Barbec?

 


-Si sieda e aspetti-
Una luce che sembra sporcare gli occhi, o forse sono gli occhi a prepararsi alla realtà che temono, filtra dalla finestra
Il poliziotto resta in piedi accanto alla porta aperta della stanza.
Dal corridoio va e viene gente , soprattutto gente che passa e resta con la sensazione
di farlo per sempre. Le questure si somigliano tutte.
Macchine da scrivere su tavolini metallici a rotelle, mobili d'ufficio che accumulano periodi storici dal legno al tentativo inutile di farle somigliare a quelle che si vedono nei films americani.
Agenti in borghese sull'orlo del pensionamento, poliziotti ideologizzati nel culto dell'ordine fascista, ostentatamente giovani, accumunati dalla divisa e da un pizzetto sottile di barba curatissima che incornicia le labbra e scende squadrata sul mento.
Stizziti dalle ore che gli scivolano tutti i giorni tra le dita, in mezzo a un'altra umanità
sconfitta e vinta.

Con aggressività meccanica, entra un graduato e si siede di fronte all'uomo che aspetta.
Fa un cenno del capo al poliziotto in piedi accanto alla porta che lo traduce istantaneamente e la chiude.

Scappa un grido nella stanza accanto e le parole urlate minacciosamente, si rompono contro i muri di labirinti quadrati.
-E allora?-

Alcuni minuti lunghi e larghi e il commissario si accorge che Diego è ancora in manette.

Altro cenno al poliziotto con gli occhi e gli fa togliere i ferri ai polsi.
L'aspetto del funzionario ha la naturalità metallica di un laureato in scienze politiche che si è perso qualche concorso per diventare commissario.

Piange mentre gli sfilano le manette.

Alza gli occhi arrossati verso l'ispettore Quaglia e comincia a lamentarsi senza alcun allenamento.

-Armanda. Povera Armanda mia!-

-Povera Armanda! Povera Armanda! Poteva pensarci prima di ficcarle una pallottola in testa-

-Povera Armanda mia- continua a piagnucolare Diego, incurante dell'ammonizione dell'ispettore
di passaggio. Lo aspetta ben altro dopo quel primo interrogatorio.

- Non sono mai stato messo in manette. Non sono manco mai passato per caso in questo posto.
Trent'anni di matrimonio e non era mai successo niente.

-L'ha uccisa?-

Risponde di no, scuotendo la testa e scossoni di pianto che cercano di strappare le lacrime a profondità misteriose della sua anima, gli tremano nelle spalle.

-Povera donna. Mi contraddiva sempre. Volevo accendere il fuoco in giardino per preparare la carne alla brace con la legna. Una stupidaggine. Abbiamo una villetta e il sabato arriviamo ad essere anche in quindici persone. A volte mia sorella e mio cognato con i loro figli, altre la mia figlia più giovane con il fidanzato. Allora ti preparo la griglia fuori- le dico

-Comincio a sistemare la carbonella e lei dice no, qui non lo voglio, poi entra il fumo in casa
dalla finestra e sono io che devo pulire. Cazzo, e io avanti a rompermi la schiena mentre avevo già acceso il fuoco. Do una pedata al grill e lei comincia a dirmi che sono matto.
  • - Sei matto come tuo padre-
  • -
Comincia a insultarmi e a sbottare su tutto il parentado.  Perfino su mia madre che è morta-
Glielo giuro. Glielo giuro. Non so cosa è successo. Ci si mette di mezzo anche la mia figlia più giovane e volevo che smettessero con quelle urla isteriche che mi spaccavano la testa.
Allora gli salto addosso e scappano di corsa verso il cancello del giardino e da lì le sentivo ancora blaterare.
Non so come sono entrato in casa e sono uscito con la pistola. E' regolarmente registrata. Tutto in regola. Sa, non c'è più da fidarsi a vivere in villetta al giorno d'oggi con tutte le rapine che ci sono.
Volevo solo farle tacere.- E' matto! Ora ha la pistola quel figlio di puttana-  e sparo un colpo e loro scappano e io non volevo farle scappare e sparo ancora e ancora e loro cadono.
Oh, madonna santa cosa ho fatto...-

Sono ormai le nove di sera. Lo vengono a prendere e lo caricano sul cellulare blindato.

L'ispettore Quaglia lo accompagna con lo sguardo mente esce dalla stanza.
Lui conosce la strada successiva. Scomparso il labirinto d'uffici, inizierà lo spazio di cemento,
le scale che sprofondano in un inferno umido e freddo e chiuso da una porta con le sbarre e
più in là il corridoio con le celle a entrambi i lati, il cesso finale dove gli escrementi impediscono
di fare la doccia e dove l'odore di disinfettante riesce a soverchiare il lezzo delle urine più tristi e disperate di questa terra.

-Porta!- grideranno dall'alto in basso e con la calma di un custode notturno,
una guardia aprirà la porta, in attesa del detenuto e delle istruzioni.
Quaglia ha dato ordine di metterlo in isolamento.
Diego ritroverà nella cella la propria identità per scavare fino a che punto l'aveva persa.
Scoprirà con precisa coscienza che in questo gioco era impossibile vincere.
Anche se tutto è avvenuto in poche ore, hai perso qualcosa che nessuno potrà mai più restituirti.
La vertigine d'un volo dentro al burrone è ancora sospesa.

La voce del poliziotto che sopraggiunge alle spalle lo devia dal pensiero.
-Ispettore è arrivato un cablogramma. Quello che ha appena finito di interrogare ha ucciso moglie e figlia. Sono morte dieci minuti fa.-



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