La Regina del Web

Fissava il foglio bianco dinanzi a sé, mentre, veloci, i pensieri ballavano nella sua testa. Vedeva le immagini prendere corpo per poi, come d’incanto, svanire in un momento, in un battito di ciglia. Il tempo passava, ma niente, nulla, non un solo pensiero si era chiarificato, strabuzzava gli occhi cercando di vedere oltre la fitta nebbia in cui era avvolta la sua mente. Vuoto. Stava per chiudere tutto, andare via, si era fatto tardi e cominciava a sentire i morsi della fame. Non aveva pranzato e, ormai, doveva essere ora di cena. Stanca e avvilita, si accingeva a spegnere il computer quando vide una figura venire verso di lei. Si materializzava ad ogni passo, testa alta e espressione fiera “Io sono Claudia” disse “mi stavi aspettando”.

Ma come faceva a saperlo, pensavo io! Io che avevo passato ore ed ore dinanzi al mio computer tentando di scrivere una favola da raccontare ai miei bambini, per conciliare loro il sonno. “So che stai cercando la giusta ispirazione ed io, regina del web, te ne voglio regalare una, ma una soltanto! Inizia, più o meno, così: in un luogo, solo alla mente conosciuto, dimorava quell’innato capriccio. Era stato educato, sin dalla tenera età, a restare sottomesso. Lui, però, proprio non ne voleva sapere di rimanere lì, fermo ed immobile, confinato tra pensieri inconfessati, ansioso com’era di stuzzicare l’anima a chi l’avesse compreso ed accolto in mezzo ai desideri altrui. Sempre vitale e tempestivo, doveva attendere che a qualcheduno, magari ad un goloso ragazzo, venisse lo sfizio di mangiare un gelato prima del pranzo, per fargli ottenere subito ciò che desiderava. Oppure, se una frivola donna sognasse di comprare un paio di scarpe nuove, benché ne avesse già molte, per essere chiamata in fretta e furia ad uscire con le amiche, eccolo pronto a sfogare il solito repertorio: viso imbronciato, brontolii, scatti d’ira, insoddisfazione frequente e, nei casi più disperati, frustrazione mal celata. Una ricetta ben servita per raggiungere lo scopo prefissato: l’appagamento solerte del bisogno.

Non era una bella vita, il restare sospeso tra il forse, il ma, il se, con la costante incertezza nel volere, per forza, soddisfare un’esigenza, a volte non indispensabile se paragonata al tenore di vita già goduto in virtù d’una buona sorte ricevuta. Insomma, diciamo la verità, il fatto che fosse un umano capriccio, l’ambizione e l’immagine imposte dalla società, lo infastidivano, solleticando in lui l’orgoglio di manifestare la propria esistenza ma, in maniera particolare, quel potere che invidiava a chi poteva sfogare capricci assai più costosi. Soprattutto, era scocciato dalle persone semplici e modeste, abituate, da sempre, ad accontentarsi del poco che avevano ricevuto dalla vita. Ma lui, il capriccio, lavorava alacremente, giorno e notte, per realizzare propositi sempre più grandi, ancorché ingestibili dal cuore. Conosceva ogni abitante di paesi, città e metropoli, perché, presto o tardi, sapeva che tutti avrebbero avuto la necessità di informarlo e di usarlo per un comodo proprio. Il capriccio s’adoperò nel voler diventare una “guest star” a livello mondiale: preparò la valigia delle occasioni inaspettate, aggiungendovi l’esperienza che s’era fatto coi suoi giri tra le vetrine dei più disparati negozi, allestite di tentazioni sciocche e gustose, oltre che, economicamente, non a buon mercato. Viaggiava sul web, alla velocità di un milione di terabyte, per arrivare nei sogni e nei pensieri di ognuno, soffermandosi sugli sguardi della gente, in modo telegrafico e telepatico. Non risparmiava nessuno, neppure i più piccoli. Un giorno si imbatté in un fanciullo che voleva, a tutti i costi, lo zucchero filato, quando il padre lo aveva già quasi convinto a rinunciare, ricordandogli il forte mal di pancia della sera prima. Il bimbo iniziò subito a strillare, ma così forte, che le rosse guance rischiavano di prendere fuoco. “Però, che risultato!”, esclamò soddisfatto il capriccio, mentre, silente, albergava nei dintorni della scena per punzecchiare qualche altro allocco. E fu in quell’occasione che, incantato, rimase a guardare una bellissima giostra di cavalli bianchi, sentendo una ragazzina dai capelli rossi brontolare con la mamma perché voleva fare un altro giro. Ecco allora che il capriccio la raggiunse in un battito d’ali e, siccome la ragazzina, che era grandicella ed anche un po’ superba per mettersi a piangere, cominciò a pestare i piedi, finché le fecero male. “Perbacco, anche questa volta è andata alla grande!”, pensò il capriccio. Andò così per tutto il giorno e per i tanti giorni a seguire. Lui si prestò ai problemi più disparati degli uomini, creando nuove vicende, ancora più complesse di un semplice ed apparente tarlo che rode nella testa. Divenne così famoso, da non avere più un minuto libero, né di giorno né di notte: insomma, un’eterna occupazione mai toccata dalla crisi. Anni passarono ed un giorno il capriccio sbarcò per la prima volta in un piccolo villaggio dell’Africa centrale, dove la miseria e la fame la facevano da padroni e l’unica ricchezza o fortuna, che dir si voglia, era quella di non morire entro sera, per fame o per sete. Il capo di quel villaggio, peraltro giovane, dato l’elevato tasso di mortalità, non conosceva il significato della parola “capriccio” e lo sfidò con una richiesta alquanto semplice. “Se ogni giorno fornirai al nostro villaggio l’acqua necessaria ai bisogni essenziali, avrai tanti di quei capricci cui dare retta nei secoli a venire”. Lui, il capriccio, tanto osannato in tutto l’universo, si lasciò sopraffare dalla ragione, impossibilitato ad esaudire un desiderio di tale portata. E fu così che, con la coda tra le gambe, ritornò sui suoi passi, meno tronfio di prima, pensando: “non v’è spazio, qui, per me! Tutti, grandi e piccini, avrebbero bisogno di un piccolo capriccio, ogni tanto …  ma è l’essenziale quello che conta!”. “Ti è piaciuta?”, mi chiese Claudia. Non feci in tempo, stanca come ero, ad imbastire una risposta. Alzai lo sguardo solo per scoprire che, così come era apparsa, la regina del web si era già volatilizzata. Al suo posto, notai che il computer era rimasto acceso e la bianca pagina di word si era, come per magia, riempita di parole. Era la sua favola! Accesi la stampante in tutta fretta, lanciai il comando “print” ed i fogli uscirono in tempo record, ben impaginati. Li raccolsi e raggiunsi in men che non si dica la stanza dei miei figli: “devo raccontarvi una bellissima storia”, dissi loro. E la notte si riempì di meravigliose e luminose stelle!

Altre opere di questo autore