Mi chiamavano Chihuahua(primo marted

  "Si dovrebbe dire ad ogni individuo
-Rammenta la tua dignità di uomo-"
Voltaire"Dizionario filosofico"

 

                                             
                                                   
                                                PRIMO MARTEDì
                                                   PROLOGO
                                                           
                                              
Era un giorno particolarmente caldo ed afoso, il giorno in cui decisi di lasciarmi tutto alle spalle e partire. L'aria sembrava quasi palpabile, corporea.. ed il suo peso fiaccava la voglia di darsi da fare.
 Anche il cane sulla soglia della capanna, si limitava ad agitare la coda quel tanto che bastava ad infastidire le mosche che gli ronzavano attorno, ma senza mordente,  in un ritmo blando e svogliato. Eravamo abituati al caldo a ***** , non era certo una novità. Eppure quel giorno mi sembrava particolarmente fastidioso.. Probabilmente nel mio inconscio cercavo di rendere meno traumatico il distacco dalla mia terra d'origine.. Sta di fatto che trovavo quella canicola insopportabile.
Da tempo avevo pensato di lasciare il posto che mi aveva dato i natali per vedere il mondo, ma non ne avevo mai avuto il coraggio. Sono sempre stato curioso e bisognoso di nuovi stimoli, ma nessuno del mio popolo poteva capire il tumulto che sentivo nell'animo. Nessuno se ne è mai andato. Mi sono sempre sentito diverso dai miei simili, e penso di essere stato sempre giudicato così anche dagli altri abitanti del villaggio. Persino i miei genitori hanno sempre faticato a comprendere il carattere del loro unico figlio. Mia madre, troppo presa ad inseguire i suoi fantasmi, mio padre taciturno, violento di idee e di silenzi.
Non son cresciuto in una atmosfera familiare piacevole da che ricordo. A questa sembra che anche gli Dei immortali abbiano contribuito, almeno a sentire i pettegolezzi delle anziane inacerbite dallo scorrere del tempo. Pare che eventi strani abbiano caratterizzato la mia venuta al mondo. Si narra che proprio nel periodo che coincideva col mio concepimento, mia madre fosse scomparsa per alcuni giorni dal villaggio.
Era tornata in stato di trance e con gli abiti strappati, come se avesse subito violenza. Una volta ripresasi aveva negato fortemente la cosa, ma spesso nel corso degli anni l'avevo sorpresa ad osservarmi con uno sguardo strano,misterioso e che mi inquietava. La mia nascita mi era sempre stata raccontata come un qualcosa di prodigioso, quasi sovrannaturale dalla mia cara nonna, forse l'unica persona ad avermi sempre accettato per quello che sono.
-Tu sei il figlio del Dio del vento- era solita borbottare quando da bambino combinavo qualche marachella -Non puoi portare che la tempesta.. - boffonchiava, prima di regalarmi una carezza ed un sorriso che metteva in risalto il pessimo stato della sua dentatura. Ogni tanto nelle sere d'inverno, quando si stava tutti accucciati intorno al fuoco, giustificava quel soprannome, ricordando la tempesta che aveva caratterizzato la notte in cui ero venuto alla luce.
 Avrò sentito mille volte del fulmine che aveva colpito la capanna dove mia madre cercava di farmi nascere, senza che nessuno si fosse ferito, eppure non ero mai sazio di quella storia. Sembra poi, che la capanna abbia preso fuoco, ma il vento che fino ad allora era stato assente, aveva preso poi a soffiare nell'unica direzione che non consentiva alle fiamme di propagarsi alle altre capanne vicine, mentre l'incendio veniva spento sul nascere, da un aumentare innaturale della pioggia.
Non posso dire come siano andate veramente le cose, ma so con certezza che le altre vecchie del paese, non mi guardavano con l'occhio benevolo della mia cara nonnina anzi, spesso si segnavano al passaggio di mia madre come fosse maledetta, e fecero pressioni inutilmente su di mio padre perché mi abbandonasse ai margini del villaggio, lasciando la mia sopravvivenza al giudizio divino. In un consiglio degli anziani particolarmente combattuto, sembra sia stato deciso che non era il caso di rischiare la collera del potente Dio del Vento.
Nessuno era stato veramente soddisfatto da quella decisione e non mi erano mai mancate le occasioni in cui mi era stato fatto capire che mi ritenevano un orpello fastidioso alle loro esistenze.
 Non ho mai capito perché mio padre si fosse rifiutato di abbandonarmi, dal momento che mi sopportava a stento, quasi come un male necessario.. Secondo la nonna aveva anche lui paura della vendetta che il Dio del vento avrebbe messo in essere, se  anche solo un capello fosse stato torto ad uno dei suoi figli, ma io ho sempre giudicato un po' pazza, quella vecchia gentile. La nonna aveva sempre avuto un carattere battagliero e aveva cercato di sopperire da sola alle mie necessità affettive, soprattutto dopo la morte di mia madre.
La sera in cui morì mia madre, fu l'unica in cui mi sfiorò il dubbio che la nonna non farneticasse nel suo continuo parlare di divinità a me consanguinee, ma che la sapesse più lunga di quanto dava a credere. Tra le lacrime che ho versato al suo capezzale, mi sembrava di sentire chiamare il mio nome tra le folate di una tempesta che aveva infuriato tra la sorpresa di tutti, per l'intera durata del periodo del lutto. La notte, poi, erano strani sogni a tenermi compagnia... ed in quei sogni volavo sempre più in alto ad osservare il mio villaggio rimpicciolire, la mia capanna diventava un puntino microscopico..
Ed io mi sentivo bene, mi lasciavo trasportare.. e così andavo finché tra le bianche e vaporose nuvole, non scorgevo il volto sorridente di mia madre, che mi sorrideva con una dolcezza che non ricordavo. Al risveglio, il mio unico pensiero era che dovevo andarmene da *****, lontano da quel villaggio che mi aveva sempre emarginato, da quel padre che mi guardava crescere quasi con fastidio, lontano dalla cara nonnina, che con le sue storie riusciva a farmi sentire meno solo..
Non sarebbe stato così facile, però,andarsene da *****. Da che i vecchi riuscissero a ricordare, nessuno del mio popolo aveva mai varcato la Grande Roccia, il masso gigantesco che delimitava il confine del mondo a noi conosciuto e che si trovava al termine del bosco alle spalle del nostro villaggio. Essendo poi direttamente sul mare, il mio popolo era isolato dai tempi in cui gli Dei crearono il mondo. Nessuno poteva affermare con assoluta certezza se ci fosse stato qualcosa oltre la Grande Roccia ed a nessuno importava.., tranne che a me!
Quanto ho fantasticato su ciò che avrei incontrato fuori, nell'Altrove! Gli anziani tramandavano leggende secondo le quali ci trovavamo su di un'isola al centro delle Grandi Acque, al termine delle quali iniziava la grande Volta Celeste. A me però sembrava strano che divinità che si immaginavano  così potenti si fossero accontentate di mettere al mondo creature così insignificanti come i miei conterranei.. doveva per forza esserci qualcos'altro al di là della Grande Roccia..
 Ed io l'avrei visto.
-Domani c'è la cerimonia del Sole- disse la nonna senza alzare lo sguardo dal pasto frugale che sarebbe stata la nostra cena.
-Chissà come piangeranno i mocciosi anche quest'anno- sogghignava.
Ecco l'occasione che aspettavo da tempo. La cerimonia del Sole sanciva l'ingresso nell'età adulta dei fanciulli del villaggio e calamitava l'attenzione di tutti a *****. Inoltre si svolgeva proprio in prossimità del bosco, ai piedi della Quercia del Tempo, l'albero consacrato ad Axero, la divinità che presiede al ciclo del giorno e della notte. Tutto il villaggio avrebbe accompagnato i suoi figli in quel posto sacro, dove i ragazzi quasi paralizzati della paura si sarebbero dovuti lanciare nel vuoto dai rami più alti dell'albero consacrato, legati per le caviglie con corde ricavate dai tendini di una vacca.
Anch'io avevo sostenuto tale rito di passaggio, anche se non pochi tra i presenti avevano sperato mi rompessi l'osso del collo. Per loro disappunto ero sicuramente meno spaventato di quasi tutti i miei coetanei, segno per i miei detrattori, che in me albergava forzatamente uno spirito demoniaco. Quest'anno avrei approfittato dell'attesa della prova di coraggio, per andarmene definitivamente. Non avrebbero più sentito parlare di me a *****.
 Alle mie spalle sarebbe solo rimasto un nome da ricordare. Quello dell'unico abitante ad essersene mai andato.
Non vedevo l'ora di scoprire cosa avessero creato gli Dei, al di là della Grande Roccia. Fremevo al pensiero del nuovo che mi aspettava. Nel mio entusiasmo non riuscivo a scorgere le insidie ed i pericoli che avevano da sempre sconsigliato ai miei antenati il superamento di quei confini che ci eravamo abituati a considerare definitivi. Altro non pensavo se non a quelle genti cui mi sarei dovuto presentare come figlio indesiderato della mia terra, dove nessuno aveva voluto essermi padre, né amico. Dove al mio passaggio le vecchie bestemmiavano mia madre..
Dove mi chiamavano Chihuahua.

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