La scelta (parte prima)

Indossava un nuovo abito, quel lungo vialetto che conduceva alla casa di Clara. Un tappeto di foglie rossastre pareva lo strascico di un autunno giunto precocemente, rispetto agli altri anni. L’apertura della scuola aveva appena battezzato l’inizio del mese di Settembre, che si avvertiva quasi trasformato, facendo respirare un’aria assai fresca, baciata, ogni tanto, da un pallidissimo sole. L’atmosfera era davvero insolita, perché la calura estiva, senza remore né avvisi, ormai era un lontano ricordo. Le stagioni ed il loro intermezzo non esistevano più, e Franco lo aveva notato da subito, mentre calpestava frettolosamente il piccolo viale che lo avrebbe condotto a destinazione. Sentiva il rumore dei suoi passi schiacciare il secco fogliame che incontrava nel cammino e, dentro di sé, pensava:

- Sono trascorsi tanti anni. Chissà se si ricorderà ancora di me? E se non lo facesse? Che scusa dovrò inventare, per farmi perdonare?

Eh si, proprio l’incertezza di non essere bene accolto, lentamente si affacciava alla sua mente. Cosicché, in preda a titubanti pensieri, che in un battere di ciglia divenivano crescente timore, arrestò il passo, sino a fermarsi. Si voltò, con l’intento di tornare indietro, ma, dopo aver proseguito un altro poco, si fermò nuovamente, per riflettere.

- Non posso non dirle la verità! Clara non lo merita proprio: deve sapere il perché l’ho lasciata. Lei deve assolutamente conoscere tutta la verità!

Quella voglia imperativa di giustificare una dolorosa assenza che gli aveva penalizzato l’anima per anni, fu come lo scoccare di una violenta freccia che uccise, all’istante, la paura di desistere dallo spiegare ogni cosa.

Riprese quindi il proprio cammino, sino a giungere nei pressi di un enorme albero che sembrava fungere da sentinella, accanto all’ingresso dell’abitazione. Lo osservò per pochi minuti, sentendosi piccolo piccolo dinanzi ai rami che volteggiavano verso il cielo sovrastante. Il tronco era robusto, ricoperto da un’umida corteccia che, a tratti, si squamava, mostrando parte della giovane rinascita dell’arbusto. Ricordò quando era solamente un alberello, non più alto di circa tre metri. Il tempo aveva fatto il suo lavoro, trascorrendo, e facendo vedere che era passato anche di lì.

Anche la lignea porta della casa mostrava i segni dell’allontanamento di Franco. Non era più tinteggiata di quel colore rossiccio che in passato sfoggiava un battente di ottone, a forma di anello. Cosa dire poi delle finestre, che lui stesso aveva dipinto per rendere ancor più accogliente la facciata di quella che, un giorno, avrebbe dovuto essere un’indimenticabile alcova d’amore?

Il bianchissimo colore aveva ceduto al grezzo del legno sottostante, invecchiato dai segni del tempo. Restava inutile soffermarsi sugli altri aspetti che testimoniavano un inesorabile e triste abbandono, oltre alla scarsa cura del volto della casa.

Salì i tre gradini di marmo ed afferrò con la mano il battente, per farsi sentire. Nessuna risposta, all’inizio. Non si udiva alcun rumore che potesse far capire la presenza di qualcuno, al suo interno.

- Non c’è niente da fare - pensava Franco - è segno del destino che io non debba più vederla!

Attese un pochino e riprovò a bussare, senza che nessuno si avvicinasse, per aprire la porta. Sconfortato, si stava sempre più convincendo di meritare l’inutilità di quel lungo viaggio, fatto per ritrovare la sua Clara.

- Sono proprio uno sciocco, nell’aver sperato che la vita mi ripagasse del torto subito. Debbo andarmene, prima che sia troppo tardi, così mai nessuno saprà che sono passato.

E mentre veniva assalito da mesti pensieri, udì, da lontano, una voce gentile:

- Chi è alla porta?

Franco non rispose.

- C’è qualcuno? Chi cercate? Allora, non fatemi perdere tempo.

- Po… potete aprirmi, per favore? - balbettò Franco.

Un lieve cigolio e la porta si aprì, facendo da cornice alla figura semplice e garbata di una giovane donna.

- Si...? Cosa volete?

Clara fissò quell’uomo, a lungo. Era talmente emozionato da non riuscire a proferire alcuna parola né, tantomeno, ad intavolare un discorso. Era una sensazione meravigliosa e, al tempo stesso, imbarazzante, quella che Franco stava vivendo. Finalmente riusciva a vedere il volto della donna che ancora amava e mai aveva scordato e che gli aveva letteralmente rubato il cuore.

- Clara, non ti ricordi di me?

Un attimo di smarrimento la colse, sino a quando la sua mente incominciò a spolverare i ricordi del passato. Lei era certa di avere già veduto quel signore, e i ricordi d’amore si affrettarono ad arrivare, proprio nel luogo in cui dovevano giungere.

- Franco, sei tu, non è vero? - disse Clara, profondamente commossa.

- Sono io - rispose Franco.

Gli occhi di Clara luccicavano di gioia che, presto, sarebbe stata sostituita col dolore di lacrime ardenti, non appena avesse saputo ciò che, in realtà, l’aspettava.

 

(segue…)

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