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Rabarama
Il tema intorno al quale ruota il lavoro di Rabarama è la figura umana. Più precisamente la rappresentazione plastica del corpo giunto alla fine del XX secolo dopo essere passato attraverso tutte le disarmonie maturate in seno all'arte contemporanea. Questo stesso corpo che, all'alba della civiltè occidentale, vide la luce presso i greci e fu consegnato integro alla storia dell'arte. Esso prese forma facendo tutt'uno con l'idea di uomo, "misura di tutte le cose" come scrisse Protagora nel suo trattato Della verità. Dunque dai tempi remoti e fondativi di Socrate e di Policleto, il corpo umano significa l'"uomo" tout-court.E, da subito, da allora, la superficie di quel corpo acquistò un'importanza cruciale venendo a costituire la superficie di contatto con l'esterno, la soglia colma di interrogazioni che qualifica la relazione tra il dentro e il fuori. La pelle venne simulata ed esaltata nel bronzo caldo e rilucente come pelle bruna d'atleta cosparsa d'olio. E l'uomo prese dimora nel mondo all'nterno della sua pelle forte e intatta, sollevandosi da terra poggiando eretto sulle gambe. Fu ancora così nel Rinascimento.
Tuttavia quei corpi perfetti, figli prediletti dell'Umanesimo, covavano nuove inquietudini che la devota cura naturalistica riusciva appena a celare e a scongiurare. I fasti del Barocco tolsero la nudità dalla sede dell'essere e la consegnarono all'allegoria. La relazione con il fuori, con il mondo venne allora affidata alle vesti. Abiti, veli, panneggi, circondarono le anatomie tessendo la trama di rapporti tra microcosmo e macrocosmo, tra l'individuo e l'infinito. Mentre il principe di Sansevero toglieva al corpo umano ogni traccia di eredità ontologica: il corpo non era più la stessa cose dell'uomo, si poteva affrontare come mistero biologico, come soma senza psiche, semplicemente come corpo fisico. Quando, alla fine, il corpo umano soggetto dell'arte varca la soglia del Novecento esso è, ormai, interamente ricoperto delle cicatrici prodotte dall'evoluzione del pensiero e del progresso che ne hanno cancellato del tutto la corrispondenza con le sembianze naturali e l'equilibrata ponderazione. All'inizio del Novecento si consuma la dissoluzione dell'ultimo domicilio conosciuto per l'uomo e il suo corpo mortale, quello dell'io, di un centro esistenziale, di un’identità certa. Solo' così è concepibile il risveglio di Gregorio Samsa. Le sorti delle fattezze anatomiche e della loro superficie seguono da vicino questo itinerario sacrificale. Nei primi anni del secolo esse s'inarcano verso lidi simbolisti, perdendo in armonia ciò che acquistano in espressività, oppure si adulterano in funzione esplorativa di questioni proprie della ricerca linguistica. Cose è più il corpo umano nella figura aerodinamica di Boccioni se non un'esperienza plastica autosufficiente, un paradigma investigativo? Nelle pieghe del Surrealismo, poi, il corpo, le sue parti e la sua pelle, subiscono ogni sorta di manomissione. Mutazioni fantastiche e repellenti, robotizzazioni alchemiche, clonazioni celibi fanno tabula rasa della corrispondenza anatomica riconoscibile. Il resto è storia dei giorni nostri, ancora vivissimi pur se ascrivibili al secolo passato. Il resto ha a che fare con il protagonismo diretto dello stesso corpo reso attore in scena Fluxus e dalla Body art e poi aggiornato nelle forme sempre più estreme dell'arte corporale avvinta alla tecnologia. Mentre, all'altro capo del contemporaneo, si assiste al trionfo dell'icona immateriale, valevole sino alla sostituzione stessa del reale, librata tra seduzione visiva e alta tecnologia.
"Prologo per Rabarama" di Virginia Baradel, 7 dicembre - 7 gennaio 2001, catalogo "Rabarama Trans-formation"






