Follie


"Continui a chiedermi cosa provo...
Sono stanca di non risponderti, ma, più che a te, sono stanca di non rispondere a me stessa.
Non ci sono parole per poter descrivere una vita nell'ombra, accettata sempre e solo in nome di quel maledetto sentimento che tutti voi chiamate amore, ma che io chiamo dolore, semplicemente, banalmente, disperatamente dolore.
Non mi mancano le parole per dirti ciò che vuoi sapere.
Ciò che mi manca è forse il tono, l'espressione, la gestualità che dovrebbero accompagnarle: accetteresti parole inanimate per una vita paralizzata dall'amore?
Ho perso il conto degli anni.
Tu ricordi quando mi sono sposata? Se sì dimmelo, ti prego, perché ho cancellato il tempo dal mio vivere, unico nutrimento per la mia sopravvivenza, nascondendo gli orologi e strappando i calendari, mordendo il susseguirsi dei giorni alle notti, accendendo ogni angolo di buio e oscurando di tende la luce.
Amarlo in silenzio e crescere nostro figlio, questa la mia vita.
Amarlo in silenzio e vivere la sua felicità come fosse mia.
Come si può sfidare e combattere il destino?
Puoi forse imporre l'amore, o trattenerlo urlando costringendolo a te?
Avevo il suo amore, ma ancora non so dove ho permesso che scivolasse via, perdendolo pian-piano nell'arrogante certezza del possesso.
Era mio e nostro figlio era il cemento di quella inalienabile realtà.
Dimmi: cos'è la realtà?
I miei capelli bianchi ancora me lo stanno domandando e io, davvero, da troppo tempo non lo so più.
Mi sono infilata in un sogno tutto mio. Il suo amore reale l'ho infilato nel sacco ruvido del mio sogno di possesso. Non era più necessario coltivare ciò che ormai era germogliato e radicato e ramificato.
Perché nutrire e dissetare qualcosa di così rigoglioso? C'erano sole e pioggia per quello.
E io dormivo in quel mio sogno, infastidita dal suo sguardo sempre più triste, poi sempre più distaccato, a finire ormai assente. E io a sognare.
Sino al giorno in cui il suo sguardo s'illuminò di nuovo e io mi dissi: "Ecco, finalmente gli è passata, ha capito che l'amo comunque, anche se non glielo dico, anche se non glielo dimostro, anche se non glielo trasmetto più".
Avevo ancora i capelli biondi e lunghi allora.
E da allora la nostra vita è stata una catena di giorni normali, tranquilli, cordiali...
Cordiali, capisci?
Ma quel giorno d'agosto mai, mai avrei potuto dipingerlo con quei colori!
Lui uscì per la sua solita passeggiata.
Aveva i mitici pantaloni di velluto a coste marroni, lisi e consunti, ma per lui irrinunciabili. Sopra, la felpa grigia col piccolo scollo a "V", anche quella datata al carbonio ormai.
I capelli candidi che già scappavano alla cura con cui li aveva pettinati all'indietro.
Mi sorrise e uscì.
Come sempre, rimasi ad osservarlo dal balcone.
Avevo già avuto il tempo di dimenticare da quanto tempo non potessi più muovermi, ma lo avevo sempre avuto al mio fianco, pronto ad aiutarmi e sorreggermi, ad essere le mie gambe, sempre disponibile, sempre silenziosamente presente, con quel sorriso rassicurante e la carezza pronta.
Il caldo era soffocante quel giorno. Lo guardavo mentre s'incamminava dentro velluto e felpa, sudato, eppure perfettamente a suo agio, con le sue cose nelle mani e lo sguardo avanti a sé.
Lo vidi fermarsi, portare il telefonino all'orecchio e diventare marmo.
Era una costante quella telefonata, di solito lo vedevo gesticolare e leggevo allegria e sorrisi in quei gesti. Il suo camminare si scioglieva quasi, in un evidente stato di rilassamento.
Invece...
Le immagini ai miei occhi diventarono teatrali. I suoi pochi passi rigidi. I capelli erano come... come... possono sbiancare i capelli bianchi?
Lo vidi spogliare la felpa e avvicinarsi al muretto, appoggiandola ben ripiegata sulle pietre.
Erano strane follie, quelle!
Può una follia essere definita strana?
La stranezza dovrebbe essere insita nella follia, ma qui si andava oltre, oltre l'oltre!
Nel caldo soffocante, le lucertole cercavano refrigerio alla sua ombra.
Lui era fermo così, come se nulla lo sfiorasse, neppure i rivoli di sudore che svicolavano ordinatamente sulla pelle, sino a dilatarsi nei tessuti.
Al suo fianco la felpa, il borsello, il cartoccio di latte per l'eterna acidità di stomaco, il gancio da alpinista a legare un mazzo di chiavi d'altri tempi.
L'aria non osava muoversi nel caldo e lui non muoveva più l'aria.
Fissava il cielo e non si sentiva nessun rumore, ma quell'urlo... quell'urlo inesistente mi stava assordando, mi stava spaccando i timpani e portai le mani alle orecchie, urlando io nel silenzio.
Il tempo mi sta tornando addosso.
Possono essere passati già due anni dal quell'agosto di ghiaccio?
Aveva novantadue anni, io novantaquattro. Era uscito di casa come il ragazzino che da sempre conoscevo. Davanti a quel muretto, in un minuto, si era pietrificato un vecchio e mai più il marmo sarebbe tornato carne.
E solo in quel momento ho capito che era morta la sua vita, quell'altra vita che lo aveva tenuto ben fermo al mio fianco, dandogli la forza di rimanerci.
Le è sopravvissuto due anni, nel silenzio e nell'immobilità del nulla in cui è precipitato nel tempo di poche parole ascoltate.
Ed io sto sopravvivendo al loro amore, io che non ho saputo amare, oggi sono ancora qui, sola come sempre, cattiva più di sempre.
Dicono che il dolore migliora le persone.
Il mio dolore è sangue marcio che ancora si trascina per le vene, mentre qui, controllata a vista da un esercito di medici e infermieri, a novantasei anni ancora mi chiedo come si faccia ad amare.
L'ho avuto al mio fianco per tutta la vita, amando il mio amore per lui.
Mentre un'altra donna amava lui e solo lui, da lontano.
Ancora mi chiedi cosa provo?
Non lo so, ancora non lo so.
So solo che sto per morire e non voglio.
Non ridere, ti conosco e immagino il tuo sorriso a questa mia affermazione, ma questa volta, per la prima volta, ti stupirò.
Di nulla più della vita sono stanca e la regalerei volentieri al primo che passa.
Solo ora vorrei poter fare il primo ed unico gesto d'altruismo di questa mia vita emotivamente sterile.
Vorrei vivere in eterno e lasciarli felici, dove ora sono, insieme, senza di me!
Ora puoi sorridere, ora sì.
Ti saluto, perché sono stanca e perché non ho più "perché" da porre alla vita.
E' arrivato mio figlio e mi sta sorridendo col sorriso di suo padre.
Ora so cos'è l'amore: è un sorriso senza pretese..."

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