Le ali di un angelo

Leon era un angelo stupendo, dai capelli lucidi e neri, occhi brillanti, color verde smeraldo, sempre vispi e penetranti. Aveva guance pienotte che, quando sorrideva, formavano due piccole fossette. Da quando la Suprema Commissione Celeste gli aveva affidato il compito di sorvegliare un birbantello che abitava nel borgo di una grande città, Leon era contento ma, soprattutto, molto meticoloso nei suoi interventi. Ovunque andasse quel ragazzino, battezzato col nome di Andrea, non lo perdeva d’occhio, neppure per un istante. Su e giù per i pendii di una collinetta dietro casa e poi più giù, sino al fiumiciattolo, con la bicicletta senza freni ed infine un bagno nell’acqua gelida, ove la corrente tirava molto forte. Eh sì, amava le pericolose sfide, il discolo. Con santa pazienza ed innata abilità, Leon si era adeguato a quella vita movimentata anche se, a volte, si inteneriva da morire non appena vedeva fiottare sangue dalle ginocchia di Andrea, quando questi, incoscientemente, ruzzolava a terra con violenza. Ma la sua bellissima aureola si illuminava tutta quando Andrea arrossiva nel dare un bacio all’amica del cuore, oppure nel momento in cui la madre lo rimproverava e a lui, così temerario, la voce iniziava a tremare. Giunta la sera, il piccolo protetto si addormentava e, finalmente, Leon preparava la sua nuvoletta, proprio lì, accanto al suo letto, vicino vicino, sospirando: “O Signore mio, ti ringrazio perché un’altra giornata è finita”; subito dopo, sprofondava in un sonno profondo e beato. Contagiato dall’eccessivo zelo, a Leon iniziò a frullare in testa un’idea, forse un po’ bizzarra. Pensava che avrebbe seguito meglio il piccolo nelle sue scorribande quotidiane, se solo avesse potuto ricevere una mano dalla tecnologia più avanzata. Più volte aveva avuto l’occasione di vedere all’opera le cosiddette magie moderne, osservando, durante il suo temporaneo soggiorno in cielo, macchinine che facevano corse ed eccezionali volteggi, frullatori che schiacciavano, sminuzzavano, trituravano e, una volta, persino un buffissimo robot che portava il cappuccino al proprio padrone.  Beh, insomma, a dirla tutta, lo aveva invidiato un pochino. Da qualche tempo cominciava a credere che, se invece delle sue ali avesse avuto, per esempio, un’elica, sarebbe realmente andato forte, migliorando le proprie prestazioni. Per giorni continuò a rimuginare su quell’idea ed il fatto di non poterla realizzare in tempi brevi lo aveva rattristato non poco, facendo scomparire le fossette dalle sue guance. Una mattina come tante, si risvegliò sulla sua nuvoletta e, stiracchiandosi, avvertì qualcosa di strano ed inspiegabile. “Non è possibile!” esclamò guardandosi allo specchio. Non riusciva a credere ai propri occhi: le sue piccole ali erano sparite ed al loro posto era comparsa una bella e grande elica di colore bluastro. Intorno al collo, vi era appesa una piccola scatoletta, laminata d’argento, dotata di comandi e pulsanti vari sul lato anteriore e di un vano posteriore contenente quattro nano batterie. Più in là, appoggiato sulla sua nuvoletta, c’era un piccolo manuale di istruzioni; ma l’eccitazione era ormai al settimo cielo e Leon non si preoccupò di leggerlo. Lui si sentiva già preparato per la fase di rodaggio e, poi, cosa poteva succedere di così pericoloso premendo il tasto “start”? L’elica si mise a roteare velocemente, troppo velocemente: “Ahi!”, urlò Leon, andando a sbattere contro la parete della stanza, consapevole di non aver regolato adeguatamente la potenza del motore. Fece allora numerose prove per poter prendere dimestichezza col nuovo strumento di volo e dopo qualche ora si sentiva pronto. Era entusiasmante riuscire a spostarsi in maniera così celere e chissà gli altri angeli come lo avrebbero invidiato! Cominciò a volteggiare, fluttuare nell’aria, prendendo delle rincorse pazzesche: insomma, era tutto davvero eccezionale e lui si sentiva immensamente contento, nel poterlo fare. Un pomeriggio, Andrea prese la bicicletta senza freni: c’era un’importante gara sulla collina, al solito posto di ritrovo stabilito. Una volta l’anno, i ragazzi del quartiere disputavano una gara di bici cross ed il vincitore sarebbe diventato il capo: una carica molto ambita che sarebbe durata fino alla competizione successiva. Il bimbo era prontissimo, si sentiva ben allenato, grintoso e, in cuor suo, certo della vittoria. Ricevuto il via, Andrea si lanciò a capofitto lungo il percorso studiato da mesi ma, purtroppo, un grosso sasso gli fece perdere l’equilibrio. Ecco che Leon entrò in azione, sospingendolo da una parte e poi dall’altra, nel tentativo di rimetterlo in pista. E quando c’era quasi riuscito, la sua elica cominciò dapprima a fare uno strano rumore e poi si fermò ed il bimbo cadde a terra, rovinosamente. “Che succede? No, non è possibile proprio adesso”, disse Leon, incredulo. Una spia rossa si era accesa sulla piccola scatoletta appesa al collo: le batterie erano completamente scariche! Inutile e semplicemente naturale immaginare la rabbia, lo sconforto e la delusione dell’angelo, mentre il suo piccolo pupillo, tra urla e lacrime, cercava di sfuggire alle medicazioni di chi era accorso in suo aiuto. “Non desidero più fare il protettore celeste, non ne sono capace”, pensò il buon angioletto quella tarda sera, poco prima di addormentarsi, meditando di inviare una lettera di dimissioni alla Suprema Commissione Celeste. Il mattino dopo, Leon stava apprestandosi a mettere la sua nuvoletta nella valigia celeste per andarsene quando si accorse, con grande stupore, di avere ancora le sue splendide ali: l’elica era sparita del tutto. “Urrà, urrà!” urlò e corse subito a cercare il suo piccolo amico, con il fermo proposito di sorvegliarlo per sempre. “La tecnologia non fa per me”, pensò sorridendo: “meglio sudare un po’ di più e confidare nei propri mezzi piuttosto che cercare scorciatoie che poi è difficile controllare!”. Spiegò le ali, sembravano più grandi del solito: un’altra dura giornata stava per iniziare!

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