1985/11/18

Mi chiamo Neil (November Eco India Lima) e un giorno ho dovuto decidere.

Manco a dirlo quella mattina alle 4,35 stava piovendo, la pioggerella finissima non sembrava neppure cadere, ma bagnava tutto con una costanza e una precisione incredibile.

 

Marcus ed io eravamo "a spasso" da ormai un ora, la vecchia Toyota civile del corpo di guardia inglese ci aveva lasciati lungo la strada, appena dopo aver superato un posto di controllo dei Vopos situato lungo il "corridoio" e non ci restavano che una dozzina di miglia da percorrere in relativa sicurezza, perché entro lo spazio di circa 100 iarde ai lati dalla strada, il "corridoio" era sostanzialmente sicuro, dando al termine "sicuro" un significato indefinito e del tutto imprecisato.

 

Quando mi nominarono per l´incarico in quella mia prima missione, ero molto teso e tutto sommato anche sospettoso, mi chiedevo infatti come mai e perché io, uno giovane senza esperienza come me, senza alcuna esperienza sul campo e appena giunto nel paese in cui si svolgeva l´addestramento avanzato. A poco bastarono le spiegazioni del comandante della mia squadra sulle mie "verificate" capacità di tiro sulla lunga distanza (si chiama lunga distanza ogni colpo sparato oltre le 250 iarde), certo ora che ero in ballo, la mia pelle era scossa da brividi improvvisi perché non c´è nulla, ma proprio nulla che sia paragonabile ad una seppur piccola insignificante missione operativa in campo "nemico" anche se di "rilevamento attività".

Avevo paura lo ammetto, non me ne rendevo conto ma il bosco e i rami di quella mattina mi mettevano timore, era il giorno 18 di novembre del 1985. Ci fermammo in due occasioni io e Marcus e, in quelle soste verificammo la nostra direzione facendo il punto sulla mappa mediante la bussola retro-illuminata, mangiammo due barrette di proteine e zuccheri dal sapore disgustoso di medicinale e bevemmo del caffè lunghissimo (in pratica acqua sporca e calda).

Non avevo mai indossato la mimetica grigio-nera di tessuto antistrappo, sembrava una specie di copertone steso addosso, le gambe e i gomiti non si piegavano agevolmente, le giberne nere sembravano delle bretelle ridicole e lo zainetto tattico conteneva solo il kit del pronto soccorso, pochi viveri, il termos del caffè, la borraccia dell'acqua e una coperta, io portavo la radio tattica spenta per la sola segnalazione, le comunicazioni erano tassativamente vietate.

Le munizioni 7,62 erano addosso sparse in modo logico nelle tasche della miametica e nei vani delle giberne. Percorse dieci miglia circa dal punto d´infiltrazione, ci fermammo nuovamente a valutare la posizione, quello era il momento deputato al "check" via radio della durata di quindici secondi cronometrati, se entro i quindici secondi cronometrati non fossimo stati in grado di ricevere conferma alla nostra segnalazione, la radio andava spenta e ritentato l´aggancio dopo mezz´ora. Aprì lo zainetto tattico che portavo in spalla, azionando la cordicella dal davanti sul torace, Marcus si avvicinò e introdusse la mano nel sacco, sentì che la sua pesante manona guantata analizzava il fondo del mio zainetto praticando una pressione esagerata e tale da ribaltarmi se non mi fossi appoggiato saldamente al tronco di un albero. Estrasse la radio, la accese, attese qualche istante per la verifica la conessione e poi diede due colpi lunghi e due corti, ricevette in risposta tre colpi corti ripetuti tutto in tredici secondi cronometrati. Spense la radio e sì rigirò verso di me facendomi segno con l´occhio che tutto era OK, ma il suo sguardo passò oltre il mio capo, mi mise improvvisamente la mano guantata sulla cuffia in lana e neoprene e mi abbassò la testa con forza facendomi il segno delle due dita negli occhi e il gesto "due" a V con le dita della mano: c´erano persone non riconosciute nelle vicinanze.

Ci sdraiammo a terra, bagnati come pulcini caduti in acqua, sentivo le gocce penetrare sulla pelle delle spalle e lungo l´interno delle cosce, ero stranamente lucido per quella mia prima esperienza operativa, ma decisamente emozionato, restammo schiacciati al suolo per almeno venti minuti, senza fiatare ma cercando di vedere attraverso i rami a terra, poi estrassi il cannocchiale del M40 e osservai l´orizzonte che cominciava a rischiararsi, vidi un vecchio autocarro Tatra fermo sul ciglio di una strada sterrata, era chiaro, forse color sabbia, di quelli usati per i trasporti civili in tutto il blocco dell´Est.

Le portiere erano aperte, almeno lo era quella di destra che vedevo io, poi scorsi un uomo con la sigaretta in bocca che urinava davanti al muso del camion con le luci di posizione accese e un altro uomo che sembrava divertito, parlavano in cecoslovacco col tono di voce deciso e alto come se nessuno li potesse sentire. La lingua la riconobbe Marcus, lui aveva trascorso tre anni in zone di massima operatività, dalla Romania alla Bulgaria, e poi di recente in Polonia dove teneva i contatti con alcuni uomini appartenenti al sindacato dei cantieri di Danzica, me l´aveva raccontato durante il nostro trasferimento due settimane prima. Non sentivamo bene le parole, per me indistinguibili, pronunciate dagli uomini ma Marcus, capì al volo che qualcosa non andava, c´erano delle donne insieme ai due uomini e lo capimmo perché attraverso il cannocchiale vedemmo gli uomini parlare rivolgendo costantemente lo sguardo a terra, dove poco prima il primo uomo aveva orinato, una donna in ginocchio si alzò in piedi e lui la colpì ferocemente ributtandola al suolo, le altre donne guairono. Non è il termine corretto me ne rendo conto, ma la sensazione mia e di Marcus fu quella di sentire dei guaiti, tanto da pensare che invece che suoni umani fossero proprio suoni animali, ma c´erano altre tre donne inginocchiate a terra. Mentre il secondo uomo girava senza ragione apparente attorno al camion, il primo continuava a scalciare sulle povere donne più vicine a lui, la nostra posizione non era affatto compromessa ma ormai eravamo avanzati nella boscaglia fino a meno di settanta iarde dal mezzo pesante color nocciola e col cassone telonato, fermo con le luci di posizione accese.

Automaticamente Marcus ed io, imbracciammo l´arma e aprimmo il cavalletto contemporaneamente, forse più per uno scopo difensivo che altro, ma rimontai velocemente il cannocchiale sul mio M40 per poter osservare meglio con maggior stabilità. La pioggia scendeva senza sosta e i guaiti continuavano a riempire l'aria del bosco nell´oscurità relativa del mattino, ad un certo punto un sussulto, una martellata secca nel bosco anticipata da una fiammata rivolta a terra. Uno dei due uomini aveva sparato, forse con una pistola a canna lunga e ora, i guaiti erano davvero molto più distinguibili, percepibili in modo distinto, le donne sembravano in preda al più puro terrore, pronunciavano qualche parola ma non capivo in che lingua e non capivo neppure se fossero parole o semplice pianto, so solamente che tolsi la sicura e caricai l´arma, mentre Marcus faceva la stessa cosa con una sorta di riflesso automatico del tipo azione-conseguenza.

Mi resi subito conto dell´impossibilità teorica di agire in difesa delle tre donne ancora vive, non eravamo autorizzati ad aprire il fuoco e non ne avevamo l´intenzione, la nostra era una missione addestrativa di "osservazione", le munizioni erano contate e facilmente verificabili al nostro ritorno (se fossimo riusciti a tornare dopo aver ingaggiato coi due uomini), la nostra perlustrazione avrebbe dovuto finire in quel momento preciso e avremmo dovuto ripercorrere le circa dieci miglia a ritroso per giungere all´esfiltrazione degli Inglesi incaricati del nostro recupero.

Come avremmo giustificato i colpi mancanti al comando se anche per sbaglio avessimo esploso un solo colpo? Come avremmo potuto ammettere di aver sparato in un territorio nemico senza autorizzazione? Era impossibile, e la situazione stava precipitando perché il secondo uomo ricomparve da dietro l´autocarro esplodendo un altro colpo e una nuova fiammata rivolta a terra. A quel punto mi sentì come un automa in preda ad una atavico senso di giustizia.

Parlai a bassa voce in modo distinto e chiaro pronunciando le parole che dentro di me sapevo di non dover dire:"Distanza 69 iarde, vento ininfluente, visibilità scarsa, pioggia insistente e leggera, obiettivo "R" agganciato"

Marcus mi guardò sollevando la cuffia, mi disse "OK", io lo vidi con la coda dell´occhio ma capì la sua intenzione.

Marcus ripeté in modo chiaro: "Distanza 67 iarde, vento ininfluente, visibilità scarsa, pioggia insistente e leggera, obiettivo "L" in movimento ... e noi due siamo dei grossi coglioni. Per me è un roger"

"È un roger anche per me" Dissi, con quello stato di sospensione tra realtà e finzione, senza spostare mai più l´occhio dal cannocchiale e dall'obiettivo, sicuro che Marcus stesse facendo la stessa cosa, nonostante il convincimento di quanto fossimo dei veri e autentici coglioni, tiratori e puntatori ognuno dell'altro ma coglioni. 

"Al terzo segnale conferma e sparo" Dissi a Marcus.

"Roger" mi rispose glaciale, osservai nel cannocchiale per verificare la posizione e la stabilità degli obiettivi.

"Alfa, Bravo, Charlie!"

Marcus confermò "Roger!"

Il colpo squassò l´aria e il 7,62 x 51 Nato, si rilevò per tutta la sua fatale capacità di annichilimento, alcuni uccelli di cui non avevo avuto la percezione della loro presenza neppure in occasione dei due colpi esplosi dai balordi del camion, si alzarono in volo. Il balordo "L" scomparve dalla visuale e solo allora capimmo che forse i due uomini erano ubriachi, perché il secondo non si mosse e guardò a terra senza apparente emozione, si tolse il cappello, lo tenne stretto nella mano quei pochi istanti che potè, finchè al mio "Roger" il secondo 7,62 x 51 Nato gli fece volare via mezza porzione di cranio spappolando materia grigia e impiastrandola sul telo del camion.

Il secondo boato scosse ancora di più il bosco e ormai eravamo convinti io e Marcus, che ben presto qualche pattuglia ci avrebbe presi e fucilati sul posto. In quei momenti la paura è talmente viva che non si ha neppure il tempo di ragionare, chiusi l´arma ad una tale velocità che ancora adesso mi domando se mai avessi dimenticato qualcosa sul posto. Di sicuro rimisi il guanto destro, chiusi il cannocchiale coi coperchi di protezione, raccolsi il bossolo dalla "calza", smontai la calza stessa dall'arma e la misi in tasca, spallai l' M40 e mi calai nuovamente la cuffia sulle tempie e con uno sguardo inumidito e vacuo non so se più dalla pioggia, dal sudore dovuto alla tensione o da cos´altro ma ben presto mi ritrovai a ridosso del Tatra a rialzare due scriccioli di donne, talmente minute e piccole e spaventate e sconvolte e così leggere che potevano avere a malapena quattordici o quindici anni.

So solo che una delle due aveva entrambe gli occhi neri pesti, mi guardò con estremo timore, non mi rivolse la parola, non disse nulla bofonchiò per lo sforzo e si alzò e a piedi nudi, senza calze né null´altro addosso, completamente scalza e solo con un cappotto grigio addosso, corse via trascinando letteralmente l´amica ancora inginocchiata a terra, la quale recuperò lentamente la postura eretta con le ginocchia graffiate profondamente e sanguinanti. Pochi secondi e le due ragazzine non c´erano più, restavamo noi due coglioni, i due balordi defunti e le due donne morte a terra, forse un po' più anziane delle due ragazzine, so che non le guardai da vicino e neppure Marcus lo fece.

Raccolsi da terra un pugnale americano nero, di quelli a doppia lama che era vicino alle mani dell´ex obiettivo "L", fuggimmo via lungo la strada sterrata a tutta velocità in direzione del nostro punto d´esfiltrazione, al quale arrivammo d´un fiato senza soste e senza controllo della mappa. Non parlammo e non bevemmo.

Non so proprio chi fossero i due energumeni che spararono alle due donne e non so neppure perchè spararono, ma sono certo che avrebbero sparato anche alle ragazzine se non fossimo intervenuti, probabilmente i balordi erano responsabili anche del pestaggio delle ragazzine. Di tutta quella storia credo solo di ricordare con nitida e viva emozione lo aguardo della ragazza pesta e scalza, sono certo di aver letto la vita, la vera voglia di vivere negli occhi tristi di quelle giovani donne sopravissute ai fatti, credo di aver avuto la possibilità di fare la cosa giusta e in cuor mio ne sono convinto, o forse voglio che sia così.

Il nostro comando non ci condannò, ci dissero che di fatti del genere ne avvenivano frequentemente e non ho mai capito se Marcus, più vecchio di me d'esperienza sul campo, ne fosse al corrente o meno. So solo che  due ufficiali americani di cui uno di origini messicana, ci chiesero come erano andate le cose e vollero un racconto molto sintetico, non ci chiesero neppure un rapporto scritto. Io completai il mio addestramento e partecipai ancora ad altre operazioni di "rilevamento attività" senza mai più incontrare anima viva e un mese e mezzo dopo ero di nuovo a casa, dopo i due mesi di addestramento.

Quel film in cui il protagonista è un androide in punto di morte dice "Ho visto cose che voi umani ..." eccetera eccetera, è un personaggio di pura fantasia, ma gli umani che vivono l´esperienza del combattimento, l´esperienza della morte, portano dentro al cuore la sensazione di aver vissuto qualcosa che va oltre, qualcosa di indiscutibile e radicale.

Qualcosa di devastante nel bene e nel male, anche se talvolta non si può scegliere, non si può decidere di non intervenire, perchè se accetti la vita e la difesa di un valore come quello della giustizia, sai che prima o poi dovrai agire e in quel preciso momento non conta cosa metti in gioco di tuo, conta che quello che devi fare tu lo faccia e in fretta.

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