La maledizione del granchio matto


 


"Oh Capitano, mio Capitano, ho il permesso di salire a bordo e meco portar la mia donzella?" urlò Pucci con la voce rotta dall'affanno della corsa.
Stava rimirando l'orizzonte, dove il sole spennacchiato di quel giorno tentava un vago cenno di tramonto, facendosi largo tra nuvole grigie e viola.
Il cielo, a tratti glicine, a tratti arancio e a tratti turchese, si spalmava sull'acqua come a chiedere asilo e quiete.
Quella voce imperiosa e squillante lo distolse dai suoi pensieri, con l'effetto di una sfrisata contro il ferro arrugginito.
Detestava quel ragazzino saccente che, a meno di dieci anni, vagava per i moli citando inconsciamente un Whitman travestito da Don Chisciotte e si trascinava per mano ragazzine sempre diverse, sempre infiocchettate e profumate, sempre perbene e sempre con la bocca aperta ed estasiata da puro pedigree.
Non fece a tempo a girarsi verso la banchina, che già il prode cavaliere aveva trascinato a bordo la donzella, con tanto di vero cuoio sotto le cenerentole di vernice rosa.
Sembrava una sorellastra con le scarpe rubate.
"Altolà marinaio, come osi varcare il limitar del sogno?" gli chiese con voce bassa e terrificante.
Lo fissò in modo truce, tenendo le braccia incrociate sul petto e i piedi nudi ben piantati sul Tek ancora caldo.
"Provvedi immediatamente a render giustizia a questo sacro suolo, o vi butto entrambi a mare con un solo gesto del mio regal piede!".
Il ragazzino arrossì, tossì impercettibilmente, ma platealmente si schiarì la voce rialzando la testa:
"Chiedo venia, mio Capitano, ma vede, la mia amica qui si rifiuta di togliere le scarpe: dice che ha i piedi delicati." L'espressione del viso restituì l'età al bambino. "Io penso che sia piuttosto perché sennò la sua mamma la fa nera più dei piedi sporchi che si porterà a casa!".
Il Capitano trattenne un sorriso e lo fissò ancor più truce.
"Cosa le farebbe la sua mamma se tornasse a casa tutta nera e fradicia per un bel tuffo nell'acqua del porto?"
"La prego, mio Capitano, non potrebbe ... per una sola volta?"
"NO!".
La bambina iniziò a tremare e si aggrappò al suo piccolo amico, nascondendosi dietro la sua schiena.
"Andiamo via, dai, tanto a me stanno proprio antipatiche le barche, dai, io neanche volevo venirci quassù, dai, torniamo indietro, dai..."
Il vecchio marinaio si voltò nuovamente verso il tramonto.
Finalmente sorrise, non visto, pensando a quale storia avrebbe potuto raccontare a quell'anatroccola che, chissà... , forse un giorno sarebbe divenuta uno splendido cigno.
"C'era una volta..." iniziò, lasciando le parole magiche a vagare nell'aria.
La bambina fece capolino con la testa da dietro il suo amico.
Si è mai vista una bambina più forte della propria curiosità?
Mai!
Timidamente si scostò e si lisciò il vestitino di cotone leggero, dove tanti piccoli granchiolini rosa camminavano in un prato fiorito di lillà.
Ma chi mai aveva avuto la felice idea di mettere dei granchi in un prato? Si chiese il lupo di mare, disgustato.
"Mozzo, conosci le regole. O le rispetti, o ti butto in pasto agli squali".
La bambina rise, mettendo in evidenza una perfetta dentatura a scacchiera.
"Ma mica ci sono gli squali qui!" disse ridendo, coprendosi poi la bocca con la mano.
"Fossi in te non ci giurerei, Fanny. Se il Capitano dice che ci sono gli squali vuol dire che ci sono gli squali e ti conviene dargli retta..." le sussurrò dall'angolo della bocca il ragazzino.
Lei rise ancor più forte e replicò con quella sua vocetta acuta e stridula:
"Non ci sono gli squali qui, me lo ha detto papà e papà sa tutto e non sbaglia mai e io gli credo!"
Il bambino iniziò a dondolare da un piede all'altro, chiedendosi quale tremenda reazione avrebbe avuto ora il suo irascibile Capitano.
"C'era una volta... -riprese l'uomo- un granchio matto... di nome Françisco Tre Chele Delgado Do Mar, ... per gli amici Dodò...".
Girò la testa per vedere quale effetto avesse ottenuto. Pucci e Fanny erano immobili, già pendenti dalle sue labbra, quindi riprese:
"Dodò era l'unico erede di una dinastia di granchi molto ricercata e, per questo, quasi estinta. Era l'unico figlio dell'ultimo dei granchi fantasmini, che si mimetizzavano con l'acqua attraverso la loro corazza trasparente.
Nessuno poteva vederli.
In pochi sapevano riconoscere quell'unica chiazza di madreperla lilla che risplendeva sul dorso invisibile.
Dodò era coccolato e viziato da tutto il parentado. I vicini di grotta lo riverivano e omaggiavano delle più squisite prelibatezze. La sua era una vera vita da principe, eppure non era felice.
Di notte sognava tutto ciò che gli raccontava la mamma attraverso le favole, quando gli parlava di prati verdi pieni di fiori colorati e piccoli insetti che volavano tra i petali e le corolle, rincorrendosi nell'aria tiepida della primavera, sotto i raggi caldi del sole...
Il sole...
Amava quel sole che poteva solo guardare dall'acqua, perché la sua corazza così delicata non ne poteva sopportare il contatto diretto nell'aria.
Ogni volta che risaliva il fondale per correre tra gli scogli doveva preoccuparsi di rimanere sempre in un dito d'acqua, o il sole lo avrebbe arrostito a puntino in pochi secondi.
Ma lui mirava ai prati. Dodò voleva correre tra l'erba verde e steli di lillà".
Fanny istintivamente guardò il suo vestito e, per quando impossibile a credersi, spalancò ancor di più la bocca, passando dallo stupore alla confusione più totale.
Diede una gomitata a Pucci e gli indicò il disegno sulla pancia.
Pucci la guardò poco interessato, chiedendosi come quella bambina stupida potesse preoccuparsi del vestito mentre il suo Capitano raccontava una delle sue storie.
"Un giorno Dodò decise di andare a visitare la Venerabile Capasanta, per chiederle una grazia.
- Ti prego, oh Venerabile, io sono Franç... -
La Capasanta lo interruppe immediatamente:
- So benissimo chi sei, Dodò, vieni al sodo, che tengo da fare io! -
Dodò arrossì, ma proseguì con ardore:
- Venerabile, io desidererei correre nei prati verdi, tra i fiori di lillà, osservando le api e le farfalle colorate che svolazzano di fiore in fiore con ali delicate... -
- Ah Dodò, ma che ti sei caduto da uno scoglio, per caso, e hai battuto le chele? Che stai dicendo: tu un granchio sei! -
Dodò si fece piccolo-piccolo:
- Lo so Venerabile, per questo Vi chiedo la grazia del miracolo! -
La Capasanta lo guardò corrucciata, chiedendosi quale punizione fosse adatta per quel piccoletto irriverente che la stava prendendo per la conchiglia...
- Ah piccolè, ma sul serio stai parlando? -
- Sì venerabile, sono serissimo e molto, ma molto determinato. Se non mi aiuterai tu mi vedrò costretto a rivolgermi all'Ostrica suprema -
E minacciava pure, pensò la Capasanta! Così le venne un'idea...
- Senti piccolè, facciamo così. Io in un prato fiorito con i lillà e le api e le farfalle non ti ci posso mandare. Al momento diciamo... che non è stagione, eh? Però ti posso mandare in un altro posto che, mi dicono, è bellissimo per correre a perdifiato.  Ho sentito un uomo che diceva che non c'è niente di più straordinario ed emozionante del Tek sotto i piedi nudi -
- Chiedo scusa, o Venerabile, ma cosa sarebbe questo Tek? -
La Capasanta sorrise, allargandosi tutta nella sua massa invertebrata:
-Sarà una sorpresa, va bene? Io ti ci mando e poi tu torni qui a raccontarmi com'è andata - e gli diede le coordinate di una rete di pescatori, l'ora e la maglia giusta a cui aggrapparsi.
"Ma attento piccolé: dovrai fare solo una corsetta veloce e poi ributtarti in acqua, altrimenti diventerai un crostaceo di terra per la vita, condannato a vivere sull'acqua senza mai più poterla toccare". E pensò che sarebbe stata una punizione adeguata per tanta sfrontatezza.
Pesci e crostacei si rivolgevano a lei per avere grazie serie, tipo il non essere pescati quel giorno, non essere divorati da murene e barracuda, trovare l'amore, avere uova in abbondanza... Insomma, cose serie! E poi si presentavano con doni adeguati, mentre questo presuntuoso di un principe arrivava a chele vuote e con una richiesta da pazzo furioso!
E fu così che dodò venne pescato in una mattina d'estate e, non visto, scaricato sul molo in una cassa ricolma di gamberetti petulanti.
Un marinaio di passaggio, dall'occhio acuto, allenato da una vita solitaria sul mare ad osservare l'orizzonte e fiutare il vento, vide quell'unica macchia lilla madreperlata e, con un gesto delicatissimo della mano, la raccolse e fissò lo sguardo dritto negli occhi di Dodò.
- Tano, guarda, ne ho trovato un altro, ne hai pescato un altro!"
Dodò si chiese perché un altro. Era l'ultimo dei fantasmini. Non ve n'erano altri nelle sue grotte.
- Strabiliante Tano, ora ne ho due. Mi porto via anche questo, mi terranno compagnia nel prossimo viaggio- e se lo portò a bordo, adagiandolo sul Tek liscio e lucido e pulito.
Dodò rimase immobile, terrorizzato, incapace di muovere un solo passo, mentre le sue chele si muovevano impazzite.
La paura si abbandonò lentamente ad un'altra sensazione. Da ognuna delle sue otto zampe percepì la delicatezza straordinaria di quel fondale liscio e lucido come l'acqua che l'uomo chiamava Tek. Era solido e duro e asciutto, eppure rilasciava un'emozione di libertà assoluta, come se all'improvviso si potesse correre oltre se stessi.
E nello stesso attimo si ritrovò immerso in uno sguardo trasparente come l'acqua tropicale, mentre una macchia rosa madreperlata si stagliava su quella cosa meravigliosa.
E fu così che iniziò la sua grande e infinita avventura.
E fu così che i fantasmini prolificarono e si sparsero su tutte le barche del mondo, scorazzando felici sul Tek pregiato.
Ed è per questo che nessuno può salire con le scarpe di cuoio su una barca, perché non potendo vedere i fantasmini che corrono, potrebbe calpestarli e far loro del male.
Ed è per questo che, se non vi togliete le scarpe e non poggiate i piedi nudi sul Tek ancora caldo di sole, non potrete mai capire cosa provò Dodò quando scoprì quel mondo meraviglioso da cui non volle mai più tornare indietro."
Ambedue i ragazzini ora avevano la bocca spalancata. Osservavano la schiena del Capitano, ancora rivolto verso il tramonto ormai accucciato all'orizzonte.
Lui sentì i loro sguardi e si voltò.
Vide due visi finalmente bambini, reali, puliti e affascinati.
Sorrise loro e attese.
Pucci e Fanny si chinarono e, in silenzio, si sfilarono le scarpe e le calze.
Poggiarono piano i piedi nudi sul legno, quasi avessero timore di calpestare qualcosa.
Con le scarpe in mano e in punta di piedi camminarono lentamente sino a poppa, dove si buttarono tra le braccia spalancate del loro Capitano.
"Capitano, ma ora Dodò dove sta?" chiese timidamente la bimba.
"Ma che domande Fanny - replicò Pucci - come potrebbe conoscere questa storia il mio Capitano se non avesse trovato lui Dodò? Vero mio Capitano?" gli chiese con l'ansia di chi prega di non essere smentito.
"Dòdò venne trovato dal mio tris-tris-tris nonno, l'Ammiraglio, e visse sul suo vascello. Ancora solcano i mari, tutti e tre sapete? Se guardate all'orizzonte, nel momento in cui il sole vi saluterà, vedrete le vele tese sui tre alberi che spariranno con lui nella notte...".








Altre opere di questo autore