GIOE', il pescatore

 
GIOE', il pescatore



La grotta era quella della luna, così chiamata dai vecchi pescatori del villaggio, alcuni dei quali vi trascorrevano intere notti per scrutare il suo viaggio nella fase di piena e osservare, nel frattempo, le onde del mare fino alle quattro-cinque del mattino, per poi armare le barche di reti, sagole e lampare e uscire in quella distesa cupa ma accogliente.
Gioè, originario dell'isola di Ponza, ma lì residente da almeno tre generazioni, quella notte si meravigliò per essersi trovato da solo, in quella grotta. Di solito erano due o tre ma, dopo, non ci aveva fatto caso. Si era adagiato su uno dei giacigli fatti di canne e paglia ed aveva acceso lentamente un mezzo sigaro.
Una lampada ad acetilene illuminava malamente e con violenza, quasi a ridisegnarle, le incrostature di roccia argentifera, la volta e le pareti millenarie, custodi dei tempi dell'infinito passato.
S'avvertì un sibilo, una lingua di vento improvviso, come a voler togliere dal torpore chi era lì, nel silenzio sacro di una notte stellata, adatta più a teneri amanti che non ad anime sole in attesa, forse, del nulla.
In un angolo vecchi giornali, qualche rivista sciupata dall'umido e dalla salsedine e ancora due vecchie copie della Domenica del Corriere, quasi nuove, evidentemente conservate come ricordo.
La prima riportava, in un disegno di Beltrame, il tragico naufragio del vapore SIRIO, del 4 agosto 1906, che trasportava migranti italiani verso l'America del sud, nella seconda, disegnata da Molino, c'era la tragedia del 4 maggio 1949, avvenuta nella collina di Superga, della squadra di calcio del grande Torino.

Gioè non aveva voglia di leggere, di tanto in tanto allungava lo sguardo che si poggiava sulla piatta del  mare, senza risacca, o nelle vie del cielo che vedeva poco frequentate fino a che non si imbatteva nel faccione della luna che, senz'altro e a sua insaputa, gli teneva compagnia.
Poco lontano un anfratto di rocce metallifere proteggeva una piccola ansa dove erano ormeggiate
tre piccole barche da pesca, una delle quali aveva legata all'albero maestro una scaletta di legno dalla cui sommità si potevano vedere sciame di pesci, qualche delfino, a volte pesci spada in coppia
o banchi di grosse meduse da evitare.
Una delle barche si chiamava Gavi, memoria e ricordo di un isolotto che sta di fronte all'isola-madre di Ponza ed era la più vecchia.

Il sigaro di Gioè stava per esaurire i suoi mulinelli di fumo grigiastro.
Il cielo, il mare, la notte e di questa il buio disegnato dalla luna e abbracciato ai silenzi provenienti dall'infinito, apparivano come in una tela, irreale ma piena di vita, dove il corpo di Gioè si rifletteva, in attesa delle ore e dei minuti che passavano, d'altronde, inosservati.
Gli sguardi vivi su piccolissime stelle, luci della galassia, a lui assolutamente sconosciute, che andavano moltiplicandosi man mano che il tempo passava sopra leggiadri dondolii d'acqua che accarezzavano la chiglia delle tre barche.
Gioè non dormiva, forse sognava ad occhi aperti, aspettando l'ora X che l'avrebbe portato alla quotidianeità dei movimenti, a stringere o virare la barra del timone, a spegnere il piccolo motore-diesel perchè arrivati al punto-pesca e senza la bussola.





Ma aspettava anche i suoi compagni di barca e non li sentiva e non li vedeva. Forse dormivano o forse non avevano voglia.
Anche questo non lo distolse dal nulla che stava facendo, con l'udito teso a seguir il più piccolo rumore, con gli occhi puntati sul blu terra-acqua, il volto appiccicato alla parete dal barlume dell'acetilene ormai alla fine.
E non si stava annoiando, c'era abituato, né aveva paura e dopo di che?
Una cosa, però, l'infastidiva, una sensazione a pelle che gli procurava quasi ansia, desiderio di non so che, di toccare qualcosa che non c'era, che non gli apparteneva.
Ci pensava e si toccava il petto, le gambe e sfregava il rovescio delle mani sulla fronte. Sudato? E perchè mai?
Deambulò su e giù per la grotta, lo sguardo sempre fisso all'esterno senza avere risultati. Eppure una cosa  la pensava e, forse, quell'arcano si stava svelando.
Aveva pensato al Natale. Ma come al Natale se mancava più di un mese?
Allora era novembre e la data? Ci pensò un po' e fra sé e sé disse: ma è il 13 di novembre, periodo dell'estate di San Martino!
Ecco quell'ansia, quel caldo, quelle sensazioni a cui ,da tempo immemore, non era più abituato! E davvero era così, ripensandoci bene , a mente ormai lucida, quel lasso di novembre erano anni che non lo viveva, rotte come sono oggi le stagioni e i periodi dell'anno , consacrati da vecchie abitudini
di pensiero e di vita
Gioè non se ne fece problema. Respirò profondamente, si guardò attorno e decise di mettere il naso all'aria.
Meraviglia! Una brezza leggera s'impadronì del suo corpo, un brivido, anche di piacere, l'attraversò da capo a piedi avvicinandosi alla battigia.
L'acqua gorgogliava dolcemente, si mischiava al suo respiro, normale, fatto, in quel momento,   di solitudine e attrazione verso il silenzio, verso quell'infinito dove lui, vecchio pescatore, trovava compagnia e sentimenti veri.

L'alba sembrava lontana, la terra che lui calpestava diventava lieve come i suoi pensieri che lo trascinavano, incantato, altrove, in quell'altrove dal quale i suoi nonni erano arrivati e non vi erano più ritornati.
Ebbe un piccolo sussulto, quasi a ravvedersi che era ancora lì, in attesa dei suoi compagni i quali, in quel giorno, non sarebbero arrivati.
Si diresse verso le barche, le illuminò una per una, come un pittore dipinge la sua tela, le toccò a mo' di carezze e salì, con un balzo, sulla più vecchia, la Gavi, impressa nella sua memoria come l'antico isolotto di Ponza.
Liberò le cime umide da un robusto ed utile dente di roccia.
La barca scivolò da sola, sopra un tappetto di velluto, mentre Gioè s'affacciava in quell'insenatura
da sempre protetta da Nettuno.
L'alba iridescente, apoteosi del creato, scandiva la musica dei suoi primi bagliori sulle ali dell'amico gabbiano, inseparabile testimonianza d'amore fra l'uomo e il suo mare.


 Il Marinaio

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