCO VIENE FUORI DAL CIELO
Francesca spiegò:" Secondo il dott. Alonzo solo una dea era in grado di lanciare sguardi terribili, in grado di uccidere chiunque la fissasse a lungo: Athena. E' probabile che i due culti quello di Athena Minerva e quello di Core a Poseidonia si fossero fusi nell'adorazione di un'unica dea: Athena. Oppure l'iscrizione riguarda solo Athena e il culto di Core non c'entra proprio. Questo dice il dott. Alonzo."
Chiesi: "Tu che opinione ti sei fatta?"
"Niente. Ci rifletto spesso. Non ho però le idee chiare. solo supposizioni."
" Secondo i seguaci di Freud, nel simbolismo occidentale arcaico il cerchio o la sfera è la rappresentazione della Morte. In tali luoghi si poteva incontrare la Morte. La cosa tonda del bassorilievo sotto questo tempio potrebbe indicare la Morte."
"Mi metti la paura addosso. Brrr..."
"Brrr...che freddo." Ebbi dei brividi. La temperatura si stava abbassando:
"Francesca, è passata l'una di notte. Andiamocene a dormire."
Al chiarore lunare, le ombre del tempio di Minerva si erano allungate a dismisura.
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CAPITOLO IV
Tutti i viventi tramutandosi diventano morti, e a loro volta i morti si tramutano e diventano viventi.
ERACLITO framm. 88.-
Nella mente assonnata immagini vaghe: Olimpia, gli amplessi con Francesca e la rupestre scultura. Il giorno successivo domenica, mi alzai sul tardi e andai all'edicola a prendere il giornale. La Salernitana andava a gonfie vele e c'era da sperare che salisse in A. La mattinata era fredda, ma piena di sole. Nuvole bianche ammassate sul Massiccio degli Alburni. Donne incappottate andavano a messa e alcune portavano per mano i figli. Nel bar c'era gente domenicale. Francesca era partita da un'amica a Salerno. Assaporai seduto ad un tavolino, la stasi di una insignificante domenica di fine inverno nel profondo Sud. Però quante balle mi aveva raccontato Olimpia per giustificare la rottura del suo fidanzamento.
Uscii per strada. Con la macchina andai davanti all'inferriata che delimita i templi dorici. La mia vita volente o nolente, legata da fili invisibili intorno ai vecchi ruderi che sembrano volermi sempre comunicare qualcosa di nuovo. Il sole di mezzogiorno aveva sciolto la brina sui ciuffi d'erba e sui siepai ornati di bacche vermiglie. Il mare dietro la pineta, ruggiva con crespe onde schiumose. Il tonfo del maroso m'invitò a fare qualche passo solitario sulla deserta spiaggia. Nei mesi freddi la spiaggia è una pista bianca che si prolunga a nord verso Salerno e a sud in direzione di Agropoli. D'inverno quando la solitudine avvolge quelle terre, è facile andare con l'immaginazione alla fiorente civiltà della Magna Grecia sulle coste meridionali d'Italia.
Velia, fondata nel secolo VI a. Cr. dagli abitanti di Focea, nell'Asia Minore, Agropoli, Poseidonia (Paestum), Heraion, alla foce del Sele, e più a nord, Neapolis (Napoli), Stabia, Pompei, Ercolano (Oplonti), Puteoli (Pozzuoli), Pithecusa nell'isola d'Ischia, Baia, Cuma...
Il rombo del motore di un camion e delle macchine sulla statale tentarono di catapultarmi nel presente. La mente andò indietro nel tempo. Nelle colonie della Magna Grecia fiorì la filosofia eleatica con Parmenide che visse ad Elea, l'attuale Velia. Nell'amena vastità delle aspre colline che adesso formano il Cilento, i filosofi, i fisici, i matematici ed i poeti discutevano lungamente sulla natura delle cose, sul significato dell'esistenza umana e sul principio del mondo (ARCHE').
"Devi trovarti una bella e seria ragazza e sposarti."
Mi raccomandò una volta mia madre mentre mangiavamo a tavola. Mio padre s'era svegliato presto ed andato a controllare che nella sua terra tutto fosse in ordine. La fissazione di andare tutti i giorni nei campi domenica compresa era una malattia che aveva avuto anche da giovane.
Verso mezzogiorno i miei genitori erano andati a messa. Mia madre aveva fatto i fusilli di casa al sugo di castrato.
"Non preoccuparti, mamma. Vedrai che prima o poi la faccio la fesseria. Lasciami solo un po' di tempo per pensarci bene e dopo mi sposo così vi darò un bel nipotino."
"Bravo, pensaci ancora per un po'."
Mi spronò saggiamente mio padre. Anche quando parlavano per il mio bene, i miei genitori erano come la luna. Si amavano e mi amavano. Credevano anche in Dio ed avevano ricevuto il battesimo ed il resto dei sacramenti. Ma c'erano punti oscuri che quel giorno da bambino,
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avevo per caso intravisto tra gli armonici filari delle colonne nel tempio di Minerva. C'era il mondo apparente e c'era un altro mondo che si nascondeva dentro i ruderi di un tempio.
Giocai un po' col cane che mio padre teneva dietro casa a guardia di conigli e galline. Riempii la mangiatoia di biada. Portai Gura, la mia cavalla araba insieme con il suo puledro a dissetarsi nel vicino rivolo d'acqua. Feci una breve cavalcata con il puledro che ci seguiva. Improvvise folate di vento calate dai monti giocavano con la criniera di Gura. Spronai la cavalla che si slanciò in frenetica corsa nel vasto piano erboso. Gli zoccoli nei punti di terreno asciutto, emettevano cupo tonfo come su un tavolato sotto il quale c'erano oscure potenze ctonie. Il termine cton indica in origine profondità morte e fredde da cui si originano i sogni nero alati. Dagli anfratti di cton si origina parte del nostro mondo psichico e la folla informe dei fantasmi, degli spiriti, degli antenati, delle anime e dei daimones. E' il caliginoso mondo di ADE, il cavaliere nero.
Oscure potenze ctoniche abitavano gli abissi del mare, le forre profonde della terra, il vuoto e la notte. Potenze terribili che generavano se adirate, tempeste, terremoti, tifoni, distruzione e morte.
Il puledro di Gura annaspava e stentava a seguire la madre. Tirai le briglie e la cavalla rallentò il galoppo e a malincuore, annusando l'erba si fermò. Dopo la cavalcata andai a riposarmi in camera. Nel primo pomeriggio telefonai ad Olimpia dicendole che sarei passato da lei non più tardi delle diciassette. Mia madre mi mise in macchina le uova fresche, la frittata di maccheroni, le bottiglie di vino e di olio che in città servono sempre e la biancheria nuova stirata e lavata.
Perché mai avrei dovuto sposarmi?
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CAPITOLO V
Seguendo il sogno nel suo mondo notturno la nostra coscienza attraversa la notte per incontrare terrore e salvezza. Diventerà Persefone che insegue le immagini nelle sue profondità alfine di unirsi all'intelligenza di ADE.
Anonimo del V secolo dopo Cr.
Mi avviai per la provinciale che attraversa la pianura. Olimpia abitava in un paesino in collina, verso il massiccio dei Monti Alburni. C'era vento e gli alberi ancora brulli.
"Vuoi salire un po' sopra?"
Disse Olimpia appena mi vide con la macchina parcheggiata davanti casa sua.
"No, grazie, andiamocene altrimenti faremo tardi. È già quasi notte."
Caricò in macchina la roba; salutammo la madre alla finestra e ce ne andammo di fretta. Tra me e lei c'erano oltre dieci anni di differenza. Aveva diciannove anni ed io quasi trenta. Con quella differenza d'età l'eventuale matrimonio poteva anche riuscire. Ci avevo messo il pensiero sopra, cioè di fidanzarmi con Olimpia, dopo la sua disavventura amorosa. Però poteva rifiutarmi. Spalla a spalla, sono più alto di lei di un paio di centimetri. In macchina indossava un cappotto a doppio petto verde pisello, con sciarpa di trina. Aveva infilato un paio di calze fini e scarpe bianche a punta con tacco basso. In testa una specie di cappellino alla Che Guevara, obliquo sulla fronte che abbelliva i capelli a casco. La gonna a quadri di lana di Scozia arrivava sopra i ginocchi. La temperatura era rigida di sera. Aveva fatto bene a infilarsi il cappotto che in macchina si tolse. Notai sotto il maglione il seno di donna matura.
"Ho la gatta in calore, sai. E stata tutta ieri come fuori di sé. Smaniosa e miagolava una continuazione. Oggi pomeriggio è uscita e non s'è fatta più vedere. Se ne andata di sicuro coi gatti maschi che la corteggiano. Con quei miagolii acuti, sembrano neonati che piangono." Avevo acceso a basso volume la radio. Mi feci coraggio e dissi di botto:
"Allora le vuoi le centomila lire? Vogliamo andare in pineta?"
"Che credi che sono puttana? Avevo bisogno di soldi per spararmi delle arie con quello stronzo. Adesso proprio non mi va'. Forse tra qualche settimana...se mi passa."
"Va bene. Capisco. Se ti passa la sbandata..."
"Perché non mi porti a vedere il tempio di Minerva, quello dell'altra volta."
"Ma è tardi. A questa ora è buio, cosa potresti vedere a questa ora?'
"Ho portato la macchina fotografica col flash, vorrei scattare alcune fotografie notturne. Mi serviranno per un quadro ad olio che ha per tema i templi di Paestum."
Olimpia intendeva fotografare i templi per copiarne a matita i tratti più salienti. Quei disegni sarebbero serviti da preparazione per un quadro ad olio che voleva dipingere negli intervalli di tempo tra un esame e l'altro. Decisi d'assecondarla. Innegabilmente mi piaceva e poi, aveva detto che tra una settimana me l'avrebbe data di nuovo.
Era buio. Potevano essere le diciotto. Aprii il cancello degli scavi ed entrammo dopo aver parcheggiato la macchina nell'antistante strada. La luna sostava nel cielo limpido.
"Vorrei fotografare l'anfiteatro. Visto che è qui vicino."
Si diresse verso l'anfiteatro che è per metà sotto terra coperto dall'asfalto della strada S18. L'altra metà si può visitare ed è in ottimo stato. La scalinata dell'antico teatro era illuminata dai lampioni del marciapiede oltre l'inferriata di recinzione.
"Mettiti al centro del palcoscenico e recita qualcosa. Voglio farti una fotografia mentre reciti."
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L'assecondai. Feci la mia entrata solenne in arena attraverso l'arco d'accesso. Mi vennero in mente i versi iniziali dell'Iliade che recitai imitando Gassman: "Cantami o Diva, del Pelide Achille
L ‘ira funesta, che infiniti addusse
Lutti agli Achei, molte anzi tempo all ‘Orco
Generose travolse alme d'eroi,
e di cani e d ‘augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così dì Giove
l'alto consiglio s ‘adempìa)...
Il via vai frettoloso delle macchine del fine settimana sulla strada al di là dell'inferriata portò via coi fumi di scappamento, i sublimi versi di Omero.
"Adesso recita tu mentre ti fotografo".
Accettò volentieri. Mi consegnò la macchina fotografica. Mi sedetti sui gradini pronto a cogliere il momento opportuno (attimo fuggente) per la foto. Scomparve oltre l'arco d'entrata per riapparire subito dopo pronta per la recita. Fece la sua entrata con aerei passi di danza. Volteggiò leggera nelle ombre serali e fece un ampolloso inchino. Recitò con voce sottile rivolta alla luna incantata:
"Che fai tu luna in ciel,
dimmi che fai,
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti, indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
di riandare i sempiterni colli?"
Eternai il suo ambiguo sorriso con una bella foto. La sfera d'argento giocava sul suo viso.
"Però devi recitare una poesia greca. Visto che ci troviamo qui."
"Non ne so."
"Possibile, sforzati. Nel tuo repertorio ci deve essere qualcosa che ha attinenza col mondo greco che tu dici di ammirare."
Olimpia era rimasta ferma, impalata come una scolaretta che si sforza di ricordarsi una strofa. Immaginai di vederla vestita con un peplo di seta. Immaginai che fosse una dea pagana che so, Diana, o Minerva o Venere, la dea dell'amore. Gridai applaudendo: "Brava!"
"Veramente non ho detto niente!"
"Sei brava lo stesso. Anzi sai che ti dico? Certe volte è meglio il silenzio. Come fanno i mimi. Hai inesplorate doti mimetiche. Adesso andiamo al tempio di Minerva."
La condussi per mano verso il tempio di Minerva. Mi guardò stralunata. Sembrava una schiava tirata per mano. Mi lasciò fare, ma mi guardava come se fossi scemo. Non potevo evitare d'immedesimarmi in quella epoca mitica che stimolava in modo particolare la mia fantasia.
Dissi: "Fotografa questo tempio. E' quello che amo di più."
Il tempio di Minerva s'ergeva maestoso con mole ramata. L'armonica successione delle massicce colonne doriche s'era tinta della fredda azzurrità serale con il mare piatto in lontananza ed il cielo terso a cupola. La luna giocava a rimpiattino con silenziose, ombre geometriche. Olimpia aveva con sé, in una grossa busta di plastica la macchina fotografica e cominciò a scattare le prime foto. Mi sedetti fuori dal tempio a fumarmi una sigaretta e ad osservare la grandiosità della luce lunare distesa su tutta la piana di Paestum. Tra le massicce colonne apparivano ogni tanto fiammate di luce: la scarica dei flash di Olimpia come i lampi divini dell'egioco Giove lanciati improvvisi nel sereno serale.
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Paura fredda e tenebrosa. Stavo assistendo ad una nuova visione. Olimpia sotto il bagliore lunare usciva fuori nello spazio tra due colonne. Non era lei ma una statua con rigide braccia. Indossava una lunga tunica bianca. Adesso sembrava trasformata sotto il barlume lunare. I suoi occhi luccicavano stravolti e dalle labbra appena mosse uscì un suono che mi raggelò. Tra le tenebre
diceva come fuori di sé:
"PERAS, EPEN, APEIRON..."
Ripeté le stesse parole con voce sottile come brezza che muove debolmente le foglie, per questo m'impaurì ancora di più. Ebbi la forza di alzarmi e chiamarla: "Olimpia, Olimpia"...
"PERAS, EPEN, APEIRON..."
Sovrastata dai massi squadrati, sotto l'alone lunare ripeté con voce cavernosa:
"PERAS, EPEN, APEIRON..."
Restò immobile come statua. Ombre inquietanti s'addensavano sotto le arcate degli occhi stravolti. Tacque e scoppiò in una sonora risata. Tirai un respiro di sollievo. M'aveva fatto uno scherzo. "C'eri cascato! Un'altra volta impari!"
Insieme con la macchina fotografica s'era portata una lunga tunica di seta bianca, nascosta nella busta di plastica. Nel tempio, a mia insaputa l'aveva indossata facendomi credere ad un fantasma. Si era anche incipriata. Mi avvicinai a lei che per il riso le lacrimavano gli occhi. La baciai sulle labbra. Girò la testa, si fece seria, cercò di capire. Si allontanò facendo intendere che non gradiva quel bacio. Sembrò sorpresa. Mi sforzai di superare l'imbarazzo:
"Olimpia, voglio mostrarti un importante reperto archeologico
Le feci vedere il bassorilievo sotto il basamento del tempio di Minerva che Francesca mi aveva mostrato la sera precedente. Olimpia scattò qualche foto. Partimmo per Napoli. Ripensando allo scherzo che m'aveva fatto, Olimpia si mise di nuovo a ridere e disse: "Ettore, sei proprio fesso. Quando ero una tua alunna al liceo, non pensavo che eri così credulone.
Allora ti ammiravo e ti temevo anche, come tutte le mie amiche. Avevamo paura delle tue interrogazioni e dei tuoi quattro sul registro."
"Ma veramente nella tua classe insegnai per poche settimane."
"Si però ci facevi un po' paura. Un giorno eri nervoso e un altro eri allegro. Per questo alcune di noi ti classificarono nella categoria degli stronzi con la sigla S.P."
"Che significa S.P.?"
"Stronzo Pericoloso."
"Anche tu pensavi che ero stronzo?"
"Mi associavo al coro. Non potevo dissentire dall'opinione comune. Però molte erano convinte che eri preparato e sapevi insegnare."
Finimmo per parlare della sua disavventura amorosa.
"Olimpia, dimmi, ma com'è stato?'
"Te l'ho detto. Vorrei evitare di pensarci. Secondo me mi sono salvata per miracolo: "Sì ma è tutto assurdo. Spiegabile solo se questo Riccardo è un pazzo, un paranoico. Vorrei aiutarti. Capire e aiutarti. Ti è accaduta una cosa molto strana."
"Pensavo che mi uccidesse..."
"Lo credo anch'io. Potevi rimetterci la pelle. Qualche evento inatteso ti ha salvata."
"Si." "Forse ti ha creduto morta e ti ha scaricata nel viale davanti alla villa. Forse non ha avuto il
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tempo di caricarti in macchina e farti sparire. Forse ti ha scambiata veramente per un'altra..." "Ah! Non ti ho accennato ad un altro particolare. Quando tornai a casa di mia zia, aprendo la borsetta trovai un mazzo di chiavi. Erano le chiavi della villa di Riccardo."
"Come sapevi che erano le chiavi della villa?"
"Aspetta. Cazzo. Era lo stesso mazzo di chiavi che teneva con se Riccardo quando aprì il portone della villa. L'ho riconosciuto dallo strano ciondolo d'oro che tiene unite le chiavi. Te lo mostro. Ce l'ho qui con me."
Mi mostrò le chiavi. Erano tenute insieme da una catenella con un ciondolo d'oro che rappresentava alla testa recisa di Medusa, la Gorgonie che pietrificava con lo sguardo chiunque osasse guardarla. Olimpia trionfante disse: "Adesso mi credi?"
"Strano. Ti ha messo di proposito le chiavi in borsa. Chissà che ha in mente. Forse intendeva farti prendere per una ladra dalla polizia. Farò indagini su questo Riccardo e farò accurati sopralluoghi sulla villa. Lo farò di pomeriggio quando sono libero dagli obblighi della scuola. Ma, dimmi, dimmi.... ma com'è andata veramente?"
"Interrogatorio di terzo grado. Te l'ho detto come si sono svolti i fatti.. perché ripeterli? Al solo pensarci mi viene rabbia. Era decisa a denunciarlo, ma che avrei ottenuto? Sarei stata creduta? Quello stronzo è ricco. Molto ricco e con un buon avvocato mi avrebbe mandata in carcere. Quello stronzo mi ha sicuramente drogata a mia insaputa. Ecco qua.."
"Ma perché comportarsi così?"
"E che ne so. Basta, non ci voglio pensare più."
"Ah, è molto ricco e, che fa?'
"Uffah. . . disse che faceva l'ultimo anno di economia e commercio. L'ho conosciuto all'università. Mi diede un passaggio. Mi abbordò, come si dice. Disse che m'aveva già visto da qualche parte. Il bello, o il brutto, è che anche a me fece la stessa impressione: come se l'avessi già conosciuto da qualche parte. Raccontò di essere figlio unico di un ricco gioielliere. Il padre avrebbe un fiorente negozio di oreficeria a Trieste e Trento."
"Non mi risulta che in Piazza Trieste e Trento c'è un grosso negozio di oreficeria, forse in una traversa della piazza. Ma, continua."
"Lo stronzo possiede una villa vicino Cuma, verso Pozzuoli. È li che è avvenuto il fatto."
Olimpia tratteneva la rabbia ed il pianto. Era rimasta scossa e delusa da com'era finita con Riccardo. La portai a consumare un caffé al motel dell'autostrada. Sorseggiò il caffè con calma. Di profilo era come certe attrice del sud America. Dissi:
"Ripensando a quello stronzo hai fatto bene a non denunciarlo. A Napoli le denunce sono controproducenti."
Ritornati in macchina le chiesi: "Puoi farmi vedere dove si trova la villa di questo stronzo. Me la puoi mostrare stasera prima di rientrare da tua zia?"
"Perché, che vuoi fare?'
"Dopo te lo dico. Ricordi dove si trova il posto; dove sei stata malmenata?"
"Non è difficile. Almeno penso. Però a quest'ora di sera, poteri anche sbagliare."
"Vogliamo fare un tentativo? Se stasera non ci riusciamo, faremo un altro tentativo domani pomeriggio con la luce."
"Ma Perché che vuoi fare?"
"Voglio aiutarti ."
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CAPITOLO VI
La parola "Sibilla" potrebbe avere il significato di "VERGINE NERA" una divinità che opera in un luogo oscuro, com'è l'antro nel quale la tradizione la colloca nei momenti in cui pronuncia i suoi "vaticini". La Sibilla posseduta dalla divinità, è una creatura sconvolta che cerca di resistere ad una condizione di sofferenza in cui è trascinata da una forza superiore.
Latino Media: La Sibilla Cumana.
Dopo breve girovagare nella zona dei Campi Flegrei, trovammo la villa. Era un blocco uniforme con ampio terrazzo verso occidente, in direzione del vicino lido. Sembrava una costruzione barocca ristrutturata con inevitabile cancellata intorno. L'ingresso chiuso da un protone di legno a cassettoni e l'architrave con ampolloso stemma nobiliare. La villa sembrava deserta. Nell'area antistante l'entrata c'era uno slargo circondato da siepi all'inglese. Osservai la topografia del posto. La villa era confinante a nord col terreno demaniale dello Stato dove si trova la grotta della Sibilla cumana.
"Sembra disabitata, ma in buono stato. Ti ricordi bene? E' lì che sei stata?"
"Sì, è quello il posto. Ricordo il cancello verniciato di nero con quei ghirigori in ferro battuto. E' quello il cancello di entrata che dà sulla strada. Questa è la strada, non ci sono dubbi... Sai che facciamo adesso? Ce ne andiamo a teatro. Ti va? "
"Quale teatro?"
"Ho due biglietti del Teatro Nuovo che si trova ai Quartieri Spagnoli. Me li ha dati un amico, un compagno di Rifondazione. Così ci distraiamo. Va bene? Però prima mi accompagni, per piacere, da mia zia. Scaricherò la roba, mi cambierò d'abito mentre aspetti giù."
Avevo piacere stare con lei. Accettai di entrare in un teatrino di secondo ordine gremito di compagni marxisti. L'importante era starle accanto. Il Teatro Piccolo sta in salita in un vicolo scuro e fetente pieno di spazzatura a fermentare negli angoli. E' una zona dei Quartieri Spagnoli dove ogni tanto ci si spara e ci si ammazza (la zona è detta Far West). Lo spettacolo era la tragedia greca di Eschilo "Oresteia" interpretata dalla Compagnia del Teatro di Vita di tale Pippo Delbuono. La tragedia era recitata in chiave "moderna" anche se gran parte dell'impianto scenico e dei costumi erano quelli dell'antica Grecia. C'erano sì e no duecento posti con vecchie poltrone di velluto rosso. Gli spettatori per lo più universitari. Vestivano in blu jeans con lunghe zazzere simili agli scapigliati milanesi dell'Ottocento. C'erano belle ragazze col berretto alla Che Guevara. Nell'intervallo alcune salutarono Olimpia ed un ragazzo alle nostre spalle le tirò per scherzo i capelli. "Ciao, come stai?'
Baciucchi, contentezza e complimenti. Non stavo a mio agio. Sono nato destrorso. Per loro uno come me è un borghese paraculo. Per me quei ragazzi sono sognatori. Alcuni s'atteggiavano ad artisti incompresi con barbetta rossiccia e tupè alla nuca. Dovevano essere ricchioni e drogati.
"Lo spettacolo trae spunto dalla tragedia di Eschilo, ma si spinge ad esplorare i confini labili tra arte e vita..." Mi spiegò un'amica ebete di Olimpia incontrata, nella calca dell'entrata.
"Ti presento i miei amici."
Mi presentò alcuni di loro coi quali non mi venne di familiarizzare. Lei non si curò di me e si mise a chiacchierare ben volentieri con loro. "Ciao, che ti sembra questo teatro?"
"E' bello, originale e rivoluzionario..."
Un ragazzo lentigginoso e ossuto disse ad Olimpia: "Dario Fo' è vero rivoluzionario."
"Sono Pasolini e Cornwell. Tra Pasolini e Dario Fo' c'è un abisso. Non capisco perché hanno dato il Nobel a Dario Fo' quando c'è una marea di artisti migliori di Dario Fo'."
Rispose Olimpia con radioso sorriso.
"Che ci azzecca Dario Fo' con Cornwell?"
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Chiesi tanto per dare prova di cultura. Il sorriso di Olimpia scemò. Disse da snob:
"E infatti sono d'accordo anch'io."
Altri ragazzi si avvicinarono a salutarla: "Ciao, sei venuta pure tu stasera?"
"Ciao, ci vediamo domani."
"Domani proprio non so."
"Che esame sfigato stai preparando?"
Queste più o meno erano le inutili chiacchiere con i suoi amici.
Ebbe inizio lo spettacolo. Aperto il sipario, si spensero le luci. Sotto i riflettori vidi una specie di stanza disadorna che era la reggia degli Atridi. Nel mezzo c'era la grande porta d'onore, da un lato la porta del gineceo, dall'altro quella delle stanze per gli ospiti, dove c'era il bagno. Accovacciata sul tetto, ma col capo sollevato a guardare verso oriente, la "SCOLTA"disse: "Agli dei chiedo la liberazione da questa fatica; la fine chiedo di questa vigilia che da un anno dura..." Sapevo a memoria quei versi imparati al liceo. Peccato che quella sera gli attori non recitassero in greco come nel testo originale. Chiedevo troppo dalla vita!
Theùs mèn ailò rond apallagnèn ponon...
I versi entrarono in me a disintossicarmi l‘esistenza, liberandola da grumi nocivi. La coscienza prese a navigare dentro la musica antica di Eschilo. La vicenda di Agamennone s'inserisce all'interno di una realtà dotata di una dimensione temporale più profonda: la vicenda di Agamennone ha dietro di sé, come dato fortemente ed implacabilmente condizionante, i fatti luttuosi della generazione precedente. Passato, presente e futuro, s'intrecciano indissolubilmente, proprio perché nel ghenos ciò che hanno fatto i padri continua a pesare, come realtà attuale, sui figli. I versi sono toccanti e significativi:
Aucheis einai todé tourgon emòn...
In questi versi Clitemnestra, nega che sia stata lei a commettere l'assassino: lei non è la moglie di Agamennone. Lei è invece l'antico feroce alastor, il genio maligno della stirpe di Atreo. La rivelazione fu il coro costituito da quindici persone che recitarono spontanee all'unisono, senza eccessivo salmeggiare. In certi momenti il coro fu accompagnato da musica sommessa, proveniente dal retroscena. L'abbigliamento era semplice, a colori tenui, come verdastro o violaceo. Gli attori principali però non erano bravi. Erano troppo infervorati nella recita ed apparivano artificiosi. Alcuni recitavano come se avessero imparato a memoria una lunga filastrocca. Olimpia aveva una specie di blu jeans attillato che metteva in risalto le pacche dei glutei. Ero stanco per via del viaggio. Le parole degli attori si allontanarono, filtrate dalla penombra. Gli spettatori ammutoliti erano immersi in un'aria malsana e brumosa. Olimpia m'ignorava completamente. La mia coscienza abbandonata a se stessa come barca alla deriva, s'inoltrò nelle placide onde del sonno. Mi svegliò il fragore degli applausi. Lo spettacolo era finito. Olimpia mi comunicò che sarebbe rimasta con gli amici e che l'avrebbero accompagnata loro a casa dalla zia.
"Te ne vai con loro?"
"Si. Beh, nulla da dire? Nulla da eccepire?"
"No. Va bene. Ci sentiamo domani."
"Pensavo..." "Ciao." Olimpia nel fare la sua storica affermazione: "Sì. Beh! Nulla da eccepite?" Aveva eseguito verso di me un gesto strafottente, come a dire: che vuoi? A te che te ne fotte? Sono libera di fare ciò che voglio. Ed il verbo all'imperfetto pensavo. . . significava più o meno: ci mancherebbe che devo rendere conto anche a te di ciò che faccio?"
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Mi ero offeso, non me l'aspettavo. Le ragazze a quella età sono stronze. Dissi per consolarmi. Ritornandomene avevo l'amaro in bocca. Avevo sperato di riaccompagnarla a casa e di darle un bel bacio sulle labbra.
Stronza!
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CAPITOLO VII
La Sibilla è definita "virgo" prima o dopo essere stata invasata dal Dio, ma mai durante l'invasamento. La possessione infatti è concepita come una mixis sessuale. La donna si presenta al Dio come vergine, ma durante l'invasamento la parola del Dio è in lei come un embrione. Per cui durante l'invasamento la Sibilla è madre, non vergine. Quando l'attività profetica in lei termina, ridiventa vergine.
Ovidio, IV° 25.
Il mercoledì successivo avevo il mio giorno libero a scuola e mi recai appena aprirono, al catasto comunale dove, aiutato da un amico (dietro lauta mancia) rintracciai i proprietari della villa. Seppi che l'edificio apparteneva ad un certo Eugenio Pignatelli, unico discendente dell'omonima nobile famiglia napoletana. L'uomo era nato a Napoli il 18 marzo del 1929 e doveva avere quindi circa settant'anni. Risultava l'unico proprietario e viveva negli Stati Uniti da pensionato. Non aveva eredi diretti. Di questo Riccardo Chieffi ( Olimpia così mi aveva detto che faceva di cognome), neanche una traccia ufficiale. I sospetti aumentarono. Olimpia mi aveva forse mentito? Non poteva essere. Era d'accordo con me a fare indagini.
Il sabato era giorno di disinfestazione a scuola e ne approfittai per fare ricerche storiche sulla villa. Mi recai alla Biblioteca Nazionale. Trovai che l'edificio eseguito su progetto dell'architetto Sanfelice, fu costruito sulle fondamenta di un'antica villa romana. Prima che i Pignatelli divenissero i proprietari, era appartenuto al duca di Calabritto. Dal milleseicento la villa era appartenuta unicamente alla famiglia Pignatelli. La villa fu ristrutturata negli anni Trenta. Questo Riccardo Cieffi poteva essere l'amministratore fiduciario dei beni dell'unico erede dei Pignatelli che viveva in America. Comunicai i risultati delle ricerche ad Olimpia quando la vidi la domenica mattina. Le dissi che bisognava fare altri sopralluoghi intorno alla villa ed entrarci. La cosa strana era che la costruzione sembrava disabitata, ma poteva anche essere normale visto che il proprietario viveva in America. Però i giardini intorno alla villa erano ben tenuti. Ci poteva essere un amministratore che curava la proprietà del Pignatelli.
Il mercoledì seguente mi recai dal mio amico al catasto per prendere informazioni sugli amministratori della proprietà di Eugenio Pignatelli. Riccardo ne era l'amministratore?
Da indagini al computer L'amico del catasto mi diede il nome del giardiniere, un certo Pasquale Tommaselli, abitante in Via Posillipo numero 43. Telefonai a questo giardiniere lì per lì, dall'ufficio del catasto. Parlai direttamente con lui dopo essermi presentato come impiegato comunale. Aveva la voce rauca di una persona abbastanza anziana. Mi disse che era il giardiniere di quella villa e che il conte Pignatelli ci veniva due volte all'anno: a Pasqua e ad agosto. Disse anche che ci veniva accompagnato da una serva e che non aveva figli, cioè non aveva eredi diretti. Gli chiesi se conoscesse un certo Riccardo Chieffi. "E chi è?" Disse.
"Ma nella villa oltre al conte non ci vive nessun altro?"
"No. Quando il conte è fuori, la villa è chiusa. Io faccio in un certo senso oltre che il giardiniere anche il custode. Lì ci viene solo il conte come ho detto. Ma perché mi fate queste domande? Che volete? La costruzione non è in regola con il catasto? E se è così, adesso ve ne accorgete?" "Niente di tutto questo. C'è un mio parente che vorrebbe comprare la villa. Ho saputo che qui al comune ci sono diversi potenziali acquirenti. C'è un assessore che vorrebbe rilevarla pagandola in contanti. Ci sarebbe tra i potenziali acquirenti anche questo Riccardo Chieffi."
"Non credo che il conte voglia venderla. E' ricco ed un giorno vuole venirsene in Italia per sempre. Vuole godersi la villa prima di morire, così dice."
"Potrei fare almeno un sopralluogo per rendermi conto di com'è fatta dentro la villa? Magari pagandovi il disturbo..."
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"Ma siete scemo? Io dentro la villa non faccio entrare mai nessuno. Questi sono gli ordini tassativi del conte. Guardate, tanto vi ho risposto al telefono e vi ho dato queste informazioni perché vi siete presentato come impiegato del catasto. E non si sa mai se uno un giorno può averne bisogno. Anzi
ne avrei subito bisogno. Si deve sposare mio figlio e devo cacciare dei documenti al comune. Posso venire da voi nei prossimi giorni?"
"Va bene, venite pure. Rivolgetevi al sig. Giovanni Di Stasio, ufficio del catasto." Il mio amico mi lanciò un'occhiata di disapprovazione a cui risposi con un ghigno per intendere di non dare importanza ciò che promettevo.
Dopo qualche giorno andai con Olimpia a fare il sopralluogo con la luce. Erano le quattro del pomeriggio. Bisognava valutare la possibilità di penetrare in villa senza destare sospetti. Col binocolo osservai la zona stando accanto alla macchina. Verso nord la costruzione era immersa nella folta vegetazione di querce, di cespugli, di rampicanti, di canne e pini mediterranei. A occidente c'era un folto sottobosco di frasche secche, di rovi e di ginestre sul declivio del litorale flegreo. Lungo lo stesso lato, la recinzione confinava con la zona demaniale dove si trova la grotta della Sibilla cumana.
Si vedeva bene che là dove la grotta finiva, c'era uno sperone del terreno, poi venivano un terrapieno e un piccolo avvallamento in parte ricoperti da vegetazione ed in parte scarno. A una ventina di metri dalla fine della grotta della Sibilla, c'era l'inferriata delimitante la villa. Di sera, nello spiazzo antistante la biglietteria della grotta avrei dovuto parcheggiare la macchina. Approfittando delle tenebre Olimpia ed io avremmo scavalcato la cancellata degli scavi. Da lì saremmo sbucati alle spalle della villa dalle parti del loggiato.
"Forse è meglio lasciar perdere. Può essere pericoloso."
Olimpia aveva paura.
"Non preoccuparti. Ci sono troppi punti oscuri sotto questa storia. E poi mi hai accennato all'esistenza di uno strano libro che parla del mistero della Sibilla cumana. Comunque se hai paura, farò io tutto da solo."
"No. Non voglio lasciarti solo. Tu vuoi aiutarmi, perché lasciarti solo? Vorrei capirci anch'io qualcosa. Se non t'accompagno io che ci sono stata, non troveresti un accidente in quella villa maledetta. Anche a me in un certo senso interessa sapere che c'è scritto in quel libro la cui prima pagina reca un disegno che mi somiglia moltissimo."
"Ammesso che si trovi ancora lì."
"Cosa?" "Il libro."
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CAPITOLO VIII
LA TRASFIGURAZIONE DELLA SIBILLA. Il cambiamento del colore del volto, il petto ansante ed il cuore selvaggio che si gonfia di furore, sembrano voler dimostrare una ribellione della Sibilla al Dio stesso. Virgilio la definirà come baccante che infuria per scacciare il Dio dal suo petto. Lei si acquieterà solo quando il Dio abbandona il suo corpo di posseduta.
Latino Media
Decidemmo di agire col buio, la domenica sera. Parcheggiai nella piazzetta davanti agli scavi. Scavalcai l'inferriata da dietro un cespuglio evitando di essere visto da una coppia che scopava in macchina davanti allo sportello chiuso della biglietteria. Aiutai Olimpia che indossava un paio di jeans a fare lo stesso. Percorremmo la grotta ed in fondo da una feritoia laterale, osservammo se ci fosse qualcuno. Tutte le finestre sbarrate. Era una sera buia con un forte vento che veniva dall'entroterra in quel periodo di transizione tra inverno e primavera. In fondo c'era la sagoma del villino illuminato appena dai fanali della strada prospiciente. Chiesi: "Hai paura?"
Mi rivolse uno sguardo di sfida e disse: "Guarda chi parla."
Tra le siepi struggenti gemiti di vento. Alti cipressi ondeggiavano nel buio. Fradiciume di foglie prese a mulinare entrando nella grotta a fiotti dalle aperture laterali. In lontananza da qualche parte, il mare gemeva sul litorale flegreo. Faceva freddo e minacciava di piovere anche. Gli ultimi giorni d'inverno fanno questi tipi di scherzi: i colpi di strega del freddo. Ramati riflessi sulle vetrate della villa antistante. Avevamo una grossa pila che evitammo di usare finché vedevamo davanti ai nostri piedi. Avevo visitato diverse volte la grotta che è rettilinea con una lunga passerella di legno. Aperture laterali come ampie feritoie, si aprono sul declivio che si perde, dopo una trentina di metri più giù, sull'ampia rena del litorale flegreo.
Il vento violento attraverso le apertura laterali della grotta, emetteva prolungati gemiti, animando l'angusto cunicolo come folla eterea di fantasmi provenienti dal caliginoso mondo degli inferi. Ma era una mia impressione. Lì vicino c'è un laghetto vulcanico, il Lago D'Averno che gli antichi ritenevano l'ingresso degli Inferi.
Cominciò a cadere giù sottile pioggia (a Napoli si dice stizzicheja) quasi impercettibile, poi più fitta ed insistente. I gemiti del vento ed il fragore del mare incessante interrompevano il concerto della pioggia che offuscava tutto. Il tempo non prometteva niente di buono. Lontano là dove l'orizzonte si confondeva con la linea del mare, fiammate di luce come angosciose trame si spandevano nel corpo denso delle nuvole foriere di tempesta. Scoraggiato proposi:
"Andiamocene via. Torneremo un'altra volta."
"No. Adesso o mai più. Voglio vedere quel libro."
"Rischiamo di buscarci una bella polmonite."
"E che fa."
Scavato nel tufo della montagna con tecniche e concezioni architettoniche vicine a quelle degli edifici micenei, l'antro della Sibilla è un lungo corridoio (Dromos) trapezoidale, in fondo al quale si apre un grande vano rettangolare nel quale la Sibilla cumana pronunciava i vaticini. Le sei aperture laterali sul lato occidentale, lungo il percorso della galleria, simili a grosse feritoie, servivano a dare luce naturale all'ambiente. Il nostro posto d'osservazione stava sotto la sesta apertura laterale, in prossimità del vano rettangolare, in fondo al cunicolo. Lontano il faro di Capo Misero baluginava nel nero come remota stella persa negli abissi siderei. M'accesi una sigaretta. La villa era una sagoma nera impenetrabile. La sua disposizione sopra uno sperone digradante verso il sottostante litorale ed i massicci cornicioni sporgenti la rendevano più cupa. Olimpia disse:
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"Allora ci decidiamo ad andare?"
Oltrepassammo così la rete metallica divisoria tra il giardino della villa e il demanio degli scavi. Sollevai un lembo di rete e lo attraversammo rapidamente. Il reticolato era malandato per incuria o del comune o del proprietario della villa. Ci avviammo verso il portone. Olimpia prese il mazzo di chiavi. Mi chiese di far luce sulla serratura. La porta si aprì al primo tentativo, ma il battente emise forte stridore. Eravamo come una barca che si avvicina al lido ignoto. E se il custode ci dormiva dentro? Il tempo peggiorava e la pioggia era fitta e violenta. Eravamo inzuppati, ma le nostre preoccupazioni erano altre. Olimpia era nervosa. Mi chiese di far luce in una certa direzione. C'era un'ampia scalinata di marmo che portava ai piani superiori. Due statue di ninfe o altro, ai lati della ringhiera nell'androne, mi fecero sobbalzare. Salimmo in fretta le scale sgocciolando acqua a più non posso. Sul ballatoio sulla destra c'era il salone dove Olimpia ricordava di essere stata drogata. La porta chiusa a chiave. Olimpia provò altre chiavi e alla fine trionfante, l'aprì. Davanti a noi buio fitto interrotto dalle fiammate dei lampi attraverso le vetrate. Feci luce con la pila. Olimpia si guardò intorno e sussurrò: "E' proprio questo il posto. Qui sono stata. E' questa la poltrona dove quella sera mi sedetti e questo è lo scaffale dove Riccardo prelevò il libro. Vediamo se ricordo la posizione del libro. Ecco, deve essere questo."
Afferrò un volume rilegato in pelle ed aprì la prima pagina. C'era veramente il disegno a lei tanto rassomigliava. Disse: "Guarda. Sei contento adesso? Avevo ragione io?"
"Sei proprio tu.."
Olimpia si mise il libro sotto la camicetta. Dissi:
"Prima di andare via, diamo uno sguardo intorno."
Contro il parato una immobile popolazione marmorea di satiri e di fanciulle in strane pose danzanti con dolci sorrisi, sembrava prendersi gioco di noi due, delle nostre indagini e dei misteri che volevamo svelare. Olimpia mi chiese di far luce su un vecchio mobile. Ubbidii. Era come se fosse lei la padrona di casa.
"Adesso ricordo.. .il guerriero che mi minacciava con la spada... era come se si fossero aperte le ante di questo armadio e l' essere mascherato armato di spada.... era uscito da qui, da questo armadio a muro."
Strinse a due mani il pomello di una delle due ante e tirò. Sobbalzò prima lei terrorizzata e poi io di rimando.
"Ahhhh!" L'urlo di Olimpia riempì tutta la casa.
Olimpia si trattenne dal gridare ulteriormente e si piegò in avanti contenendo conati di vomito. La pila illuminò la sagoma mummificata di un essere umano che non saprei dire se maschio o femmina. Mi avvicinai all'armadio sforzandomi di mostrarmi coraggioso. La mummia aveva le guance incavate, le labbra non esistevano e mettevano in evidenza la bianca dentiera ed insolito sorriso di beffa. Gli occhi (se veri e non di vetro) fissavano con dilatate pupille, un punto imprecisato dello spazio. Le braccia pendule lungo i fianchi, si prolungavano in scheletriche dita le cui estremità erano ancora ricoperte da unghia. Una massa di capelli polverosi, arruffati, scendeva in due bande lungo quelle che parevano spalle. La mummia o il cadavere stava fissato, così sembrò, su un piedistallo di legno.
"Fuggiamo. Andiamo via da qui"
Gridò Olimpia che si stava riprendendo dallo spavento.
"E' solo una mummia. Non e' niente."
"Un corno! Andiamo via."
Oltre abissali tenebre, il mondo gemeva sferzato dall'uragano. Folate di vento e raffiche di pioggia violenta si scagliavano contro le vetrate del balcone ad oriente. La tempesta ci isolava dal mondo. La luce abbagliante di un fulmine squarciò il buio fitto oltre i vetri del balcone illuminando l'inespressiva faccia delle statue. Ci fu frastuono di vetri rotti. Il forte vento e le raffiche di pioggia irruppero nella stanza travolgendo ogni cosa. A stento vedevo Olimpia. Uno di noi urtò l'anta con la mummia e questa, come se non aspettasse altro, s'inchinò d'un pezzo in avanti rovinando sul pavimento in un tonfo che si mischiò al fragore dei tuoni.
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Toccato il pavimento, la testa si staccò dal collo rotolando in direzione del piede di una delle ninfe danzanti. Sopraggiunse un nuovo fulmine vicinissimo alla casa. D'un tratto la stanza s'illuminò a giorno in una soffocante fiammata, ripiombando poi nelle tenebre. Seguì assordante il tuono. I battenti del balcone cedettero spalancandosi. Eravamo impietriti. Afferrai la mano di Olimpia e fuggimmo via da lì. C'era fuori solo la natura urlante e minacciosa. Uscendo di fretta stavo per commettere l'errore di tirarmi la porta dietro le spalle. La furia del vento mi strappò il pomello dalla mano e la porta si spalancò con violenza facendo entrare nell'androne altre raffiche di pioggia e vento. Corremmo in direzione della grotta per andarci a ficcare il prima possibile in macchina. Oltrepassammo il reticolato. Corremmo a più non posso. Olimpia mi seguiva cercando di non inciampare sui rami spezzati, di non scivolare sui rivoli d'acqua e di non perdere il prezioso libro. Alla fine inciampò.
"Ahi. Aiuto!"
"Che c'è?"
Appena mi girai non la vidi più. Gridò di nuovo. Grido strozzato, disperato. Era scivolata su un tronco spezzato e si era fatta male. Le tesi la mano e la illuminai in viso. La sua mano bagnata e scivolosa si strinse con forza intorno al mio polso. La tirai verso di me.
"Piano. Mi sono fatta male."
Si alzò dolorante. Si era ferita al petto. Usciva del sangue, ma illuminando meglio, vidi che la ferita era alquanto superficiale.
"Mi sono slogata anche una caviglia, mannaggia!"
"Aggrappati a me. Siamo ormai vicini alla grotta."
La pioggia offuscava ogni cosa. Riuscii comunque ad orientarmi. La macchina ci aspettava dall'altro capo oltre l'inferriata della biglietteria. Le lancette dell'orologio segnavano le ventitrè e trenta circa. Vincemmo la furia del vento, gli spruzzi della pioggia violenti e freddi, la paura dei fulmini ed il frastuono dei tuoni. Una volta al sicuro nella grotta prendemmo fiato.
"Fa vedere."
Avevo fatto luce con la pila sul suo petto sopra l'attaccatura delle mammelle. Olimpia si stringeva con la mano la ferita sul petto che sanguinava.
"Non è profonda."
"Sì, però brucia e sanguina. Sono caduta su una scheggia di un tronco d'albero."
"Per fortuna non è niente."
Olimpia aveva addosso un gilé a punta e sotto una camicia di cotone aperta sul petto. Era tutta sbracata e infangata coi lembi della camicia che uscivano dai pantaloni. Sembrava un claun melodrammatico. I capelli inzuppati le erano incollati in faccia.
"Mi fa male la caviglia, mannaggia."
"Cerca di farcela, aggrappati a me. Siamo ormai vicini a dove ho parcheggiato la macchina."
Uscimmo dall'antro diretti all'inferriata di recinzione. Il vento ci scuoteva come canne. Camminammo piegati in avanti. La pioggia ci sferzava in faccia, sul cranio e sulla spalle. Raggiungemmo l'inferriata malandata che non ci fu difficile scavalcare ed entrammo in macchina. Ce ne andammo subito via inseguiti dai fulmini e dalla pioggia che non scemava. "Aspetta, Ettore. Non trovo il mazzo di chiavi. Le chiavi con cui abbiamo aperto la porta della villa. Le ho lasciate... adesso ricordo, sul poggio della libreria. Ci sono anche le chiavi di casa dove abito.. .quelle di mia zia. Dobbiamo riprenderle."
"Cazzo. Devo ritornare al nastro di partenza. Pazienza."
Era passata la mezzanotte. Olimpia zoppicante doveva restare in macchina ad aspettarmi. I suoi capelli grondavano acqua a catinelle. Tutta sbracata si sforzava di darsi un contegno mentre si stringeva il suo libro sul grembo.
"Vuoi che venga con te?'
Chiese tanto per far vedere che voleva aiutarmi premendo si il fazzoletto sul petto sanguinante.
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"Lo vedi che sei tutta sbracata?"
Risposi per farla ridere. Ma non c'era da stare allegri.

 

CAPITOLO IX
LA PROFEZIA SUL FUTURO DELLA STORIA
Respicit hunc vates et suspiratibus haustis nec dea sum" dixit "nec sacri turis honore
humanum dignare caput; neu nescius erres, lux aetema mihi carituraque fine dabatur, si mea virginitas Phoebo patuisset amanti. ................................................................. versi 129-133
In questi versi la Sibilla dice di essere una dalle caratteristiche umane e non una dea e racconta ad Enea la sua storia. Dopo aver spiegato il perché della sua "longeva" età, dopo aver parlato dell'amore di Apollo e dei granelli di sabbia, a partire dal verso 147 sembra che la Sibilla cominci a profetizzare sul suo stesso futuro. La profetessa dice che col passare del tempo il suo corpo si consumerà fino a quando non resterà niente altro che la voce.
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Feci il cammino inverso. Fulmini solcavano incessanti il cielo tempestoso, squarciavano tenebre sul maroso come ragnatela di scheletriche trame. A tratti la grotta si riempiva di luce vibrante ingigantendo ombre sotto le arcate. In fondo all'antro c'era la sesta apertura laterale da cui sgattaiolai fuori. In lontananza brevi fiammate del cielo rischiaravano la sagoma della villa che contrastava le tenebre come sinistro monito.
Come ho precisato per fortuna, avevamo lasciato la porta aperta il che mi evitò di scavalcare il muretto che dava sul terrazzo. Entrai nel salone a pian terreno. C'era ad oriente sulla mia destra, un'ampia vetrata da cui trasparivano riflessi smorzati dei fulmini. Il pavimento era allagato e rami e foglie erano penetrati nell'edificio cacciati dalla tempesta. L'enorme lampadario di cristallo sospeso alla volta del vestibolo, ondeggiava paurosamente mosso dal vento sibilante. Da qualche parte un frastuono metallico generato da oggetti spinti a rotolare sul pavimento.
Galleggianti nelle tenebre apparvero specchi tremolanti insieme con sagome di statue ed armature medioevali. C'erano armi da taglio appese ad una delle pareti ed un vaso rotto per terra. Feci luce davanti a me ed in breve fui nel salone. Il corpo rinsecchito e decapitato della mummia o cadavere, stava lì. La testa rotolata ai piedi di una statua, era coperta in parte da fogliame e cartacce; gli occhi infossati in direzione del soffitto. Cercai il mazzo di chiavi nel posto indicatomi da Olimpia. Per fortuna le chiavi erano proprio lì, sul poggio del mobile. Però mancava il ciondolo d'oro a forma di testa di Medusa. C'era solo l'anello metallico che teneva insieme le chiavi. Volevo mantenermi calmo. Osservai con circospezione in giro, per terra e sotto i mobili nella speranza di trovarla. Dopo vane ricerche decisi di andare via. Poteva essere che Riccardo ci avesse teso una trappola attirandoci in quel posto. Poteva arrivare la polizia da un momento all'altro. Per l'ultima volta osservai con attenzione ogni cosa prima di andarmene. La stanza era allagata ed il vento continuava ad entrare impetuoso, fremente insieme con raffiche di pioggia. C'erano foglie ammonticchiate negli angoli, c'era del terriccio, piccoli rami ed il disordine degli oggetti. Sul pavimento il corpo decapitato giaceva con il dorso rivolto al soffitto. Mi avvicinai per capire meglio facendo luce con la pila. Le carni erano rinsecchite e non c'erano residui di vestiti addosso. In alcuni punti si
vedevano le linee arcuate e bianche delle costole. Osservai più in là il cranio. Tranne l'orribile aspetto non mostrava segni che potessero ricondurre ad una violenza subita, a ferite da taglio,
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a cicatrici evidenti. Me ne uscii via saltando a quattro a quattro i gradini dell'ampia scalinata. Davanti al cancello chiuso c'era una macchina ferma coi fari che faceva luce verso la villa. Mi raggelai. Era il custode sopraggiunto a controllare l'edificio? Era la polizia? Oppure una macchina che faceva manovra? Affrontai la bufera nella speranza di non essere visto. Fuggii disperato fidandomi dell'istinto. Più volte stavo scivolando. M'infilai tra gli alberi squassati, tra le felci ed i roveti. Il suolo rigato e cosparso di foglie marcite e di rami franti. Mi fermai in ascolto. Tranne la furia della natura non si avvertiva presenza umana. Quella macchina probabilmente stava facendo una manovra per girare e prendere la tangenziale. Rasentai un albero di pino adagiato sul pendio con la frangia delle radici spezzata ed intrisa di terriccio. Entrai nella grotta tufacea e senza prendere fiato, rifeci di corsa il percorso. La tempesta manteneva la sua violenza. Sembrava che il cielo avesse liberato le Furie.
PERAS. . .GNOMON.. .APEIRON...
I gemiti del vento, il tonfo del maroso, la cortina delle frasche smosse, il fitto velo di pioggia trasformati in un coro di antiche parole, o era l'agitazione a illudermi di ascoltare suoni e voci inesistenti.
PERAS. . . GNOMON. . .APEIRON...
«Ma chi è?» Ebbi brividi su tutto il corpo. Ebbi l'impressione che qualcuno fosse presente li. Terrorizzato mi ero voltato istintivamente. Quella voce era reale. La voce proveniva da un punto indefinito dello spazio. Potevano essere i miei nervi.
PERAS. . .GNOMON. . .APEIRON...
Vuoi vedere che era Olimpia a volermi fare uno scherzo? Ma no! Non poteva essere Olimpia.. .era troppo impaurita per ritornare nella grotta. Poi. . . aveva la caviglia slogata. Tra paura, angoscia, assurdi dubbi e tentativi di razionalità era sospesa la mente. Quei suoni mi sembravano maledettamente veri. In fondo alla grotta dov'è l'entrata, c'era un forte riverbero che traspariva da sotto il velo della fitta pioggia. Guardando meglio, la luce o il forte bagliore prese forma, aspetto di.. .un essere umano. Vedevo o credevo di vedere la sagoma di ragazza, distante una diecina di metri. La donna o la ragazza era rischiarata da flebile luce, anzi a pensarci bene, il bagliore nasceva dall'interno del suo corpo, come nei quadri di Rembrandt. Era magica luce. . . interiore, che illuminava la donna e le dava vita. L'orrore mi strinse il cuore. Poi davanti ai miei occhi vidi lei.
"Olimpia!" Esclamai con voce strozzata. La ragazza aveva l'aspetto di Olimpia, ma vestiva in uno strano modo. Sembrò una bizzarra visione. Mi fermai e guardai meglio. Era proprio identica ad Olimpia, ma non era bagnata e non indossava i suoi abiti. La donna era coperta da una specie di tunica di seta bianca lucente e fluente sui piedi come quella che veste le Cariatidi del Partendone nell'Acropoli di Atene. Intorno ai fianchi aveva un cinturone di bronzo con al centro per fermaglio, una testa di Medusa. In mezzo alla fronte le pendeva lo stesso ciondolo del mazzo delle chiavi che aprivano le porte della villa. Quell'oggetto grande come una noce tutto d'oro, rappresentava la testa recisa di Medusa, una delle tre Furie, figlie della Notte. La testa di Medusa pendente nel mezzo della fronte era fermata da una catenella d'oro molto simile a quella del ciondolo. La fanciulla che aveva austero portamento sembrò sorridermi ed animarsi, ma solo per un po'. Mi venne di fronte. Aveva lo sguardo inespressivo fisso su di me, ma le labbra erano piene di sensualità. Poi... come candela che si spegne, lo sguardo divenne gelido, assente, impenetrabile. Sembrò non vedermi. Fui confuso e tremante. Che stava accadendo? Era come se sognassi pienamente consapevole di vivere in un sogno ed incapace di rompere il potente incantesimo da cui ero avvinto. Dal mio petto uscì un grido disperato:
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"Olimpia!" Poi quasi invocandola: "Olimpia!..."
Silenzio. Freddo e vano silenzio vacuo. Era proprio lei, anche se non ci capivo niente. Aveva il viso asciutto come pure i capelli e l'acqua della pioggia che nell'uscire dalla villa l'aveva bagnata tutta era evaporata per incanto. Forse voleva comunicarmi qualcosa, ma una forza oscura glielo impediva. Nei suoi occhi colsi un invito, una fuggevole preghiera, un'implorazione... La ragazza sollevò la mano sinistra come per chiedermi di consegnarle il mazzo di chiavi recuperate in villa. Siccome non facevo alcun gesto, la ragazza mi tolse con garbo le chiavi di mano. Pronunciò strane frasi, come monito:
Straniero, è nell'esistenza implacabile lotta. Incommensurabili forze in accanita guerra si fronteggiano negli infiniti transfiniti e nella vastità dei mondi del multi universo. La lotta non si arresta neanche con l'apparente morte.... Eros e Tanatos si amano e si odiano.
. Si girò come automa e sparì oltre l'antro, nel fitto della pioggia.
Ci fu accecante fiammata, il tuono ed il buio fitto. Ci fu nell'aria il nitrito di un cavallo che mi raggelò ancora di più. Apparve un antico guerriero davanti alla grotta illuminato non saprei da cosa. Aveva un elmo in testa, i calzari agli stinchi e piastre metalliche sul petto. Il guerriero stava su un cavallo nero. Vidi la donna andargli incontro ubbidiente. Il guerriero le tese la mano e l'aiutò a salire in groppa. Subito dopo sparirono nelle tenebre e nella tempesta. Sembrava uno scherzo: Olimpia d'accordo con Riccardo avevano programmato tutto. A che fine? Per ridere di me sotto la tempesta? Era tutto illogico. Più probabile che avessi stravisto. Trovai Olimpia che m'aspettava nervosa in macchina. Disse appena mi vide: "Finalmente sei tornato."
Stentavo a risponderle. Ero sotto choc. Poi mi venne la parola e dissi:
"Sei, sei. . . rimasta per tutto il tempo qui?"
"E dove volevi che andassi. Facciamo presto, fuggiamo. Hai preso le chiavi?"
"Ho fatto sparire ogni traccia. Le chiavi le ho sotterrate lontano da qui, in un posto sicuro."
"Bravo. C'erano anche le chiavi di casa, te l'avevo detto, maledizione. Dovrò svegliare la zia."
"Tu, comunque.. .non ti sei proprio mossa da qui?"
"Sta a vedere che con questo tempo mi veniva voglia di farmi una passeggiata al chiaro di luna."
Olimpia questa volta mi guardò stupita come se delirassi. Sicuramente non s'era mossa da lì. Era infradiciata e tremante. Materialmente non aveva avuto il tempo di travestirsi da donna dell'antica Grecia. E poi era così terrorizzata da non pensare neanche alla lontana a certe pagliacciate. E allora? Stavo per mettere in moto quando sul cruscotto vidi la testa di Medusa con la catenella d'oro. Era lo stesso oggetto che ornava la testa della donna vista in grotta. Non sapevo più cosa fare e cosa pensare. La mia testa in tilt.
"Olimpia dove hai preso questo oggetto?"
Chiesi rivoltando la testa di Medusa tra le mani.
"Vuoi mettere in moto?"
"Prima dimmi dove l'hai preso."
‘Dove vuoi che lo prendessi. Il ciondolo s'è rotto e la catenella con la testolina è rimasta a me. Il resto è col mazzo delle chiavi che hai recuperato in villa. No?"
"Sì, ma non è... b.. .bagnato."
Balbettavo. Mai balbettato prima.
"Vogliamo andarcene. Ettore andiamo via da qui. Ce l'avevo in tasca perciò non è bagnato, no?
Va bene? Ettore, andiamo subito via da qui altrimenti mi metto a strillare."
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Era inzuppata d'acqua, come faceva il ciondolo a non essere bagnato? Paradossalmente stavo io sulla difensiva per via del mazzo di chiavi che non avevo più. Ero io a doverle dare spiegazioni.
"Ettore, sei sicuro di aver preso le chiavi e di averle nascoste? Se la polizia le trova sono guai."
"Non preoccuparti, stanno in un posto sicurissimo. Garantisco io per te. Del resto ci sto anch'io
dentro fino al collo."
Da ragazzo quando mio malgrado, assistetti alla scena scabrosa nel tempio di Minerva tra i genitori miei e di Gianni, mi ero abituato ad accettare senza preamboli la realtà cangiante, priva di punti fissi di riferimento. Non potevo evitare però che visioni angosciose, martellassero la mente.
Accesi il motore. Il rombo della mia nuova Alfa Romeo 164 fu l'unica nota positiva nel turbinio di quella maledetta notte. Volammo via anche se non si vedeva un gran che.
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CAPITOLO X
Nel regno della morte, cioè al livello psichico dell'esistenza, l'immagine essenziale del nostro sé personale, che è la nostra anima ombra, è al tempo stesso l'immagine di un dio. La nostra persona umana è seguita come da un'ombra, da una immagine archetipica nelle sembianze di un dio, e quel dio si manifesta come l'ombra, il fantasma, di una persona umana.
J. Hillian - il sogno e il mondo infero.
Dopo travagliato dormiveglia il mattino presto andai all'edicola. Sul giornale non c'erano notizie sulla villa, solo descrizioni dei danni causati dal maltempo a Napoli e in Campania. Il capoluogo colpito da frane e smottamenti e c'erano stati anche due morti. Il Volturno ed il Garigliano erano straripati allagando vaste aree del casertano. Comprai i quotidiani locali e i nazionali più importanti. Li avrei letti a scuola tra un intervallo e l'altro. Telefonai ad Olimpia per accertarmi come stava. Mi rispose preoccupata la zia: "Olimpia dorme ancora. Stanotte ha fatto molto tardi. Può chiamare tra un'oretta? Forse sarà sveglia."
Il tempo era grigio e le strade piene di detriti a causa del maltempo. Non pioveva più e sui marciapiedi attorno alle pozzanghere, si erano radunati i ragazzi diretti a scuola. Su alcuni giornali locali c'era la notizia di una crepa apertasi in serata in Via Arenella. La voragine aveva inghiottito una macchina parcheggiata per fortuna senza persone a bordo. Napoli è costruita su una crosta piena di anfratti, caverne, grotte e ramificazioni vulcaniche. Gli archeologi hanno contato circa ottocento grotte scavate nel tufo sotto la città. Ero inquieto. Accesi la televisione. Su televideo nella pagina della cronaca, mancavano dati particolareggiati dei danni del maltempo in città e dintorni. Mi recai a scuola. Avevo quattro ore di lezione in due differenti classi. Verso mezzogiorno telefonai di nuovo per parlare con Olimpia.
"Pronto Ettore, sei tu?"
"Come stai?
"Non ho febbre. Ho misurato poco fa la temperatura. Mi sento però molto stanca e mi fa male la ferita al petto, mi brucia. Puoi venire più tardi da me? Mi porti per favore una pomata, un disinfettante e un antibiotico. Ah, portami anche un disinfettante per le zone intime." Mi disse il nome del disinfettante che era uno spray.
"Vengo subito. Compro le medicine e tra massimo un'ora sarò da te."
La zia di Olimpia aveva notato qualcosa di strano nella nipote. Entrò in camera mentre stavo vicino al letto della ragazza. Aveva portato un vassoio pieno di biscotti, un barattolo di miele e due grossi bicchieri di tè caldo. Raccomandò prima di scomparire dietro l'uscio:
"Metteteci il limone dentro, contiene la vitamina C, contro il raffreddore."
"Tua zia è una persona molto riservata."
"Almeno in questo penso di essere stata fortunata."
Le diedi le medicine e l'aiutai a medicarsi il petto. La ferita era rossa e scottava, però la lesione si era chiusa. Bisognava fare solo attenzione alle infezioni.
"Ho comprato tutti i quotidiani locali. Sul Giornale di Napoli c'è una breve notizia sui danni del maltempo sul litorale flegreo. Si parla tra l'altro della villa di proprietà del conte Pignatelli che ha subito notevoli danni. La tempesta avrebbe danneggiato quadri e statue depositate al suo interno. Per fortuna non si parla di cadaveri trovati in qualche camera..."
"Zitto, parla piano. Mia zia potrebbe udire."
"Mi sono comunque documentato. Sai cos'era quella specie di mummia sbucata dall'armadio?
Ebbene ho scoperto che nel Settecento, la nobiltà napoletana si divertiva ad eseguire ricerche anatomiche sui cadaveri. Non tutti lo facevano, solo alcuni che si gloriavano del
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titolo di maestro di scienze ed alchimista. Uno di questi era il principe di Sansevero. A tutt'oggi nella Cappella del principe di Sansevero dalle parti di San Domenico Maggiore, si possono ammirare due cadaveri perfettamente conservati nei quali sono evidenziati con particolari tecniche, il cuore, le vene e le arterie. Anche uno dei principi Pignatelli vissuto intorno al 1740 aveva la passione per l'anatomia. Se ricordi quella specie di mummia ammuffita, stava collocata su un piedistallo di legno. Alla base ci doveva stare la targhetta con la data che non abbiamo notato."
"Speriamo che sia così. Però io quella maledetta sera con Riccardo, ricordavo che proprio dallo stesso armadio era uscito il guerriero mascherato che mi minacciò di trafiggermi con la spada."
"Sì, Mandrake o Nembo Kid.. . Eri stata drogata da quello stronzo. Eri in preda al delirio. La mummia risale al Settecento. . .Tutto qua."
"Speriamo che sia così."
"Ti dico che è così, non ci sono dubbi."
"Perché? Ammesso che si fosse trattato di un cadavere, mica siamo stati noi. Ci mancherebbe altro. Però poteva essere un tranello ordito da Riccardo per attirarci lì e far cadere eventuali sospetti della polizia su di noi."
"Se fosse stato così, saremmo già nei guai, chiusi in qualche cella. Calmati. E' come ti dico io."
"Ettore, puoi lasciarmi in pace? Ho voglia di dormire."
"Ti chiamo domani. Se ti serve qualcosa chiamami."
Olimpia ce l'aveva con me perché l'idea di fare il sopralluogo nella villa era stata mia. Poi le avevo perso mazzo di chiavi. Le telefonai il giorno seguente.
"Olimpia dorme ancora, se può chiamare più tardi."
Riconobbi la voce della zia preoccupata forse a causa di Olimpia. Dopo un paio d'ore andai da lei. La zia mi fece aspettare nel salottino. Avevo un mazzo di giornali. Dopo un po'Olimpia si fece vedere e mi salutò appena. Aveva un aria stanca. Ce ne andammo nella sua camera.
"Zia, puoi portarci la colazione? Grazie."
"Come ti senti?"
"Io bene. Ninga hai saputo altro su quella maledetta villa?"
"Ho spulciato tutti i quotidiani locali. Non si parla quasi più del maltempo di due giorni fa."
"Non ho chiuso occhio neanche stanotte. Abbiamo rischiato molto e non so se ne è valsa la pena. Sto in pensiero per il mazzo delle chiavi che hai perso."
"Non ti preoccupare per le chiavi."
"Guarda. Due sono le cose. O non hai trovato le mie chiavi nell'appartamento oppure ti sono cadute mentre andavi via da lì."
"Ti ho già spiegato di non preoccuparti."
"Fammi vedere il petto."
"Guarda!" Si era aperta la giacchetta del pigiama. Scostando la medicazione si vedeva una grossa piaga, gonfia e rossa.
"Mi fanno male i muscoli del petto, forse a causa dell'irritazione dei tessuti superficiali." "Ci vorrà del tempo per guarire. Prenditi delle capsule di antibiotico, non si sa mai." "Già fatto. Ieri sera prima di addormentarmi ho disinfettato la parte ed ho preso una capsula di Amplital da un grammo. Mi fa male anche la caviglia che si è gonfiata."
"Riposati e vedrai che tra non molto la caviglia si sgonfierà. Ti ho portato i giornali. Ci sono anche delle riviste. Nella sfortuna siamo stati fortunati. Ti telefono più tardi."
"Vuoi fare una cosa? Anche se non ci credo. Va ad accendere una candela davanti alla statua di San Gennaro. La candela deve essere molto grossa e tozza. Deve essere una candelona."
Entrò di nuovo la zia una donna sulla settantina, dai capelli bianchi ricci, pallida e molto magra. Questa volta portò una tazza di caffé per me e per Olimpia un bel bicchierone di latte
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caldo. Dopo aver porto il bicchiere e la guantiera alla nipote poggiò la mano sulla fronte ed esclamò: "Olimpia, misurati di nuovo la temperatura. Mi sembra che la febbre stia salendo."
La poveretta ignorava quello che ci era accaduto. Sospettava però qualcosa avendo osservato il pallore della nipote. La sua discrezione le impediva di porre altre domande. Eh sì. Olimpia era stata fortunata con quella zia. Ma poi, se le avessimo raccontato tutto non ci avrebbe creduto.
Me ne andai a casa a mettere ordine nei pensieri cosparsi di sospetti. Olimpia sicuramente era stata adescata da Riccardo che aveva notato la rassomiglianza tra lei ed il disegno nel libro. Riccardo sospettava della ragazza dal primo momento che l'aveva conosciuta. Anzi come Olimpia mi aveva riferito, Riccardo aveva cercato in tutti i modi di conoscerla. Ma chi era questo Riccardo? Se veramente esisteva, aveva architettato tutto nella speranza che Olimpia lo aiutasse a trovare qualcosa di molto importante. Quel pomeriggio mi telefonò Olimpia:
"Ettore,oggi pomeriggio verso le quindici, è venuto da me un commissario di polizia..."
"Trattenei il fiato.
"Che è successo?"
"Ettore, questo commissario, ha detto di essere il dott. Della Loggia.. . Alberto Della Loggia. Mia
zia non c'era. Era andata dalla nuora. . . sarebbe tornata in serata. . . era sola in casa..."
Il palato era asciutto. Le parole si accavallarono in gola stentando ad uscire.
"Voleva il libro. Ma vieni subito da me. Quello non era un commissario di polizia. Era Riccardo!"
‘Aspettami. Tra mezz'ora sarò da te, traffico permettendo. Aspettami."
"E chi si muove. Vieni subito."
Mi destreggiai alla meno peggio tra le macchine parcheggiate in seconda e terza fila. Riccardo le stava ancora dietro. Se era tutta una montatura? E, perché?
Gli edifici erano avvolti da un'aria limpida e chiara. Alcune vetrate dei piani superiori riflettevano luce ramata. Ero nervoso. Dopo circa un'ora fu a casa sua. Olimpia era sola, pallida e stanca.
"Vuoi un caffé?"
"Dopo. Dimmi che è accaduto."
"Verso le tre del pomeriggio qualcuno bussa alla porta. Non volevo aprire, ma alla fine non so neanche io perché, apro. Ho aperto obbediente ad un impulso più forte di me. Non sapevo di essere così impulsiva. . . davanti alla porta si presenta un certo commissario di polizia che chiede di me. Anzi dice: è lei Olimpia Brancato? Io faccio cenno di sì con la testa. Ho avuto paura. Ho pensato che la polizia volesse arrestarmi."
Chiesi: "E tua zia?"
"Ti ho detto che non c'era. Anche adesso non c'è. Passa il pomeriggio dalla nuora."
"Continua." "Ho fatto accomodare questo commissario nella mia camera perché mia zia quando è fuori chiude a chiave quasi tutte le stanze. Ci tiene roba di valore. La nuora glielo ha raccomandato..."
"Quindi lo hai fatto entrare di filato in camera tua..."
"Non interrompermi con le tue domande da ebete geloso."
"Ebete geloso io? Non lo sapevo."
"Anche se travestito, rimango senza flato. L'ho guardato bene. Era lui. Si era tagliato il pizzetto e ossigenato i capelli. Mi sforzo di fingere... fingo di non riconoscerlo. Mi spiega che la polizia chiamata dal custode, aveva trovato il mio mazzo di chiavi nella villa. La telecamera nascosta sull'arcata del portone, aveva filmato una ragazza che entrava domenica notte in quella maledetta villa. Per questo il commissario era risalito a me. Così diceva. Ero io la ragazza ripresa dalla telecamera e le chiavi non potevano essere che le mie. Questo
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commissario mi ha restituito le chiavi che tu hai affermato di aver nascosto in un posto sicuro. Sicuro un corno. Ecco le chiavi."
"Va bene. Ma c'è un grosso perché: come abbia fatto a trovairti visto che sei incensurata."
"Elementare Watson. Quello non era commissario di polizia, ma Riccardo."
Olimpia alzò una mano da cui pendeva il mazzo di chiavi. Non sapevo che rispondere. L'unica spiegazione plausibile era che Riccardo avesse ricevuto le chiavi dal sosia di Olimpia nella grotta della Sibilla. Forse era proprio Riccardo l'enigmatico cavaliere intravisto davanti alla grotta. Ma poteva essere? Nella mente lottavano razionalità e furiose onde di buio pesto.
"Ero terrorizzata, continuò Olimpia. Ho temuto mi uccidesse. Volevo gridare aiuto. Mi ha detto che potevo aiutarlo a scoprire un segreto. Così ha detto: tu puoi aiutarmi a scoprire dove si trovano i tre Libri. Non sapevo che pensare. Un commissario non si comporta così. Era lui, Riccardo." "Poi?" "Poi chiede dove avessi messo il libro prelevato in villa. Rispondo che non so niente. Come una torre davanti a me seduta sul bordo del letto dice: lei non mente. Ma se il Libro lo tiene il tuo amico, non perdetelo. Ne sei tu la responsabile. Un commissario non si comporta così. Era lui, ma perché?"
"E dov'è finito questo libro? "
"La sera che andammo via dalla villa quasi una premonizione, non lo tenni con me, ma lo nascosi sotto il sediolino della tua macchina."
"Ah bene. Quando ritornerò in macchina lo prenderò. Voglio subito leggerne il contenuto"
"Prendilo. Forse ci aiuterà a capire alcune cose di questa vicenda.
"Sono convinto che ha calcolato tutto e che ci sta guidando a scoprire una cosa importante per lui. Ma è tutto così strano."
"Ettore... era lui. Più lo ascoltavo e più mi accorgevo dal tono della voce che era lui. Alcuni lineamenti della faccia erano diversi come se avesse subito un'operazione di plastica. Però il colore degli occhi, le palpebre, la fronte e il mento erano quelli. Anche l'altezza era quella. Poi.. . con tutti quegli indizi contro di me non mi ha invitata in commissariato."
"E' la prova che non era un commissario. Ma si è travestito, lo sai perché? Per evitare che vedendolo nel suo vero aspetto, tu non lo facevi entrare in casa e allarmata ti mettevi a telefonare a destra e a manca. Voleva parlarti, ecco tutto. E...voleva che alla fine tu capissi che era lui come a dire: attenta. Fa' quello che ti dico di fare..."
"Alla fine prima di andare via, pone un'ultima domanda che proprio non fanno i commissari: è fidanzata? Gli chiedo: e perché me lo chiede?"
Ripete la domanda con forza. Anche Riccardo aveva quel tono minaccioso. Di solito se uno fa lo sbruffone con me gli rispondo per le rime. Invece gli ho risposto con solerzia come una bambina alla maestra.. . gli dico che sono fidanzata con te."
"E, ti ha creduta?"
"Certo. Perché, non è così?"
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CAPITOLO XI
ADE è chiamato l'invisibile, Il Senza Luce, il Nero. Il copricapo che porta, lo rende invisibile.
Anonimo del I sec. D. Cristo.
Il pomeriggio nelle ore libere da scolastici impegni, dedicai tutti i miei sforzi nella comprensione e traduzione del libro recuperato in villa il cui titolo era:
DE SIBILLAE CUMANAE SECRETO
L'Autore Bemardino da Tivoli, cronista et umanista visse nella prima metà del Quattrocento prima a Roma dove in base alle scarne notizie bibliografiche, fu amico di Lorenzo Valla e poi a Napoli, presso la corte degli Aragonesi dove fu amico del Pontano. Bernardino da Tivoli spiega che inter antiquos obscurosque paganae gentium divinatoria ars deorum potestas fuerat et generis et nominis. Questi - gli dei - sic et simpliciter humanibus futura indìcabant, qui rei eventum experibanturpostea sumptuosa sacrjfìcia et dona et preces. Ergo in antiquissimas here che videro pugnare alacriter et ferociter Greci contra Troiani, sicut Homerus et eius alma Musa traduntur, excelsae et reconditae Fati voluptates, et armipotens Marvors ira et labentia signa memoranda et astera luminescentes et murrmure nubilaque coli et lumina solis et avium motus et animalium viscera serpenta...erano trasmessi alle impetranti genti de transverso oracula. Carissimi a tal risguardo, oracolo de Zeus apud Dodonam et illud Apolli apud insulsa Delphi (Pyhii) Delique fuerunt.
che videro et et erano trasmessi alle impetranti genti Bernardino da Tivoli riferisce, che spesso Apollo vaticinava de transverso le virginee labbra di una fanciulla ab omnibus Sibilla conclamata. Lo speco sotto la rupe di Cuma fu abitata illis temporibus da una di queste Sibille.
Bernardino da Tivoli scrive che gli oracoli contenevano rivelazioni di Apollo ispiratore della Sibilla. Queste importantissime rivelazioni et mirabilia facta et simulacra riguardavano argomenti complessi di fisica e metafisica et geometrici et algebrici calculi. L'insieme di questi argomenti era riportato nei tre Libri Sibillini custoditi dalla Sibilla cumana. Bernardino da Tivoli con prudenza precisa, che la nostra religione poggia sulla Verità che precede, avvolge e completa quella degli antichi. Ecco perché egli dice, i tre Libri Sibillini non sono in contrasto con la rivelazione dei Vangeli e della Bibbia. Sono riportate infine poche frasi frammentarie che Bernardino dichiara di aver visto a Cuma scolpite di lato all'antro della Sibilla.
"CUM ZERO ET UNUM OMNIA NUMERA SCRIBERE POSSUMUS OMNIA NUMERA DIVINI EFFLATUS SUNT
FIUMANA VITA, A DEO NOMINATA, NATURAM TRAHIT EX MIXTURIS UNI ET ZERO
ZERO EST SIGNUM DEFICIENTIS NUMERI ZERO EST APEIRON ET UNUM PERAS EST
OMINA RES NUMERA HABENT"
Rileggendo mi colpì l'espressione: A DEO NOMINATA che sembrava fuori dal contesto della frase: l'umana vita, da Dio nominata, trae l'essenza dall'alternanza dell'uno e dello zero. A DEO NOMINATA invece potrebbe essere ADN, trattenendo cioè solo le iniziali e in questo senso la frase suonerebbe: l'umana vita, acido desossiribonucleico, trae essenza
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dall'alternanza dello zero e dell'uno. Forse Bernardino lesse le tre lettere ADN e le interpretò a modo suo, cioè "A deo nominata". Se la mia ipotesi fantascientifica era vera allora quella frase conteneva una scoperta scientifica degli ultimi tempi secondo cui l'algoritmo della vita contenuto nella sequenza del DNA è decodificabile utilizzando le combinazioni di numeri che derivano da zero ed uno. La ragione si rifiutava di credere a questo. E infatti ci feci su quella riflessione uno scettico sorriso.
Dopo le accorte premesse e senza dare spiegazioni della frase letta accanto all'antro della Sibilla, Bernardino dice di aver effettuato ricerche presso biblioteche di vari monasteri e chiese, in particolare a Roma ed a Napoli trovando accenni vaghi presso alcuni autori greci sull'esistenza dei Libri Sibillini. Tramite queste ricerche Bernardino riuscì a scoprire che i tre Libri furono portati di nascosto dalla Sibilla in luogo montuoso non lontano da Paestum. La Sibilla nascose i tre libri alla vista di Ade. Così asserisce Bernardino da Tivoli. Perché la Sibilla volesse nascondere ad Ade quei libri, Bernardino non lo spiega bene. Dice solo che la Sibilla nascose i tre Libri sacri ad Ade, per ostacolarne la potenza. L'occultamento dei tre testi sacri avvenne - dice Bernardino - quando Cuma fu attaccata e posta sotto assedio dagli Etruschi, intorno al 450 a. Cr. Da allora si persero le tracce dei tre Libri.
I Libri Sibillini erano dunque sacri ad ADE, ma la Sibilla non volle che ADE se ne impadronisse. E' una contraddizione: se i Libri erano sacri ad ADE, dovevano essere messi a disposizione di ADE. Questo dio però era anche il demone della Morte ed era il dio che porta a nascondimento la realtà. La Sibilla si oppose forse per evitare che i tre Libri cadessero nel regno di ADE dove la natura ama nascondersi, come affermava Eraclito.
Secondo Freud, ADE è il Signore dell'oscura regione dell'inconscio posto sotto la coscienza. Se dunque ADE leggeva il contenuto dei tre Libri sacri, avrebbe potuto condizionare la coscienza umana. Dissi soddisfatto: che grande pensatore che sono.
Più oltre Bernardino precisava: è presumibile che gli antichi pensassero all'esistenza di un'unica Sibilla sempre la stessa, in grado di sopravvivere nei secoli per merito degli dei. Per questo la sua immagine era immutabile e si opponeva alle ingiurie del tempo.
Rimasi di stucco. Olimpia oltre ad avere lo stesso aspetto dell'antica Sibilla cumana,era lei la Sibilla a sua insaputa. Decisi di tenere con me il libro e di non farlo leggere ad Olimpia. Poi pensai di restituirglielo subito per non insospettirla. Avrei cancellato con minuscole macchie d'inchiostro le poche parole in latino volgare dove si affermava dell'esistenza di un'unica Sibilla in grado di sopravvivere nei secoli conservando identico aspetto. Per la precisione altri tre oscuri versi chiudevano il libro di Bernardino da Tivoli al di sopra della parola fine. Questi versi erano:
SOVRA UN MONTE A CONO
ARCHITRAVE C'E' COL CAPO DI MEDUSA
IVI TRE LIBRI SONO.
Il pomeriggio le restituii il libro accuratamente manomesso. Le si stava sgonfiando la caviglia. Anche la ferita sul petto si stava rimarginando senza pericolo d'infezione. Dissi:
"Avresti dovuto farti l'antitetanica."
Non badò alle mie premure. Chiese perentoria: "Ci sono scritte cose importanti?"
"Scemenze. Se penso che abbiamo corso seri pericoli per entrare in quella villa..."
"Non lo abbiamo fatto solo per il libro. Era anche per indagare su questo Riccardo. Forse è come dici: Riccardo, questo stronzo, si serve di noi per arrivare ad impadronirsi di qualcosa. "
"A proposito si è fatto di nuovo vivo, magari con un altro travestimento oppure per telefono?"
"No. Grazie a Dio, no."
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Aprì la prima pagina del libro di Bernardino da Tivoli e disse:
"Ma guarda come mi somiglia. Sono così bella?"
"Di più."
"M'interessa questo disegno che mi somiglia tanto. E' come se un artista del Seicento..."
"Non era del Seicento, ma del Quattrocento."
"Ecco..appunto. ..e lasciami finire questa frase che m'è venuta così bella. Come se un artista dicevo- del Sei.. .del Quattrocento nell'eseguire questo disegno avesse pensato a me che vivo adesso. In genere accade il contrario: l'artista alcune volte ritrae eroine dell'antichità..."
"Pensiero stupendo, come la canzone di Patty Pravo..."
"Sicuramente questo disegno a sanguigna è di grande valore. Se è di un artista del Quattrocento, vale molto. L'espressione del volto è colta con sensibilità eccezionale."
"Brava." "E non trattarmi come una scolaretta. Sai, potrei farci bei soldi se vendessi questo disegno ad un antiquario."
Uno dei risvolti del suo carattere era di essere veniale. Le piacevano troppo i soldi.
In macchina riemersero i dubbi. Più ero cotto di lei e più i dubbi non mi lasciavano in pace. Vuoi vedere che questa qui si sta prendendo gioco di me? Vuoi vedere che questa qui è d'accordo con il tizio che si fa chiamare Riccardo? Ma esiste veramente questo Riccardo? Solo lei asserisce di averlo visto. Però la visione nella grotta. Come poteva Olimpia trovarsi in differenti parti dello spazio? E se c'era da qualche parte una gemella omozigote? Ma come poteva essere? Olimpia mi nascondeva dei segreti? Mi amava o fingeva? La realtà aleggiava intorno ad Olimpia e di riflesso intorno a me piena di dubbi.
Quel pomeriggio stesso andai dal medico. Gli raccontai che forse a causa dello stress avevo talvolta strane visioni. Mi disse che potevano essere cose serie. Poteva trattarsi di attacchi riconducibili a sindrome schizofrenica. Mi ordinò la visita dallo psichiatra dell'ASL. Vi andai. Lo psichiatra trovò il mio stato mentale nella norma. Per scrupolo mi prescrisse delle analisi particolari presso un centro di medicina nucleare a Posillipo. Andai anche lì. Mi cinsero il cranio con un groviglio di fili come Frankestein. Mi fecero la PET (tomografia ad emissione di positroni), la FMR (risonanza magnetica funzionale), la TAC (tomografia assiale computerizzata). In un laboratorio attiguo mi fecero anche l'angiografia cerebrale. Portai il mazzo delle radiografie allo psichiatra di prima il quale dopo attenta osservazione affermò che tutto era normale. Le arterie cerebrali funzionavano e non erano aneurismi o tracce di micro infarti. I centri nervosi della corteccia cerebrale apparivano normali. Anche i nuclei della base funzionavano normalmente. Il prof. spiegò:
"In alcuni casi può essere il cattivo funzionamento dei nuclei della base come l'Amigdala, coinvolti nel condizionamento della paura e delle risposte emozionali. Oppure potrebbe trattarsi di improvvisi attacchi di panico originati da una formazione ipotalamica: il Locus Coeruleus." "Professore, io alcune volte vedo davanti a me una persona che invece si trova altrove ed è totalmente inconsapevole di quello che a me sta accadendo. Sono io a vedere questa persona cioè la mia fidanzata che invece se ne sta per esempio, comodamente seduta in macchina da sola, lontana da me... come le devo spiegare... ho improvvise allucinazioni. Qualche volta questa persona sembra emettere parole sconnesse..."
"Vede... Durante le allucinazioni, nei soggetti schizofrenici oltre alla corteccia si attivano aree più profonde del cervello, in particolare quelle del sistema libico. Ma dalle radiografie e dagli esami effettuati sul suo cervello, tutto sembra normale. Lei non è schizofrenico."
"E allora le mia allucinazioni come si spiegano?"
"Non si preoccupi. Il cervello è un organo in parte ancora misterioso. Vede, esistono nel nostro cervello aree dette dagli americani: Silent areas".
'Cosa significa, professore?"
"Sono aree silenti, appunto. Si trovano il più delle volte a livello della corteccia cerebrale. La funzione di queste speciali aree non è chiara. Anzi non è chiara per niente. Queste aree
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nervose tra l'altro presenti anche nei mammiferi con cervello voluminoso come i delfini, queste aree nervose, dicevo, sembrano quasi del tutto scollegate con altri centri cerebrali e non si capisce la natura delle loro funzioni. Però se ci sono e se si sono conservate nel corso dell'evoluzione di una specie. significa che servono a qualcosa d'importante. Sono isole formate da milioni di cellule nervose i cui prolungamenti cilindrassiali non hanno attinenza alcuna con il restante tessuto nervoso. La causa delle sue visioni straordinarie potrebbe rapportarsi all'iperfunzionalità di una di queste aree. Anche alcuni poteri speciali della mente potrebbero un giorno essere spiegati attraverso la conoscenza funzionale di queste aree misteriose del sistema nervoso centrale. Però dalle analisi risulta che il suo cervello è normalissimo."
Uscendo ne sapevo meno di prima ma tirai un respiro di sollievo:
"Meno male. Non sono scemo."
Erano le "Silent areas" a farmi cattivi scherzi? Per dirimere ogni dubbio, ammesso che fosse possibile, pensai di consultare anche lo psicologo. Andai il venerdì pomeriggio nello studio del prof. Alcamo Lorenzo, docente in psicologia presso la Facoltà di Lettere. Il prof. mi ascoltò come sua abitudine coi suoi pazienti. Era seduto cavalcioni dietro la scrivania. Gli mostrai le lastre delle TAC, doppler, MRIf. fatte al policlinico e gli feci leggere la diagnosi del neuropsichiatria. Concluse: "Sembra tutto nella norma. La diagnosi del collega il prof. Cimmino è chiara."
Mi sottopose ad alcuni test. Mi fece scegliere delle carte colorate e mi chiese quale colore preferivo. Poi mi fece vedere delle macchie e chiese cosa fossero. Poi mi fece una serie di domande alcune strambe. Alla fine chiese: "Allora quale è il problema?"
Ripetei le stesse cose dette al neuro-psichiatra. Lui sentenziò: "Molti non ci credono. Per esempio la bilocazione. Questo fenomeno starebbe ad indicare la presenza simultanea di un soggetto in due luoghi diversi. Una teoria ipotizza la possibilità estrema del nostro corpo astrale di assumere una consistenza materiale simile a quella del corpo fisico.
Il realizzarsi di un fenomeno simile sarebbe agevolato in un soggetto dormiente oppure in trance ipnotica o medianica. La letteratura abbonda di episodi di bilocazione che hanno avuto come protagonisti grandi mistici delle religioni."
"Professore, i miei dubbi aumentano a questo punto."
"Non conosciamo tutto. L'ignoto non ci deve intimorire. Coraggio. Vede le sembra normale che l'immagine per esempio di Pippo Baudo - il presentatore televisivo - sia trasmessa simultaneamente in mille parti diverse dello spazio, in ogni casa in contemporanea? Eppure accade. Un altro esempio. Tutti noi abbiamo una massa, ma dove in realtà essa sia, non si sa. Noi vediamo le superfici dei corpi, anche se per esempio tagliamo una mela. Ebbene vediamo le superfici tagliate della mela e pensiamo che sotto ci sia altra polpa di questo frutto. Dico...sotto la superficie di taglio. Così se procediamo a farne altri pezzettini. Noi vediamo la superficie delle cose.
Feci vedere che anch'io ero all'altezza dell'argomento: "Come l'immagine di Pippo Baudo per tivvù. È possibile trasmettere l'immagine del presentatore televisivo, non la sua massa, il suo peso."
"Così il buco nero, lei sa di cosa si tratta vero?"
"Sì, sono dei corpi fisici super-massicci che si trovano nell'universo in grado di attirare ogni cosa."
"Ebbene il buco nero si trova al di là dell'orizzonte degli eventi, un limite oltre il quale no si può penetrare. Oltre l'orizzonte degli eventi noi presumiamo ci sia la massai questo mostro cosmico, ma non lo sappiamo con certezza. Il bosone di Higgs, la particella che dovrebbe trasmettere la massa agli oggetti, non è stato trovato ancora. Capisce, che il mistero da svelare con la Scienza è ancora immenso. In questo mistero rientrano alcuni fenomeni astrusi come la bilocazione."
"Allora i fantasmi esisterebbero per davvero."
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"Non lo possiamo dire con certezza. In alcuni casi sembra di sì. Ci sono fantasmi responsabili di rumori (raps), apparizioni e altri fenomeni che ne segnalerebbero la presenza. Il fenomeno sarebbe distinto dal poltergeist, dove al centro è sempre una persona - nei raps è un edificio - e dove la manifestazione dura al massimo qualche mese o può in rari casi tramandarsi nei secoli all'interno di castelli o vecchie case. "
"Professore, è bene che sappia tutte queste cose in modo da essere preparato meglio ad affrontarle, se mi si dovessero presentare di nuovo. L'importante che dalle analisi neurologiche risulta che la mia mente funziona bene."
"Le faccio altri esempi. Perché è bene andarci cauti in queste cose.Un individuo rientra a casa, si adagia sulla sua poltrona e, mentre è fermo intento a rilassarsi, vede sé stesso da un'altra prospettiva che si adagia sulla poltrona. Un altro, steso sul suo letto, vede sé stesso dall'alto della sua stanza, distingue perfettamente tutti gli oggetti e osserva gli ambienti della sua casa come se stesse fluttuando su di essi. Entrambi questi soggetti hanno avuto quella che viene definita una OBE (Out of Body Experience - Esperienza fuori dal corpo). Tale condizione non dissimile dalle note esperienze di pre-morte rappresenta, per alcuni, una delle prove dell'esistenza di uno stato metafisico di una parte del corpo o della mente, in grado di staccarsi e allontanarsi da questi e non soggetta alle leggi fisiche della natura."
"Professore, le confesso che mi vengono i brividi."
"Si calmi perché è vero che la Scienza ha molti dubbi in proposito, ma alcune cose le spiega."
Mi rilassai. Dissi: "Meno male."
"Tuttavia, proprio come per le esperienze di pre-morte, le OBE appaiono spiegabili sotto l'aspetto sia psicofisiologico che psicopatologico.
Nella letteratura medica sono descritte alcune forme di disturbi della coscienza possono essere inquadrate come OBE e che, con molta probabilità, ne sono la diretta causa."
Mi accorsi che lo ascoltavo a bocca aperta come un allocco. Continuò imperterrito:
"Sono definiti come "disturbi della coscienza dell'Io" e vanno sotto il nome di "depersonalizzazione". Tali disturbi inducono un soggetto a vivere una condizione di distacco dalla propria realtà e, a seconda della sensazione di estraneità, si distinguono in "depersonalizzazione autopsichica", nella quale un individuo percepisce le proprie azioni come estranee e non appartenenti a sé. "Depersonalizzazione somatopsichica", nella quale un soggetto vive il proprio corpo come distaccato e lontano da sé; e infine, la "depersonalizzazione allopsichica", ossia una condizione in cui è l'ambiente a essere percepito come estraneo. La sensazione di avere visitato un luogo sconosciuto e lontano dal corpo non è altro che l'espressione di questa ultima forma.
La letteratura clinica evidenzia che tali disturbi sono frequenti in particolari stati di affaticamento emotivo, oppure in alterazioni organiche conseguenti a lesioni del lobo temporale, nei prodromi dell'epilessia, nelle intossicazioni da LSD o mescalina, nelle psicosi schizofreniche o depressive e infine, nelle nevrosi isteriche."
"Ma allora non sono normale."
"Lei è normale. Questo è il punto. Riferisco alcune recenti ricerche in proposito. Ciò che si osserva durante le OBE, dunque, appare non essere altro che il frutto della propria mente e la conseguenza di una temporanea iperattività anomala di alcune regioni del cervello.
Una cosa era vera al di là di ogni dubbio: il mio amore per lei. Con lei avrei superato ogni avversità:
OMNIA VINCIT AMOR
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CAPITOLO XII
Nel profondo delle terra voragine.
J.P. Vernant
Telefonai ad un mio amico prof. di Storia di Letteratura Italiana Medioevale presso l'Ateneo Salernitano.
"Prof. Loffredo, pronto? Come stai? Sono Ettore."
"Ah ciao. Io bene e tu?
"Tutto bene."
"Veramente qualche dubbio mi assilla."
"Dimmi". "Ti sarei grato se mi fornissi notizie dettagliate su uno scrittore italiano del "400..." "Di chi si tratta?"
"Bernardino da Tivoli."
"Non ci sono problemi."
"Posso venire da te venerdì, verso le 13 - 13,30?"
"Puoi venire anche di sabato sera. Io sto qui in pianta stabile a fare ricerche mattina e sera." "Allora ci vediamo venerdì prossimo."
Dopo aver espletato due ore di attività didattica a scuola (ore 9 -11), quel venerdì andai a prendere Olimpia per accompagnarla al suo paesino dalla madre. Partimmo da Napoli verso mezzogiorno. Verso le tredici fummo nei pressi di Salerno.
"Olimpia, dobbiamo effettuare una breve deviazione di percorso. Devo andare all'Università da un mio amico, un prof. di letteratura medioevale. E' specialista della letteratura del Tre Quattrocento in Italia."
"Non ho fretta."
"Se t'interessa, questo mio amico dovrebbe fornirmi notizie approfondite su Bernardino da Tivoli, l'autore del libro trovato nella villa a Cuma."
"Ettore, non voglio più sentire parlare di questo libro che ho messo sotto chiave in un cassetto e forse lo butterò via (chissà cosa mi trattiene dal farlo). Non voglio sentir parlare di quella villa e di tutto il resto..."
"Non agitarti... Non ti farò perdere molto tempo. Abbiamo già imboccato la strada per Baronissi. Tra poco saremo in vista dell'università. Ti farò perdere una ventina di minuti. Il mio amico mi sta aspettando nella biblioteca del suo dipartimento."
"Non ti accompagno. Resto in macchina."
Parcheggiai nello spiazzo davanti alla Facoltà di Lettere e Filosofia.
"Lasciami per favore, le chiavi della macchina. Forse farò un giretto in un bar..."
Trovai il prof. Loffredo in biblioteca. L'ampio salone a quella ora ed in quel giorno di fine settimana era deserto. Dopo i saluti, spiegò:
"Il nome di Bernardino da Tivoli definito per il suo sapere Doctorum Universalis, è tuttavia familiare solo agli specialisti del Medioevo complici una biografia scarna, con molti punti di incertezza. L'importanza di questo scrittore consiste nella definizione della ricerca metafisica come fondamento dell'intero sapere e processo di identificazione dell'Essere. Questo è possibile - sostiene Bernardino da T. - perché la metafisica è scienza sopra celeste posta al di là della fisica..."
Lo interruppi: "Amedeo, ti risulta che questo autore abbia scritto un libro intitolato De Sibillae Cumaae Secreto?"
"Uno scrittore contemporaneo di Bernardino da Tivoli che lo conobbe personalmente a Napoli, il Pontano, riferisce dell'esistenza di questo libro scritto da Bernardino Da Tivoli. Però non se ne hanno certezze. Si sa solo come il Pontano riferisce, che Bern. da T. era
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soggetto a strane visioni a frequenti stati d'ansia e di melanconia. Le mirabilia visioni, come il Pontano riferisce, erano state descritte da Bernardino da T. nel suo libro: "De Sibillae Cumanae Secreto. Questo è quello che si sa del libro che se esistito, è andato disperso."
"Si conoscono altri particolari delle visioni cui andava soggetto Bernardino da Tivoli?"
"Sempre il Pontano riferisce che Bernardino da Tivoli aveva conosciuto una fanciulla d'indescrivibile bellezza, una fanciulla di cui Bernardino da T. sebbene avesse indagato, non era riuscito a sapere a quale famiglia napoletana appartenesse, chi erano i genitori, i parenti, i fratelli... Bernardino da Tivoli vedeva la fanciulla aggirarsi da sola nel bosco di Capodimonte a pascere capre difesa da due cagnacci feroci. Era talmente bella che sembrava la Beatrice di Dante, più creatura celeste che umana. Doveva essere però molto povera se pasceva capre. Invaghito di lei, un giorno Bernardino da T. le fece fare un ritratto da un pittore che la ritrasse da lontano seduta su un rudere. Il pittore era Lorenzo Valletta. Copia di quel ritratto servì da frontespizio al libro: De Sibillae Cumanae Secreto. Questo è ciò che il Pontano riferisce. La fanciulla sarebbe poi improvvisamente scomparsa perché rapita da un misterioso cavaliere nero"
"Vorrei farti un'ultima domanda anche se ho fretta. Mi aspetta la mia ragazza in macchina..."
"Sai dove abitò a Napoli Bernardino da Tivoli?"
"Su questo particolare non ci sono dubbi. Lo stesso Bernardino in un suo libro riferisce di abitare in un caseggiato nei pressi di Cuma, per la precisione alle spalle della grotta della Sibilla cumana. Bernardino dice che quel caseggiato era stato ristrutturato - non si sa da chi, forse da lui stesso - su un antico tempio greco. Questo aspetto della sua vita trova riscontro anche nel Pontano che ne descrive l'ubicazione fuori città dalle parti di Pozzuoli. Il Basile due secoli dopo, in un suo racconto parla di una villa appartenuta a Bernardino da Tivoli, sede di apparizioni diaboliche et mirabilia. Ci sarebbe stato un fantasma che si aggirava nei paraggi sopra destriero nero e dopo lunghe cavalcate notturne si rifugiava all'interno della villa scomparendo dentro un grosso armadio a muro. . . ah, la fantasia del Basile!"
"Per la miseria!"
"Sono favole, favole medioevali. Ho preparato al computer questi appunti. Tienili."
Lo ringraziai e me ne uscii.
Ammassi di nuvole bianche spinte dal vento, offuscavano il sole. Trovai la macchina chiusa. Olimpia non c'era. La cercai nei paraggi e nel bar. Girai con lo sguardo in lungo ed in largo tutto lo spiazzo. Mi accesi una sigaretta ed attesi vicino alla macchina.
"Ettore." Mi girai. Correva verso di me tutta rossa in viso. Come mi fu di fronte gridò:
"Ma dove ti eri cacciato. Ti ho cercato nella facoltà di lettere.. .l'ho visto di nuovo.. pazzo. Mi segue dappertutto!"
"Chi hai visto?"
"Non ne posso più. Sono entrata nel bar e giro gli occhi e lo vedo: era Riccardo che mi fissava seduto dietro un tavolino in penombra. E' pazzo! Non ce la faccio più.. .vado dalla polizia.. "A fare che? Lascia stare. Andiamo in quel bar. Forse è ancora lì."
"Forse era uno che gli somiglia."
Il bar era deserto. Il tavolino dove diceva di averlo visto era vuoto. Dissi: "Andiamo via."
Trascorsi il fine settimana rimuginando su quelle cose: Bernardino da Tivoli. . . la maledetta villa, la fanciulla oggetto di voglie sospirose da parte di Bernardino da Tivoli, il libro sulla Sibilla, l'agitazione di Olimpia che aveva rivisto Riccardo in quel bar. . . Ci doveva essere un substrato di verità, il capo del filo con cui sbrogliare la matassa.
Domenica pomeriggio andai a prendere Olimpia al suo paese. Muti e pensosi tornammo a Napoli.
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CAPITOLO XIII
I sogni premonitori esistono.
C. Gustav Jung
"Ettore, pronto sei tu?"
Per la precisione quattro giorni dopo mi telefonò mio padre per chiedermi quando potevo andare da lui in paese. Era accaduto un evento improvviso e importante: il direttore del museo di Paestun andava via e si trasferiva a Salerno.
"...Poi ti spiego. Quando vieni?"
"Papà vengo sabato prossimo. Se non dovessi venire ti avverto."
"Ettore, devi venire con una certa urgenza. Devi venire entro venerdì. Il direttore del museo che è anche nostro parente alla lontana, vuole parlarti. Forse il posto di direttore del museo appena si libera, sarà tuo. Vieni venerdì e ne parliamo."
"Va bene verrò venerdì"
Il direttore del museo di Paestum, il dott. Alonzo Alfonzo si trasferiva all'università di Salerno perché chiamato a ricoprire la cattedra di Storia della Magna Grecia. Per questo si liberava un posto di direttore del museo di Paestum. Il dott. Alonzo passava per un grande esperto dell'antichità dell'Italia meridionale. Egli stesso si riteneva seguace di tre insigni studiosi vanto della ricerca archeologica della Magna Grecia in Italia: Paolo Orsi (1859- 1935) che fu l'antesignano; Umberto Canotti Bianco (1889 - 1963) che all'opera dell'Orsi assicurò una continuità organica ed infine il prof Domenico Mussill vivente, che per limiti di età era professore fuori ruolo e quindi aspettava il successore designato alla sua cattedra di Salerno nella persona del dott. Alonzo Alfonso. Quali sotterfugi politici intercorrevano tra l'Alonzo e l'illustre Mussill non è dato sapere. Si vociferò a suo tempo, di interventi massonici, ma le ragioni vere si ignorano.
Per il dott. Alonzo, raccogliere l'eredità ideale di così illustri predecessori presso l'Ateneo salernitano fu fonte di orgoglio e gratificazione. Egli affermò davanti a tutti, prima di andare via dal "suo" museo di essere intenzionato a continuare gli studi sui templi di Paestum e arrivare a comporre un'opera organica, una specie di trattato, sulla civiltà della Magna Grecia in Italia meridionale. Il futuro prof. Alonzo (titolare della cattedra di Storia della Magna Grecia) dichiarò perentoriamente in un discorso rivolto alle autorità comunali:
"Sento la necessità di un discorso nuovo scientificamente ineccepibile, ma aperto alle persone di buona cultura, desiderose di comprendere il significato di fondo di questa Magna Grecia. Sempre più decisamente assurta in questi ultimi anni agli onori della cronaca, sia per i rinvenimenti archeologici di grande risonanza - per tanta parte legati alle campagne di scavo da me dirette - sia per qualche tentativo di difesa dei suoi valori storici e culturali"
Venerdì mattina come promesso a mio padre, partii diretto a Paestum. Mi accompagnava naturalmente Olimpia. Se lei non avesse deciso di partire, non mi sarei mosso da Napoli e al diavolo il posto di direttore del museo. Olimpia mi consigliò di accettare subito perchè avrei guadagnato molto di più e poi sarei rimasto in paese, vicino al mio cavallo ed alla mia terra. Anche a lei piaceva lavorare nella sua terra. Dopo la laurea infatti era decisa a cercarsi un posto in provincia di Salerno.
La domenica mattina il direttore mi attese nel suo studio, all'interno del museo per parlarmi. Mi dichiarai disposto ad accettare il posto da lui lasciato libero.
"Preparati - disse - perché il bando di concorso per un posto di direttore del museo qui a Paestum uscirà tra non molto. Prevedo di essere chiamato alla cattedra di Storia della Magna Grecia tra qualche mese. Il bando di concorso come direttore di questo museo uscirà entro dicembre di questo anno. Te ne darò io notizia. Manteniamoci in contatto, anche se non c'è
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giorno che tuo padre non venga qui ad accertarsi che tutto proceda per il giusto verso. Su questo tuo padre fa bene..."
Il più radioso fu mio padre seguito da mia madre commossa nel vedermi sistemato sotto casa. Nei mesi che seguirono non ci furono novità. Mi ero fidanzato con Olimpia e avevamo dimenticato la disavventura nella villa a Cuma. Durante le vacanze andai a mare con la mia fidanzata sulla vasta spiaggia di Paestum. A volte per sfuggire agli sguardi degli amici ce n'andavamo più in là, verso Agropoli o Acciaroli. Facevamo l'amore in cabina quando ci spogliavamo insieme. Stesi al sole, l'ardente tramonto, la brezza marina ed i miei occhi accarezzavano le sue cosce. Una volta le sussurrai nell'orecchio:
"Olimpia, mi ami?"
Sopravenne il silenzio che la brezza marina accarezzò. Con lo sguardo sognante pieno d'azzurro di cielo, mi fissò sorreggendosi la testa con la mano, distesa al mio fianco come sirena disse: "Sì".
Ci demmo un bacio salato. Era bella come dea, i suoi occhi come i riflessi del mare.
"E tu mi ami?"
"Più di me stesso. Più di ogni altra cosa al mondo."
Ci fu in lei un repentino cambiamento. Come se qualcosa che teneva gelosamente dentro suggellato, avesse portato lontano da me la sua attenzione, la sua coscienza e l'affetto che nutriva per me. Ebbi la certezza che una notte fredda e senza stelle fosse scesa dentro il suo cuore. Il suo sorriso si spense. Dalle sue labbra uscì impercettibile la frase: "Amo ADE".
"Olimpia che hai?"
Mi fissò negli occhi. Le era tornato il sorriso.
"Non ho niente. Mi ero assopita."
"Che vuole dire: Amo ADE?"
"Perché mi chiedi questo?"
"Perché lo hai detto. Hai detto così: amo ADE."
"Non ricordo.. .non ricordo d'aver detto ciò. Bohh!"
"Allora sono scemo."
"Scemo, ho scherzato."
Rise. Il silenzio che seguì fu angoscioso.
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CAPITOLO XIV
Quando sogniamo entriamo nella Casa di ADE e ci avviciniamo ai morti, agli eidola, alle ombre e ai simulacra.
Anonimo del II secolo dopo Cristo.
A settembre ebbi altri colloqui con il prof. Alonzo col quale non mancai di complimentarmi per la cattedra vinta all'università di Salerno. Il prof. Alonzo era un uomo gioviale sulla cinquantina, con baffi e capelli ancora neri. Vestiva sempre elegante. Mio padre che lo marcava stretto per via del posto che avrebbe dovuto lasciarmi, diceva che comprava i capi d'abbigliamento alla Casa di Torino. D'inverno indossava vestiti grigi col panciotto ed un cappello di feltro che gli dava un'aria del West accentuata dai baffoni alla Giovanni Pascoli.
Il prof. Alonzo mi diede le consegne del suo studio ancor prima di vincere il concorso dì professore universitario. Sotto la sua attenzione preparai la domanda secondo i requisiti di legge insieme con i titoli occorrenti per il concorso di direttore del museo archeologico di Paestum. L'unico concorrente ero io. Gli chiesi prima che se n'andasse a Salerno:
"Professore, parole come Peras, Gnomon ed Apeiron, avevano nelle città della Magna Grecia, un significato particolare, un significato sacro per esempio?"
"Vieni con me. Voglio mostrarti il vasellame trovato in quella specie di tomba sotto le fondamenta del tempio di Athena."
Lo seguii nei corridoi del museo. Ci fermammo davanti ad una bacheca dov'erano custoditi alcuni vasi dipinti secondo l'uso degli antichi coloni greci. Il prof. Alonzo ordinò ad uno dei custodi di aprire i sigilli. Davanti agli occhi curiosi di anonimi turisti giapponesi, il prof. spiegò:
"Quest'anfora di circa mezzo metro è un reperto bellissimo e ben conservato. Risale come minimo al 1100 sec. A. Cr. Queste figure di donne danzanti rappresentano l'iniziazione di un rito: i misteri pitagorici. Vedi, sotto i talloni sollevati da terra delle fanciulle che ballano ci sono delle parole."
In parte cancellate si leggevano tre parole:
PERAS - GNOMON - APEIRON.
Il prof. spiegò: "Le fanciulle qui raffigurate stavano eseguendo una danza riconducibile verosimilmente al rito dei misteri pitagorici. Le fanciulle danzavano percotendo il terreno con l'agile piede. A intervalli regolari interrompevano la danza bevendo vino ed emettendo con ritmo questi suoni vocali:
PERAS, GNOMON, APEIRON.
Le tre parole, avevano effettivamente una valenza magica che la filosofia parmenidea aveva accentuato. Quel suono serviva a risvegliare l'Essere che domina e penetra tutte le cose, gli uomini, gli eroi, i semidei e gli dei. Le ragazze danzavano rapite dal suono dei flauti ed al ritmo frenetico di strani tamburelli, forse pervase da visioni e prese da isteria."
Potevo trovare indizi che mi aiutassero a capire.
Il professore concluse:"
Ti spiegherò parecchie cose quando avrò completato le mie ricerche. Vienimi a trovare tra qualche mese a Salerno. Ti fornirò altri particolari, se t'interessano."
"Come no. M'interessano eccome! A dire la verità quelle tre parole m'incuriosiscono. Le ho viste ripetute parecchie volte anche nei libri sulla Magna Grecia. . . .Professore, per quanto ne so, più si va indietro nel tempo e più la storia umana s'intreccia col mito ed il mistero."
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"Per questo mi affascina la storia antica."
Si guardò attorno. In quelle stanze e corridoi aveva trascorso gran parte della sua esistenza.
Disse quasi parlasse a se stesso:
"Qui ho finito. M'attende una nuova attività. Sforzati pure tu di fare ricerche sui reperti archeologici trovati sotto il basamento del tempio di Athena. Potresti ricavarne una interessante ricerca da pubblicare su una rivista importante di archeologia. Posso aiutarti dandoti consigli."
"Grazie, lo farò.. .anche se non ho la stoffa del ricercatore."
A dicembre espletai il concorso locale che superai. Il presidente della commissione inutile specificarlo, fu il prof. Alonzo. In attesa della nomina mi misi in aspettativa a scuola. Formalmente ero già direttore, retribuito con anticipo di stipendio. Il giorno del mio insediamento il prof. Alonzo mi diede le consegne ufficiali del suo studio e fece le presentazioni di rito al cospetto del personale: gl'impiegati alla biglietteria, quelli delle pulizie, gli uscieri, le guardie giurate... Fu presente anche mio padre. L'ex direttore tenne un breve discorso. Disse più o meno:
"Un tributo di affetto e gratitudine mi lega a voi ed a questo luogo dove ho trascorso gran parte della vita. Commosso lascio questo posto per occuparne uno più impegnativo nello studio e nella ricerca scientifica. Non mi dimenticherò di voi. Spero che da parte vostra sia lo stesso. Il mio successore nell'importante compito di direttore del museo è il dott. Ettore D'angelo la cui preparazione e serietà è a tutti nota."
Seguirono le congratulazioni, le strette di mano e gli abbracci. Mio padre cercava di nascondere lacrime di commozione. Quando lo abbracciò l'ex direttore non poté evitare di dire:
"Grazie per mio figlio lasciandosi sfuggire una sincera lacrima.
Ci fu il rinfresco. Ci consolammo coi dolcetti, lo spumante moscato frizzante della cantina di mio padre, le torbide bibite di aranciata, la nera spumosa coca cola, le paste frolle ed il caffé caldo, fumante e ben zuccherato (visto che la vita è amara). Intorno ai nostri brindisi, al di là di una sottile parete divisoria c'erano le opere d'arte, occultate nella terra da secoli e conservate ora alla luce del sole, nelle bacheche del museo per la gioia dei turisti. Il presente eravamo noi che in quel momento consumavamo biscotti e biscottini, brindando al mio nuovo incarico di direttore. Il passato e i reperti della Magna Grecia stavano al di là del diaframma divisorio.
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CAPITOLO XV
Durante il sonno l'anima abbandona il corpo e vola nel Regno di ADE, l'invisibile.
Anonimo alessandrino del II sec. A. Cr.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, furono costruiti decine di musei archeologici minori, gli "antiquaria" che conservarono i reperti nel luogo stesso del loro reperimento. Erano suggeriti e giustificati dalla consapevolezza che il significato del reperto apparirà ben più chiaro se conservato nello stesso contesto storico - ambientale cui appartenne in antico. Tra i primi "antiquaria" c'è il museo di Paestum (inaugurato nel 1952: architetto Marcello De Vita), edificato allo scopo di conservare ed esporre in luogo non lontano dal reperimento, l'eccezionale complesso trovato nel Thesauròs del Santuario di Hera Argiva alle foci del fiume Sele. E' un complesso che include pezzi eccezionali, quali le metope greche del VI sec. A. Cr. appartenenti al fregio della cella.
Il museo contiene oltre mille pezzi, tra le testimonianze più preziose (stavo per dire prestigiose) della Magna Grecia. I turisti adesso sanno che oltre ai templi di Paestum esiste un importante museo nei paraggi che è doveroso visitare. Il mio museo è irripetibile omaggio ad una cultura quella ellenica, così profondamente radicata nella civiltà occidentale. La Magna Grecia è ancora presente nella coscienza, nell'inconscio collettivo, nel senso estetico, nella nostra filosofia, nel nostro teatro e persino testimoni ne sono Freud e Jung - nei nostri complessi. Le sale del museo di Paestum sono tutte illuminate a giorno con luci al neon che feci impiantare sostituendo la vecchia illuminazione troppo debole. L'itinerario storico si sviluppa ora, lungo le pareti delle varie sale dove sono illustrate con dovizia di particolari, i miti, gli itinerari di navigazione, i rapporti con le popolazioni indigene e le fasi di ascesa e caduta delle colonie. Continuando il lavoro di ammodernamento del prof. Alonzo, cercai di approfondire con fotografie aeree e con riprese satellitari, le vicende urbanistiche ed architettoniche dei diversi siti fino ai giorni nostri. Considerando il grande afflusso di visitatori e di scolaresche nei mesi estivi, pensai fosse utile rendere meno ermetici i cartellini illustranti gli oggetti esposti sostituendo termini in greco arcaico con i corrispondenti in italiano moderno. Aggiunsi spiegazioni in quattro differenti lingue (inglese, francese, spagnolo e tedesco). Feci ampliare alcune bacheche e le finestre lungo le pareti laterali. In questo modo è possibile ammirare con calma, quasi ad osservare un gradevole paesaggio, la bellezza intrinseca degli oggetti esposti: corone auree con rami di mirto intrecciati, amuleti, collane con pendente in argento lavorato a sbalzo e rifinito a bulino, cammei, anelli spilloni in argento, sigilli, orecchini in oro, bracciali e poi metope, statue arcaiche di divinità con il sorriso stereotipato, statue con addosso il chitone e Himation, mostruose Gorgoni alate danzanti in strambi atteggiamenti, dee eccelse, dei seduti sui troni imperanti, gocciolatoi con protone leonina, elementi architettonici in terracotta...maschere femminili di creta...antefisse fittili decorate... Ci sono ampolle attiche (Attikoi Lekytoi) a sfondo chiaro, molto belle usate come contenitori di oli funebri.
C'è il frontale di bronzo con incrostazioni di avorio, raffigurante la scena omerica della consegna delle armi di Achille. Poi elmi di tipo apulo corinzio, elmi corinzio - calcidese (fine del VI sec), elmi lucani, sanniti e romani. In una bacheca è conservato un elegante copricapo composito in pasta vitrea, osso e cypaea con arabeschi risalente alla fine del VII° sec. a. Cr.
L'immagine del cosiddetto Cavaliere Nero o ADE, orna la lastra tombale di ovest e risale al 340 a. Cr. Trovai il cavaliere somigliante al dipinto sull'anfora che il prof. Alonzo mi aveva mostrato quando aveva accennato al mito dei misteri pitagorici.
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Il dipinto ritrae un giovane in armi con la testa protetta da un elmo, armato di lancia e seduto su un bellissimo cavallo nero. Il guerriero porta alla cintura la spada e ad un braccio lo scudo rotondo. Il suo viso è coperto dall'elmo piumato. Ha l'aria di essere invincibile ed inesorabile. Dietro di lui c'è un uccello piumato con la testa di donna. Il guerriero rappresenta il dio dei morti ADE fratello di Zeus, di Poseidone, di Era e di Demetra. Il nome ADE significa "invisibile". Egli è figlio di Crono (il Tempo) e di Rea (la Terra). Il suo elmo rendeva invisibile chiunque lo portava. L'uccello alato dalla testa di fanciulla, dalle penne nere e gli artigli azzurri, lo sovrasta e rappresenta una delle Arpie, rapitrici di anime. Due mondi attraversa la figura misteriosa del cavaliere nero: il luminoso dei vivi e il sotterraneo dei morti. I due mondi gli ruotano attorno sovrapponendosi e nascondendosi l'un l'altro in un incessante flusso di apparizione e nascondimento. Il cavallo sanguigno galoppa sollevando polvere fatta d'incantesimo delirante, di incubi e1 angoscia. L'immagine mi ricordava con insistenza il fantasma intravisto nella grotta della Sibilla e ogni volta che lo guardavo ritornavano presenti i nitriti del cavallo uditi in diverse occasioni e di cui non sapevo spiegarmi la provenienza. Alcuni seguaci di Freud sono convinti che ADE, il Nero, colui che è Invisibile ed è avvolto da Skya, abiti nella parte più profonda dei sogni, nella zona più oscura e recondita della psyche. Nel mio museo c'è da ammirare anche la Tomba del Tuffatore è costituita da quattro lastre parietali con scene conviviali, mentre sulla lastra di copertura c'è la scena dell'uomo che si tuffa nel mare e simboleggia il passaggio dalla vita alla morte. Questi affreschi sono una rarissima testimonianza di pittura greca dell'inizio del V° secolo a. Cr. Il diaframma tra la vita e la morte è sottile ed impercettibile come la calma del mare. Sotto la superficie di quel mare c'è l'abisso di un altro mondo la cui entrata è fatta di colori cangianti. La tomba del tuffatore sintetizza la vita umana: un veloce passaggio da un mondo conosciuto la terra, ad uno sconosciuto, il mare. Fra terra e mare c'è l'aria l'unico spazio che l'uomo riesce ad abitare. Il tuffo dell'uomo prima d'immergersi nel Nulla è la vita, attimo fuggente che l'Arte raccoglie.
Nelle lastre laterali ci sono scene di due giovani amanti dello stesso sesso distesi vicini attorniati da altri giovani ridenti mentre libano con vino. Il giovane effeminato dalle gote rosse, regge una lira e si accinge a cantare all'amante un pezzo di poema omerico. Così immagino la scena.
"Poiché la nave uscì dalle correnti del grande fiume Oceano, ed all'Eleae isola giunse nell ‘immenso mare, là dove dimora Aurora ed i balli sono, e del Sole i lucidi Levanti..."
Il giovane eunuco cantava suonando la lira accarezzato dall'amante... . Sono scene che ricordano al defunto, forse uno dei personaggi raffigurati nelle lastre, le gioie della vita terrena. I dipinti unici nel loro genere, devono essere ammirati prestando attenzione ai dettagli, alle vesti, alle acconciature, alle posizioni dei corpi, agli atteggiamenti dei singoli personaggi, agli sguardi fissati nell'attimo fuggente.
La Tomba del tuffatore è l'unica testimonianza di pittura greca databile tra il 480 - 470 a. Cr. La sua scoperta risale al 1968.
Una voce alle spalle mi distolse da riflessioni artistico - filosofiche: "Buona sera."
Era Francesca venuta a salutarmi. Risposi distratto: "Stavo per uscire."
"Io invece passavo di qua. Ho saputo che ti sposi con quella ragazza."
"Non è stato deciso ancora niente."
"Tu che volevi andare via da qui. E chi ti crede più. Ora ti stabilisci da queste parti e ci farai anche famiglia. Com'è strano il destino. Io tra una settimana vado via da qui."
"E dove andrai?"
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"Nessuno te lo ha detto? Nessuno dei miei amici alla biglietteria?"
"No. Negli ultimi giorni sono stato molto impegnato e li ho visti di sfuggita. Dove andrai?"
"Te l'ho detto, vado via da qui. Andrò a fare la custode a Palazzo Strozzi a Firenze.' "Brava. Brava e fortunata.
"Ciao. Ti lascio alle tue cose qui"
Ci salutammo con un appassionato bacio sulle labbra in ricordo dei segreti amplessi tra i templi.
Il mio museo contiene un vasto corredo di recipienti ceramici decorati con scene ispirate alle tragedie greche. Tali prodotti sono assimilabili alla vasta gamma artistica detta "italiota" fiorente nell'Italia meridionale dalla fine del V secolo al III secolo a. Cr. Sulle anfore di ceramica si svolgono fuori dal tempo, scene dionisiache e riti nuziali con Dioniso ed Afrodite prodotti dall'officina di Assestas. I piatti riportano immagini bellissime di pesci e molluschi.
Mi trovo bene nel "mio" museo. Tranne l'immagine del "Cavaliere Nero' al di sopra del quale svolazza un'Arpia, con appagato distacco come turista osservo le opere d'arte dell'antichità. Quei reperti mi trascinano dentro di loro come una corrente che bagna, lava, sposta e trasforma.
Una sera di gennaio, ammiravo rapito l'affresco del Cavaliere Nero o ADE cioè l'Oltretomba. Mi parve di udire oltre la serranda il nitrito di un cavallo. Mi avvicinai ai vetri di una finestra, ma non vidi niente. Aprii l'imposta cercando di guardare nella vastità della buia pianura. Udii allora nel profondo silenzio un forte ripetuto galoppo.
"C'è qualcuno?"
Gridai prima di chiudere l'imposta. C'era un cupo silenzio. O ero io che nonostante analisi psichiatriche e TAC e compagnia bella udivo suoni rumori inesistenti, o qualcosa nella realtà non quadrava del tutto.
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CAPITOLO XVI
I sogni mettono in comunicazione l'uomo con ADE, il dio che è il loro substrato (substantia).
Anonimo del I sec. A. Cr.
Avevamo deciso di sposarci l'anno successivo. Olimpia felice di mettere su famiglia. Le mancavano un po' d'esami prima della laurea. Si sarebbe sposata e poi laureata. Nel frattempo studiava a Napoli mentre io trascorrevo lunghe ore in museo. Di sera quando gl'impiegati erano andati via, illuminavo a giorno le vaste sale e passeggiavo solitario. Le statuine di creta rossa sorridenti ed enigmatiche mi comunicavano aspetti di vite remote per sempre finite.
Nei pomeriggi uggiosi di gennaio e di febbraio, quando i turisti si contano sulla punta delle dita, con qualche custode che non vede l'ora di andarsene a casa, inquietanti arcaiche presenze popolano le sale senza avere la forza di affiorare in superficie e rendersi visibili. Ho la sensazione che un forte incantesimo o sottile magia avvolga la mia vita. Mi sento parte integrante del museo, sua creatura come uno dei reperti archeologici chiusi in bacheca, anch'io fuori dal tempo sospeso tra modernità ed antichità.
In quel periodo era metà febbraio, ci fu in località Monte Pruno una scoperta archeologica. C'è da precisare che il luogo aveva acquisito già importanza grazie al rinvenimento casuale di interessanti reperti. Negli anni Trenta un contadino che faceva lavori nei campi segnalò al medico condotto Serafino Marmo, la presenza di una cava tombale. Il dottor Marmo fece la segnalazione al direttore del Museo provinciale di allora, il prof. Venturino Panebianco che diede immediato inizio ai lavori di scavo. Vennero così alla luce importanti reperti conservati prima nel Museo di Salerno, poi trasferiti in questo: una punta di lancia, una corona d'argento, candelabri di bronzo, un colino di bronzo, una grattugia di bronzo, olpe di bronzo, un boccale monoansato a vernice nera, frammenti di una ruota di carro, una lucerna a tre becchi, un Kantaros in argento nel cui fondo era dipinta una pregevole figura di donna con la scritta in greco arcaico ANDROMACA. Gli oggetti erano stati disposti con criterio ornamentale, intorno ad uno scheletro, presumibilmente un guerriero di oltre un metro ed ottanta di altezza. Ulteriori scavi nella zona misero in luce i resti di una muraglia e l'inizio di una strada selciata in direzione della Valle di Teggiano. Gli studiosi di allora dissero che in località Monte Pruno avesse potuto sorgere intorno al VII secolo avanti Cr. un centro abitato da Italioti. I Greci di Poseidonia, di Heraion e di tutta la valle del Sele fino ad Agropoli utilizzarono il percorso stradale che passava per Monte Pruno come punto nodale tra le colonie della costa tirrenica e le pugliesi di Taranto e di Brindisi. Nel periodo del medioevo ellenico Monte Pruno fu distrutto dai Lucani. Per la precisione Monte Pruno stando alle teorie storiche più accreditate - faceva parte di un sistema di fortificazioni eretto dai Greci tra il V ed il VI sec. avanti Cristo, con lo scopo di contrastare le incursioni dei Lucani. I commercianti ed i coloni greci che dalla città di Paesturn intendevano raggiungere la madre patria, percorrevano una via che risaliva il fiume Calore e sotto la rupe su cui oggi sorge il paese di Corleto Monforte, deviava in direzione del fortino greco di Monte Pruno. Qui viandanti e cavalli riposavano per riprendere un percorso ancora più aspro: l'attraversamento della parte occidentale della Lucania lungo il corso del Fiume Agri. Raggiunto il Metaponto sostavano ad Eraclea e s'imbarcavano infine a Taranto per la Grecia. Appena ebbi la notizia degli scavi su Monte Pruno telefonai ad Olimpia che si preparava un esame per i primi di marzo. Rispose dispiaciuta:
"Non posso proprio venire. Se non do adesso questo esame, dovrò darlo a giugno. Mi sarebbe piaciuto venire con te a scattare fotografie. Avremmo fatto una bella gita."
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Il nulla osta della Sovrintendenza arrivò in breve tempo ed i lavori di scavo iniziarono con speditezza portando alla luce una tomba con una mummia in ottime condizioni. La camera tombale lunga quattro metri per cinque era coperta da una lastra di tufo, circondata da un recinto con un corridoio di accesso lungo tre metri per 1,70 di accesso alla camera sepolcrale. Trovammo numerosi monili d'oro e d'argento, un anello d'oro con l'immagine di Medusa ed una collana d'osso e cypraea. Per l'occasione fu presente anche il prof. Alonzo che mi salutò cordialmente ed eseguì numerose fotografie. Il prof. Alonzo fu lieto di vedermi:
"Direttore ti trovi bene nel museo che ti ho lasciato in eredità?"
"E' una pesante eredità, ma mi trovo bene. Del resto si può dire che sono nato proprio lì."
"Ho notato che questa tomba con la mummia di sesso femminile, non è distante da quella del guerriero greco trovata all'inizio di questo secolo da un illustre predecessore, il prof. Panebianco. Sembrano esserci forti analogie tra le due tombe. Forse il guerriero e la donna furono uccisi o perirono in momenti non diversi. Sto studiando il periodo del medioevo ellenico. Queste tombe risalgono proprio al quel periodo oscuro. E' probabile che i Greci dell'Italia meridionale e quelli dell'Asia minore siano stati attaccati più o meno contemporaneamente, da diversi popoli in conseguenza di alterazioni climatiche che portarono carestie in vaste aree del Mediterraneo."
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CAPITOLO XVII
Le immagini oniriche fanno parte del mondo infero.
J. Hillian - Il sogno ed il mondo infer.
In occasione del ritrovamento della mummia arrivarono i giornalisti e scrissero articoli su quotidiani locali e nazionali. Venne anche una giornalista tedesca che rivolse domande al prof. Alonzo, profondo conoscitore della materia. Dopo una settimana circa quando furono catalogati tutti i reperti, la mummia fu trasportata nel mio museo, disposta in una grossa bacheca prismatica di vetro. La temperatura e l'umidità all'interno della bacheca regolate elettronicamente, mediante appositi sensori. Gli altri oggetti furono catalogati e sigillati in altre bacheche a muro.
La mummia aveva il torace avvolto in larghe bende di stoffa; sulle bende c'era una specie di larga tunica di lana grossolana che arrivava a ricoprire i piedi. In questo modo l'apertura praticata nell'addome indispensabile per l'imbalsamazione, era stata nascosta dalle bende su cui era stata aggiunta la lunga tunica a larghe maniche e a scollo largo fermata sul seno da un fermaglio. L'imbalsamazione eseguita secondo i canoni egizi. Ai fianchi un cinturone di bronzo simile - a detta del prof. Alonzo - a quello che ornava lo scheletro del guerriero sepolto nella stessa località. La mummia era avvolta strettamente in uno scialle pure di lana, quadrangolare e con numerosi ricami parte dei quali distrutti. Mi spiego: la mummia era fasciata con bende di cotone sulle quali era cucita la tunica di lana di stile orientale e sulla tunica quasi a proteggere il corpo dalle intemperie, c'era lo scialle policrorno. La temperatura rigida di Monte Pruno, l'aria asciutta e l'ambiente ventilato, avevano evitato la proliferazione di muffe e di microbi determinando l'ottima conservazione del reperto con viso quasi integro. Solo le labbra, le palpebre e la punta del naso erano erose. I denti erano bianchi, e lo sguardo in statica fissità. Se si guardava bene era distinguibile al centro della sclerotica, il colore bluastro dell'iride. Dalla consunzione dei denti la donna non doveva avere più di venti anni al momento del decesso. Fu una malattia o la spada di un nemico la causa della morte? E il guerriero sepolto non distante da lei era il suo amante? Domande senza risposta perse nella densità dei secoli andati.
Prima della chiusura serale mi fermavo spesso ad osservare da solo la mummia che aveva capelli lisci di colore ramato. Lo sguardo fissava un punto della volta. I denti serrati come a racchiudere un grido strozzato. Più la fissavo e più mi dava l'impressione che contenesse una potente forza vitale. Mostrai il reperto ad Olimpia che scattò fotografie materiale dì ulteriori quadri ad olio. Ai primi di marzo dopo il superamento dell'esame di Tecniche del restauro antico con un bel ventisette (l'unico nel suo libretto pieno di diciotto), ce ne andammo per una settimana a Firenze a fare i turisti sperando di dimenticare i brutti ricordi nella villa di Cuma. Avevamo preso alloggio in un albergo sul Lungarno. Al tavolino di un bar sulla sponda meridionale dell'Arno assaporavamo nella tarda mattinata la forza del sole di marzo. Olimpia estrasse dalla borsetta il ciondolo con la testa di Medusa. Sentenziai:
"Non fartelo vedere. Puoi finire in galera. E non tentare di venderlo."
"Io sto attenta. Quanto può valere?"
"Ammesso che si trovi l'acquirente giusto o un collezionista che non faccia molte domande, può valere oltre i cento milioni. La fattura è perfetta. E' finemente lavorato con dovizia di particolari. Li vedi questi serpentelli che sbucano tra i capelli? Vedi che lavorazione fine, particolareggiata?" "Caspita' Un oggetto del genere può cambiarti una vita. Ma può cambiarla in peggio. Vale troppo. Non sono abituata a gestire simili cifre. Tieni. Puoi aggiungerlo ai reperti del tuo museo. Ci sei già tu che mi cambi la vita. Non so che farmene di un oggetto simile e forse porta sfiga."
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"Porta invece fortuna, almeno così pensavano gli antichi."
"Porta fortuna? Ne sei sicuro?"
"La testa di Medusa era un fregio posto davanti a numerosi templi e alle fonti sacre. Non poteva che portare buon augurio."
"Se è così... Però com'è brutta, sembra la testa di una pazza."
"Erano divinità ctoniche, come le Ombre, Nemesis, la Notte, il Sonno.. divinità oscure e mostruose. Medusa aveva la testa circondata da serpenti e due zanne da cinghiale."
"E porta fortuna!"
"Secondo alcuni tiene lontano il malocchio. Ti porterà fortuna, visto che ne hai bisogno. Tienilo, conservalo in uno scrigno insieme con i gioielli che ti regalerò."
Il sole e la folla di Firenze rendevano la vita piacevole. Le feci fare il ritratto da un artista nelle vicinanze di Piazza della Signoria. Fu lieta di mettersi in posa. Si sedette sporgendo il mento in aria ed accavallando le cosce slanciate. L'azzurro del cielo s'allungava nei suoi occhi. Chiesi al pittore di ritrarla come in una foto. Il toscano pittore - con tupè e romantico fascino - disse:
"Stia certo. I miei ritratti sono unici. Però c'è un principio d'indeterminazione come in fisica... lo resto sempre incerto su fino a che punto il viso che osservo per ritrarlo... fino a che punto questo viso trasmetta sentimenti veri oppure li occulti attraverso la mimica o lo sguardo."
In albergo mentre si struccava in bagno, osservai il ritratto. Se si fosse cambiata d'abito indossando un'antica tunica, sarebbe apparsa identica al fantasma visto nella grotta della Sibilla cumana. Se al posto del colore ci fosse stato un rivestimento del viso simile alla carne. sarebbe uscito il fantasma di lei. Di giorno visitavamo i musei della città sbizzarrendo la curiosità artistica e la sera facevamo lunghe passeggiate osservando le vetrine e la gente. Entravamo nei bar e cenavamo al ristorante divorando fettine alla fiorentina. Ci allungavamo con la macchina nei dintorni fino ad Arezzo, a Veio, a Volterra e a Tarquinia. Visitavamo le tombe degli Etruschi popolo dedito quasi con ossessione, al rito della morte.
Nel VI secolo a. Cr. la concezione della morte presso gli Etruschi muta radicalmente. Gli altorilievi di Volterra e le tombe più tarde di Tarquinia non ci lasciano dubbi in proposito: sparite le scene di sereni passatempi terreni, appare sempre più frequente la figura del defunto che affronta il suo viaggio oltre il mondo. E' un viaggio angoscioso che l'anima compie a cavallo, circondata o guidata da demoni mostruosi. Il cavallo stesso viene dagli Inferi: è nero. Talvolta l'anima si trova in groppa sul cavallo guidato dal demone della morte come il Carun (il Caronte dantesco) di un'urna di Volterra. Nella tomba dell'orco di Tarquinia della prima metà del IV secolo avanti Cristo, le porte dell'Ade si sono spalancate: nel mondo degli Inferi i defunti banchettano insieme con i mostruosi dei infernali rappresentati da Gerione, Tuchulca e Charun. L'ultimo dei tre è accanto ad una giovane donna vestita con una tunica bianca e distesa sul letto funebre. La fanciulla si chiama Velia. Il bel viso sembra contemplare con malinconia la fine della civiltà etrusca. L'Etruria stava ripiegando di fronte all'avanzata di popoli più forti ed agguerriti: Galli, Greci e Romani. Con la caduta di Veio nel 336 a.Cr. furono preclusi gli accessi al mar Tirreno. Una profonda depressione e la certezza di una fine imminente, spingevano il popolo etrusco ad un cupo fatalismo. Invano le città si cinsero di mura possenti. I "Libri Fatales" assegnavano ormai poco tempo alla nazione etrusca che diventerà colonia romana. Entrambe le civiltà greca ed etrusca, nella loro decadenza, si appellarono alla parole magiche conservate nei sacri testi: i Libri Fatales per gli Etruschi ed i Libri Sibillini per i Greci dell'Italia meridionale.
Olimpia prese appunti e scattò fotografie che sarebbero servite per la stesura della tesi di laurea. Nella Tomba dei Giocolieri s'incantò ad osservare con prolungato mutismo una
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bellissima fanciulla avvolta dal capo ai piedi in un velo bianco. Olimpia alla fine come recitasse antichi versi disse questa frase di Eraclito:
"IMMORTALI MORTALI, MORTALI IMMORTALI VIVENTI LA LORO MORTE E MORENTI LA LORO VITA".
La stringevo ai fianchi e per questo udii bene le parole sussurrate così come notai la trasformazione interna che la pervase sia pure per pochi momenti. Non erano i miei occhi o il mio udito ad ingannarmi. Chiesi:
"Olimpia che hai detto?"
"Niente, niente.. ricordavo cose chiuse dentro di me. Mi è venuta voglia di recitare questa frase."
Lo sguardo perplesso di Olimpia e la sua impazienza come scocciata a fornire spiegazioni fermarono la mia esigenza di una risposta più chiara e sincera. Poi eravamo felici. Smussavamo gli anfratti davanti alla nostra felicità.
Il destino con lunga mano nefasta non ci lasciò neanche lì con la nostra felicità.
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CAPITOLO XVIII
Gli storici ci informano che i Libri Sibillini furono consultati per tutta l'età repubblicana ed imperiale, almeno fino all'imperatore Giuliano l'Apostata. SHA, Aureliano, 204.
. SHA, Aureliano, 204. "Pronto Ettore, sono tuo padre. Devo darti una brutta notizia. Il prof. Alonzo..."
"Sì papà, che c'è?"
"Il prof. Alonzo è stato trovato morto. Hanno trovato il corpo del prof. Alonzo a Monte Pruno...ricordi gli scavi di archeologia a Monte Pruno? Lì hanno trovato morto il povero professore. Che sciagura, figlio mio! Meno male che hai già vinto il concorso, sennò chissà a chi sarebbe andato a finire il posto di direttore del museo..."
"Aspetta, papà. Ma com'è stato. Com'è che è morto."
"Il corpo giaceva proprio davanti allo scavo. Sembra che sia stato ucciso con un colpo di lancia ficcata nella schiena."
"Papà, ho sentito bene? Un colpo di lancia nella schiena? Come nel West."
"Proprio così, figlio mio. Che ne so. Dicono che sul posto era subito arrivata la scientifica, i carabinieri, giudici. . . un mezzo pandemonio. Se domani compri i giornali leggi i particolari della vicenda. Ma faresti bene a precipitarti subito qui. Capisci, la polizia vuole fare approfondite indagini. Ti cercava il commissario Farro della tenenza di Capaccio. Quel taccaruogn pensa che la lancia sia stata rubata dal tuo museo. Pozza passà nu' uajo! Che devo dire se ti cercano?"
"Ma che c'entra il mio museo."
"Sì, ma ti cercano."
"Dì che vengo subito. Dì che faccio il turista in Toscana, che sono con la mia fidanzata."
Olimpia rimase a Napoli dalla zia. Non voleva saperne d'indagini giudiziarie.
"Te l'avevo detto io che quel ciondolo d'oro porta sfiga."
Arrivai a Paestum sul tardi pomeriggio. Il maresciallo amico di mio padre mi spiegò l'accaduto. Un contadino della zona aveva notato una macchina parcheggiata in strano modo ai bordi della strada con uno sportello aperto. Il giorno dopo la macchina stava ancora lì. L'uomo con la malizia atavica dei braccianti agricoli, aveva annusato qualcosa di grave e s'era messo a cercare nei paraggi. Su in cima alla collina c'era il corpo privo di vita del povero professore Alonzo. C'era la punta metallica di una lancia nel dorso tra le costole del cadavere. La stranezza era che il corpo del reato, la lancia, era nuova di zecca. Poteva trattarsi di un reperto custodito da un collezionista, oppure un maniaco con l'hobby di costruire armi antiche. Nel mio museo dopo attenti controlli, tutti i reperti erano a posto: spade, lance, coltelli di bronzo... meno male!
"Però - spiegò il maresciallo - sono solo supposizioni. Tranne la certezza che l'arma non proviene dal museo di Paestum, non abbiamo indizi sulla sua provenienza."
Qualcuno aveva scagliato con forza la lancia uccidendo il poveretto. L'arma era stata lanciata ad una distanza di sei, sette metri dall'alto verso il basso. L'assassino era come se cavalcasse un equino. Le orme di un cavallo lì attorno lo confermavano.
"La polizia -disse il maresciallo- ha preso accuratamente le misure delle orme trovate accanto al cadavere e le ha confrontate con quelle dei pochi asini e cavalli esistenti nella zona. Ha misurato perfino le orme della tua cavalla. Sembra però che il cavallo dell'assassino avesse zoccoli molto grossi propri di un cavallo maschio molto pesante. Non te l'ha detto tuo padre?" "No. Non me l'ha detto per non impensierirmi ulteriormente."
Meno male. Se le orme fossero risultate identiche a quelle di Gura chissà a quali conclusioni gl'inquirenti sarebbero arrivati. Ci vuole poco a rovinare la gente.
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"Le orme degli zoccoli erano ferrate?"
"Buona domanda. No. Gli zoccoli non erano ferrati. La Scientifica ne è certa."
"La mia cavalla ha zoccoli ferrati. Marescià' speriamo che il colpevole esca subito fuori."
Tacqui sui nitriti e rumori di un cavallo in galoppo che qualche volta avevo udito. Non volevo complicarmi la vita. Mi venne in mente il guerriero intravisto davanti alla grotta della Sibilla cumana. Pure lui, ammesso che non avessi intravisto, cavalcava un cavallo.
"Marescià, c'è altro, altri indizi?"
"La Scientifica sostiene che il poveretto sia stato ucciso la sera prima del rinvenimento del cadavere, tra le nove e le undici al massimo. Così dice la Scientifica. Che ci faceva lì?"
"Non certo per un appuntamento amoroso."
"Le risulta che conducesse accurate ricerche sugli scavi archeologici di Monte Pruno?"
"può essere."
Il giorno dopo leggendo il curriculum del prof. Alonzo mi venne sotto il muso una recente pubblicazione scientifica ricevuta da lui stesso, durante l'ultima visita che gli avevo fatto in facoltà. Il titolo era:
UNA NUOVA IPOTESI SUL RITO DI INIZIAZIONE DEI MISTERI PITAGORICI
La ricerca dei prof Alonzo iniziava con la cronistoria sulla scuola pitagorica e su teorie matematiche e filosofiche che Pitagora sviluppò in Italia, a Crotone dove ebbe numerosi seguaci. Il prof. Alonzo dichiarava che l'ostilità dei matematici nei confronti del concetto di infinito risaliva al V secolo a. Cr. quando Zenone di Elea discepolo di Parmenide, formulò il famoso paradosso di Achille e della tartaruga, nel quale sembra che Achille non possa mai raggiungere la tartaruga. Zenone non intendeva combattere la molteplicità del reale, ma l'esistenza del movimento.
Pitagora ed i suoi seguaci, ritenevano l'universo unico, a forma di sfera, finita, immutabile, immobile (priva di movimento) incorporea e perfetta. Nella concavità della sfera era contenuto il fluido etereo del cielo, le nubi vaganti, gli astri lucenti, la terra e gli aspetti cangianti del mare. La complessità del reale era contenuta all'interno della chiusa ed immobile perfezione di Peras.
Per i pitagorici Peras era equivalente all'Essere di Parmanide. Secondo la loro teoria, l'infinito (Apeiron) è imperfetto perché non chiuso, mentre solo ciò che è finito (Peras) è perfetto. Per questo tutto ciò che è incompiuto, indeterminato, molteplice, deve essere racchiuso all'interno di Peras. Pitagora però s'imbatté in un caso particolare in cui era impossibile sfuggire al concetto di infinito. Questa scoperta affermava il prof Alonzo, mandò in frantumi la fede dei pitagorici in due principi cosmologici fondamentali: Pera. (il Limite) che doveva racchiudere tutto ciò che è bene, ed Apeiron (illimitato, l'Aperto, l'infinito) che racchiudeva tutto ciò che è male. Pitagora ed i pitagorici pensavano che il creato potesse essere inteso (fosse effettivamente formato) in termini di numeri interi positivi, ciascuno dei quali è finito. Questa riduzione era possibile perché Peras dominava (comprendeva e circondava) sempre Apeiron.
La teoria pitagorica affermava il prof. Alonzo nel suo opuscolo - derivava dal concetto dell'Essere parmenideo che è unico, indissolubile, divisibile ed esclude il contrario cioè il Nulla e l'indeterminazione di Apeiron. L'Essere è chiuso ed è statico nella sua indivisibile perfezione:l'Essere è, il non Essere non è'.
Pitagora però aveva scoperto che il quadrato costruito sull'ipotenusa di un triangolo rettangolo è uguale alla somma dei quadrati costruiti sui cateti. In base a questo teorema, la diagonale di un quadrato sta ad uno dei suoi lati come la radice quadrata di due sta al lato, perché: lato al quadrato + lato al quadrato è uguale a radice quadrata di due al quadrato. Se
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Peras fosse stato impenetrabile, questo rapporto avrebbe dovuto potersi esprimere nella forma della radice quadrata di due. Non avrebbe dovuto dare un numero frazionario, ma intero. Per i pitagorici questo risultato fu catastrofico (cioè la radice quadrata di due al quadrato). Riferiva il prof Alonzo che uno dei seguaci di Pitagora sconvolto, si uccise buttandosi da una rupe. I pitagorici essendosi imbattuti in un numero irrazionale avevano visto i limiti dei numeri interi positivi, quindi di Peras, ed erano stati costretti ad ammettere la presenza dell'Infinito (di Apeiron) proprio all'interno degli stessi numeri positivi: i numeri positivi, in quanto tali, contenevano un principio di indeterminatezza inoltre, tra un numero positivo e l'altro, si annidavano i numeri frazionari, l'infinito e l'indeterminatezza di Apeiron che appariva per lo meno uguale a Peras. Il prof. Alonzo si dichiarava convinto che un greco insieme guerriero e seguace di Pitagora, aveva trovato il teorema in grado di conciliare Peras ed Apeiron. Il guerriero si era impadronito dei Libri Sibillini che la leggenda vuole portati a Roma sotto Numa Pompilio. In un testo di Strabone il prof Alonzo dichiarava di aver letto di un valoroso guerriero greco che con l'aiuto di una sacerdotessa del tempio di Minerva s'era impadronito di tre libri antichi i cui titoli erano rispettivamente:
fosse stato impenetrabile, questo rapporto avrebbe dovuto potersi esprimere nella forma della radice quadrata di due. Non avrebbe dovuto dare un numero frazionario, ma intero. Per i pitagorici questo risultato fu catastrofico (cioè la radice quadrata di due al quadrato). Riferiva il prof Alonzo che uno dei seguaci di Pitagora sconvolto, si uccise buttandosi da una rupe. I pitagorici essendosi imbattuti in un numero irrazionale avevano visto i limiti dei numeri interi positivi, quindi di Peras, ed erano stati costretti ad ammettere la presenza dell'Infinito (di Apeiron) proprio all'interno degli stessi numeri positivi: i numeri positivi, in quanto tali, contenevano un principio di indeterminatezza inoltre, tra un numero positivo e l'altro, si annidavano i numeri frazionari, l'infinito e l'indeterminatezza di Apeiron che appariva per lo meno uguale a Peras. Il prof. Alonzo si dichiarava convinto che un greco insieme guerriero e seguace di Pitagora, aveva trovato il teorema in grado di conciliare . Il guerriero si era impadronito dei Libri Sibillini che la leggenda vuole portati a Roma sotto Numa Pompilio. In un testo di Strabone il prof Alonzo dichiarava di aver letto di un valoroso guerriero greco che con l'aiuto di una sacerdotessa del tempio di Minerva s'era impadronito di tre libri antichi i cui titoli erano rispettivamente: PERAS, APEIRON e GNOMON.
L'ultimo di questi libri, quello che aveva per titolo Gnomon, si sforzava di conciliare i due mondi, quello finito che sarebbe il nostro e quello infinito che sta dietro le cose e che oltrepassa i limiti di spazio e di tempo.
Il prof Alonzo concludeva che il ritrovamento dei tre libri sacri corrispondeva alla più grande scoperta fatta dall'umanità ed avrebbe permesso la comprensione di tutti i fenomeni paranormali autentici. Il prof. Alonzo dichiarava che quei tre libri esistevano da qualche parte.
Verso sera feci le solite passeggiate solitarie nel museo illuminato a giorno. Pensavo al prof Alonzo morto in quel modo misterioso. La punta della lancia, stando alle conclusioni della Scientifica, pur essendo penetrata in profondità, gli aveva causato una lenta emorragia e la morte era sopraggiunta alle prime luci dell'alba più per il freddo che per la ferita.
Sostai ad osservare la mummia che più guardavo e più mi sembrava un viso familiare. Ebbi l'impressione di aver visto una figura somigliante da qualche parte. Ma dove?
La pelle della mummia aveva il colore marrone della terra nella quale era rimasta per secoli. Nell'insieme, quel corpo disidratato emanava un'altera solennità. Intorno ruotavano i reperti archeologici del museo come galassia con indefiniti contorni. Anch'io trasportato nel flusso che aveva come centro di gravità la teca con la mummia dentro. Però c'era qualcosa che nella mummia mi respingeva. Qualcosa si opponeva alla mia indagine.
Le immagini cominciarono ad affollarsi: l'amu1eto che cingeva la fronte del fantasma nella grotta...la testa di Medusa.. . la figura nel libro di Bernardino da Tivoli. . . i tre Libri Sibillini, le tre parole, Peras. . .Epen. . .Apeiron...
I ricordi mi turbinavano dentro sempre più veloci. Troppi misteri s'intrecciavano nell'amore tra me ed Olimpia. Se volevo avvicinarmi al suo cuore dovevo iniziare a penetrare dentro quei misteri. Mi sporsi sulla bacheca di vetro in cui giaceva la mummia. La mia immagine riflessa sulla lastra s'era sovrapposta a quella della mummia. Mentalmente rivolsi ad essa domande pressanti. Da bambino in chiesa esprimevo i miei desideri inginocchiato davanti alla statua di un santo. Ero come un bambino implorante un segno che illuminasse il mistero.
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CAPITOLO XIX
ADE occupa il nocciolo più oscuro dei sogni.
Hillian, F. 2004.
Un gruppo di filosofi i pittorialisti sostiene che le immagini hanno specificità simbolica. Nella creazione di una immagine la parte inconscia del cervello ha un ruolo importante. Le impressioni che ricevevo dalla mummia mentre la osservavo potevano derivare dalle interazioni tra la sua immagine e la mia parte inconscia. La mente si sforzava di trovare logici appigli. Un approdo sicuro contro invisibili eventi. Secondo la filosofia pitagorica, l'anima divina ed immortale dotata di moto proprio, perenne e circolare, sopravvive alla morte del corpo e s'incarna in un nuovo individuo. Quando l'anima raggiungerà la perfezione, potrà lasciare la catena delle reincarnazioni e raggiungere l'armonia di PERAS.
Camminavo tra le bacheche cercando segni che m'illuminassero. Mi fermai davanti alla lastra di vetro che ha forma di leggio e che contiene una pergamena dai bordi bruciacchiati. Questa pergamena riporta una frase di Filolao di Crotone, un filosofo ed astronomo che visse intorno al V sec. a. Cr. e che ideò un sistema del mondo quasi simile a quello di Copernico. La frase è: "Il numero mettendo tutte le cose in relazione alla sensazione, dà corpo e distingue i rapporti delle cose, sia dell‘infinito che del finito."
e i Il numero confrontato con la sensazione e con l'anima è il punto di abbraccio e fusione tra cosciente e conosciuto ed anche il mezzo per rendere conoscibili le cose ed avvicinarle, stabilendo tra esse amicizia e accordo. Il numero distingue e definisce i rapporti purché si pensi secondo la natura di GNOMON. Questo all'origine fu uno stilo fissato nella terra la cui ombra serviva ai Babilonesi a determinare l'altezza del sole e della luna. Formava anche una figura a squadra e si denominò GNOMON tutto ciò che aggiunto ad una figura, la rende tuttavia per sempre simile alla figura originaria. Schopenauer notava che l'intelletto produce simultaneità tra tempo e spazio, di mutamento ed invarianza. Mercè lo GNOMON la matematica afferma e ribadisce l'armonia corrispettiva dell'anima, evita di cadere nell'Altro, riconduce al Medesimo, scarta il Disordine. Proclo rammentava che i numeri svelavano gli dei ed i pitagorici presentavano il calcolo come iniziazione alla teologia. Nel Thimeo Platone parla del Medesimo e dell'Altro, l'uno essendo l'unità, la singolarità, la forma perfetta o idea, l'Altro il disordine, il crescere o diminuire che getta nell'errore. Per mezzo di GNOMON la matematica salva dall'Altro, conferma l'unità che è soggetta sì a crescita o a diminuzione, ma che mantiene intatta la forma. Custode del mistero di GNOMON e della sua intima natura, è Minerva dea della sapienza. Chi osava violare questo mistero era fulminato dallo sguardo della Gorgone Medusa la cui testa era al centro dello scudo di Athena Minerva. Per questa maledizione era stato ucciso il prof Alonzo?
Mi sedetti alla scrivania. Il tempo non passava mai ed Olimpia era lontana da me. Non potevo neanche raggiungerla a volerlo, perché avevo la macchina dall'elettrauto. Una scopata con la mia fidanzata avrebbe messo numerose cose a posto. Gli occhi caddero sul quadretto d'argento con la foto della mia fidanzata. Lo presi e osservai l'immagine. Sulla scrivania c'erano alla rinfusa le foto della mummia fatte dagli esperti. Affiancai una foto in primo piano della mummia che ne metteva in risalto nei minimi particolari il viso a quella del quadretto con l'immagine sorridente di Olimpia. C'era una vaga rassomiglianza. Più cercavo uno spiraglio nel buio e più il buio aumentava. Con lo scanner ricostruii al computer l'immagine della mummia come doveva essere stata da viva. La fronte arcuata, le sopracciglia
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leggermente allungate, il mento.. .la linea delle labbra. Stavo saltando dalla meraviglia. L'immagine sovrapponibile alla foto di Olimpia. Le telefonai per comunicarle la scoperta.
"Sto studiando, disse scocciata. Mancano pochi giorni per il rande vu, per l'esame. Domani vado con delle amiche nel bosco di Capodimonte a fare pratica di Tecnica del Restauro sui monumenti conservati nel parco. E una gita a cui vado volentieri. Peccato che non ci sei."
"Olimpia, tu somigli sai a chi?"
"Che è questa novità?"
"Ho scoperto che somigli alla mummia trovata su Monte Pruno."
"Si vede che non hai niente da fare. Beato te che trovi il tempo per pensare a certe cose." "Modestamente. Ti mostrerò le ricostruzioni al computer. Il viso della mummia è tale e quale a te."
"Non è esaltante. Pensavo di rassomigliare a qualcuna un po' più bella. Non dico ad una modella, ma neanche ad una mummia ammuffita."
"Eppure da viva doveva essere bellissima. Ci vediamo sabato prossimo. Ciao."
Prima di andare via dal museo come spesso facevo, ascoltai le telefonate dalla segreteria telefonica. Nel frattempo mi ero alzato e indossato giacca, cappotto e sciarpa. Le voci registrate erano di mia madre che mi pregava di andare in farmacia a procurarmi la medicina per la bronchite di cui spesso soffriva. C'era poi la telefonata del sindaco che mi chiedeva un certo favore. Seguiva l'elettrauto che avvertiva che la macchina sarebbe stata pronta in serata e descriveva i pezzi sostituiti. Ci fu una scarica e poi una nuova telefonata, questa volta di mio padre che mi chiedeva di comprargli dei sigari.
"Papà, strillai, i sigari ti fanno male.
Mi era parso che durante la breve scarica che disturbava l'audizione, una scarica simile a quella della radio durante un temporale, fossero state sussurrate delle parole. Portai indietro il nastro anche perché prima di pagare l'elettrauto volevo riascoltare cosa aveva combinato alla mia macchina.
La scarica era tra la telefonata dell'elettrauto e quella di mio padre. Mi sembrò che la scarica disturbasse l'audio di alcune parole in uno strano dialetto. Sembrava più una imperfezione del nastro o una cattiva cancellazione di una precedente telefonata. Prima di volare via a prendermi la macchina, premetti il tasto che riportava indietro il nastro. Riascoltai le ultime frasi, pausa... poi la breve scarica e poi tendendo l'orecchio, si udivano alcune parole sussurrate con una voce rauca, in una lingua incomprensibile. Però anche se non ne afferravo il significato, erano parole umane. Ebbi un oscuro presentimento. Mi sedetti di nuovo dietro la scrivania ed alzai il volume al massimo. Le parole dell'elettrauto strillate mi fecero sobbalzare. Seguì la scarica e poi... c'erano delle parole che formavano una frase. Trascrissi ciò che ascoltai:
"IUPER... TON. . . NOMON....PEIRA"
Riascoltando il nastro aggiustai la frase che era questa volta:
JUPER ANTITETON TON GNOMONIUM TEN GORGHETON CHEFALEN PEIRAE.
Avevo le dita fredde. Riascoltai il nastro. Era una voce cavernosa, però chiaramente una voce umana. Sembrava una voce femminile che si sforzasse di parlare da dietro una spessa parete.
"TON ANTITETON GNOMONIUM..."
Afferrai il vocabolario di greco dal tiretto della scrivania. Il significato poteva essere:
"DENTRO GLI OPPOSTI GNOMONI LA TESTA DELLA GORGONE CERCA"
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Adesso gli Gnomoni erano due, uno contro l'altro. Qualcuno voleva farmi uscire scemo. Dovevo accettare la sfida. Quanto più luminoso è il giorno, tanto più oscura è la tenebra che seguirà.
Calma. Devi riflettere. Lo Gnomone rappresentava anche la squadra usata per disegnare gli angoli retti. Se si mettono due angoli retti uno contro l'altro si ottiene un angolo piatto che potrebbe essere una trave che sormonta l'entrata di una casa o l'accesso di una tomba. La parola Gnomon indicava anche l'architrave che sormonta l'entrata di un edificio importante. Gnomon al plurale non indicava l'arco architettonico, il cui termine è apsis - da cui abside - ma architrave. I Greci poi, non conoscevano l'arco architettonico noto invece agli Etruschi i quali lo diffusero nel bacino del Mediterraneo. Poteva trattarsi dell'indicazione di un nascondiglio.
Il monte a forma di cono... Bernardino da Tivoli aveva scritto alla fine del suo libro questi tre versi:
Bernardino da Tivoli aveva scritto alla fine del suo libro questi tre versi: TROVA IL MONTE A CONO
TROVA L'ARCHITRAVE E MEDUSA
I TRE LIBRI NEL CAVO SONO.
Il monte a forma di cono poteva essere Monte Pruno. La tomba in cui era stata trovata la mummia su Monte Pruno aveva caratteristiche di architettura etrusca. C'erano mescolanze d'influssi lucani, greci ed etruschi...
Gli influssi etruschi però si fermavano alle caratteristiche del vasellame. Forse c'era stato un fitto commercio nella zona con numerosi scambi di monili, vasellame ed abiti tra Greci e Lucani. I primi commerciavano e diffondevano oggetti etruschi ed i secondi li compravano.
La testa di Medusa poteva essere un fregio posto sulla sommità dell'entrata di una tomba. Aveva un chiaro significato simbolico: chi profana questa tomba sarà colto da maledizione. Pungolato da un invisibile fantasma, da un oscuro presentimento, presi la grossa pila e andai dall'elettrauto a ritirare la macchina. Partii subito per Monte Pruno. C'era la possibilità di fare una grande scoperta archeologica. Accanto a me Olimpia sarebbe stata ricca e famosa come la sua bellezza meritava. Ma c'era anche un altro potente impulso:
IL MISTERO DEL MONDO ARCAICO MI ATTIRAVA CON INVISIBILI ESCHE
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CAPITOLO XX
Gli abitanti dei cupi spazi infernali erano neri.
Cumont, F.: Afer Life in Roman Paganism.
Dopo un'ora arrivai in località Monte Pruno elevato come un tronco di cono all' interno del Parco del Cilento. Poche felci e ginestre sulle brulle pendici. Lasciai la macchina in un viottolo e prosegui a piedi. Dovevo compiere una scalata di circa cento metri. Il terreno viscido e le scarpe di cuoio mi facevano scivolare, ma con affanno fui in cima. La luna piena rischiarava ad oriente la catena dell'Appennino. Verso il bordo sud occidentale c'era l'escavazione della tomba in cui era stata portata alla luce la mummia. Il vento dell'entroterra scuoteva i rami di alcuni abeti e quelli ancora spogli di una quercia centenaria. In cima c'era abbondante erba. La vetta ha forma ovoidale un po' incavata a ciambella, di circa duecento metri di lunghezza. La ruota lunare nel cielo privo di nubi.
Raggiunsi il terreno in parte roccioso dov'era lo stipite superiore della camera tombale. Con la pila illuminai a circa tre metri più giù, lungo il corridoio o strettoia che conduceva all'entrata interna della tomba proprio sotto i miei piedi. Non potendo saltare - potevano essere anche quattro metri di altezza - raggiunsi il cunicolo scendendo da un lato. La Sovrintendenza aveva effettuato ricerche in zona. C'erano ancora le transenne. Illuminai la volta della tomba. Non vedevo particolari che potessero farmi pensare ad un nascondiglio. Ispezionai le pareti laterali. Non c'era niente. Forse mi ero sbagliato. Forse ero stato troppo avventato. lppocrate in un frammento affermò:
esistono malattie di tal genere per cui i malati ritengono di vedere i demoni che li assalgono. Sono malati invasati o durante le fasi lunari, o per la bile nera, o per afflizioni.
Però gli esami fatti al centro di medicina nucleare attestavano che il mio cervello funzionava bene. Prima di andarmene feci un ultimo giro ispettivo. Stavo pensando che ero stato avventato. Avrei dovuto aspettare la luce del giorno per venirci; di giorno potevano esserci occhi indiscreti. In zona ci sono contadini che eseguono lavori nei campi a cominciare dal mattino presto
Il pavimento era in terra battuta e anche lì non c'erano indizi per un nascondiglio. Andai fuori e con la pila illuminai il bordo superiore dell'entrata. Pochi minuti prima proprio dove adesso stavo illuminando, avevo fatto cadere involontariamente coi piedi, del terriccio e qualche pietra. S'intravedeva meglio - a causa del terreno caduto giù - il masso dell'architrave sopra l'entrata del cunicolo che portava alla camera tombale. Poteva esserci proprio lì il nascondiglio:
DENTRO GLI OPPOSTI GNOMONI LA TESTA DELLA GORGONE CERCA.
Il masso di calcare poggiava sugli stipiti laterali e con essi formava due angoli retti: gli opposti Gnomoni? Mi serviva una scaletta. Presi invece un paletto che transennava la volta della camera tombale e raschiai il terriccio che copriva l'architrave. Illuminai il bordo superiore dell'entrata funeraria e intravidi una superficie di marmo. Continuai a scavare col paletto finché non liberai il pezzo di marmo dal terriccio e sassi che lo coprivano. Illuminai di nuovo con la pila. Era venuto fuori un masso squadrato. Se gli addetti ai lavori di scavo avessero lavorato lì con cura avrebbero trovato la lastra di marmo con facilità. Per proseguire gli scavi su Monte Pruno si aspettavano ulteriori sovvenzioni statali, nel frattempo il luogo transennato alla men peggio, andava in malora.
Col paletto feci precipitare il masso squadrato a forma di parallelepipedo. Temetti che l'intera volta crollasse con me sopra. Invece ci fu solo il tonfo finale della pietra che avevo fatto precipitare giù. Con la pila adesso illuminavo il biancore ovale di una grossa testa di
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Medusa. Mi distesi per terra sopra l'entrata della tomba e da lì allungando allo stremo le braccia cercai di spostare la pesante testa di Medusa. Non ci riuscii. Scesi giù e afferrai il paletto di prima. Scavai da sopra la testa di marmo. A poco a poco la testa mostruosa si scostò. La luna assisteva impassibile ai miei sforzi. Presi un macigno e lo posizionai davanti ai piedi. Facendo da fulcro sul macigno feci precipitare la testa di Medusa. Mi distesi di nuovo a terra e infilai le mani nel buco lasciato aperto dalla scultura. Estrassi una specie di borsa di pelle sigillata con due spilloni. Asportai gli spilloni e osservai il contenuto. C'erano tre lastre che sembravano d'oro le cui superfici erano coperte da una scrittura in greco arcaico. La perseveranza mi aveva premiato. La testa della Gorgone giù nella strettoia mi fissava arcigna e vendicativa. Ma era sua prerogativa. Ridiscesi per i bordi del colle. In lontananza la luna illuminava la sagoma della mia macchina. Ero uno scolare con tre libri ai fianchi che felice tornava a casa.
IIIh. . . IIIIh.. .IIIIIh...
Corsi via a più non posso. L'orribile nitrito era come se gridasse:
"TU NON MI SFUGGIRAI"
D'istinto corsi verso l'auto distante una diecina di metri. Dietro di me furioso galoppo. Non mi girai. Stavo per fare la stessa fine del prof. Alonzo. Con al coda dell'occhio lo vidi. Era il cavaliere nero e in mano brandiva minaccioso una lancia. Pochi metri mi separavano dalla macchina. Ad occhio e croce potevo farcela. M'afferrai alla maniglia, entrai nell'abitacolo e avviai il motore. Lo vidi spuntare davanti al cofano urtando con gli zoccoli il frontale dell'autovettura. Era come un enorme pipistrello svolazzante contro di me. Se m'avesse rotto i fari difficilmente gli sarei sfuggito. Accelerai sgommando. L'urto contro il cavallo gettò la bestia a terra insieme con il cavaliere. Ci fu un acuto nitrito che riempì la valle. L'autovettura raggiunse in pochi interminabili secondi la strada asfaltata. Volai via come razzo in un nugolo di polvere. Mi accorsi di avere uno dei fari anteriori rotto. Usai gli abbaglianti facendo attenzione a non finire fuori strada. Sul sedile accanto a me controllai finalmente se c'era la preziosa borsa. Ero salvo per un pelo ed avevo recuperato il malloppo. Però dubitai di essere salvo. La diabolica voce mi martellava la mente:
TU NON MI SFUGGIRAI.
Altro che malati di mente duranti le fasi lunari. L'intrico dei rami del bosco e tronchi di querce centenarie potevano celare il suo agguato. Per adesso dallo specchietto retrovisore nessuno mi seguiva. Attraversai la zona collinosa della parte centrale del parco nazionale. La carreggiata piena di curve e circondata da masse incombenti di querce secolari. Artigli arcuati di felci e di spine come tentacoli di piovra lambivano i vetri, frustavano il parabrezza o finivano sotto le ruote. Calma. Dovevo evitare di correre troppo. Nelle curve evitare l'uso degli abbaglianti. Se fossi finito fuori strada sarebbe stata la fine. Sarebbe riapparso l'essere infernale. Potevo bucare una gomma e come avrei fatto a salvarmi? Il cavaliere nero era in agguato ovunque. Ascoltavo il rombo del motore timoroso di un guasto. Non dovevo farmi prendere dal panico. Tastavo ogni tanto il contenuto della borsa. Però riportavo subito la mano al volante.
Dopo una curva a gomito stavo finendo fuori strada. Una volpe era sbucata dai cespugli tagliandomi la strada. La evitai per un pelo perdendo il controllo della macchina. Frenai. Si spense il motore. Girai la chiave. Se l'autovettura si fosse ingolfata addio. Ripartì. Sgommai, avevo accelerato troppo in fretta e stavo finendo di nuovo fuori strada. Ombre giganti s'apprestavano a prendere forma di un guerriero, ad allungarsi in acute lame lucenti, ad assumere aspetto di famelica fiera. Sudavo freddo, il cuore mi martellava. Oltrepassai l'alveo
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del fiume Calore. Sotto il ponte il flusso argentino dell'acqua. La strada cominciò la risalita verso Roccadaspide. Più mi avvicinavo al paese e più l'ansia diminuiva. Attraversai la strada illuminata del paese certo di essere salvo. Evitai la sosta. Restavano da percorrere ì tornanti che da Roccadaspide scendono in direzione della pianura. La strada adesso si popolava qua e là di casolari e dell'insegna di un bar. Raggiunta la pianura la strada era illuminata con regolarità da lumi ed i gruppi di case più fitti a formare un grosso centro. A casa mi chiusi a chiave in camera. Erano circa le due di notte. I miei dormivano nei piani superiori. Volli subito decifrare il contenuto delle tre lastre. Accesi il lume e posi la borsa di pelle sulla scrivania. La finestra era chiusa. Mi accertai che fosse serrata e guardai nel cortile. Tutto taceva. L'alone lunare stendeva manto azzurrino su scaglie di terra arata.
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CAPITOLO XXI
ADE abita le fredde e morte profondità dell'anima e abita il mondo infero, la notte, i sogni alati e i fantasmi delle nostre segrete pulsioni.
Anonimo alessandrino del I° sec. A. Cr.
Asportai i due fermagli a forma di lunghi spilloni, slargai la borsa e tirai fuori il contenuto. I famosi Libri Sibillini erano tre lamine d'oro di forma rettangolare di circa dieci centimetri per venti. Sulla faccia anteriore di ognuna c'era un numero progressivo scritto in greco all'interno di un cerchietto. La prima tavola presentava la parola PERAS e sotto l'immagine della testa recisa della Gorgonie Medusa. La faccia posteriore era interamente riempita da una scrittura in greco arcaico (dialetto dorico). La seconda lastra recava la parola APEIRON ed il disegno miniaturizzato della dea Athena Minerva, così com'era rappresentata nel mondo greco: la lunga lancia in una mano, l'egida con al centro la testa di Medusa, l'elmo maestoso sul capo ed al fianco l'alberello di ulivo. Anche qui la superficie posteriore riempita da frasi in greco. La terza lastra presentava lo stesso disegno trovato nel libro di Bernardino da Tivoli: l'immagine una giovane donna il cui viso rassomigliava a quello di Olimpia. Tra il numero tres e l'incisione del viso c'era la parola GNOMON. Come nelle altre, il posteriore era riempito da frasi in greco arcaico. Con l'ausilio del vocabolario di greco, mi accinsi a tradurre le tre lastre. A primo acchito mi sembrò una lunga poesia in esametri omerici divisa in tre parti i cui titoli erano Peras, Apeiron e Gnomon. Però mancava l'invocazione iniziale alla Musa quasi sempre presente nei poemi omerici ed esiodei. Le frasi appartenevano ad un dialetto dorico risalente per lo meno al periodo in cui fu composta l'Iliade. Numerose erano le parole con il digamma scomparso nel greco classico. Abbondavano i sostantivi ed i verbi con i dittonghi in AO e l'accento acuto sopra. Questi dittonghi erano scomparsi in epoche successive perché contratti in omicron o in omega con l'accento circonflesso sopra. Cerano verbi privi di alcune vocali interne (es. idmen al posto di oida - io so). Alcuni aggettivi che nell'uso comune apparivano con tre terminazioni (maschile, femminile e neutro) ne presentavano solo due (maschile e femminile). Molti i dativi plurali in ESI al posto di SI, ecc. Nonostante queste avversità affrontai la traduzione. Alcune parole dovettero sembrare incomprensibili ai Greci di epoche più recenti per questo forse, si diffuse la credenza che le tre lastre provenivano dagli dei e furono chiamate Libri Sibillini: solo la Sibilla era in grado di interpretarne il contenuto.
La traduzione della prima tavola più o meno era questa.
ЕЇЅ
PERAS
Il Pari ed il Dispari non contrapposti sono, ma aspetti di due realtà e di simmetrici mondi.
Queste tre lastre scritte furono da me per ispirazione divina.
Queste tre lastre d'oro sono la voce che la nostra intelligenza (Gnome) sovrasta.
OLIUMPIAS è il mio nome. Sacerdotessa sono del tempio di Minerva eretto entro le mura di Poseidonia quando la città s'ingrandì per afflusso di cittadini di Sibari distrutta.
Prima che le sacre bende cingessero il mio capo, fui schiava catturata durante la guerra contro gli Etruschi. La mia semplice vita fu sconvolta da straordinari fatti per volere del Fato.
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Nell'anno cinquantesimo dalla fondazione della città, una sera d'estate nel plenilunio d'agosto che l'aria fu pregna dell'umore dolciastro del fieno falciato, fui svegliata da un grosso bagliore.
Una luce dalla parte del mare rischiarò la notte per breve raggio e breve durata. Incurante dei vecchi padroni dormienti nei piani superiori, mi precipitai nel vicino boschetto per vedere cosa fosse mai.
C'era una vampa sprigionata da detriti metallici e lì accanto il corpo di una giovane altissima e bella dagli occhi glauchi e capelli ramati come le donne dei barbari. I lineamenti selvaggi erano simili a quelli delle giovani amazzoni la cui immagine è scolpita nel frontone del tempio di Hera.
La donna ebbe sembianze divine con uno strano indumento bianco perlaceo aderente al corpo simile a seconda pelle. L'abito o corazza era lacerato in più parti. Attraverso i tagli si vedeva il candore della vera pelle.
Come Mercurio, la donna calzava divini sandali avvolgenti non solo i piedi, ma anche gli stinchi fino alle ginocchia.
La donna divina giacque priva di sensi, spossata come dopo strenua lotta contro i possenti Titani.
La donna divina giacque respirante affannosa accanto al bruciante ammasso metallico.
Con ogni mia forza supplicando gli dei, la trascinai carponi lontano dalle fiamme che con avide lingue purpuree speravano di ghermirla trascinandola nelle stigee nebbie. Appoggiai il suo dorso ad un tronco di ulivo. Mi avvicinai al suo viso per vedere se respirasse. I suoi occhi si aprirono ed emisero azzurrini riverberi, ma capii da come respirava che la vita dal suo petto stava fuggendo.
Pensai che non fosse una vera dea, ma una semidea. La donna alate parole profferì.
TUTTO CONVERGE NELLA DETERMINAZIONE DELL'ESSERE.
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ΔΎΟ
APEIRON
La morente disse: "Ascolta e ricorda. Mi chiamo ATHENA. Provengo da un mondo a questo parallelo, lontanissimo e nello stesso tempo vicinissimo.
Massa ed energia, concavo e convesso, umido e asciutto, liscio e ruvido, spazio e tempo, pieno e vuoto, si congiungono e si disgiungono incessantemente trapassando l'uno nell'altro, varcando singolarmente ora questo ora l'altro mondo.
Il primo mondo sembra limitato. Il secondo appare senza limiti precisi. Nel primo mondo il tempo ha limiti precisi. Nel secondo è illimitato ed eterno.
Al di là del disfacimento del mio corpo. io stessa sono eterna. La mia anima finito il ciclo delle reincarnazioni, si dissolverà nel grande Vuoto. Si dissolverà la mi coscienza e la mia psiche nelle nebbie caliginose e nell'abisso dove non esiste più la conoscenza perché ogni cosa è identica all'altra. Nel gorgo oscuro in cui tutto si confonde Tutte le cose si eguagliano infine, nell'attesa che tutto si diversifichi e ricominci di nuovo.
Non spaventarti. Tra poco la mia anima (psiuché) in te entrerà e vivrà di generazione in generazione, reincarnandosi finché non avrà raggiunto la stasi eterna della perfezione. Solo quando sarò in grado di dare e ricevere amore profondo, l'anima mia abiterà l'ultimo corpo terreno. Solo allora sarò libera e mi sottrarrò per sempre dal ciclo delle umane esistenze.
Tu morirai infine, al termine della tua vita terrena. Tu morirai, ma solo per poco. Il tuo corpo che la mia anima custodisce, risorgerà identico in una nuova vita.
Nell'esalare l'ultimo respiro tra pochi istanti, entrerò dentro di te assumendo le tue sembianze. Nei millenni la mia anima passerà attraversando barriere mortali come nuotatore che non affonda. Nelle agitate acque dei corpi umani si destreggerà finché non raggiungerà la remota spiaggia.
Non temere. Oh, non temere. La morte approda nella vastità del Nulla che proprio perché tale, ciclicamente si rinnova. Labile nebbia transeunte è la vita che improvvise ventate dissolvono. Nella cangiante vastità, difficile è amare ed essere amate. Per questo prevedo, passeranno numerose generazioni, passeranno secoli e millenni prima che possa lasciare l'ultimo corpo di donna che come il primo, cioè il tuo, avrà lo stesso identico aspetto.
Questo monile di testa di Medusa conserverai. Questo monile passerà di generazione in generazione custodito dalle persone che il destino (MOIRA) avrà eletto allo scopo."
Questo la donna o la dea, disse e azzittì fissando davanti a sé le ombre della morte. La dea che sicuramente era Athena, figlia di Giove l'eccelso, si girò su se stessa e cadde in una scarpata dove un rivolo d'acqua spumosa precipitava giù nelle sottostanti acque del Sele.
Precipitando avvolta nella cascata il corpo della dea per incanto, o per volere superiore del Fato, oh mirabile visione, scomparve in una fiammata.
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Adesso sono io e non io. Sono me stessa e so di essere un'altra. Ho acquisito facoltà che prima non possedevo. Per uno strano disegno del Fato la mia pelle è più liscia e sottile ed i miei occhi brillano di nuova luce.
Per uno strano disegno del Fato so anche leggere le cose future. Io so che tra non molto la gente riverente mi rispetterà come sacerdotessa del tempio sacro ad Athena dal ceruleo sguardo. Io stessa farò edificare il sontuoso tempio e tutto il popolo di Poseidonia mi ascolterà.
TUTTO CONVERGE NELLA DETERMINAZIONE DEL NULLA
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ΤΡΪΛ
GNOMON
Peras ed Apeiron aspetti del Nulla sono entrambi. Il Nulla fluttua pieno di creativa energia. Il Nulla diviene di volta in volta Limitato ed Illimitato in una cangiante continua eternità.
Gnomon che deriva dal Logos, trapassa indistintamente in ogni momento ed in ogni luogo, da Peras ad Apeiron e viceversa. L'Essere ed il Nulla sono entrambi la stessa entità che ciclicamente appare e scompare.
Oliumpias mi chiamo. Sacerdotessa fui del tempio sacro ad Athena Minerva edificato nel centro di Poseidonia. Abbandonai la mia città recandomi a Cuma ubbidiente ad un impulso a me superiore, di certo dettato dal Daimon che dentro porto.
A Cuma sicuramente per volere del Fato, fui venerata come la Sibilla e scrutavo il volere celeste. Mi nascondevo negli anfratti più reconditi di una grotta scavata sotto l'acropoli. Evitavo lo sguardo della gente per conservare il segreto. Infatti mantenevo nel tempo inalterato lo stesso aspetto. Se muoio rinasco nel grembo di una donna eletta e divenuta giovane, riacquisto lo stesso corpo e lo stesso viso della genitrice. Anche il mio appellativo la Sibilla, conservo come Athena predisse. Quando le antiche religioni e miti crollarono, lasciai l'antro abitato per secoli e vagai cambiando di volta in volta città in modo che il mio segreto non fosse scoperto.
Alcune volte capita che il nuovo individuo nel quale trasmigro, viva ignorando la doppia identità, la mia e la sua.
ADE, il cavaliere nero mi dà caccia spietata. Egli regna le pure ombre, circondato da demoni e geni. Vuole impadronirsi di me e dei Tre Libri per capire cose che solo Egli può capire. Egli vuole carpire il segreto del Tempo e diventare simile a Cronos, il vero dominatore del mondo. Egli vuole essere l'unico signore del mondo...
Egli potrà assoggettarmi violentarmi commettendo sacrilegio, rendermi schiava, ma non avrà mai la parte più profonda di me che si nutre di amore...
Nella dimensione dell'amore io sono libera da ogni vincolo terreno.
Io sopravvivo custode di una vita diversa. lo sono discesa da lontanissimi siderei mondi. La mia anima vive protetta dal mio segreto e scomparirà per sempre al termine del ciclo terreno.
TUTTO CONVERGE NELLA DETERMINAZIONE DI GNOMON"
Questa lacunosa traduzione approntai durante quasi tutta la notte. Mi bruciavano gli occhi e ci vedevo doppio. Caddi alla fine in un sonno profondo. Tra ondulanti brume, rividi la sagoma del cavaliere nero puntarmi contro la lancia ed urlare con voce infernale:
"TU NON MI SFUGGIRAI."
CAPITOLO XXI
Tutti gli eventi nascosti dell'anima sono nelle mani di ADE, il signore degli inferi.
. Anonimo alessandrino del I° sec. A. Cr.
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Mi svegliai che il sole era alto. Erano passate le dieci e mezzo. Rimisi nella borsa le tre lastre d'oro e le conservai in un tiretto della scrivania chiuso a chiave insieme con la traduzione fatta durante la notte. Andai a prendere la mia cavalla e mi feci una lunga cavalcata nella vasta pianura fino al mare. Di giorno il cavaliere nero non avrebbe osato affrontarmi. Prima del pranzo pensai bene di telefonare ad Olimpia dal mio studio nel museo. Le avrei annunciato trionfante di aver recuperato tre importanti testi antichi. In un secondo momento, con calma, avrei dato la notizia alla stampa ed alla Sovrintendenza rendendo pubblico il ritrovamento e raccogliendo onori e glorie. Invece fu il telefono che trillò e la notizia che mi fornì mi raggelò. "Direttore, è lei?"
"Sì, sono io chi parla?"
"Qui è l'ufficio di questura della polizia giudiziaria sezione Napoli - Capodimonte. Senta, dovrebbe presentarsi con urgenza alla clinica Mediterranea. C'è la sua fidanzata ricoverata per trauma cranico."
"Che?.. Che è accaduto?"
"Dottore la sua ragazza è in prognosi riservata per una brutta caduta. Ha un trauma cranico. Faccia una cosa, avverta la madre. Abbiamo difficoltà a reperirla. Sa dove abita la madre della ragazza?" Fornii in fretta e furia le poche notizie alla polizia e corsi in paese ad avvertire la madre di Olimpia. La poveretta spense il fuoco su cui stava cucinando e andò su per le scale a vestirsi. Dopo un paio d'ore eravamo a Napoli alla clinica Mediterranea. Ebbi la conferma della prognosi riservata. Olimpia era in stato di pre - coma in seguito ad una brutta caduta. Le cose erano andate così. Stava in una zona del bosco di Capodimonte insieme con un'amica e aspettava altre studentesse e alcuni studenti per la gita d'istruzione. Di lì a poco sarebbe arrivato il professore. Senza una ragione precisa Olimpia si era appartata dietro un cespuglio di mortelle. Si sente nell'aria un forte nitrito. L'amica ha un brutto presentimento. Si spaventa e chiama Olimpia. Sguscia un cavallo da dietro i cespugli sotto l'ombra di un faggio calpestando Olimpia e fuggendo come un fulmine. L'amica ha udito il grido disperato di Olimpia, accorre e la trova a terra priva di sensi con una grossa ferita sanguinante alla fronte. Non sapeva dire se il cavallo fosse solo o cavalcato da qualcuno. A lei, in quei pochi attimi era parso di assistere alla furia di una bestia impazzita. La polizia fece le dovute indagini. Da quelle parti c'erano stalle e maneggi coi cavalli della polizia dentro. C'erano anche i cavalli dei carabinieri. Chiesi all'unica testimone dell'accaduto venuta in clinica a informarsi sulla salute di Olimpia:
"Che hai udito precisamente?"
"Ho udito un forte nitrito. Appena l'ho udito mi sono girata. Ho avuto paura istintiva... Non so spiegarmi era un nitrito infernale assordante e prolungato. Mentre mi giravo ho intravisto la sagoma di un cavallo nero che si confondeva con le ombre degli alberi. Poi il cavallo sbizzarrito è scomparso... non so spiegarmi... non ho visto la bestia allontanarsi.., sono stati pochi drammatici attimi. Ho chiamato aiuto. C'erano altri ragazzi non molto distanti da me che aspettavano anche loro il professore. Anche loro hanno confermato di aver udito un nitrito di un cavallo. Abbiamo chiamato la tua ragazza che sembrava scomparsa e quando siamo accorsi a cercarla l'abbiamo trovata priva di sensi a terra dietro un cespuglio che sanguinava vistosamente alla fronte."
"Com'era questo cavallo?"
"L'ho riferito anche alla polizia. Era di colore nero, o ramato molto scuro."
"E non hai visto chi lo cavalcava?"
"Sono stati pochi attimi. A stento ho visto questo cavallo all'altezza della testa e del collo. Non ho visto nessuno sopra. Mi sembrava una bestia fuggita da qualche parte. Però non avendo visto il resto dell'animale, non sono certa se c'era qualcuno sopra... Sono stati attimi."
Mi dissero i medici che Olimpia aveva un grosso ematoma nella regione frontale sinistra e non si poteva operare. Bisognava aspettare che il sangue si riassorbisse e che riprendesse i sensi.
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"Olimpia". "Il tempio... il tempio di Athena."
Furono le uniche parole che disse ripiombando nella vuota marea del coma. Era stato lui, il Cavaliere Nero. Mi passai le mani sulla faccia. Il colpevole ero stato anche io. Se non avessi cercato caparbiamente i tre Libri Sibillini, mi avrebbe lasciato in pace. L'unico posto dove cercarlo erano gli scavi di Paestum davanti al tempio di Athena Minerva. Gli avrei restituito i tre libri in cambio della vita di Olimpia. Impotente, non sapendo come lottare per salvarla, tentai l'unica strada. Presi la macchina quella sera stessa e andai a Paestum. Liberai il mio cavallo bianco e vi salii. In mano stringevo i tre libri. Nei prati intorno ai templi greci c'erano solo le ombre della sera inoltrata. I fari delle macchine fuggivano lungo la provinciale. Aspettai. Il tempo cangiante di marzo coprì di nuvole la pianura che s'incupì. Cominciò a piovigginare. Ero lì fermo ad aspettarlo. Avrei aspettato per l'intera notte. All'alba avrei distrutto i maledetti libri. Quasi intuendo le mie intenzioni, venne. Pioveva a dirotto. I fulmini da sopra la pineta si lanciavano sul maroso. Mi apparve al barlume dei fanali della provinciale e a quello dei fulmini. Il capo era coperto da un orribile elmo. Stava ritto sul suo cavallo fatto di tenebra. Gura era nervosa e scalpicciava. Feci avanzare la mia cavalla di alcuni passi e ad una certa distanza gli lanciai la borsa coi tre libri dentro.
"Prendili. . . .non so che farmene. Prendili e lasciaci in pace. Vattene tu ed i tuoi segreti..."
IHHH....IHHI....IH.
Il cavallo infernale s'impennò e cominciò a sbuffare con le narici in aria. Sentii da qualche parte il cavaliere nero galoppare contro di me. Vidi che sollevava la lancia nella mia direzione. Girai il mio cavallo per fuggire. Si levò alto un nitrito. Sentii una fitta lacerante alla schiena. Mi toccai il dorso con la mano libera. M'aveva colpito con la lancia. Resistetti in sella più che potei. Rimasi aggrappato alla sella. Il Cavaliere Nero si allontanò per ritornare alla carica questa volta con la spada. Lo vidi volare. Un fulmine immenso, abbagliante come onnivora ragnatela illuminò la scena. Il mio cavallo s'inarcò sollevandosi sugli arti anteriori a ghermire il cielo. Caddi in un tonfo. Con le forze residue cercai di girarmi per guardare in faccia l'implacabile assalitore. In quegli attimi frenetici si addensarono le tenebre. Udii l'acqua piovana scrosciare forte frustando la terra. Sperai che fosse scomparso. Tesi le orecchie ad ogni rumore sospetto. La ferita mi dava un dolore lancinante. Improvviso un nuovo fulmine squarciò la tenebra, dopo pochi attimi un altro fulmine di sghembo, accecante. Nella luce violenta riapparve su di me la sua sagoma. Mi sovrastava con l'orrido elmo, la corazza e la spada luccicante che stringeva in una mano. Lo sguardo freddo e deciso. Ero rassegnato al peggio. Mi avrebbe ucciso all'istante. Mi avrebbe sgozzato o reciso la testa con un solo colpo. Appena le ramificazioni dei fulmini sparirono, sopraggiunsero attimi di tenebra fitta durante i quali attesi raggelato l'ineluttabile fine.
Come il faro abbagliante di un'autovettura apparve un fascio di luce che si stampò contro la sagoma del cavaliere nero illuminandolo dal torace in su. Dilatando il più possibile le palpebre cercai di capire. La luce come lunga lancia splendente, proveniva dallo spazio tra due colonne del tempio di Minerva. Un nuovo fulmine illuminò la scena. Intravidi la figura maestosa di una donna armata di lancia e protetta da uno scudo con al centro la testa della Gorgone Medusa. Quella luce che illuminò il mio assalitore proveniva proprio da lì, dalla testa orribile della Gorgone al centro dello scudo. La donna che reggeva il grande scudo aveva un elmo in testa e una lunga tunica bianca. Negli attimi successivi, prima che le forze mi mancassero, vidi come in un incubo in rapida successione, la lancia scagliata dalla donna trafiggere il petto del cavaliere nero che cadde in un rantolo ai miei piedi. Ci fu breve repentina fiammata. Le lingue del fuoco divorarono fameliche la sagoma del cavaliere nero. Il fascio di luce proveniente dallo scudo della donna si spense e ritornò il buio fitto riempito dalla pioggia scrosciante. Persi i sensi.
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CAPITOLO XXII
Poiché Dionisio ed ADE sono lo stesso dio, i riti che apparentemente celebrano la gioia e la forza vitali, contengono anche un'ombra infera.
J. Hillman: Il sogno ed il mondo infero. 2004
Ecco cosa accadde dopo come me lo hanno raccontato.
La mia cavalla uscì dal cancello della recinzione e andò a grattare con gli zoccoli la porta di casa dei miei genitori. Per fortuna mia madre udì. Dopo molte esitazioni i due vecchietti andarono ad aprire e si trovarono davanti la cavalla che con ripetuti nitriti cercava di metterli in allarme. I miei genitori seppure allarmati, riportarono in stalla l'equino e gli tolsero la sella. Subito dopo composero alcuni numeri di telefono senza riuscire a rintracciarmi. Capirono che mi era accaduto qualcosa, ma non sapevano a chi chiedere aiuto. Temettero che fossi caduto da cavallo. Il temporale li scoraggiava ad uscire di casa. Mio padre che imprecava:
"Ma con questo tempo dove doveva andare con il cavallo!"
Si decisero a telefonare in caserma nella speranza di ricevere soccorso. Il maresciallo cercò di rassicurarli. Disse che di lì a poco avrebbe fatto un giro ispettivo nella zona con la camionetta.
Il maresciallo Farro quella sera era rimasto in caserma a farsi la partita di scopone con l'appuntato poi, quando questi era andato a dormire, si era messo a vedere la televisione fumando, bevendo ed imprecando contro il maltempo. Si girava contro il finestrone ad osservare se la furia del temporale scemasse. Ogni tanto si alzava a guardare meglio da dietro i vetri. Fu così che vide - erano le ventitrè meno dieci - un bagliore dalla parte dei templi. Gli sembrò che qualcuno avesse lanciato un razzo segnaletico. Il percorso della scia luminosa era però strano, quasi rasente la linea del suolo. Inoltre gli era parso di vedere nello stesso posto, una specie di palla lucente, come un grosso pallone sparita dopo pochi secondi. Pochi minuti dopo aveva ricevuto la telefonata dei miei genitori e subito dopo avevano suonato al portone della caserma. Erano altri testimoni del fatto.
DAL RAPPORTO DELLA STAZIONE DEI CARABINIERI Dl CAPACCIO - SCALO.
Spett.le Tenenza dei carabinieri di Pontecagnano (SA).
Oggetto: relazione particolareggiata di un fatto misterioso accaduto all'interno della recinzione dei templi di Paestum.
Alle ore ventitrè meno quattro minuti in data 1999, si è presentato in caserma un gruppo di villeggianti che al momento dell'accaduto si trovava a transitare nei pressi della zona dei templi. I villeggianti erano a bordo di due macchine, una FIAT Uno ed una "Alfa Trentatré". I due gruppi di persone non si conoscevano fino all'accadimento dei fatti.
Il sig. Di Stasio Pietro, conducente della FIAT... di età... .che viaggiava insieme con moglie e i due figli, ha riferito di aver notato in prossimità del tempio di Minerva, al di là della cancellata, una sfera luminosa, bianca simile a nebbia, ma lucente. La sfera è stata osservata anche dagli altri. Dopo qualche minuto il globo lucente rimbalzava al suolo come una palla e scompariva in una fiammata.
Il sig. Castaldo Mario, età... conducente dell'Alfa Romeo che seguiva la FIAT a qualche decina di metri di distanza, conferma i fatti. Le altre persone, la fidanzata del Castaldo... età...., la moglie del sig. Di Stasio... .ed i due ragazzi loro figli, hanno confermato anche loro quanto osservato dal Di Stasio.
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Recatomi sul posto con la jeep insieme con l'appuntato Alessio Antonio, entravo all'interno dei templi trovando il cancello insolitamente aperto.
All'interno degli scavi facendo luce con la pila e con i fari della jeep, nonostante la forte pioggia, osservavo per terra ampi segni d'erba bruciacchiata a formare una grossa chiazza scura e lì vicino il corpo trafitto da una lancia del dott. Ettore B., direttore del Museo Archeologico di Paestum. L'accaduto aveva molti punti in comune con un fatto tragico di due mesi fa: il delitto del prof. Alonzo Alfonso perito anche lui con un colpo di lancia alla schiena.
Il ferito veniva trasportato privo di sensi al vicino ospedale San Leonardo di Salerno.
Dalle foto a colori scattate il mattino seguente si evince la presenza di un cerchio di erba fresca bruciata sul terreno proprio nelle vicinanze dove ho rinvenuto il corpo del dott. Ettore B. Verosimilmente la palla di fuoco toccando il terreno avrebbe bruciato l'erba del prato provocando la caratteristica chiazza scura, quasi nera che si forma quando una fiamma brucia su un prato, come un piccolo falò.
Capaccio Scalo, 2/3/1996.
Relazione del prof. Francesco Cederno al Seminario di Meteorologia tenuto nell'Aula Magna della Facoltà di Ingegneria - Ateneo napoletano.
..."A dispetto di secoli di ricerche scientifiche - tra cui il famoso esperimento con l'aquilone effettuato da Benjarnin Franclin il fulmine è ancora oggi un fenomeno in qualche modo misterioso. Dall'epoca di Franclin gli scienziati hanno compreso che le cariche elettriche possono accumularsi lentamente nelle nubi e poi dare origine a lampi violenti quando l'energia immagazzinata si scarica all'improvviso. Però l'esatto meccanismo che regola questo processo è stato per anni argomento di speculazione. Qual è la velocità dei fulmini? Che cosa accade alla scarica di corrente elettrica dopo che è penetrata nel suolo?... Il fulmine globulare è un fenomeno più oscuro ancora. Il bagliore a forma di sfera osservato recentemente da alcuni testimoni nei pressi dei templi di Paestum è sicuramente un fulmine globulare. Si sa che quando un fulmine durante un temporale tocca un suolo ricco di salì minerali come silicati di ferro o di fosforo, si forma spesso un fulmine globulare la cui durata ed intensità sono inversamente proporzionali alla sua grandezza..."
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Atti del XXIV° Congresso di Meteo-Italia (Gardone Riviera, 1997).
Il fulmine globulare
Un fenomeno molto complesso e di non facile descrizione.
Il fulmine globulare o a sfera è ancora oggi un fenomeno misterioso e particolare che sfugge ad una descrizione accademica.
Sono molte le testimonianze di persone che giurano di aver visto fenomeni di questo tipo. Li descrivono con molta approssimazione quali sfere di plasma, oppure nubi di polvere elettrizzata, o fili di carbonio incandescenti derivanti dall'impatto di un fulmine su una pianta. Non si trovano fotografie che possano aiutare a capire meglio quello che accade in queste circostanze, ma molte testimonianze sembrano puntare maggiormente sul paranormale piuttosto che su un fenomeno fisico. La durata del fenomeno va da un secondo fino a diversi minuti. Generalmente le sfere sono colorate: rosso, arancione, giallo, bianco e blu sono i colori più ricorrenti. La luminosità media è paragonabile a quella delle lampade domestiche da 100 Watt. I fulmini globulari sono quindi visibili anche in pieno giorno. Di solito la luminosità delle sfere resta costante durante l'apparizione per decadere durante la fase di scomparsa.
La scarica elettrica si manifesta con maggiore frequenza:

     

  1. 1. all'interno di edifici, 50,2%
  2.  

  3. 2. in strada, 24,6%

  4.  

  5. 3. nei prati,9,5%

  6.  

  7. 4. nei boschi, 4,4%

  8.  

  9. 5. laghi e fiumi,4,0%

  10.  

  11. 6. in cielo, 4,0%

  12.  

  13. 7. in montagna,2,3%

  14.  

  15. 8. fra le nubi, 1,0%.

Un anno fa un singolare fenomeno meteorologico riconducibile ad un fulmine globulare abbastanza grande (circa 30 cm di diametro), è stato osservato all'interno dei tempio di Athena Minerva a Paestum. Testimoni che transitavano di notte lungo la statale S 18 nei pressi della zona dei templi, affermano di aver osservato un grosso fulmine globulare provenire dall'interno del tempio di Athena Minerva diretto verso la cancellata. Dopo un percorso di alcune decine di metri la sfera si posava tra l'erba del prato e spariva in una grossa fiammata...
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CAPITOLO XXIII
La possessione è il sintomo che indica come la nostra vita mentale sia abitata da potenze che la sovrastano e sfuggono ad ogni controllo...
R. Galasso: La follia che viene dalle ninfe. (Adelphi).
Il giorno seguente il mio ferimento Olimpia era uscita dalla stato di pre-coma ed era fuori pericolo. Le prime parole erano state:
"Ettore, Ettore, dove sei?"
Io ero stato trasportato all'ospedale San Leonardo di Salerno e stavo sotto trasfusione. Ero debole ed in pomeriggio m'avrebbero operato per chiudermi la ferita. Il tubo che mi avevano ficcato in trachea per la respirazione artificiale fu una tortura terribile che mi causava conati di vomito. Poi mi iniettarono l'anestetico in vena e tutto fu buio. Nei giorni seguenti cessato il pericolo, mi vennero a trovare tutti i miei amici e parenti. Appena fu possibile venne Olimpia che mi restò accanto per ore.
"Se fossi morto - disse piangendo - io mi sarei uccisa. La vita senza dite non ha senso."
Olimpia mi amava. Ero certo del suo amore e della sua sincerità. Ricordai una frase tradotta dal greco giorni prima: in questa cangiante marea, difficile è amare ed essere amati.
Il commissario Farro venne pure lui a trovarmi. Voleva sapere come si erano svolti i fatti e che ci faceva quella strana lancia conficcata nel mio dorso.
"Stavo facendomi un giretto sul mio cavallo vicino al mare quando è cominciato a piovere. Per fare prima ho preso la scorciatoia all'interno degli scavi. A quel punto qualcuno mi ha colpito alle spalle con quell'arma. Forse un tombarolo."
Già un tombarolo con un'arma bianca, una lancia nuova di zecca... Adesso siamo ritornati indietro con la Storia. Adesso non si ammazza la gente con la pistola, ma con le lance come i Sioux del West. Lei stava per fare la stessa fine del prof. Alonzo. Ci deve essere un maniaco in zona, un serial killer."
‘Speriamo che lo prendiate presto...."
"La sa un'altra novità, direttore?"
"Quale?" "Certe volte il mondo è proprio strano. Questa gliela do io per primo. Sembra che la mummia, quella conservata nel museo... quella trovata su Monte Pruno.. . Ebbene si è incenerita. Puff... e la mummia si è trasformata in un mucchio di cenere. Questo accadeva alla presenza di numerosi turisti. Forse la temperatura non era quella adatta per la sua conservazione. Sarà compito suo stabilire le cause..."
Non sapendo che rispondere aprii il palmo delle mani come un prete sull'altare e dissi:
"Puff..." "Puff... Ripeté come un pappagallo il maresciallo.
M'informai nei particolari sull'incenerimento della mummia: si era verificato pochi istanti dopo che Olimpia si era ripresa dal pre-coma.
Olimpia mi diede un bacio e aggiunse seria, seria:
"Nella vita di ognuno esiste un disegno segreto, che prima o poi si palesa. Bisogna avere la forza di aspettare."
Olimpia aveva capito perché la mummia era scomparsa. Il commissario invece non ci sarebbe mai arrivato. Non era nel suo stile indagare su certe superstizioni.
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Durante la mia degenza, dalla finestra di casa si vedeva un aria nuova, brillante che annunciava la primavera. Si sentiva il profumo delle rose e dei gigli che mio padre aveva piantato sotto casa.
Dissi al mio amico il capo dei vigili urbani del comune, che appena rimessomi avrei inoltrato al comune la richiesta di installazione dei fari notturni al neon intorno ai templi.
"Ottima idea dottò. Così i templi si possono ammirare in tutta la loro bellezza anche di notte."
Feci questa obiezione più a me stesso che a lui:
"Già, ma chi è che non dorme per osservare i templi di notte?"
"Perché, voi che ci facevate lì dentro di notte, quando siete stato ferito?"
"Già. Osservavo i templi. E' vero Pasquà. Giusto. Io faccio parte di quella categoria di gente che la notte non dorme per ammirare reperti antichi. Che ci vuoi fare."
"E per questo che si fanno brutti incontri."
"Già."
Durante i giorni di degenza spesso restavo solo con Olimpia. Una volta notai che era insolitamente triste e muta.
"Che hai Olimpia, qualcosa che non va?"
"Devo confessarti una cosa. E' da tanto che volevo dirtelo."
"Dimmi non vuoi più sposarti con me?"
"Ma che dici. Non vedo l'ora di avere dei figli da te."
"E allora?"
"Durante lo stato di pre corna ho avuto una visione. Ma non mi è sembrata una visione vera e propria perché ricordo tutto come se avessi vissuto i fatti che ti racconto. Avevo però I ‘impressione di trovarmi all'interno di una diversa dimensione spazio-temporale. Stavo in un mondo a questo parallelo.., o forse stavo varcando la soglia dell'altro mondo.. .o ero in un limbo sospesa. Oppure la mente mi ha mostrato cose come in un film eppure con l'impressione di viverle per davvero... "Che hai visto?"
‘Stavo su un cavallo e di fronte a me c'eri tu che però eri vestito in un modo diverso. Avevi quegli abiti che si portavano in passato nel Cinquecento o nel Seicento o nel Quattrocento... Erano degli abiti simili a quelli indossati dai personaggi dei Promessi Sposi del Manzoni.."
"E allora?"
"Anche tu stavi su un cavallo di fronte a me, ma non ti chiamavi Ettore, ma ... indovina un po'? Ti chiamavi Bernardino da Tivoli. Io invece ero Athena Minerva e spiegavo a te... cioè a Bemardino da Tivoli di provenire da un mondo lontano. Gli rivelavo alcune delle più importanti scoperte scientifiche della mia civiltà. Non so perché gli avessi voluto fare queste rivelazioni; per stupirlo? Per istruirlo? Perché sentivo forte il bisogno di comunicargli un bagaglio di conoscenze che potevano risultare utili su questa terra? Gli parlo dell'esistenza di un universo a questo parallelo fatto di sterminato oceano, fatto di una sostanza fluida e fredda le cui increspature generano la materia di questo universo. All'interno di questo oceano mediante potentissime macchine, la mia civiltà ha intravisto un gigantesco essere informe che non si sa se simile ad un invertebrato polipoide o ad altro. A te cioè a Bernardino da Tivoli parlai di tutte queste cose. Poi all'improvviso odo un galoppo frenetico. Mi guardo indietro e lo vedo: è il mio inseguitore, il Cavaliere Nero. Il suo cavallo corre contro di me. Egli.. .con un colpo di lancia, mi senti?"
"Sto qui a tutto orecchi."
"Con un colpo di lancia dicevo, ferisce Bernardino da Tivoli che cerca la fuga, sia pure ferito sul suo cavallo. Stavo per fuggire anch'io quando l'assalitore ed il suo cavallo scompaiono in una fiammata. C'era un orribile essere. Non me n'ero accorta prima. Era una enorme testa di
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Medusa e la fiammata era partita da... lì dagli occhi sanguigni di quel mostro. Lo sai, mentre il Cavaliere Nero bruciava ebbi la certezza che era lui che bruciava."
"Chi?" "Riccardo."
Stetti zitto concentrato ad osservare le recondite espressioni del suo viso.
"Ettore io ho paura. E' come se dentro di me ci fossero due persone. Una sono io e l'altra non so proprio chi sia."
"Tu mi ami?"
"Sì, ma che c'entra."
"Mi ami veramente?"
"Sì... .non capisco."
"Allora non preoccuparti. L'altra a poco a poco scomparirà per sempre dentro di te."
"Cioè? "
"Fidati." Un bacio interruppe la conversazione. Ho raccolto questa singolare notizia dal Corriere della Sera.
ELZEVIRO: MITO E REALTA' DEL DOPPIO. QUANDO GOETHE INCONT
Pare che Goethe, in una delle sue passeggiate a cavallo nei dintorni di Francoforte, avesse visto venirgli incontro all ‘improvviso un altro cavaliere, poi subito scomparso nel quale immediatamente riconobbe se stesso. Un Doppelganger un "Doppio": quel fenomeno che scientifìcamente va sotto il nome di "euatoscopia ", a quanto pare meno insolito di quanto si creda e di cui hanno ragionato numerosi studiosi ed anche artisti e poeti, come Poe, ad esempio..
se Breve riflessione su questo Bernardino da Tivoli. Me secondo (cioè secondo me).
Bernardino da Tivoli Humanista et philosopho, si guardò bene dal rivelare quei fatti a cui assisté. Avrebbe avuto grosse noie con la Chiesa. Poteva fare la fine del Savonarola e quella che di lì a qualche secolo e mezzo dopo avrebbero patito Tommaso Campanella e Giordano Bruno. Finse di essere venuto a conoscenza di un libro intitolato ‘De Sibillae Cumanae Secreto."
In questo modo se ne lavò le mani. Non ebbe il coraggio di affrontare gli eventi e di dire la verità che gli era stata rivelata. Se fosse stato spinto da amore verso una donna come Olimpia, avrebbe avuto il coraggio di diffondere e scrivere le verità scientifiche troppo in anticipo rispetto ai suoi tempi. E invece Bernardino da Tivoli fuggì. Fuggì e tacque. A onor del vero c'è da dire che a quella epoca se ci fossi stato io che avrei fatto?
"Ho una sorpresa per te. Quando ti sarai rimesso te la mostrerò."
Disse mio padre. Olimpia complice, non aprì bocca. Quando fui in forze scesi nel viale di casa. Fu allora che Olimpia apparve su un cavallo sauro, quasi nero. Dissi: "E dove lo avete preso?"
Rispose mio padre: "Girovagava vicino casa la mattina dopo il tuo ferimento. Non aveva padrone. Lo portai subito in stalla. Ho pensato di regalano ad Olimpia. Penso di aver fatto bene."
"Ottima idea, papà."
"Naturalmente non ho detto niente ai carabinieri."
‘Meno male."
Era il destriero del Cavaliere Nero. Era proprio quello.
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"Ma da dove viene? Ci sono cose che mi devi confidare, è vero Ettore? Tu sai da dove proviene questo cavallo. Non viene mica dall'inferno... E' vero che non bisogna avere segreti, in particolare con chi ti vuole bene come tuo padre?
"Anche tu papà."
Chiesi a mio padre di portarmi Gura, la mia cavalla bianca.
Ce ne andammo a cavalcare nella vasta verdeggiante pianura cosparsa di variopinti fiorellini di bosco. La terra si risvegliava alla primavera. I cavalli erano desiderosi di premere le umide zolle.
Quando Gura andrà in calore, la farò accoppiare con il cavallo nero. Chissà cosa ne verrà fuori. Figuriamoci quando avrò un figlio da Olimpia. Sicuramente il bambino avrà un meraviglioso profilo greco e la passione di cavalcare neri destrieri.

 

POST SCRIPTUM
Dal "Sol e 24 Ore" dell' II febbraio 2007
Schrödinger il fisico che ha legato il nome alla celebre equazione che segna la nascita della meccanica ondulatoria ...
Schrödinger è «l'uomo delle sovrapposizioni» semplificate da un suo celebre esperimento mentale di un gatto posto in uno stato quantistico sovrapposto, né vivo né morto e al contempo vivo e morto. Come eliminare il paradosso? La risposta è venuta dallo sviluppo di teorie recenti, come la «teoria della decoerenza» secondo quale le stranezze del mondo dei quanti sono la spia dell' esistenza di uno o di più universi a questo paralleli.
Secondo Einstein le cose stavano così, altri preferiscono invece ignorare la domanda. Odierni scienziati pongono la questione in modo diverso. Negli ultimi anni, c'è stata una improvvisa "esplosione di luce" negli angoli più bui del mondo dei quanti. Le «vecchie storielle, con protagonisti bizzarri come gatti contemporaneamente vivi e morti» non sono più di moda, appartengono all'antico testamento lasciato ci in eredità dai fisici della prima metà del secolo scorso. Oggi ci sono nuove narrazioni tra cui scegliere come la teoria dei multi mondi tra loro interagenti. La teoria del Multiverso è stata recentemente sviluppata in forma matura dai fisici di Oxford. Sulla scorta di nuovi risultati sperimentali e di nuovi modelli teorici, il nostro vecchio Universo appare come un'amena località, un piccolo frammento di un enorme Multiuniverso, un'intricata trama di universi che si biforcano e s'intersecano come mostruosi tentacoli.
F I N E
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CURRICULUM
Budetta Giuseppe Costantino nacque a Bellosguardo (SA) il 16/4/1950 e vive a Napoli - Ponticelli, Via Lago Lucrino 24 - 80147 - Italia. Diplomatosi presso il Liceo classico A. Genovesi di Napoli, laureato con lode in Veterinaria, ha due specializzazioni in Alimentazione ed in Citochimica quest'ultima conseguita presso la II Fac. di Medicina di Napoli. E' prof. associato di Anatomia, fisiologia e morfologia degli animali domestici presso la Facoltà di Agraria di Palermo, gruppo disciplinare: VET 01. E' autore di oltre settanta lavori scientifici alcuni dei quali pubblicati su riviste internazionali americane e francesi.
La rivista scientifica Psychologia ha pubblicato alcuni dei suoi saggi come Scienza e Conoscenza, ArcheoMedia e PsicoLab. Budetta Giuseppe Costantino fa parte d'importanti comitati di redazione in giornali di scienza oltre che di narrativa. Vedere su Google alla voce BUDETTA GIUSEPPE COSTANTINO. Ha vinto numerosi premi letterari tra i quali città di Caserta (targa d'oro) e città di Avellino (medaglia d'oro).
Ha pubblicato fino ad adesso i seguenti volumi:
"Venti racconti" presso l'editore Andrighetti di Ferrara (2005)
"Vento di terra": editrice Anna K. Valerio di Udine (2006).
"Giallo Fiordaliso": la Carmelina di Ferrara (2006).
"Doppia Venere di Milo": edizioni Fabula (Roma) (2007).
"La rosa del Grillo": Vincenzo Grasso editore in Padova (ottobre, 2007) .
Ha altri romanzi mai pubblicati:
IL MEDICO E LA MONACA, pagg. 86
OMBRA: pagg. 150
ULTRATOMBALITA: pagg. 43
MAGNA GRAECIA: pagg. 95
ALDILA COSI COSI: pagg. 40
IMMAGINE: pagg 61
TRENI BINARI ED ALTRO: pagg. 144
NECESSITA NAPOLETANA pagg. 43
HOMO SAPIENS SAPIENS pagg. 35
L'ISOLA DELLA DONNA NUDA: pagg. 2013
RICERCA UNIVERSITARIA: pagg. 71.
CAVALIER: pagg. 24.
Mail: giuseppe.budetta@alice.it
Quinta copertina
Olimpia è una bella studentessa universitaria coinvolta in misteriosi eventi che spingono il fidanzato Ettore ad indagare su misteriosi eventi .Uno strano cavaliere nero è deciso ad impadronirsi dei Libri Sibillini ed a rapire Olimpia dopo aver ucciso l'ex direttore del museo archeologico di Paestum.

Altre opere di questo autore