All'angolo con l'inferno

Ermanno vive in periferia, in una Roma rubata, nascosta tra le macerie che solo disoccupazione e povertà sanno disegnare, dove i ricordi di un non così lontano passato, rincorrono un presente che ormai si è arreso all’evidenza della sofferenza più sorda. Siamo al “Pigneto” un quartiere accasciato all’angolo con l’Inferno, dove la luna, quando si affaccia, illumina prostituzione d’anima e corpo in un’unica onda di luce.

Ermanno ha quasi cinquant’anni ed ha dimenticato da tempo cosa voglia dire vivere in un appartamento. La sua casa è un crocicchio di strade dove il selciato di un vecchio marciapiede all’improvviso si dissolve e diviene asfalto e rumore. Vive sotto uno dei cavalcavia di quella Tangenziale che, concepita all’inizio degli anni ’60 come infrastruttura di grande viabilità urbana che doveva risolvere alcune criticità di traffico che già allora erano emerse, ne è divenuta laccio ancor più stretto e soffocante. Come piovra, allunga i suoi mille tentacoli tra i palazzi soffocandoli, deturpandoli, curiosando nell’intimità di quelle finestre che imbrunite di smog si affacciano ormai sul nulla. Ermanno ha raccolto alcune scatole di cartone e ne ha fatto armadio, letto, comodino. Ha disegnato sportelli, ha costruito cassetti ed una porta immaginaria che apre e chiude come fosse reale. Camera, cucina e salotto dove accoglie i suoi mille compagni di viaggio, i suoi ricordi, i suoi sogni sbiaditi e stanchi.

Ermanno è sporco, maleodorante..capelli spettinati senza verso e colore che s’accapigliano come fanciulli. Le mani nere, le gambe arcuate che tracciano passi lenti ed incerti e la barba lunga che nasconde rughe profonde come calanchi dove s’affossano le dita quando porta le mani al volto, quando ricorda e vive ancora del suo passato. Quando, a volte, gli occhi si fermano sui frettolosi passanti e chiedono di raccontare.

Una mattina quegli occhi si sono posati sui miei come avevano fatto mille altre volte senza che io avessi dato loro importanza, ma quella volta era diverso. Mi ricordo che sentii quasi un grido di disperazione in quello sguardo. Un urlo stridente e forte. Lancinante. Così, senza pensare, mi fermai.  Iniziò così un parlare convulso e disordinato, un furioso fiume di parole che raccontava di Nadia, sua moglie, e delle bimbe, Serena e Amelia… ascoltai e le vidi..  Erano lì davanti a lui. Ecco un negozio di abbigliamento, una piccola attività che aveva ereditato dai genitori e che per lungo tempo aveva permesso a lui ed alla sua famiglia una vita agiata. Un bell’appartamento di cento metri quadri, una bella macchina ed una casa al mare a Fregene. La sua vita scorreva via in quella serenità convulsa che ognuno di noi conosce. Poi tutto era scomparso in poco tempo, pochissimo….un istante…

All’improvviso aveva iniziato a veder diminuire i clienti. Erano sempre meno ed i pochi rimasti sparuti fantasmi. Mentre crescevano i debiti.  Nadia continuava a dare la colpa ai centri commerciali che crescevano come funghi, lui sperava che fosse solo un momento passeggero. Sperava …. Ma il giorno che lo chiamarono dalla banca per dirgli che non potevano più fargli credito pensò di morire…. In quell’istante capì che tutto stava per finire.. per sempre.  E così accadde. Poi Nadia lo lasciò portandosi via le bambine. Sparirono nel nulla un pomeriggio come tanti. Gli dissero che non avevano sofferto, l’impatto era stato così violento che probabilmente non si erano accorte di nulla. Stavano tornando a casa dopo un pomeriggio al mare. Un pomeriggio divenuto all’improvviso  piovoso, buio come accade qualche volta a fine estate. Nulla era rimasto dell’auto. Della sua vita del suo futuro. La casa vuota, era presto divenuta una prigione. Era agonia ogni parete, ogni foto, ogni oggetto. Così lasciò tutto, lasciò il nulla. Vagò per giorni cercando Nadia, Amelia e Serena tra la folla. Le vedeva a volte, le sentiva… ma non erano mai le sue bimbe, la sua Nadia, quei volti che incontrava, che cercava. Stremato alla fine cadde a terra e lì rimase per ore, forse giorni come tramortito senza più sapere dove andare, cosa fare, senza più coscienza di ciò che stava accadendo.

E’ trascorso ormai un anno da quel giorno. Ermanno ormai vive di ciò che la gente gli dona per pietà, affetto, compassione. Vive di ricordi, di attimi rubati alla follia, di quei rari momenti in cui i suoi occhi possono riposarsi accoccolati sul cuore di chi ha pazienza di ascoltarlo. Hanno tentato in molti di riportarlo ad una vita “normale”. Ma è sempre tornato in quell’incrocio con le sue scatole ed i suoi mostri. Torna sempre, ogni volta. Gli ho chiesto perché. Mi ha risposto sorridendo e regalandomi un piccolo spago: “Aspetto Nadia…!”. Poi ha guardato verso una fermata d’autobus. Ho saputo più tardi che, quando erano fidanzati, ogni giorno la aspettava alla fermata d’autobus vicino casa per poter trascorrere con lei pochi minuti preziosi….. 

Altre opere di questo autore