Un urlo verso il cielo


Quella notte Fatima Wiston non riuscì proprio a chiudere occhio. Prona, supina, rannicchiata, Fatima continuò a girarsi e rigirarsi nel letto, attorcigliandosi sempre più tra le lenzuola di lino bianco e la pesante coperta di lana amaranto che oramai era completamente riversa sul pavimento. L’origine della sua veglia non era da attribuirsi ad alcun malessere fisico, ma ad un’incontenibile e comprensibile eccitazione. Quel 15 giugno avrebbe rappresentato, senza ombra di dubbio, il giorno più importante della sua vita; in quella data, infatti, si sarebbe compiuto ciò che avrebbe restituito un senso profondo a quell’esistenza che Fatima definiva, sino a quel momento, “un’esistenza a metà.
Continuava a fissare, nell’oscurità della notte, quell’orologio che, con le sue lancette fluorescenti, pendeva sulla parete bianca di fianco al suo letto. Una sola ora la separava dal momento in cui, così come aveva stabilito la sera precedente, avrebbe potuto dare inizio a quello che voleva fosse un vero e proprio rito di preparazione all’evento.
Rimase immobile, continuando a fissare l’orologio, fin quando entrambe le lancette fluorescenti non si posizionarono sul piccolo trattino che segna le sei. In quel preciso istante, dando inizio alla solenne cerimonia, con molta calma Fatima si alzò da quel letto che per un’intera notte l’aveva torturata.
Con estrema cura, prestando attenzione a non scottarsi, la donna miscelò l’acqua che scorreva nella piccola vasca, al cui fondo aveva versato pochi granelli di sali da bagno. In attesa che l’acqua fumante la riempisse completamente, Fatima si sedette di fronte al grande specchio incassato in una vecchia e malridotta cornice di legno, che solo poco tempo addietro aveva tentato di abbellire, decorandola con piccoli fiori rossastri dipinti su di uno sfondo leggermente dorato. L’immagine che si rifletteva nello specchio, appannato dal vapore dell’acqua, era quella di una donna giovane ed avvenente, dai capelli di un nero corvino, dai grandi occhi nocciola e dalla carnagione così eccessivamente candida, tanto da provocarle un senso di disagio e da farla sentire forestiera tra la sua gente.
Quel pallore, era l’unica eredità, assieme al cognome, lasciatale da un padre americano che troppo presto l’aveva abbandonata e di cui non rammentava più nulla. Il solo ricordo che aveva di quell’uomo, erano due piccole foto ingiallite e che comunque, da qualche tempo, Fatima non amava più guardare. A tirarla su fu la madre, donna troppo fragile e pavida per poterle fare anche da padre. Per quanto andasse indietro nel tempo con la memoria, Fatima non riusciva a tirar fuori, dal cappello dei suoi ricordi, un solo istante in cui la madre si fosse dimostrata essere una donna sicura, padrona delle proprie azioni. Il suo unico ricordo, era quello di una donna, la madre, perennemente spaventata e triste e tale grigiore, ovviamente, non poteva non condizionare l’infanzia e l’adolescenza di Fatima, rendendole spaventosamente infelici.
Crescendo, Fatima iniziò a porsi mille interrogativi, a chiedersi quando e come tutto ciò avesse avuto inizio e perché fosse stata costretta a vivere una simile condizione. Non riusciva più a sopportare la mesta rassegnazione della madre, che si ostinava a ripeterle, a mò di litania, come l’uomo fosse impotente di fronte alla volontà Divina. “L’uomo”, le ripeteva continuamente la madre, “deve sottostare al volere Divino. Anche se il Suo disegno risulta all’apparenza incomprensibile e ingiusto, l’uomo non può e non deve ribellarsi.” E la madre non si ribellò neanche quando, in un caldo pomeriggio di giugno, la vita del suo unico figlio maschio fu, forse per errore, improvvisamente spezzata.
L’immagine di quel giovane corpo straziato, ancora così perfettamente viva nella memoria di Fatima, risvegliò la donna dai suoi antichi ricordi, riportandola, con prepotenza, al presente e a ciò che quel 15 giugno avrebbe significato per lei.
La donna, lentamente, si lasciò scivolare nell’acqua che la ricoprì sin sopra le spalle. Con gli occhi chiusi ed il respiro profondo e regolare, Fatima raggiunse un livello di abbandono tale, da essere prossimo ad un vero e proprio stato di trans. Stette in quella posizione, immobile, sin quando un brivido di freddo non percorse il suo corpo. A quel punto, Fatima riaprì i suoi grandi occhi nocciola ed uscì dall’acqua.
Era giunto il momento più importante della solenne cerimonia a cui Fatima aveva dato inizio, quello della vestizione.
In piedi, dinanzi al grande specchio, osservando il suo corpo nudo, la donna pensò che per essere perfettamente in forma avrebbe dovuto perdere un paio di chili. Tale considerazione, fece apparire sul suo volto un malinconico sorriso.
Senza soffermarsi oltre su quell’immagine riflessa nello specchio, Fatima poggiò gli abiti sullo sgabello di fianco alla vasca da bagno ed iniziò, con estrema cura, ad indossarli.
Per l’occasione aveva deciso di vestire indumenti semplici ma raffinati, di abbellire i suoi grandi occhi nocciola con una linea sottile di henna e di indossare un insolito accessorio. Sciolti i suoi lunghi capelli di un nero corvino, Fatima riordinò la stanza da bagno, rassettò il letto, ripose ogni oggetto al suo posto, indossò un copricapo ed uscì.
Giunta alla stazione, completamente immersa nei suoi pensieri, Fatima non prestò alcuna attenzione alle persone che, come lei, attendevano l’arrivo dell’autobus. Il sole era già alto e la giornata si preannunciava afosa. La donna sapeva bene che, a quell’ora di punta, l’autobus sarebbe stato particolarmente affollato e che al suo interno il caldo sarebbe stato insopportabile, ma sapeva anche che la sua corsa non sarebbe durata a lungo.
Impacciata, disorientata ed infastidita da quell’insolito accessorio, che cingendole la vita le impediva di assumere una postura naturale, Fatima sentì di non avere più alcun controllo sulle proprie emozioni. Paura, smarrimento, angoscia, trepidazione. Una miriade di sensazioni l’investirono violentemente senza alcun preavviso. Quella calma, che sino ad allora l’aveva pazientemente accompagnata, le aveva, d’un tratto, voltato le spalle, lasciandola precipitare in un profondo e doloroso sgomento.
Per mesi, Fatima aveva lavorato affinché nulla fosse lasciato al caso. Non un solo gesto, non un solo sguardo, non un solo passo avrebbero dovuto sfuggire al suo controllo. Persino il respiro avrebbe dovuto, in quella giornata, prestarle obbedienza. Da troppo tempo attendeva il giorno del suo riscatto per permettere che il suo disegno potesse, anche solo di un’inezia, subire variazioni. Centinaia di volte aveva percorso quella strada, contando i passi ed i minuti, osservando la gente che aspettava l’autobus, attendendo pazientemente il suo arrivo e guardando, poi, le persone andar via.
Sino a pochi istanti prima, Fatima aveva creduto di essere pronta, di essere in grado di controllare, perfettamente, il suo corpo, la sua mente e la sua anima, di poter andare incontro al proprio destino con serenità e convinzione. Del resto, se si trovava lì, in quel luogo, in quel giorno e a quell’ora, era solo per sua scelta. Nessuno l’aveva spinta, costretta o minacciata.
L’autobus numero tre arrivò alla stazione puntuale come sempre, e come sempre vi giunse affollato al punto tale da non poter trovare neanche un posto a sedere. Fatima rimase in piedi, nella parte centrale del corridoio, con una mano aggrappata alla maniglia e lo sguardo perso nel nulla. Quando anche l’ultimo passeggero montò sul veicolo, il conducente chiuse le porte e ripartì, facendo barcollare tutti quei viaggiatori che, come Fatima, erano rimasti in piedi.
La donna, con una mano sempre saldamente aggrappata alla maniglia, scrutò le persone che le erano accanto ed il suo sguardo si incrociò con quello di una giovane fanciulla che le sorrise ed i cui occhi esprimevano quella tristezza che Fatima conosceva sin troppo bene. Quegli occhi, le ricordarono la sua infanzia e le sue paure.
In preda ad un fremito incontrollato, Fatima si precipitò dal conducente, pregandolo di farla scendere.
Una volta a terra, la donna corse come mai aveva fatto prima. Spinta da una forza che non le apparteneva, corse fin quando, lontana da tutto e tutti, si lasciò cadere al suolo. A quel punto, con le poche forze che le erano rimaste, afferrò la cordicina che pendeva dal pesante bustino e urlando la frase che avrebbe dovuto urlare all’interno dell’autobus, si lasciò esplodere.
Ancora oggi, l’immagine della KamiKaze Fatima Wiston, vive negli occhi tristi di una giovane donna ebrea, che in una afosa mattina di giugno salì, forse per caso, sull’autobus numero tre.

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