IMMAGINE

IMMAGINE
.".
ROMANZO
DI
BUDETTA GIUSEPPE COSTANTINO

 

"Ora vediamo attraverso uno specchio. Ciò che non si riflette è la nostra anima. "
" Guardava antiche statue. Quel dì poca gente nel Museo Nazionale di Napoli. Era alta, ben fatta, capelli rossi a treccia sulle spalle, abbordabile da uno che si rispetti come me. Pantaloni leggeri con camicia di seta perlacea e verde velo al collo, come nel West. Vide che l'osservavo e di fretta passò in altra sala. Il magnetismo in mio possesso di tanto in tanto fa cilecca. Tutto qua. All'uscita chiamai il taxi e vidi che anche la neghittosa rossa aveva fatto lo stesso. Il suo taxi per una fortuita concatenazione di eventi percorreva la stessa strada, con direzione analoga. Ma guarda un po'.
Dovevo vedere un amico, per la precisione lui ottantenne ed io quarantenne. Scorgevo la testa rossa della donna nell'antistante taxi. Sembrava pedinamento involontario.
La villa dell'ottuagenario era dalle parti del Lago di Averno. Fu grande meraviglia quando il taxi con la rossa entrò nella stessa cancellata. Le due macchine sostarono in parallelo di lato all'uscio recintato. La donna scese dal taxi e senza accorgersi di me si diresse al pergolato della casa dove al riparo dal sole mattutino, c'era una sdraio su cui riposavano le lasse membra dell'amico. Rimasi a debita distanza. L'ottuagenario che sonnecchiava fu stupito di vederla. Questa impressione ebbi, anche se lontano. La donna si chinò baciandolo sulla bocca. Rimasi come allocco. Non era bacio tra conoscenti, amici o tra parenti. Fu tanto lungo il bacio che gli occhiali del vecchio caddero e lei chinandosi di più, li afferrò e glieli restituì senza distacco labiale.
Al termine del bacio, dissi da lontano: "Buongiorno."
Ruotarono il collo distanziando i rispettivi labiali orbicolari muscoli. Non interruppi il fulgido momento, raro in uno tanto vecchio. Dissi:
"Torno in pomeriggio."
Il vecchio mi riconobbe e disse doveroso:
"Sì, è meglio."
Nel taxi la mente fu piena di perché. Era la rossa cercatrice di eredità essendo il vecchio ricco?
Era una che lo accudiva? Dissi alla fine: le donne!
Tornai da lui sul tardi pomeriggio, ma ebbi la notizia sconvolgente: l'amico ottuagenario morto da poco. Fui certo: è stata la donna ed il fatale bacio.
Rimasi a Napoli per il funerale e la notai tra la folla con la rossastra inquietante chioma. Il corteo si asserragliò nella chiesa del Gesù. Sulla bara ci fu la bandiera tricolore in rispetto ai reduci e feriti della Seconda Guerra Mondiale. Diedi le condoglianze e me ne andai. Non pensai più alla rossa e decisi di prendere il traghetto per Capri in solitaria gita. L'intervista all'ottuagenario fallita, ma me la presi con filosofia. Visitai l'isola che si apriva alla primavera con mare verde azzurro e scogliere immacolate. In piazza seduto ad un caffé, riapparve all'improvviso la strana donna rossa che si sedette senza invito a me di fronte. Bella e ancor di più quando si fu tolta con gesto signorile gli occhiali da sole. Aveva occhi che definire azzurri era poco. Nello sguardo arcaico e misterioso giocavano colori di lontani mari. Guance con fossetta arrapate e labbra idem. Collo di giraffa alla Modiglioni. Disse:
"Su questo dischetto troverà la storia del mio Enrico. La diffonda pure, ma non ci crederanno."
"Grazie. Farò come dice..." .
Speravo di trascorrere qualche altro giorno a Capri in dolce compagnia. La misteriosa rossa a me di fronte disse:
"La gente è diffidente. Stia certo: non ci crederanno."
Mi salutò e se ne andò. Gridai: "Posso rivederla?"
"Chissà, se non qui, altrove."
Non la vidi più. Almeno fino ad ora. In redazione, inserii il CD in computer e lessi. Per chiarezza ho diviso la confessione dell'ottuagenario in più paragrafi, ognuno preceduto da un titolo ad hoc.
1
RIVELAZIONI DELL'OTTUAGENARIO AMICO ORMAI DEFUNTO.
LA PRIGIONE.
La vita è strana, a volte così incredibile da pensare che un altro abbia vissuto un pezzo di esistenza entrando in noi. Inutile è cercare di capire questo mondo. Il consiglio è il solito: vivere senza tanti perché. Non pensare ai risvolti misteriosi, ai momenti sorretti da invincibile fatalità, alle irreali visioni che ci sovrastano provenienti da paralleli mondi. Non occorre ragionare su eventi miracolosi, su epocali stravolgimenti, su fatti demoniaci, su visioni conturbanti e risvolti irragionevoli. La storia umana è piena di angeliche visioni, tragedie scure, fatti illogici, terrificanti eventi o di sublimi imprese ruotanti e turbinanti in vorticosi eterni cicli.
Ecco che mi capitò, collegato alla premessa testé data.
Mi risvegliai da un profondo sonno simile a coma cerebrale e mi trovai rinchiuso in gabbia, una cella vera tormentato come dovuto, dai perché. Non mi spiegavo com'ero finito lì e chi mi avesse imprigionato. Più ci pensavo e più dubitavo che fossi vivo. Il risveglio in un posto così inusuale rafforzò il dubbio di essere vivo. Poteva darsi che l'anima non fosse come la immaginiamo, impalpabile ed eterea. Ero animale intrappolato in quattro sbarre asserragliato. Fremevo come lupo in gabbia roso da irresistibile frenesia. Fossi stato un animale. Un animale non si rode l'anima di cui è privo per principio. Gli animali poi se al macello condotti, non sanno di dover morire. Invece ero consapevole del mio stato di preclusione e mi chiedevo che fine i carcerieri mi avrebbero riservato. Questi - forse per uno spunto di tenera pietà - avevano posto nella mia cella un blocco notes a quadretti con carta e una penna speciale che scriveva chiaro, sottile e senza bisogno di ricarica. Sospettai la presenza intorno a me di esseri più evoluti, avanti nelle scienze. Ciò però non significava che fossero pietosi. Scrivendo con quella penna non mi macchiavo come accade con le stilografiche, né imbrattavo i chiari fogli a quadretti di una levigatezza e lucentezza mai viste prima. I carcerieri volevano indurmi a qualche confidenza? Volevano che scrivessi le mie memorie? Che altro potevo fare se non trastullarmi nella scrittura? E ne avevo di tempo per la rilettura, ammesso che mi avessero lasciato vivere a lungo. La speranza era che un giorno qualcuno avrebbe raccolto quei fogli da me scritti. Mi sentivo come Robbinson Crusué con la differenza che mentre lui era prigioniero in sperduta isola, io lo ero in una cella che forse si trovava in remota isola. Però intorno a me non c'erano certezze. Poteva essere che non mi trovassi sul pianeta Terra e potevo aver varcato la soglia dell' aldilà. Potevo trovarmi nel Limbo in attesa di giudizio e i fogli da me scritti con quella penna speciale avrebbero facilitato agli ultraterreni l'interpretazione della mia scrittura come i Freudiani che carpiscono i risvolti delle umane brame a partire da segni calligrafici.
Dovevo attendere gli eventi e conoscere i carcerieri. Ci sarebbe stata comunque una sentenza; qualcuno mi avrebbe parlato prima o poi. A volte mi prendeva la depressione ed era come se perdessi le forze, incapace di muovermi e reagire. Cadevo sulla sabbia della cella in lacrime. Altre volte mi toccavo per tutto il corpo constatando se fossi in carne ed ossa. Il cuore mi pulsava come se niente fosse, ma mi martellava in petto se mi adiravo o trepidavo senza precisa causa. Constatavo se i vitali attributi fossero in mio possesso, compreso i desideri corporali: fame, sete, voglia di camminare, dormire, desiderare il corpo di una donna bella, urinare, defecare, fumare e ripensare al passato. Se riflettevo sul mio stato e cercavo di capire perché mi trovavo in quella cella, andavo in crisi. E non si vedeva nessuno attorno. Questo era stranissimo. Dove stavano mai i carcerieri? Intorno solo 1a presenza della natura selvaggia. Ricordavo bene quello che mi era accaduto prima del risveglio. Ci rimuginavo nel tentativo di arrivare ad una soluzione, ad un appiglio che mi desse una luce, una spiegazione sul mio attuale stato. Ma c'era sempre un punto oscuro e comprendeva il momento in cui avevo perso i sensi e trasportato in cella privo di coscienza.
2
1944 - LINEA GOTICA
I ricordi mi riportavano al maggio del "44, al fronte di guerra sulla Linea Gotica. Combattevo coi tedeschi contro gli Anglo Americani. Ero ingegnere col grado di ufficiale. Infuriava la battaglia notturna e l'artiglieria nemica martellava le nostre linee. Orribili boati e lo strepitio delle mitragliatrici. La morte in agguato. Gli Americani attaccavano nel tentativo di sfondare le linee. Ero tenente della Folgore e combattevo sull' Appennino Tosco - Emiliano per contrastare al nemico l'accesso nella pianura Padana. Verso le cinque del mattino, squadriglie di quadrimotori americani a ondate ci scaricarono il tremendo carico di morte con quintali di tritolo. Il cielo solcato dalle luci dei traccianti e squarciato dalle granate della contraerea. Il terreno intorno a me fu pieno di crateri per le bombe dei bombardieri. Immense, improvvise fiammate, voraci ed assordanti boati trafissero tenebra e pace. Con la mia mitragliatrice FIAT-Revelli Mod.35, sparavo da dietro i sacchi di una trincea, insieme con tre commilitoni. Su di noi il rombo di un quadrimotore la cui sagoma emerse nel crepuscolo. Il quadrimotore come un rapace nero con terrificanti artigli pronto a ghermirci e spezzarci. La bomba esplosa vicino sollevò una montagna di terra e fuoco. Forte spostamento d'aria. Persi i sensi. Rinvenni e mi trovai coperto di terra dal petto in giù. Nel livido cielo riuscivo a vedere il corpo straziato di un mio compagno. Sanguinavo da sopra un occhio per una scheggia. Pensai di essere grato all'elmetto se ero ancora vivo. Terreno e pietrame mi coprivano e mi facevano respirare a stento. Facendo leva su gomiti e braccia, cercai di uscire dalla morsa di terra.
Luce accecante. Temetti l'esplosione di una nuova bomba, ma mancò l'assordante rumore. Poteva essere che non udissi più. Avvolto nella luce, intravidi un essere all'apparenza gigantesco e con umane sembianze. Il gigante mi si parò davanti, mise le lunghe braccia sotto le mie ascelle e mi tirò con accortezza fuori. Questo ricordavo prima di svenire. Al risveglio ero in cella. Non avevo ricordi su come ci ero arrivato. Mi toccai la fronte ferita nel bombardamento. C'era la crosta della cicatrice in formazione. Di certo il gigante mi aveva salvato, mi aveva curato la ferita e mi aveva ingabbiato. Al risveglio, giacevo su sabbia con addosso ancora l'uniforme militare dell'esercito, privo di armi ed elmetto e coi piedi nudi. Nelle orecchie l'assordante frastuono della bomba esplosa nei pressi della mia postazione. Avevo la barba incolta, ma ero in forze come dopo un riposo ristoratore. Ero vivo, ma prigioniero. Ero in un posto largo sei passi e lungo dieci. Lisce ed altissime pareti rocciose come lastre di cemento: i tre lati della prigione. Il quarto lato verso il mare, chiuso da lunghissimi tubi di speciale lega metallica, tanto rigida da essere priva di oscillazioni. I tubi saldamente infissi nella sabbia. Si prolungavano in alto a perdita d'occhio fino a lambire i bordi superiori della roccia in cui era scavata la prigione. Lo strapiombo era circa trecento metri. Con le nocche avevo percosso la superficie delle sbarre ricevendo un suono chiaro, timpanico come da interno cavo. Le sbarre distanziate tra loro per circa sei centimetri, impedivano la fuga. Formidabile prigione. La gioia di essere vivo vinta dall'impossibile fuga. Oltre il limite estremo delle sbarre, un pezzo di cielo sereno. Davanti, la spiaggia con sabbia bianchissima, lambita da piccole onde. Un'altra stranezza era data dall'assenza di un cancello, come se avessero calato il mio corpo dall'alto con funi lunghissime. Poteva il gigante intravisto prima di perdere i sensi aver fatto tutto da solo? Il mare era di due colori, verde-smeraldo vicino alla riva e azzurro cupo in lontananza, sfumante all'orizzonte. Nella vastità del mare niente barche, isolotti, o tracce di umana civiltà. Notai l'assenza di qualsiasi tipo di orma sulla sabbia. La spiaggia formava una insenatura a semicerchio con tozzo promontorio a sinistra, coperto da boscaglia. Tra mare e sbarre, una trentina di metri di litorale sabbioso. Verso destra lo spigolo della parete m'impediva la visione di altri promontori. In cella scavato nella roccia, c'era un foro largo mezzo palmo da cui sgorgava acqua limpida e fresca che s'incanalava in una escavazione, perdendosi sulla sabbia. Con un rivolo, l'acqua raggiungeva il mare attraversando le sbarre. Qualcuno mi aveva portato lì, di certo non intenzionato a darmi morte in breve.
Quando rinvenni, mi portai le mani in faccia e mi accorsi che avevo barba lunga e pelle untuosa. Avevo labbra secche e mi precipitai a bere. Assaporai la freschezza dell'acqua filtrante dalle viscere della montagna. Ero vivo dopotutto. Presi a gridare cercando di richiamare l'attenzione di qualcuno. A furia di strillare, ebbi la gola secca. Bevvi e pisciai contro le sbarre. Lunga pisciata consolatoria assorbita dalla sabbia. Dopo gli strilli, il silenzio. Silenzio su arsa spiaggia.
3
IPOTESI E INCUBI
Oltre le sbarre stasi e silenzio. Il più grande desiderio al fronte di guerra. C'era solo il mare ad avere piccole onde e moto perpetuo. Nei primi giorni di prigionia compivo atti ripetitivi: mi toglievo la camicia per il caldo che indossavo a sera non per il freddo, ma per fare qualcosa. Una diecina di volte al giorno, bevevo acqua fresca sgorgante dalla roccia. Il tardo mattino, l'astro dorato emergeva a capolino dai bordi altissimi dello strapiombo e saliva rapido nello zenit. Le ore più penose. La sabbia scottava come nel Sahara e mi rannicchiavo in una striscia d'ombra, sotto la parete. Spesso stringevo un pugno di sabbia per sentirmelo scivolare via granello dopo granello. Impossibile cercare di raggiungere i bordi superiori dello strapiombo in cui la cella era scavata. Inutili arrampicarmi sui tubi. Non cera modo di salire verso l'alto senza fune. Al tramonto alitava la brezza marina e il cielo s'infiammava: paradisiaca visione che angoscia accresceva. Mi accanivo nell'arrampicarmi alle sbarre, ricadendo sulla sabbia. Scrissi sul blocco notes richieste di aiuto, strappando i fogli che lanciavo oltre le sbarre. Usavo altri fogli per disegnare il paesaggio davanti a me, segnando alla fine le sbarre della prigione. Non vedendo nessuno aumenta il dubbio e l'angoscia. Al terzo giorno di prigionia pensavo a tante cose, senza prendere sonno. Mille ipotesi attanagliavano la mente. Chi mi aveva tirato fuori dalle macerie mi aveva curato e poi calato in prigione. Di certo ero prigioniero degli Anglo- Americani. Però non c'erano artiglierie e soldati, né si vedevano stormi di squadriglie, o rumori di eliche. Non si udiva niente e per questo il fronte doveva essere molto lontano. La rada di spiaggia antistante era priva di navi, battelli, chiatte e ormeggi. Tutto faceva pensare ad un'isola deserta. Temevo che chi mi aveva imprigionato fosse stato messo in fuga da truppe ostili, abbandonandomi alla sorte. I miei carcerieri potevano essere morti. Tendevo l'orecchio. Regnava immensa la pace. Bevendo, potevo sopravvivere una quindicina di giorni. C'era un altro aspetto inspiegabile: la mancanza come detto, di porte di accesso. Poteva essere stato un locale costruito per altri scopi, per esempio come deposito.
Nel primo pomeriggio, quando il sole cominciava lento a declinare, un dolce sopore s'impadroniva del corpo, ma non della mente. La guerra, le sue tragedie, le violenze, le angosce di morte come inevitabile strascico, prolungavano gelide mani nel sonno. Un incessante fuoco di mitra, nella notte. Aumentava la pressione dell'artiglieria nemica contro le nostre postazioni. ..lampi di luce vorace... fiammate e tumultuosi, orrendi sommovimenti di terra. Ci difendevamo disperati. Eravamo in una trincea e mitragliavamo contro il nemico. Le teste dei compagni agitarsi nella notte, fisse verso il basso da dove poteva spuntare l'attacco nemico... Immense ali nere, terribili e tremende con assordante rombo ci furono addosso scaricando morte, fuoco e distruzione...Volevo fuggire. ..disperazione contro l'inevitabile fine...Dopo il bombardamento ero ancora vivo, ma una forza tenace m'inchiodava al terreno. Compiuta la missione di morte, i bombardieri grandi grifagne ombre allontanarsi in livido cielo. Invocavo l'aiuto dei compagni tra crateri di terra bruciata. Erano morti i miei compagni ed i corpi straziati non lontano da me. Avevo alzato le mani gridando. Ci fu una trasformazione...La faccia contorta di un mio compagno a cui ero teso con ogni sforzo fu un essere scuro e gigantesco, con le mani protese verso di me pronto a salvarmi...
4
SOSPETTI
Mi svegliai di soprassalto tutto sudato. Il sole alto nello zenit. Mi dissetai e mi lavai. Potevo dissetarmi, lavarmi ed aspettare a volontà. Questo potevo fare aspettando la fine. Rilanciai a squarcia gola invocazioni d'aiuto, ma la voce si perse nell'aria. Con rabbia scavai una buca profonda lungo la base di uno dei tubi. Per quanto scavassi non arrivai alla base e dopo un poco la buca fu raggiunta dell'acqua della fonte che vi scese, come a prendersi gioco di me. Oltre le sbarre, il sottile rigagnolo privo di alimento andava prosciugandosi. Dalla prigione, il rigagnolo non raggiungeva più il mare, ma si perdeva nella fossa. Provai a fare vibrare con la forza delle braccia le lunghissime sbarre di recinzione. Speravo di provocarne la rottura? Ero ingenuo come un bambino. In cielo infine vidi qualcosa di nuovo: un uccello volteggiava sopra l'insenatura. Portai le mani alla fronte come visiera. Grandi ali aveva l'uccello che si avvicinava al mare. Aveva penne verdastre e becco lungo come cicogna. Il modo di volteggiare in aria era simile ad un predatore acquatico. Il volatile si tuffò a perpendicolo in mare riemergendo con un grosso pesce nel becco arancio. Constatai la variazione del panorama: uccello che vola verso la folta vegetazione sul promontorio di sinistra. Aveva nidificato in quelle parti? Anch'io avvertivo l'impellenza di mangiare. Alleviavo i morsi della fame con l'acqua. Accecante era lo sfavillio del mare e l'afa pomeridiana opprimente.
Mi abbandonai al sonno. Al risveglio, il sole sopra la linea dell'orizzonte. Il primo pensiero fu di pisciare, poi di dissetarmi e sciacquarmi la faccia. Aprii le brache e come un porco steso su un fianco, pisciai. Ero depresso, ma avvertii nell'aria uno strano profumo, come fumo di arrosto. Annusai e sempre di fianco mi guardai attorno. Mi alzai di botto e mi tirai le brache. Come un miraggio accanto alle sbarre, c'erano due vassoi metallici ricolmi, uno di carne ed uno di frutta. Mi stropicciai gli occhi e senza riflettere con un balzo afferrai un cosciotto di pollo che addentai. Un pollo arrostito stava su un vassoio con patatine rosolate e nel secondo piatto, un cespo di banane mature. Con la bocca piena di carne, fissai le prelibatezze restanti. Infornai con le dita la carne che nella masticazione tendeva ad uscirmi di bocca. C'era pure seminascosto un pacchetto di sigarette. Rischiai più volte di affogare con il boccone pieno all'inverosimile: mi portavo il palmo della mano alle labbra per evitare che mi cadessero alimenti. Passata la prima ondata di fame, mi dissetai e tornai a consumare il cibo restante. Il mio carceriere dopotutto mi trattava bene. Alla fine riposai con la schiena alla roccia e le cosce divaricate per dare spazio allo stomaco nella laboriosa digestione. Fumandomi una sigaretta - cera anche la scatola dei cerini - muovevo la testa a destra e a manca guardingo. Gridai: "Grazie. Grazie per pranzo e sigarette."
Non volli assillare la mente con altri perché del cazzo. L'eruttazione beata indicò che lo stomaco stava iniziando a pieno ritmo il fenomeno fisiologico della digestione che avrebbe trasformato in sangue ed energia novella gli alimenti testé divorati. Doverosamente riportai i piatti accanto alle sbarre pronti per il ritiro. Gridai verso le sbarre: "Scusa, non ho mancia."
Usai un cerino per la pulizia dentale osservando beato le sbarre. Il sole infuocato lambiva la linea del mare con scie lucenti. Nessuno. Una cosa era certa. Una mano misteriosa mi aveva prelevato dal fronte di guerra, mi aveva curato, imprigionato e nutrito. Mi fumai un'altra sigaretta. Il sole rosso rubino immenso, s'immergeva nel mare. Aumentava il panico dell'incipiente sera. Le ombre geometriche delle sbarre affettavano con millimetrica precisione la sabbia della cella, parte del mio corpo e l'incavo roccioso. L'orizzonte acceso di porpora. Si levò calda brezza marina che il sole scompariva ormai. Non c'era luna nel cielo smeraldo. Pace profonda, solenne, mescolata alle prime ombre, s'addensava sul litorale e tra la vegetazione del promontorio. I vassoi stavano sempre lì.
5
QUALCUNO
Il mare massa indistinta, cinerea. Trascorsi la notte coi vassoi capovolti sotto i talloni. Mi fumai una sigaretta a pancia all'aria e fissando le stelle la coscienza si sciolse tra le carezze del sonno. Mi svegliai con stella solinga in cielo smeraldo. I due vassoi sotto i miei piedi non c'erano più. Sgranai gli occhi e controllai la sabbia palmo a palmo. Spariti. Le tenebre si diradavano, ma i dubbi s'infittivano. Il carceriere o i carcerieri non volevano essere visti. Perché? E poi, come erano entrati senza una porta? Poteva essere che i vassoi metallici erano stati prelevati dall'alto con calamite. Imprecai. Avrei dovuto fare meglio la guardia. La vegetazione sul promontorio poteva nascondere gente. Forse volevano tenermi in isolamento per chissà quali esperimenti. Ispezionai la sabbia della cella; non vedevo tracce diverse dalle mie. La mattinata passò interrotta dalle pisciate, dai sorsi d'acqua e dalle sigarette fumate. Mi ricordo la lunga pisciata liberatoria di quella mattina, assorbita con voracità dalla sabbia. Percepivo il caldo fluire dell'urina nel condotto uretrale lungo il pene e versarsi all'esterno. Sentirsi vivi nel profondo, assaporando un lunga pisciata. Mi lavai nell'attesa di nuovo lauto pasto. Bagnai la sabbia della prigione con le mani a coppa piene di acqua. Mi distesi cercando refrigerio. Mi fumai una delle ultime sigarette. Scrissi sul taccuino i tre enigmi della giornata. Uno: quante volte ho pisciato fino ad ora in questa cella di merda? Due: che cazzo ci faccio qui? Tre: perché posso mangiare, bere e fumare a sbafo? Fine. Verso mezzogiorno il sole cominciava a fare capolino dalle abissali pareti della prigione. La coscienza scivolò nelle nebbie del sonno. Mi svegliai con sfera solare al di sopra della punta dei piedi. Nel sollevare il busto rividi i vassoi, questa volta con il coperchio. Scoperchiati, una fragranza m'investì. Nel primo vassoio una grossa bistecca di carne bovina alla brace e nell'altro due mele, una pera, due banane e grappoli di uva matura. Esclamai ad alta voce: "Ah ci sono anche le vitamine ed i sali minerali!"
Mi lavai le mani con calma. Trangugiai cibo e quando ebbi finito e mi fui dissetato gridai ai carcerieri: "Ma chi sono io, il Pascià di Persia? Molto obbligato."
Dopo l'eruttazione, prima della sigaretta, gridai: "La prossima volta pesce e un altre sigarette."
Sul vassoio vidi materia1izzarsi un bel pacchetto di sigarette, la marca che preferivo. Gridai:
"Ehi, avete dimenticato i fiammiferi."
Tra la sabbia c'era la scatola dei fiammiferi. Assaporai il fumo di una sigaretta. Dopo avrei pensato alle stranezze. Mi ero alzato per deambulare. Post cibum, deambulare bene est. Il sole sulla liquida superficie con iridescenze dorate. Dopo la sigaretta volli cacare e pisciare, ma dovevo evitare di rendere la cella puzzolente. La buca scavata il giorno prima era troppo vicina al corso d'acqua e non potevo sentire il puzzo di merda, bevendo. Coi vassoi per pala, scavai una seconda buca dalla parte opposta. Coprii la merda con sabbia, come i gatti. Mi strofinai il culo sulle sbarre, lontano dal giaciglio. Ecco fatto. Mi lavai le mani e mi asciugai con la sabbia. Mi sedetti col dorso alla roccia e fumando ammirai la distesa del mare nel rosso tramonto. Grossi uccelli volteggianti simili a quello del giorno prima variarono la stasi. Contai sette uccelli che virarono e scomparvero verso il promontorio. Di nuovo silenzio e brevi onde sul bagnasciuga. Spinosa disse: le increspature del grande oceano sono simili all'uomo che dopo breve emergere torna in Dio: DEUS SIVE NATURA. Sole calante e inquietanti silenzi. Oltre le sbarre, sinuose ondulazioni di sabbia con ombrosi incavi. Il bosco che vedevo assorbiva ombre notturne. Insistenti interrogativi. Che senso ha tutto questo? Gigantesco, il sole rosso-rubino su cinereo mare. La spiaggia scoloriva. Nel vasto silenzio, sciacquio come cuore che dona vita ad un mondo deserto. Strisce vermiglie nel cielo. Mi accesi una sigaretta indifferente al crepuscolo. Nella tremula luce, l'irreale immagine di un essere umano camminare in spiaggia, sul bagnasciuga davanti alla prigione. L'immagine velata di ombre serali ebbe da sfondo la superficie del mare. Fasi di dubbio e certezza. Acuii la vista. Da come si muoveva era una donna. Come una belva che esce allo scoperto, mi alzai e compressi la faccia tra le sbarre, teso a vedere meglio. La figura femminile indossava una specie di tunica trasparente, ondeggiante nella brezza marina. Il corpo slanciato sembrò privo di peso. Camminava sollevando con grazia i calcagni dal bagnasciuga. Oscuri presentimenti mi avevano impedito di chiamarla. Poi con forza dissi: "Ehi, ehi là."
Camminava con indifferenza. Gridai più forte: "Ehi là, bellezza, mi vedi? Sono qua. Girati. Aiuto!"
6
RIPETUTI RICHIAMI
Gridando, avevo allungato le mani tra le sbarre agitandole con queruli e insistenti richiami. Sembrava guardasse preoccupata all'orizzonte, verso gli ultimi bagliori vermigli. Alla fine si voltò verso di me che mi agitavo lanciandomi uno sguardo sfuggente come ad un cane.
"Ehi, Ehiii! Ma sei sorda? Mi senti? Vieni qua."
Se fosse stata sorda come faceva a udirmi? Però caspita, poteva benissimo avvicinarsi o rispondermi. Invece se ne stava davanti a quel mare cinereo come statua, come demente, o piuttosto come fallace visione. Alla fine pensai che era solo una stronza e glielo gridai: "Stronza."
Cercai di essere suasivo: "Ehi, cazzo, mi vedi o no?"
Mi dimenavo e saltellavo come un gorilla dietro le sbarre. La donna fece scivolare sulla sabbia la stola che si afflosciò ai suoi piedi. Si portò le braccia ai fianchi e scivolò lentamente in mare. La vidi allontanarsi nuotando, seguita da scia schiumosa. Smisi di gridare. Avevo gola secca e voce rauca. Devo aggiungere altri particolari. La donna mi sembrò altissima, molto più alta di me. Aveva fisico statuario, muscoloso e scattante con larghe spalle, cosce con quadricipiti da atleta e stretto bacino con culo di eunuco. Aveva corti capelli rialzati all'indietro che le arrivavano alla base del collo. Lo sguardo era profondo, severo, deciso, quasi crudele ed arcigno come di un malavitoso. Devo ammettere che ebbi paura quando si fu girata verso di me. Anche se donna, poteva sopraffarmi in un corpo a corpo. Era lei il mio carceriere. Nel crepuscolo, mi era sembrato che avesse labbra carnose e guance infossate. Non avevo potuto notare il colore degli occhi incavati nelle orbite piene di ombre. Non aveva testicoli od altre prominenze tra le cosce per cui era femmina con folti e neri peli pubici. Il seno anche se teso e muscoloso era femminile. Poteva essere un eunuco a cui avevano asportato le palle. Gridai mentre si allontanava nel mare:
"Ehi! Non sei mica un fottutissimo eunuco?"
Ogni tanto si voltava col petto in su guardando le stelle affioranti in cielo. Si portò lontano dalla riva e temetti che scomparisse abbandonando lì il pezzo di stoffa afflosciata. Però subito dopo riapparve diretta a larghe bracciate verso la riva. La invocai: "Ehi, aiuto. Liberami, ti prego."
Uscì dal mare stillante acqua, si portò a poca distanza dalle sbarre. Lo sguardo freddo e crudele. Occhi cerulei ed arcigni. Aveva sopracciglia arcuate, rossicce e la pelle vellutata, chiara come una nordica. Sorda alle invocazioni, temetti che fosse una visione causata dalla mente delirante. Mi superava in altezza di oltre dieci centimetri ed aveva il fisico di maratoneta. Mi fissò senza parlare. Persi baldanza e sicurezza, ma fui come incantato. Feci un estremo tentativo ed implorai:
"Non so chi tu sia, ma ti prego, liberami. Aiutami."
Come statua o vaga visione, si girò e scomparve dopo aver raccolto quella specie di tunica. Camminò in direzione del promontorio. Restavano la distesa del mare cinerea e macchie vermiglie di sole. Calava la sera con sconsolato silenzio. Ero in balia di forze oscure. Angoscia profonda. Ero come al fronte di guerra in una trincea che poteva essere distrutta da un momento all'altro. Dopotutto però ero fortunato rispetto ai miei compagni con le dita che stringevano scaglie di terra in una estrema ribellione alla morte. Mi distesi e fumai. Pensai al mio carceriere. Nel suo sguardo non c'era pietà. Il mattino seguente i vassoi erano stati regolarmente ritirati e non mi meravigliai più di tanto. Sulla sabbia oltre le sbarre, le impronte lasciate la sera prima dalla donna. Non avevo sognato. Mi fumai la quinta ultima sigaretta e pensai a come riempire il tempo senza cadere nella trappola degli inutili perché.
7
BLOCCO NOTES
Presi il blocco notes e con la penna speciale cominciai a sfogarmi scrivendo una specie di pro-memoria. Scrissi: mi chiamo Giuseppe Sannazaro e sono nato in un paesino del Basso Cilento il 19/8/1919. Mia madre morì che avevo otto anni e mio padre ebbe due figlie dalla seconda moglie. Sono il quarto figlio di primo letto. Mio padre fa il contadino e possiede numerosi terreni con i quali riesce a mandare avanti la famiglia. Sono l'unico che ha studiato laureandosi in ingegneria. Durante il servizio militare ho studiato un po' di anatomia umana rendendomi utile nel medicare i compagni feriti. Mio padre ed i miei fratelli avranno appreso la triste notizia della mia scomparsa al fronte. Mi piangeranno come disperso...Quei momenti terribili sulla Linea Gotica. Di notte i colpi dei grossi calibri di artiglieria nemica facevano a pezzi i rivestimenti di cemento delle nostre difese scavate sull' Appennino Tosco-Emiliano. Noi italiani dovevamo riscattarci agli occhi dei commilitoni tedeschi. Dovevamo tenere duro ad ogni costo. Eroismo lo chiamavamo. Non importava se le soverchianti forze nemiche ci avrebbero fatto a pezzi. Ma si può combattere contro un nemico meglio armato ed equipaggiato? Inutile chiederselo. Occorreva combattere da eroi, pronti a morte sicura. La morte a venticinque anni. La Morte. L'Italia era stata in gran parte conquistata dagli Americani. L'Impero sgretolato come farina, o come sabbia, o cenere. Errore tragico, tremendo dichiarare la guerra. Ognuno lo sapeva, ma nessuno lo diceva. Non era vigliaccheria. Si sperava in un miracolo. Si sperava in armi micidiali, segrete che all' occorrenza sarebbero state messe in campo dai tedeschi. Intanto si moriva. Nell'alba al fuoco incessante delle artiglierie, si aggiungeva quello dei lanciarazzi che ci martellavano e facevano strage. Resistevamo stremati dalla veglia, dalle fatiche e dalla fame. Ci diceva qualcuno: sarà come la Prima Guerra Mondiale. Bisogna tener duro, resistere, resistere e resistere. Tenevo con me come preziosa reliquia un pezzo di pane duro che di tanto in tanto mordicchiavo per alleviare la fame. Le nostre orecchie erano di continuo tese a recepire rumori, in particolare le denotazioni che aprivano squarci nelle nostre linee difensive. L'attacco della fanteria americana era spesso preceduto da un fuoco incessante di artiglieria, dal bombardamento a tappeto da parte dell'aviazione e dall'avanzamento dei carri armati lungo valichi che davano ai mezzi blindati spazio di manovra. Dove i carri non potevano avanzare a causa delle asperità del terreno, c'era l'attacco della numerosa fanteria nemica formata nelle prime linee da soldati di colore, da indiani e marocchini. Asserragliati nelle trincee e negli anfratti rocciosi, facevamo facile strage di quei soldati in avanscoperta che inesperti, tentavano la risalita contro di noi, lungo le accidentate scarpate. Di notte le granate del nemico scavavano piccoli crateri nella nuda roccia, crateri che al mattino mostravano nella bruciata concavità, brandelli di carne umana e corpi sfasciati, come piatti contenenti macabre pietanze offerte al crudele dio della guerra. Noi italiani lottavamo per salvare la Patria e non volevamo essere da meno ai commilitoni tedeschi...
Basta. Buttai sulla sabbia penna e blocco notes. Tutto sommato, la prigione era meglio della guerra anche se ignoravo la mia sorte. Andai vicino alle sbarre sperando di rivedere la donna. Potevano essere le dieci del mattino quando davanti a me sulla sabbia si levò un forte vento freddo che aumentò d'intensità sollevando mulinelli di sabbia. Nel folto del promontorio, frastuono di foglie e rami. Fu un improvviso cambiamento climatico. Il cielo brumoso, il mare agitato come scosso in profondità da violente correnti. In lontananza si formavano grosse onde crespe. Il vento cominciò ad ululare e la sua furia crebbe sollevando turbini di sabbia e polvere che m'impedivano di vedere e respirare. Fui spintonato da un lato all'altro nella cella. La terra tremò. Con terrore mi strinsi contro la roccia. Rimasi con schiena e braccia incollate alla parete come crocefisso. Sotto i piedi, il suolo sussultava nella furia di ctonie forze. Negli intervalli tra una ventata e l'altra, il mare torbido di sabbia sollevava alte onde che risalivano fin dentro la cella bagnandomi i polpacci. Le abissali pareti sopra di me scosse con furia. La fine del mondo.
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TERREMOTO - MAREMOTO
Il terremoto aumentò d'intensità. Le sbarre come corde di arpa in vibrazione ad urtarsi con frastuono infernale. Ero impietrito contro la roccia. Dopo breve pausa, le scosse sussultorie ed ondulatorie si scatenarono in terrificante crescendo. La roccia su di me si spaccò con assordante rumore lasciando cadere un enorme masso che rovinando giù urtò contro le sbarre spezzandole e piegandole. La caduta del masso si arrestò a pochi centimetri dal naso con sordo tonfo. Per miracolo fui salvo forse perché appiccicato alla parete. Precipitando, il masso si era scheggiato, mi superava in altezza per alcuni metri e ondeggiava a causa del perdurante sisma. Mi vidi con la morte in faccia che ancora una volta mi rifiutò. Il terremoto cessò improvviso. Le onde del mare risalite fino agli stinchi, si ritrassero. Mi ripresi dal terrore che mi paralizzava. Mi arrampicai sul masso e guardai intorno, prima di fuggire da lì. Il vento ridottosi d'intensità e grosse nuvole apparse all'orizzonte. Il mare prese a chetarsi. Saltai giù diretto verso la boscaglia. Avevo addosso la divisa militare, ma senza scarpe. Trovai un nascondiglio dietro una roccia e da lì osservai la spiaggia. Nessuno aveva premura di controllare la mia prigione. Il promontorio che riuscivo a vedere dalla mia prigione era la parte declive di una collinetta alta tre - quattrocento metri e ricoperta di folta boscaglia costituita per lo più da rovi, felci, alte palme e querce dagli enormi fusti. Le palme erano nelle vicinanze della costa ed i roveti del sottobosco, siepi e felci più in alto. Dovevo trovarmi in una zona equatoriale. Non c'erano uccelli, o presenza di animali selvatici terrorizzati dalla scossa sismica. Silenzio insidioso, interrotto da folate improvvise di vento che facevano fremere cupa ramaglia. Risalii per la collina portandomi sul punto più alto. Ero su un'isola come molti indizi avevano fatto pensare. In alto avrei osservato meglio la vastità del mare. Non c'erano viottoli da evitare, solo il pericolo di essere ferito ai piedi da spine e pietre. Mi aprii un varco tra i roveti e dopo non molto fui sulla cima a forma di tronco di cono con bordi ripidi ed irti. In quel punto il vento era forte e freddo. Ansimavo. Mi stesi a terra a prendere fiato, ma subito dopo mi alzai a guardare. Vidi in rapida successione il ciglio vulcanico sul quale mi trovavo. All'interno della corona rocciosa color carnicino c'era uno spiazzo sabbioso in parte coperto da erba. Era il fondo del vulcano spento da secoli. Questo spiazzo più o meno ondulato misurava un centinaio di metri di diametro. Nel centro si ergeva una struttura a forma di enorme conchiglia, una specie di bivalve color cenere. Il ciglio del vulcano aveva spessore variabile, da due metri a pochi centimetri. La superficie interna del cono vulcanico cioè la bocca eruttiva, era bassa con altezza media di cinque, sei metri, ma pericolosamente ripida, spigolosa, tagliente e scivolosa.
Guardai il paesaggio verso il mare ed ebbi la certezza di essere su un'isola vulcanica. In lontananza mancavano altre isole. Imponenti nuvole spinte dal vento si avvicinavano. Ad ovest, rividi la baia delimitata dal promontorio a me familiare quando ero in cella. L'isola aveva forma circolare con dolci pendii ricoperti da querce e palme. Non c'era traccia della donna vista il giorno prima. Se non era morta o fuggita, prima o poi mi avrebbe trovato per la ristrettezza dell'isola. Andai ad indagare sull' oggetto bivalve al centro della radura. Sembrava formato da due grossi piatti ovoidali di metallo combacianti a conchiglia col diametro maggiore di circa dieci metri. Trovai il punto adatto alla discesa e scivolando sul dorso, fui sul fondo. Adesso l'ovoide metallico sembrava una cisterna simile a quelle nelle stazioni dei treni. Da vicino notai delle tavole di legno sparse per terra sotto cui emergevano le dita di un piede umano. Mi precipitai a sollevare il legname. Emerse un corpo umano a pancia in giù, pieno di polvere e pietrame. Vagamente riconobbi la donna del giorno prima. Aveva mani serrate e capelli bianchi di calce. Spostai e girai il corpo. Era lei, forse morta nel sonno, sorpresa dal sisma. Gli occhi aperti fissavano il vuoto e negli angoli delle labbra, terriccio e sangue. La donna non respirava. Il corpo freddo e rigido. Mi piegai ad auscultare il cuore. Non c'erano segni di vita. Il polso e la carotide al collo non avevano frequenza. Un forte soffio di vento le ripulì una ciocca di capelli che riprese il normale colore rosso fiamma. Il corpo nudo.
9
L'OVOIDE
Con una taccola andai a scavare una fossa non molto lontano; caricai il corpo penzoloni sulle spalle, trascinandolo quasi e lo riversai nella fossa precipitandovi con un tonfo. Ricoprii la fossa di terra piantandoci una specie di croce all'estremità. Dissi parafrasando il Vangelo, più o meno:
"Polvere siamo e polvere resteremo."
Tornai accanto all'ovoide e rovistai tra taccole, pale e le zeppe di legno con cui la donna si era costruita una piccola capanna. Di certo, la casupola crollando l'aveva uccisa. C'erano dei chiodi, spago e fili di ferro molto sottile. Rovesciando e sollevando pali, legname vario e calcinacci, trovai una pesante valigetta metallica, chiusa a serraglio. Scaraventai la valigetta su una grossa pietra che all'urto s'aprì. C'erano attrezzi vari: giravite, pinze, tenaglie e forbici. Era un'attrezzatura utile in particolare se avessi voluto costruirmi una zattera e tentare di allontanarmi dall'isola. Tra i ruderi trovai i vassoi metallici con cui ero alimentato in cella. Era lei con ogni probabilità la mia carceriera. Pace all'anima sua!
M'impadronii di una mazza a forma di lancia ed andai a pescare nel mare pieno di pesci e vicini alla riva. Potevo acchiapparli con le mani. Trafissi alcuni pesci che arrostii accendendo ramaglia coi fiammiferi in tasca. Alcuni uccelli erano tornati sul mare in cerca anch'essi di prede. Dopo mangiato andai a dissetarmi alla fonte della ex cella. Stirandomi lungo la parete a causa del masso precipitato, riuscii a bere. Recuperai il blocco notes bagnato e la penna. Andai a prelevare legname in cima all'isola accanto al misterioso ovoide che volli ispezionare di nuovo. L'oggetto non si spostava nonostante gli sforzi. Era una struttura metallica di una strana lega ferrosa ed aveva l'aspetto di due grossi piatti combacianti ai bordi, con le concavità una sull'altra. Dentro ci poteva essere qualcosa di pericoloso, un'arma, o una bomba. Sembrava fissato a terra. Inutile sprecare energie e me ne discesi con il carico di legname in spalla. Avrei dovuto fare diversi viaggi per trasportare tutto il legname. Osservai per devozione la tomba e vidi che la croce di legno era caduta a terra. Andai a riposizionarla. Il giorno dopo avevo trasportato sulla spiaggia quasi tutto il legname. Adesso potevo darmi da fare per costruire la zattera. Lavorai fino a sera, poi arrostii alcuni pesci e mi fumai l'ultima sigaretta. Per completare la zattera avrei dovuto lavorare un altro giorno, affiancando meglio le pale di legno, inchiodandole bene e legandole con spago e filo metallico. Avrei dovuto procurarmi anche la lenza per pescare con lo spago ed i fili di ferro rimasti. Studiai come costruire una specie di serbatoio per l'acqua, con foglie di palma e l'incavo di un tronco d'albero. Non ce l'avrei mai fatta. Quel mare poteva essere l'oceano, anche se ignoravo come vi fossi arrivato. Se la fortuna mi avesse assistito, una nave di passaggio mi avrebbe raccolto. Tentare o restare lì sepolto vivo? Mi assalì improvviso il pianto. Mi addormentai protetto da un tronco con del fogliame; sopra di me le stelle remote. Poteva essere che la donna avesse avuto dei compagni collegati con lei via radio. Ci poteva essere una radio nascosta. Non ricevendo notizie i suoi compagni potevano decidere di venire sull'isola. Una ragione in più per andarmene via con la zattera.
Durante la notte caddero gocce di pioggia, ma non mi mossi da lì. Avevo uno strano presentimento e molto tardi presi sonno. Qualcosa mi disturbò e intravidi un'ombra passarmi davanti, ma non ci badai annebbiato dal sonno. Ero ricaduto nel sonno profondo e liberatorio. Al risveglio il sole già alto. Pensai alla morta. Forse era rimasta sull'isola ed i suoi compagni andati via in barca, oppure la donna era pervenuta sull'isola con quello strano aggeggio metallico che poteva essere un nuovo tipo di aereo. A questo pensavo mentre rifinivo la zattera prima di prendere mare verso improbabile salvezza.
Andai sulla cima dell'isola a prelevare i rimanenti legni con cui rinforzare il timone. Da quel punto elevato, osservai l'orizzonte nella speranza di scorgere una nave. Prima di andare via volli dare l'ultimo saluto alla tomba, sperando che la morta mi guidasse dall' Aldilà. Riaggiustai la croce di nuovo per terra e pregai. Amen.
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LEI
Discesi per il declivio, deciso a prendere il largo. Un anelito di libertà mi riempì di gioia. Non pensai che sarei potuto morire in mare. Ero felice di andarmene via. La speranza che ce l'avrei fatta vinceva ogni timore, anche quello della morte. Tornare nella mia terra...Spinsi la zattera in mare e mi posizionai sopra. Controllai il serbatoio pieno d'acqua e le lenze per i pesci. Potevo sopravvivere una quindicina di giorni, massimo venti. Se fosse piovuto, potevo sperare di vivere per un mese. Remando alla meglio, mi ero allontanato dalla riva per una ventina di metri. Guardai con vago rimpianto l'isola. Intravidi sotto la superficie del mare, affianco alla zattera una forma oblunga e biancastra che scomparve sotto di me. Subito dopo fui sollevato con la zattera da una grande forza, come onda improvvisa che mi ribaltò. Riaffiorai in superficie e grande fu lo stupore nel ritrovarmi a lei di fronte che rideva dei miei tentativi. Di nuovo viva, resuscitata da sotto terra. Mi caricò in spalla e mi buttò sulla riva a pancia in su. Rimasi col fiato sospeso nel vederla diritta su di me, con le cosce divaricate. Accennò ad un sorriso rassicurante seguito da un ghigno che mi fece temere il peggio. Gocce di mare le rigavano la faccia e i capelli rubini. Era nuda ed il corpo statuario. Si piegò su di me; si distese sul mio petto, mi abbracciò con le muscolose braccia e mi baciò sul collo. Avvertii un breve dolore come punto dalla sua lingua. Mi uscì un grido "Ahi!"
Sollevò la testa appagata leccandosi le labbra con la lingua tinta del sangue succhiatomi. La punta della sua lingua era munita di un breve aculeo che fuoriusciva se doveva succhiare alle vittime il sangue, come artigli retrattili di gatto. Sotto di lei, chiuso nel suo abbraccio, fui pietrificato come preda che attende di essere sbranato. Il suo seno duro contro il mio petto. Mi sorrise. Disse:
"Non temere, avevo solo bisogno di emoglobina umana, una modica quantità."
"Ma chi sei? Eri morta.. ."
''Non ero morta. Ero tramortita..."
"Ma ti ho sotterrato."
''Non ero morta e dopo ti spiegherò."
Questo colloquio avvenne tra me e lei, lei su di me che mi stringeva tra le cosce ed i ginocchi flessi come un predatore. Mi piaceva ed il suo riso mi rassicurava dopotutto. Quel corpo caldo e giovane di donna su di me che mi pressava... I sensori del cazzo si attivarono e cominciai ad indurirglielo tra le cosce. Disse: "Rilassati".
Mi baciò di nuovo sulle labbra, questa volta senza puntura. Facemmo l'amore. La girai sul suolo sabbioso e accettò le mie carezze. Glielo infilai dentro ed eiaculai abbondante. Andò a lavarsi nel mare e notai che lo sperma iniettato non fuoriusciva dalla vagina. Ci sedemmo nell' ombra. La mia zattera capovolta si dondolava nel mare. Spiegò suadente:
"Mi chiamo EIDOS che potrebbe significare IMMAGINE, ma immagine non sono. Come vedi sono viva e vegeta. Non sono risorta perché mai morta."
"Sì, ma continuo a non capire. Sotto la terra in cui eri sepolta, non potevi respirare."
"Ti ho salvato al fronte di guerra. Adesso andiamo a lavarci e toglierci questa fastidiosa salsedine. Dopo ti spiegherò."
Parlava in italiano, ma con cadenza straniera, come i tedeschi quando parlano nella nostra lingua.
La seguii. Il suo passo era deciso. Le ânche ed i glutei muscolosi e sodi come di un uomo. Quasi strana la femminea folta peluria vulvare. Però era una meravigliosa donna, per fortuna. La donna che avevo seppellito e benedetta mi precedeva ancheggiando sicura di sé. C'era una piccola cascata d'acqua in un posto recondito ed ombreggiato da palme dattifere e siepi. Le calde acque si raccoglievano spumose in uno speco roccioso prima di versarsi nel mare antistante. Feci alcune bracciate nel laghetto tenendola sotto osservazione, timoroso del potere quasi assoluto che esercitava su me. Questa donna ha poteri soprannaturali. Pensai. Mi considera ancora suo prigioniero?
Uscimmo dal limpido laghetto e ci stendemmo sulla rena. Speravo che quanto prima mi spiegasse tutto. Quasi leggendo nei miei pensieri, mi fornì le doverose spiegazioni.
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IL RACCONTO DI EIDOS
"Sono Eidos. Vengo da un mondo lontano di cui sono la regina. Sono qui giunta per compiere una missione delicata che ho scelto di fare, sia per mia specifica volontà, sia perché il mio ruolo di regina lo impone. Il nostro mondo più antico del vostro è anche molto più evoluto. Cominciammo le esplorazioni planetarie quando da voi c'era l'Impero Romano."
"Ti prego dimmi, dove siamo precisamente, perché mi hai salvato al fronte di guerra?"
"Non si addice interrompermi, ma voglio spiegarti ogni cosa. Eri morente quando ti ho raccolto sulla Linea Gotica. Pochi minuti ancora e saresti spirato. Ti ho raccolto agonizzante e ti ho curato sulla mia astronave. Ho costruito su questa isola deserta una prigione. Ti ho alimentato in attesa di riparare l'astronave e ripartire per compiere la missione. Tu mi aiuterai?"
"Per questo mi hai salvato?"
"Per questo e perché passando di lì ti ho visto e mi sei piaciuto. Per pietà ti ho voluto salvare, poi ho pensato che potevi aiutarmi. Compiuta la missione se vuoi, puoi venire con me nel mio mondo."
"Ho scelta?"
"Adesso, no."
Se mi fossi rifiutato, mi avrebbe ucciso, ne fui certo. Lo sguardo ed il ghigno alle labbra lo fecero capire. Forse ero troppo diffidente. Non era una che conoscesse la pietà, non come noi cristiani.
Disse: "Adesso mangiamo."
"Ho infatti fame."
Recuperai le lenze sulla zattera e pescai dei pesci. Lei procurò come per incanto delle mele. Arrostii il pesce e ci sedemmo a mangiare sulla riva. Volteggiò un uccello nel purpureo cielo. Dissi: "Come hai fatto a fare comparire le mele dal nulla? Sei una maga?"
"Con questo oggetto che ho al polso. Premendo questo tasto, prelevo la frutta dall'astronave. E'
difficile da spiegare come accade tutto il processo, ma è un fenomeno d'induzione quantistica. Noi sappiamo come effettuare il trasporto nell'etere sia di immagini, sia della loro massa."
"Cosa?"
"Fenomeno d'induzione quantistica. Cioè sono fenomeni che superano l'idea ordinaria di materia,
di energia e di spazio-tempo che voi terrestri avete."
"Ho capito."
Avevo capito meno di prima. Si trattava pensai, di fenomeni collegati al mondo dei quanti, ad
accadimenti difficili da ricondurre ad una logica precisa ed a leggi matematiche chiare.
"Vuoi bere?"
"Sì"
"Cosa?"
"Cosa che?"
"Cosa vuoi da bere?"
"Acqua fresca, poi del buon vino Chianti e per finire un liquore per esempio dello Strega."
Eidos ripeté a bassa voce il mio ordinativo, premendo minuscoli tasti da quella specie di grosso orologio al polso. Sopra un vassoio metallico apparvero due bottiglie, una di acqua fredda, una di vino e due bicchierini di Strega. Dimentico che c'erano anche quattro bicchieri due per l'acqua e due per il vino. Il tutto apparso sulla sabbia tra noi due. Sorseggiando e gustando le bevande e fumando - erano apparsi sigari e sigarette - chiesi con calma:
"Che missione devi compiere qui?"
"Grazie alle manipolazioni genetiche, noi non moriamo tanto facilmente, come hai capito vedendomi ritornare in vita e abbiamo vita lunghissima paragonata a quella terrestre, cioè alcune migliaia di anni. Però da tempo si sta diffondendo una particolare sindrome tra noi e la causa sta sul vostro pianeta, la Terra. Dovrò distruggere la causa della sindrome."
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LA MISSIONE DI EIDOS
Calava la notte. Dal mare brevi fluttuazioni sul bagnasciuga.
"Domani partiremo. Le batterie solari dell'astronave sono cariche. Compiremo la missione qui sulla Terra e voleremo nello spazio."
"Va bene, eccellenza."
Volle fare l'amore, stimolata dal vino. Estrogeni indotti nel suo utero forse dal vino. Le donne se devono fanno meglio l'amore come recenti scoperte mediche attestavano. Mi piaceva e forse l'amavo. Però a quanto sembrava, il sentimento dell'amore in lei era avulso e sconosciuto. Faceva l'amore perché le piaceva. Estrogeni. Le piaceva il mio corpo. La penetrai più che potei assaporando fino in fondo il suo calore. Vulva lubrificata. Si faceva leccare e baciare ovunque. Entrambi prede di Eros e fuori dal Tempo. Dopo l'amore restò con lo sguardo al cielo che entrò in lei appagata. Il suo petto ansimante come il mio riprese il respiro normale. Lo sperma restò in lei. Spiegò:
"Noi siamo diverse dalle donne del vostro pianeta. Siamo più alte e tutte rosse. Poi abbiamo altri particolari. Non esiste tra utero e vagina il diaframma della cervice e lo sperma eiaculato in noi entra in utero, dove sosta per essere assorbito. Non disdegniamo succhiare dalle vene maschili del sangue col pungiglione che abbiamo in punta sulla lingua. Questo nutrimento tuttavia è limitato e mangiamo come voi carne, frutta, verdura e pesce. Non ci riproduciamo per via uterina, ma quando dopo millenni muore un abitante del mio pianeta, lo rimpiazziamo con un nuovo individuo fatto nascere apposta con procreazione artificiale. Una volta ci riproducevamo per via uterina. Adesso non più, adesso che la nostra vita si è prolungata a dismisura."
Eidos era in grado di capire e parlare in qualsiasi lingua terrestre, sia antica che moderna. Però le loro opere artistiche, in particolare pittoriche e scultoree, erano nettamente inferiori alle terrestri. Eidos disse: "Vi teniamo sotto osservazione e studiamo il vostro cervello per capire da dove nascano poesia, musica, arte pittorica e scultoria. E' come se dal vostro pianeta si originasse un canto melodioso perfetto ed eccelso, inimitabile in tutto l'universo. Sul vostro pianeta esiste una materia prima introvabile altrove. Sul vostro pianeta è presente l'Arte."
Ombre crepuscolari giocavano sul suo viso: "Una opera d'arte è come un albero maestoso. Più le radici si diffondono ed espandono in profondità e più i rami si liberano nell'aria, nel sole. Il fusto ed i rami sono il mezzo con cui l'arte si estrinseca. Nella primavera l'albero divenuto maestoso, germoglia con fiori e foglie; la gente lo ammira e ne sente l'odore. Questa è l'opera d'arte."
"Capisco."
"Abbiamo numerosi musei sul mio pianeta. Coi sensori a distanza riproduciamo di nascosto le più belle opere d'arte della Terra e le trasportiamo sul nostro pianeta. Spesso vengo sulla Terra e travestita da turista frequento i vostri musei."
"Che missione devi compiere qui, regina?"
"Devo distruggere un quadro di un pittore spagnolo conservato nella casa del Conte Pignatelli a Napoli. Il quadro rappresenta il Cristo morto ed è stato riprodotto anche nei nostri musei. Opera d'insuperabile bellezza, ma è causa di una pericolosa sindrome che ha colpito molti abitanti del mio paese. Questa sindrome comporta ottundimento del sensorio e subito dopo la morte."
"Perché proprio questo quadro?" ,
"Sono state appurate con certezza le conseguenze nefaste che produce, ma non la causa. Il quadro risale agli inizi del Cinquecento. Il Cristo è rappresentato livido, tumefatto, bastonato, gonfio e la cosa più sconvolgente è che appare irrimediabilmente morto. L'artista intuì la verità terribile che stava sotto la fede cristiana: il Cristo non era risorto. Il Cristo era morto in modo assoluto nel supplizio della croce. Forse per questo ci turba. Il quadro rappresenta il trionfo della Morte."
"Sì, ma perché distruggerlo?"
"Abbiamo distrutto tutte le copie sul mio pianeta. E' necessario distruggerlo per impedire che si facciano in segreto altre copie ed immagini trasmissibili su larga scala con televisori o computer." "Cosa sono televisori e computer?"
"Poi ti spiegherò."
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MISSIONE COMPIUTA
Il giorno dopo andammo a prelevare in una insenatura una speciale imbarcazione che Eidos aveva occultato. Nel tardo mattino salpammo. Dopo circa mezz'ora di navigazione, il motoscafo s'inabissò come un sommergibile e velocissimo attraversò abissi e scogliere coralline. A notte inoltrata l'imbarcazione riemerse nel Golfo di Napoli e non vista dalla guardia costiera e dalle torpedini, attraccò verso San Giovanni a Peduccio, in ben nascosta rada. Prima di scendere Eidos mi mostrò una cartina geografica. Disse:
"Vedi questa lunga curva segnata in rosso?"
"Sì. Inizia sembra nei pressi di Porta Capuana e finisce dalle parti di Via Chiaia. Conosco bene Napoli perché vi ho fatto liceo e università."
"Bene. Questa linea rossa indica un condotto sotterraneo che percorreremo per arrivare sotto l'abitazione del Conte Pignatelli."
"E' un condotto antico; adesso deve essere ostruito."
"Di notte ho riaperto l'accesso il cui adito ho occultato. Andiamo."
"Sembra lo stesso cunicolo usato in un passato remoto dai Bizantini che penetrarono di notte in città e sgominarono i Goti invasori."
"Esatto. Faremo lo stesso percorso dei Bizantini per entrare in breve tempo e non visti nella casa
del duca Pignatelli. Percorreremo circa duecento metri sottoterra, tu mi vieni dietro con la pila. Troveremo un grosso pozzo, una cloaca proprio sotto la cupa di S. Efrem il Vecchio. Occorrerà salire un muro di circa cinque metri e sbucare in un giardino. Qui apriremo una piccola porta e saliremo al primo piano. Nella seconda stanza a sinistra si trova il quadro da distruggere. Chiaro?"
"E se ci vede qualcuno?"
"Ci penserò io. Prendi quelle funi uncinate e questa maschera anti esalazioni di gas."
Attraversammo il cunicolo e risalimmo con le funi il muretto sotterraneo. Sbucammo nel giardino pieno di siepi di rose. Nella traversata mi stava mancando il respiro, non abituato con la maschera antigas. Con una speciale chiave, Eidos aprì la porticina del giardino. Senza rumore salimmo lungo una scalinata di marmo al primo piano. Si vedeva da sotto una porta la luce accesa. Eidos non se ne curò. Con un calcio mandò all'aria la porta. C'era il vecchio conte seduto alla scrivania che leggeva. Senza perdere tempo Eidos estrasse un'arma dalla cintura e fece fuoco contro il vecchio. Non si udirono i colpi, ma una vampa sottile e azzurra. Il conte stramazzò a terra con sangue al petto. Arrivarono due persone richiamate dal trambusto e dal rumore della porta scardinata. Intravidi le loro sagome nella semioscurità del ballatoio. Erano due donne di mezza età forse serve, freddate all'istante. Eidos prelevò il quadro dalla parete, lo spezzò e lo bruciò sul pavimento con della roba infiammabile. Eseguite queste operazioni mi fece segno di andare via. Ero annichilito. Visto che indugiavo, mi tirò per un braccio come si fa coi bambini. Rifacemmo la via inversa nel più breve tempo possibile e salpammo. Disse:
"Missione compiuta."
"Con tre morti sulla coscienza."
Non le importava aver ucciso persone innocenti. Erano umani e non gente del suo pianeta. Eravamo la razza inferiore che per caso avevamo prodotto un quadro pericoloso per la loro civiltà.
Lasciammo le luci del Golfo di Napoli e c'inabissammo. Chiesi:
"Come mai i colpi sparati dalla tua pistola non fanno rumore?"
"La pistola è munita di silenziatore."
"Anche noi conosciamo il silenziatore, però non così silenzioso, privo di rumore."
"Siete una specie inferiore, o sbaglio?"
Arrivammo sull'isola da cui eravamo partiti alle prime luci dell'alba. Disse soddisfatta:
"Andiamo a lavarci nel laghetto, dopo riposeremo."
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KILYX
"Vieni con me?"
"Ho scelta?"
Volevo restare sulla Terra e tornare dai miei, ma lei mi piaceva ed ero dopotutto felice di cullarmi in un magico sogno. Facevo volentieri ciò che voleva, assoggettato al suo volere. Poi con lei facevo l'amore in modo eccellente. Fare l'amore con lei, come scoparsi Venere. Dissi:
"Vorrei che i miei sapessero che sono vivo."
"Scrivi una lettere e dammela. Farò in modo che la ricevano."
"E chi sei, Mercurio?"
"Molto meglio."
"Allora sei Venere."
Scrissi che stavo bene e di non preoccuparsi di me. Sarei tornato in paese sano e salvo appena la guerra fosse finita. Consegnai la lettera chiusa ad Eidos. Dissi:
"Oltre alla lettera ti do il blocco notes e la penna che mi lasciasti in cella."
"Il blocco notes è un blocco notes, ma la penna è speciale perché se la tocchi mi invia dei segnali: se sei vivo, la frequenza cardiaca, lo stato di nutrizione e perfino il tuo umore."
"Mi controllavi a distanza con la penna."
"Oggi stesso partiremo con la mia astronave. Preparati."
Indossai la tuta di una speciale lega metallica, sottile e resistente. Idem lei. Un flusso luminoso ci introdusse all'interno dell'abitacolo, senza apertura di sportelli. Le stavo seduto accanto. Eidos stava al posto di comando. Si accesero numerose luci su una specie di monitor. Sentii una spinta da dietro la schiena e vidi sotto di me la Terra rimpicciolirsi fino a scomparire come puntino luminoso nell'infinità dell'etere sidereo, cosparso di stelle e galassie. L'astronave rasentò il pianeta Giove che Eidos disse essere quasi tutto gassoso, tranne il minuscolo nucleo centrale. Raggiungemmo Saturno circondato da una serie di anelli fatti di luminescenti cristalli ghiacciati. Quelli più esterni erano grandi come montagne, i più interni come sassolini. Tutti gli anelli ruotavano con moto incessante come spinti da invisibile vento. Il sole era piccola sfera lucente. Oltre l'orbita di Saturno l'astronave accelerò. In pochi secondi il sistema solare scomparve nel buio dell'universo.
"Accelerazione al massimo. Accelerazione protratta. Direzione Nord-ovest. Tre punto cinque."
Eidos impartiva a voce i comandi al cervello elettronico di bordo e con le dita eseguiva complicate operazioni su una grossa tastiera al suo lato. Apparvero numeri e segni algebrici su uno schermo fosforescente sopra di noi. L'astronave ebbe uno sbalzo e s'inoltrò nel buio siderale a velocità prossime a quella della luce. Spiegò: "A questa velocità e sfruttando il vento del campo magnetico astrale ed entrando in un breve cunicolo super vompresso, saremo arrivati sul pianeta Ergon tra cinque ore terrestri. Su questo pianeta posto all'estremità opposta della galassia rispetto alla Terra, sosteremo per qualche giorno, il tempo necessario per prelevare grossi quantitativi di Kilyx, il propellente per le grosse traversate astrali. Fatto il pieno di Kilix, l'astronave potrà raggiungere senza problemi il mio pianeta. Solo con il propellente Kilyx i motori dell'astronave raggiungono velocità speciali oltre il muro quantico della luce."
Attraversando la nostra galassia, Eidos mi mostrò una particolare formazione al cui centro c'era un alone contenente massi di stelle ruotanti.
"Al centro di quella mostruosa formazione - disse - c'è un buco nero la cui densità di massa può attirare e distruggere ogni cosa nei suoi paraggi. Perfino i raggi luminosi vi rimangono intrappolati."
Il gas luminoso formava intorno al buco nero un gran mulinello di materia incandescente. Lunghe code di gas vermiglio lasciavano le superfici stellari sfibrate. La vermiglia materia gassosa come ammassi nuvolosi nel tramonto, roteava mossa dall'invisibile forza attrattiva del buco nero.
Spiegò: "La materia stellare prima di cadere nel buco nero, emette raggi X ad elevata energia, segno di estrema ribellione, ultimo disperato grido prima di oltrepassare l'orizzonte degli eventi."
"Cosa sarebbe l'orizzonte degli eventi?"
"Lo scoprirete anche voi terrestri tra una ventina di anni. Comunque il vostro scienziato Einstein ne aveva previsto l'esistenza."
15
IL PIANETA ERGON
Sull'astronave respiravo come sulla Terra, ma il corpo privo di peso. Mi libravo come un uccello. Facevo giravolte, m'inarcavo e sguazzavo come pesce in invisibile mare. Poi ci appisolammo sui nostri sedili. Voce metallica ci svegliò: "In arrivo su Ergon."
Eidos riprese i comandi. Disse al computer: "Rallentare. Portarsi al meridiano 4.5."
Il pianeta appariva come una sfera giallo-ocra con vermiglie strie trasversali.
"Il fumo emesso dai numerosi vulcani forma quelle strie. E' all'interno di uno di quei grossi e bassi vulcani che dobbiamo prelevare il prezioso Kilyx, il propellente per l'astronave."
Atterrammo in zona pianeggiante tra caldere vulcaniche come ferite piene di magma sanguinante. Indossavamo le tute termoprotettive. Il magma rosso-fuoco vasto come un mare ribolliva, sprigionando vapori sulfurei e gas tossici. Cielo denso di nubi rosse. Luce crepuscolare filtrava. L'ebollizione lavica nelle caldere con cupo continuo rumore. Improvvisi getti di magma come artigli. Comunicavamo con rice-trasmittenti incorporate nelle cuffie delle tute. Eidos disse:
"Le tute termoresistenti ci proteggeranno. Preleveremo il Kilyx con queste sonde speciali a forma di lancia. Le funi ci terranno sospesi per il dorso e ci permetteranno di spostarci avanti e indietro mentre immergiamo le sonde nel magma. L'adesione delle particelle di Kilyx avverrà lungo le superfici delle sonde che terremo quanto più in profondità possibile. L'accensione di una luce rossa all'estremità libera della sonda indica che abbiamo fatto il pieno."
"Non si potrebbe fare il prelievo con un rastrello in prossimità dei bordi del vulcano?"
"Raccoglieremmo poco Kilyx che abbonda nelle parti centrali del magma."
Ci portammo sul ciglio della caldera maggiore. Con uno speciale cannoncino piazzato sulla spalla, dopo aver mirato con cura, Eidos sparò un arpione collegato ad una lunga fune. Col binocolo, si rese conto se l'arpione si fosse infisso nella parete opposta, a un centinaio di metri da noi. Compiuta questa operazione, sparò un altro arpione con fune, parallelo al precedente. Adesso le corde termo resistenti parallele tra loro, erano tese tra un estremo e l'altro del ciglio vulcanico, sospese sulla lava. Agganciammo alle rispettive funi la mia e la sua bretella, munite di rotelle. Potevamo spostarci premendo dei tasti su un aggeggio sul petto, detto telecomando. Agganciammo le estremità delle sonde alle maniche. Sospeso sulla lava non temetti la morte. Immergemmo più volte le lance nella zona centrale della superficie magmatica. Disse Eidos con la ricetrasmittente:
"L'unico pericolo è un'improvvisa eruzione col sollevamento di tutta la superficie magmatica che potrebbe inghiottirci."
"Non ho paura... Eidos ti amo."
Parole emerse prepotenti dall'abisso infernale. Non rispose presa a scrutare la superficie ardente. Ci fu del fumo ed uno sbuffo di lava finito sulla mia visiera.
"Non ci vedo."
"Non temere, ti soccorro e non mollare la sonda."
Si avvicinò e con la mano inguantata; mi nettò la lava dalla visiera. I sensori all'estremità delle sonde si illuminarono quasi in contemporanea. Disse: "Possiamo rientrare."
Ebbi un sospiro di sollievo. Sotto i miei piedi, lava bollente pronta a ghermirci. Dentro di me, l'organismo con armoniche funzioni vitali. Oltre la tuta, c'era il caos distruttivo della materia informe. C'erano forti, cupi boati con emissione di gas tossici: i sussulti del magma originati dalle abissali viscere del vulcano e la furia irresistibile della natura primordiale, priva di vita. Eidos disse: "Siamo arrivati".
Con un balzo saltò sul ciglio del vulcano. Feci lo stesso. Infilò i due tubi a forma di lancia o di lunga sonda nella parte posteriore dell'astronave e chiuse ermeticamente dei piccoli fori. Con l'ausilio del prezioso propellente Kilyx l'astronave poteva raggiungere velocità indispensabili per l'arrivo sul pianeta di Eidos. Entrammo nell'astronave come eravamo discesi, veicolati dal misterioso flusso luminoso.
"Motori a massima potenza." Fu l'ordine impartito al cervello elettronico di bordo. Il pianeta Ergon pieno di vulcani, scomparso.
16
LA CORTE
Superammo super ammassi di galassie, poi il silenzio ed il buio assoluto. Eravamo in una stringa cosmica. L'astronave aveva superato diverse volte la velocità della luce. Eidos azionò il pilota automatico. Una luce blu illuminò il vano letto. Dormimmo chissà quanto.
"DIRITTURA DI ARRIVO."
La voce del cervello elettronico ci svegliò. L'astronave si tuffò nell'atmosfera di Apeiron. Planando come foglia, si posò al suolo. Prima di scendere Eidos aveva indossato una gonna bianca con un mantello azzurro. All'altezza del petto la gonna aveva uno stemma aureo che rappresentava un astro lucente. Eravamo in uno spiazzo coperto di bianche lastre di marmo davanti alla piramide sulla cui sommità era la reggia imperiale. "Saluto all'eterna imperatrice Eidos."
Fu l'acclamazione dei rappresentanti del popolo e dei notabili del Governo, ai lati della scalinata. Più giù, altra gente agitava mazzi di fiori, palme e fazzoletti azzurri: il colore del benvenuto e della pace. Due notabili s'inchinarono e su felpato cuscino consegnarono ad Eidos lo scettro dorato dell'Impero. L'imperatrice sollevò lo scettro verso il popolo che levò prolungato clamore. Affiancavo Eidos. La mia attenzione rivolta al mondo meraviglioso che mi circondava anche se l'aria, il sole e le piante lussureggianti erano uguali a quelli terrestri. Il palazzo imperiale stava alla sommità di una piramide di circa trecento gradini. Salii con lei la lunga scalinata. Mi guardavo intorno. La città era fatta di villini con balconi pensili pieni di fiori, piante variopinte, larghi terrazzi e ampie vetrate. In fondo contro il cielo terso, le vetrate splendenti di numerosi grattacieli. Mi ricordai delle foto in bianco e nero di Nuova York coi suoi grigi grattacieli. La città intorno alla reggia, a perdita d'occhio. Al sommo della lunga rampa di scale si spalancarono le altissime porte d'oro della reggia. Diamanti e variopinti smeraldi ornavano la facciata del portone, frangendo in mille riflessi la luce del giorno. Altissime colonne di alabastro in uno stile simile al dorico, fiancheggianti l'entrata. Fummo in ampio salone illuminato da finestre con vetrate colorate. Lunghissimo il salone lucente di roseo marmo. Colonne altissime anch'esse marmoree a sorreggere ardite ogive oltre le mura perimetrali. Le pareti abbellite da aurei mosaici con maestose figure di donne e uomini con strani vestiti. Almeno nella tecnica, i mosaici erano simili a quelli che si ammirano a Ravenna. In fondo alla sala c'era una larga scalinata oltre la quale stava una seconda porta d'oro fiancheggiata da una fila di Naiadi dal sorriso invitante. S'aprì la seconda porta e ci immise in una sala ad anfiteatro. Ad una estremità c'era il trono dorato fiancheggiato da una serie di scranni di marmo in cui avevano posto i rappresentanti del popolo e le alte cariche del Governo. Il trono sormontato da un grande uccello rapace di platino, simbolo della potenza imperiale. Al di sopra dei marmorei scranni pendevano stendardi variopinti, riccamente ornati da piumaggi e ricamati con metallico filo multicolore. Le mura laterali adorne di arazzi e stendardi. Eidos si sedette sul trono ed io su una sedia messa apposta al suo fianco sinistro. Di fronte al trono dall'altra parte della sala, c'era una grande schermo su cui si proiettavano immagini e film di particolare importanza. Così mi fu spiegato. Al centro della sala, genuflesse alla loro imperatrice, due persone togate dissero:
"Salute all'imperatrice Eidos. Salute e vita eterna. Salute alla benvoluta dal popolo."
Eidos fece un cenno di assenso. I presenti si sedettero negli scranni ad anfiteatro. Notabili e ministri dell'Impero indossavano abiti simili alla toghe preteste degli antichi romani. Le toghe dei consiglieri imperiali erano orlate di porpora e ricamate d'oro. Eidos osservava i presenti quasi a carpirne desideri e volontà. Dietro il trono tempestato d'oro e diamanti, c'erano le due statue dei fondatori dell'Impero. I loro sguardi immobili nel vuoto. Sembrava che la vita vi si fosse pietrificata, tanto realisticamente erano stati scolpiti. Eidos disse e la stanza echeggiò le parole:
"Missione compiuta. Ho distrutto il quadro causa di malessere. Eterna sia la nostra serenità."
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NUOVA MISSIONE
Si alzò uno dei presenti e disse ad alta voce: "Imperatrice sia eterna la tua vita. Prima di dar via alla discussione sulla utilità di abolire l'obbligo che impone a tutti il congelamento del corpo dopo morti, o imperatrice consentimi di precisare questo."
Eidos fece cenno di sì e quello continuò: "Sul remoto ed omologo pianeta Terra, credono in una persona crocefissa e resuscitata contro ogni logica. I seguaci di tale religione detti cristiani, credono anch'essi di resuscitare dopo morti e avere vita eterna. Questa superstizione anche qui nel nostro impero ha dei seguaci, pochi in verità. Questi individui quando muoiono vogliono essere sepolti. La maggior parte invece come te e tutti noi, o imperatrice, vuole che dopo morti i nostri corpi siano congelati nella speranza che la Scienza del futuro trovi il modo di farci vivere di nuovo belli e giovani per altre migliaia di anni. E dopo morti resuscitati ancora e vivere nuovamente giovani."
"Ebbene, conosco questo problema. Senatore Tullio, vieni al dunque."
"Imperatrice, ti chiediamo che intraprenda una nuova missione. Il Senato chiede che ritorni sulla Terra e indaghi in profondità sulla vera natura del Cristo crocefisso. Vogliamo sapere se questa persona detta Cristo, morì per sempre o resuscitò. Tu sola imperatrice, potrai toglierci il dubbio."
L'imperatrice disse: "Noi crediamo che con la morte tutto finisca e che esista il Nulla eterno. Però Non capisco... La legge in discussione darebbe la possibilità a chi lo desidera, di essere seppellito o cremato, oppure congelato dopo morto. Chi crede di resuscitare con lo spirito, con questa legge potrà avere seppellimento in cimitero. Tutto qui."
Uno disse:" Il progetto di legge sul seppellimento dei cadaveri in cimitero non tiene conto se ci sia veramente la possibilità di resurrezione."
Un altro si alzò gridando:"Imperatrice, abbiamo le prove che il Cristo veramente esistette come uno studio di nostri scienziati dimostra. Se l'imperatrice vuole, possiamo proiettare le immagini."
Eidos fece cenno di sì. Il grande monitor sulla parete opposta si accese ed apparvero immagini a colore. Si vedeva una pergamena con frasi in latino. Le frasi come il senatore Tullio spiegava, affermavano l'avvenuta crocefissione del Cristo sotto Tiberio imperatore, in data 786 ab Urbe condita. Sotto c'era un sigillo e due P che indicavano le iniziali del nome Ponzio Pilato.
"Questo reperto o imperatrice, vataljò il senatore Tullio, è stato scoperto da ricercatori terrestri in un monastero della Macedonia. I nostri esperti affermano che il reperto è autentico. Inoltre la frase tronca su un altro pezzo di pergamena, vede? Dice che dopo tre giorni il Cristo resuscitò."
" Questi pezzi di pergamena sono autentici senza ombra di dubbio?"
"Sì, imperatrice."
"Però l'autenticità dei documenti genera altri dubbi. E' così?"
Disse un altro: "Tu sola, imperatrice, puoi toglierci il dubbio. Cristo crocefisso, morì per davvero o resuscitò? Se re suscitò, è inutile vivere tanto a lungo sperando di vincere la morte con la Scienza."
"Farò come volete. Andrò in fondo al problema. Attraverserò i cunicoli spazio temporali e tornerò sulla Terra all'epoca in cui visse questo Cristo, ammesso che sia esistito. Dichiaro per oggi sciolto il Consiglio dell'Impero."
Eidos mi fece cenno di seguirla. Andammo in una stanza della reggia con una grande vasca.
Facemmo il bagno e ci stendemmo su morbidi letti. Quattro ancelle dalla fisionomia diversa dalla norma, ci fecero delicati massaggi. Come seppi, le ancelle provenivano da popoli definiti barbari, abitanti regioni oltre la Grande Muraglia. Nell'ampia sala c'era una pedana in legno che finiva sotto un tendaggio broccato di raso rosso. Eidos disse:
"Come mi vuoi?"
Si era nascosta nuda sulla passerella dietro il tendaggio. Riapparve con un abito strano di colore bianco, come seta sottile, con pieghe al giro collo prolungatisi sui piedi. Mi ricordò le dee della Magna Grecia. Fece alcuni passi sulla pedana, poi torsioni con sorriso compiaciuto.
"Oppure ti piaccio così?"
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CADAVERI CONGELATI
Andò dietro la tenda e subito riapparve. Disse: "Questo è un lievissimo tulle stretch per la blusa ravvivata da ricami e paillettes, con polsini ornati di soffice marabù."
Parlava inglese adesso? Il vestito questa volta era nero con una specie di giacchetta scollata fino a lambire i capezzoli. La giacchetta ornata da minuscoli cerchietti lucenti come pezzetti di ghiaccio e chiusa sul ventre da bottoni di stoffa. Sotto la giacchetta un pantalone aderentissimo pure nero che metteva in risalto i glutei e altre rotondità. Intorno al collo aveva un ricchissimo collier di diamanti che ricopriva tutto il petto e terminava in regolari gocce di smeraldo. "O ti piaccio così?"
Scomparve nella tenda e riapparve. Indossava una gonna cortissima e splendente. La gonna sembrava fatta di speciale stoffa metallica, simile all'argento, o all'alluminio e lambiva l'attaccatura delle cosce. Descrisse la gonna con termini incomprensibili. Ai piedi aveva lunghi stivaletti anch'essi di materiale splendente, plastificato. Mi ricordai di aver visto qualcosa del genere: donne in passerella in un film Luce che proiettava le novità della moda femminile di Parigi.
"Oppure mi vorresti così?"
Questa volta aveva indossato una corta gonna attillata a macchie di leopardo che ricopriva parte del seno, lasciando scoperte spalle e petto. Gli abiti che indossava mettevano in risalto bellezza e femminili forme, oltre ad essere di preziose stoffe. Opera di sarti impeccabili. Non concepiamo proprio abiti del genere sulla Terra. "O così?"
Adesso indossava un vestito tutto perline verdi, azzurre e nere alternate secondo preciso disegno a spirale che come guaina avvolgeva il corpo. La profonda scollatura posteriore scopriva la sua spina dorsale come curva di cobra teso ad iniettare veleno mortale. Passeggiando con sguardo di sfida sulla pedana, l'ancheggiare duro ed aggressivo dei fianchi mise in rilievo la potente muscolatura glutea. Eidos aveva un braccialetto d'oro intorno ad una caviglia, segno di sottomissione. Un monile di schiava terrestre ai tempi dell'Impero Romano. Una schiava docile a cui forse voleva rassomigliare. "Meglio che mi veda così."
Ritornò da me nuda. Furono baci, amplessi e lunghi momenti di amore.
"Voglio che domani venga anche tu con me per la nuova missione."
"Stavo per chiedertelo. Anch'io mi chiedo: c'è qualcosa dopo la morte? Esiste Dio? Poi voglio starti accanto. Ma dimmi. Quanto veramente dura la vostra vita?"
"Più o meno duemila anni. Alla fine il corpo invecchia rapidamente e perde ogni forza. Nessuno di noi si rassegna alla morte per sempre. Al termine dell'esistenza ci facciamo congelare in apposite macchine. Nutriamo la speranza che la Scienza in futuro abbia i mezzi per scongelarci, farci ritornare giovani e rivivere per altri duemila anni. E, così di seguito all'infinito. Il Nulla eterno è il pericolo più grave ed è l'idea che più ci tormenta. La Morte è il nemico da evitare con ogni mezzo. "Vuoi vedere dove teniamo i cadaveri congelati?"
"Sì."
"Sono qui accanto, in stanzoni annessi alla reggia."
"Qui giacciono anche i tuoi genitori in attesa di resurrezione? "
''No. Morirono prima che le tecniche di congelamento corporale fossero scoperte e perfezionate." Indossai nuovi indumenti. Scendemmo numerosi scalini stringendo delle fiaccole. Eidos disse:"La luce elettrica è pericolosa, le fiaccole danno calore compatibile."
Lungo pareti di marmo come grandi camere mortuarie - le parole morte, mortuaria, mortale...erano da evitare - c'erano degli oblò nei quali si vedevano i corpi nudi ed imbalsamati in attesa di resurrezione. Dissi: "Mi viene in mente Asclepio il medico degli dei. Aveva esercitato l'arte medica con tale abilità da resuscitare i morti. Plutone il dio dei morti, danneggiato nei suoi interessi da Asclepio, se ne dolse presso il fratello Zeus che fulminò il medico."
"Se esiste veramente la vita ultraterrena, farò cremare tutti questi cadaveri. Domani andremo a parlare con un vecchio filosofo che vive da eremita oltre la Grande Muraglia. Vorrei parlare con lui per capire il nocciolo del problema."
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APPARIRE O ESSERE
Partimmo con l'aeromobile verso nord. All'interno c'erano due cavalli che ci avrebbero servito nell'ultimo tratto. Sorvolammo la Grande Muraglia e dopo qualche ora atterrammo in una radura boscosa, coperta di neve. Indossavamo pellicce e cappuccio. Ci inoltrammo sui cavalli sellati verso la boscaglia. Tagliammo per un sentiero tra boschi di acacie, faggi ed olmi secolari. Prendemmo una scorciatoia ignota ai barbari che ci permise di arrivare in breve ai piedi di una cordigliera innevata. Eidos disse: "Il posto non è lontano. Il vecchio è in una capanna su quella piccola altura."
Scendemmo da cavallo per superare un ardito ponte di legno che univa le abissali pareti di due speroni rocciosi. Nel fondo velato di nebbia, il ripido corso spumoso di un torrente. Gelidi venti fischiavano con furia da nord. Risalimmo per una mulattiera. Era cominciato a nevicare e dopo neanche venti minuti fummo in vista di una radura con al centro una capanna dove viveva il vecchio. Le tribù barbare gli portavano ogni giorno da mangiare. Lo trovammo immerso nei suoi pensieri davanti al focolare. Eidos pose davanti a lui doni e un cesto di frutta. Il vecchio con lunga barba bianca ci fissò e fece cenno di sederci. Eidos mi disse di mettermi gli auricolari per la traduzione automatica. Il vecchio disse: "So cosa vi spinge da me."
La fiamma illuminava il volto solcato da rughe profonde, tanto aborrite nel mondo di Eidos. Gelide ventate contro la tenda, saldamente agganciata al suolo. Disse:
"Questo mondo è apparente, effimero ed instabile come gemme irreali."
Il vecchio aprì le mani piene di diamanti splendenti che per magia svanirono. Eidos disse ad alta voce: "E' un trucco."
Il vecchio disse: "La durata dell'universo è come la manciata di diamanti spariti dalla mia mano." Eidos disse:
"Vuoi dire che è sbagliato cercare di vivere a lungo, il più lungo possibile?"
Il vecchio rispose:
"Due strade sono davanti a noi: quella dell'Essere e quella dell' apparire. La prima va oltre la durata effimera delle cose. La seconda è dominata dal tempo e ad esso soggiace. La via dell'Essere conduce alla Verità, quella dell'apparenza si ferma all'analisi del mondo fisico e delle sue leggi transeunti."
Eidos: "E' errore chiedere alla Scienza di risolvere problemi assillanti come quello della morte?"
"Il mondo della Scienza e della tecnica e dell'uso indiscriminato della natura, si basano sull'oblio dell'Essere. Nel vostro impero Scienza e Verità devono per forza coincidere. Non c'è posto per il mistero e l'ignoto. Voi nella Morte vedete il Nulla."
''Non è vero. Noi siamo mossi dalla volontà di vincere il mistero, le sue ombre e paure."
"Voi dell'Impero domandate alla Scienza di dominare paure ancestrali. Voi dell'Impero domandate alla Scienza di migliorare la vostra esistenza e la Scienza la migliora. Voi dell'Impero chiedete alla Scienza di vivere a lungo, e la scienza allunga la vita. La Scienza deluderà le vostre aspettative: trovare il significato dell'esistenza in questo universo."
''Noi lottiamo per abbattere il mistero. E questa la nostra missione."
Il vecchio tacque e non rispose più alle domande. Lo salutammo ed uscimmo dalla capanna. Bianco silente manto, la neve aveva coperto a perdita d'occhio, le nude montagne, gli anfratti e le valli. Salimmo sui cavalli e rifacemmo la via del ritorno. Eidos disse:
"Questi barbari non accettano la nostra civiltà troppo differente."
"Per questo avete eretto una muraglia divisoria tra il vostro impero e loro?"
"Sì, per evitare la loro penetrazione tra noi, anche se alcuni di essi lavorano da noi come schiavi."
"Però alcuni aspetti della loro religione sembra, si diffondano tra i cittadini dell'Impero."
"E' ciò che cercherò di evitare. Però prima devo capire. Devo capire da che parte è la verità. Noi abbiamo abolito parole come fede, metafisica e religione perché non servono al progresso."
Era pomeriggio quando con l'astronave ritornammo alla reggia. Eidos disse:
"Domani partiremo per la Terra facendo il viaggio a ritroso nel tempo."
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20
MURO SPAZIO - TEMPO
"Motori alla massima potenza."
Eidos diede ordine al computer di bordo. L'astronave si librò davanti alla reggia e accelerò catapultandosi nello spazio infinito. L'imperatrice al posto di comando; io al suo fianco.
"Quattro - punto - tre. Spazio logaritmo ondulatorio. Tre-cinque-zero- BARRlERA-SPAZIO TEMPO-terra - Palestina-anno 786 ab urbe condita- DIREZIONE- MONTE GOLGOTA "
Eidos impartì i comandi vocali al cervello elettronico di bordo che analizzò le onde acustiche e impartì la direzione e la giusta accelerazione all'astronave. Eidos constatò che tutto procedeva regolarmente, si tolse gli auricolari, spinse la testa dietro lo schienale e chiuse gli occhi per riposare. "Tra meno di due giorni dovremmo essere in grado di entrare in Palestina, nel 33 dopo Cristo. Non è detto che centrerò l'obiettivo. E' probabile che occorrerà tornare nello spazio, correggere rotta e velocità e solo dopo altri tentativi ci troveremo nel posto desiderato. Stiamo partendo da troppo lontano, cioè dal mio pianeta ed a queste distanze è difficile centrare l'obiettivo la prima volta."
Dormimmo. I segnali di arrivo del cervello elettronico ci svegliarono.
"Ecco la Terra. Tra pochi minuti potremo atterrare in Palestina."
Eidos riprese il comando manuale dell'astronave.
"Dovremo atterrare in un posto desertico e nasconderemo l'astronave in un anfratto segreto. Vestiremo indumenti d'epoca e cercheremo di capire in che anno siamo. Anche se avremo sbagliato di qualche secolo, gl'indumenti che porteremo saranno più o meno simili alla gente del posto."
Dall'astronave prossima alla Terra, vidi il fiume Giordano scorrere lento verso il Mar Morto circondato dalla pace del deserto. Scoscesi speroni si specchiavano nelle immote acque del lago. Atterrammo in una radura prossima ad un anfratto. Con funi, tirammo l'astronave nello speco e ci vestimmo con stole d'epoca. Eidos con un comando a distanza guidò l'apertura di uno sportello nella parte posteriore dell'astronave da cui uscirono due cavalli sellati. Salimmo in sella e prendemmo la direzione che secondo i calcoli doveva essere quella di Gerusalemme. Cavalcammo nel vasto deserto polveroso. Eidos disse: "C'è del fumo all'orizzonte davanti a noi."
"Sembra un gran polverone sollevato dal vento."
"Non c'è vento qui. Accade qualcosa in quel posto."
Tirò dalla sella un binocolo ed osservò in direzione del polverone. Disse:
"Si tratta di un assedio. Una città fortificata è sotto assedio. Vedo schiere di legionari romani sotto le mura pronti a dare battaglia. Davanti alle truppe romane c'è il comandante con elmo e mantello di console. Siamo in Palestina è sicuro, ma come temevo, non siamo nell'anno 33 dopo Cristo. Dobbiamo avvicinarci di più per capire in che anno siamo. Se non vogliamo commettere ulteriori errori dobbiamo capire in che mese ed in che girono siamo."
Legammo i cavalli ad una distanza tale da non dare sospetti. Dalla posizione del sole poteva essere il primo pomeriggio. Eidos appurò trattarsi dell'assedio di Japha una cittadina Giudea. Le truppe assedianti facevano parte della X legione romana al seguito dell'imperatore Vespasiano. Al comando non c'era l'imperatore, ma il generale Traiano. La cittadina sotto assedio occupava un'altura scoscesa ed appariva ben fortificata perché provvista di doppia cinta muraria. Il contingente romano - appurò Eidos - ammontava a circa quattromila fanti e duemila cavalieri. Una delle porte della città, fu aperta e ne uscì l'esercito degli assediati pronti a dare battaglia. Gli arcieri romani si disposero in linea retta e fecero partire contro il nemico una tale quantità di frecce che il cielo fu oscurato. Il generale romano diede ai fanti l'ordine dell'attacco frontale. Ci fu breve battaglia durante la quale numerosi furono i Giudei uccisi e fatti a pezzi dai Romani. Scena orribile. Fanti romani sollevare in direzione del duce come trionfo la testa mozzata dei nemici.
Eidos guardò su quella specie di orologio al polso. Mi parve che premesse piccoli tasti. Disse alla fine: stiamo nel 12 di settembre del 67 dopo Cristo. Ritorniamo all'astronave.
21
ANNO 33 DOPO CRISTO
Rettifica rotta spazio-tempo. Tre-punto-zero.anno-33-dopo-Cristo-Palestina. Gerusalemme.
L'astronave virò su di lato immergendosi in spazio sidereo. Accelerò in un buio cunicolo e tornò a planare sulla Palestina. Atterrammo in prossimità di Gerusalemme in un posto non visto dalla gente dove nascondemmo l'astronave, avendola coperta con telo mimetico. Avevamo portato fuori i due cavalli coi quali ci dirigemmo verso la città travestiti da legionari romani. Greggi belanti di pecore all'entrata. Il cielo coperto, ma l'aria piena di odori e fiori. Il monte Golgota a nord est. Le strade semi deserte. Dai balconi e finestre sporgevano odorosi garofani e rose rosse. Davanti agli usci, galline e capre. Pochi stavano nella strada lastricata con qualche donna che andava a prendere acqua ad una fonte. In prossimità delle tre croci scendemmo da cavallo. Il Cristo era agonizzante sulla croce centrale i due ladroni erano spirati. Eidos da sotto il mantello aveva un congegno che rilevava emissione di ogni tipo di onda: elettrica, acustica, gravitazionale, magnetica, calorica; rilevava frequenza cardiaca e respiro. Ogni dato era memorizzato nel cervello elettronico annesso. Il Cristo stravolto dal dolore nell'estrema agonia sollevando appena il capo gridò:
ELI' ELI' SABACTANI.
C'erano due donne. Una era giovane ed una vecchia, avvolte in scialli. Aleggiava la Morte portatrice di epocali mutamenti. Si svolse davanti agli occhi la stessa scena descritta nei Vangeli:
"Fu circa l'ora sesta quando il sole si ec1issò e l'oscurità si stese su tutta lo regione sino all'ora nona...e Gesù disse con un forte grido: Padre, nelle tue mani affido il mio spirito."
Due centurioni che aspettavano da lontano, si avvicinarono alla croce e con giavellotti constatarono il decesso dei tre. Nel costato del Cristo infissero profondamente la lancia da cui uscì liquido sanguinolento. I centurioni chiamarono gente e fecero trasportare i cadaveri in apposite celle funerarie. Alcune delle persone accorse dovevano essere seguaci di Cristo. Il corpo del Cristo seguito dappresso dalle due donne e da altri fu portato a braccia e deposto in una cella, ai piedi del Golgota. Intorno alla tomba un gruppo di uomini e donne, alcuni piangenti. Due centurioni ordinarono che fosse chiuso l'accesso alla tomba con un macigno. Da lontano, notabili della Sinagoga assistevano alla scena. .Di notte, scostammo il macigno ed entrammo nell'angusta cella dove c'era il corpo morto del Cristo. Ci dovemmo piegare a metà per entrare. Feci luce con una pila. Con speciali sensori Eidos rilevò l'assenza di vita dal cadavere e disse:
"Questo qui è morto stecchito, però i miei sensori termici rilevano residue onde caloriche. E' strano. La frequenza cardiaca è assente così come manca attività cerebrale...Non possiamo restare qui rinchiusi, la cella è troppo stretta. Dovremmo restare rannicchiati come minimo per tre giorni accanto al morto. Non è possibile."
Eidos piazzò in fessure ben nascoste speciali apparecchi che avevano questi nomi: micro-telecamere, sensori all'infrarosso, rilevatori di onde acustiche, caloriche e luminose. Ce ne uscimmo e sigillammo il sepolcro come lo avevamo trovato. Contrariamente a quanto si legge, intorno al sepolcro non c'erano guardie. La zona deserta e buia.
Ce ne andammo coi cavalli al galoppo verso l'astronave. Eidos accese un monitor in cui appariva l'interno della cella col Cristo morto, avvolto nel sudario. Aspettammo incollati a quella specie di monitor a colori. Il corpo del Cristo giaceva sulla pietra immobile.
Al terzo giorno - erano le due di notte - i sensori registrarono anomala attività elettrica in tutta la cella. Il buio fu illuminato a giorno ed il Cristo cominciò a respirare. Il masso davanti alla cella fu spostato da invisibili mani. Il Cristo si alzò ed uscì via in un fascio di luce. Al suo posto la stola avvolgente il cadavere. Eidos disse di aver registrato tutto. Era sorpresa:
"Lo sospettavo, ma non ero certa. E' veramente resuscitato."
Prelevammo i cavalli dal vano posteriore dell'astronave ed a galoppo raggiungemmo in meno di venti minuti la tomba che era vuota con il macigno all'entrata spostato. Eidos disse: .
"Scomparso. E' veramente scomparso."
Prelevammo l'apparecchiatura, la caricammo alle selle e fuggimmo verso l'astronave.
Motori alla massima potenza. Atterraggio nell'atrio della reggia imperiale.
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RITORNO AL PRESENTE
Tornata nel proprio pianeta, Eidos presentò la relazione al Senato con la proposta di abolire i congelamenti corporali ed istituire apposito cimitero. Fece illuminare lo schermo gigante nell'aula senatoriale ed espose dati e risultati. Proiettò il filmino della resurrezione. Disse:
"Senatori, riflettete. Dobbiamo credere nella resurrezione. Dobbiamo credere che esista la possibilità di vita eterna, una vita che comincia qui ed ora e si prolunga oltre la nostra esistenza biologica. In vista di questa pienezza futura possiamo agire oggi nella giusta direzione. La Morte rende unica la vita come unica e personale è l'anima. Anche se l'eternità è altrove, è qui che ce la giochiamo. Dobbiamo avere fede nel Creatore dell'universo."
Mormorii di dissenso e mugolii di stupore tra i senatori. Irruppe il Principe di Nordia:
"Imperatrice tu vuoi avviare un processo di trasformazione che porti ad uno stato teocratico e rafforzi il tuo potere. Questa è la verità. I dati da te esposti potrebbero essere stati manomessi per scopi precisi: alterare i fatti. Quell'uomo il Cristo, non è mai risorto perché ciò non è possibile."
Stupore tra i presenti. Temetti il peggio Eidos gridò: "Tu non credi in ciò che affermo?"
Il Principe Nordia rispose con le mani ai fianchi e le gambe divaricate in sfida:
''Non credo a quello che affermi. Io, Principe di Nordia contesto la tua autorità."
La contestazione del Principe significava una sola cosa: SFIDA MORTALE. Irruppe un altro giovane, il Principe di Xantia che disse:
"Solo la Scienza può resuscitarci dopo la morte. La legge che tu proponi o Imperatrice, non si può attuare perché ci toglierebbe la speranza nella resurrezione del corpo in una nuova vita qui, su questo pianeta che amiamo. Anch'io ti sfido a duello mortale. O tu o noi. Non ci sono alternative."
Come seppi, il Regolamento generale dell'Impero prevedeva che uno o due principi qualora ci fossero gravi motivi, potesse sfidare al cospetto dell'assemblea senatoria, l'imperatrice in duello mortale. La sfida doveva essere accolta e ratificata al momento dai senatori presenti. Se l'imperatrice non accettava non se ne faceva niente, ma era un grave danno per la l'immagine, la credibilità e la dignità imperiale. La sfida implicava che chi soccombeva doveva essere ucciso senza congelamento del corpo in attesa di resurrezione. Per evitare ogni dubbio, il vincitore era obbligato a tagliare la testa al vinto da esporre per un giorno al pubblico. Eidos era sbiancata più per lo sdegno che per il timore di essere uccisa in duello. Disse:
"Accetto la sfida mortale. Accetto ad una condizione. Se vincerò si darà subito inizio alla sepoltura dei corpi congelati. Chi vorrà pregare potrà farlo e chi vorrà costruire chiese lo farà."
Il Senato decretò:
"Tra due giorni si dia inizio al duello mortale. Chi vincerà avrà il potere dell'Impero. Se vinceranno i principi di Nordia e di Xantia, l'Impero sia diretto dai due che in concordia governeranno. Se vincerà l'Imperatrice, gloria eterna avrà ed il suo potere mai più sarà contestato".
Nel pomeriggio inoltrato facemmo ritorno alla reggia e ci chiudemmo nelle nostre stanze. Eidos volle fare subito l'amore in uno slancio liberatorio. Le chiesi:
"Eidos, che ne sarà di me se perdi?"
''Ti uccideranno. Io comunque vincerò."
23
DUELLO MORTALE
Il primo chiarore dell'alba filtrò in stanza. Eidos si alzò di scatto dal letto. Disse:
"Tra due ore dovrò trovarmi col cavallo sulla linea di partenza. Devo prepararmi. Tu resta qui in attesa de mio trionfo. Dammi un bacio. Voglio combattere con il ricordo del tuo bacio."
Eternità senza tempo. Lungo bacio d'amore. Fiore tenero smosso da vento fuggente. Andò via e scomparve nei corridoi della reggia. Andai in terrazzo. Sul vasto piano a nord, la nebbia formatasi nella notte apriva squarci alla brezza dell'aurora e si spandeva formando nuvole dalla forma fantastica, rifrangenti raggi dorati. Strisce di nebbia più densa sospese sulla pianura, tra cui sorgevano qua e là gruppi di alberi e la cresta di qualche collina. Dietro i bordi taglienti di una montagna chiamata Monte Athos il sole di quel pianeta spandeva luce rancida in attesa di cupi eventi. Nessuno avrebbe pregato: su quel pianeta nella parte dell'Impero, era stata bandita la parola Dio. Ripensai al Cristo e a ciò che avevo assistito. Pregai in silenzio. A causa del duello la vita di Eidos era in pericolo mortale. C'è un disegno ogni cosa, dissi.
L'inizio della sfida fissato alle sette del mattino. A quell'ora i duellanti dovevano disporsi dietro la linea d'avvio nello spiazzo antistante la reggia. Sarebbe iniziata la corsa equestre che sarebbe finita ai piedi del Monte Athos a circa mille metri di altezza, punto in cui iniziava la montagna vera e propria. In quel punto i duellanti avrebbero lasciato i cavalli per l'arrampicata alla montagna con l'ausilio di tre corde una per ciascuno. Il Monte Athos era alto circa milleduecento metri ed aveva una peculiare forma piramidale a tre facce. Su ogni faccia era tesa una lunghissima corda fino alla cima. I duellanti si sarebbero serviti ognuno della propria corda per la scalata. La cima del monte ghiacciata. Non so se in occasione del duello o perché così naturalmente, la vetta del monte è livellata in modo da formare una piazzola di circa venti metri di diametro. Al centro c'era un blocco poligonale di pietra in cui erano state infisse come in una guaina, tre lunghe spade al titanio.
In vetta, Eidos avrebbe combattuto impari lotta contro i due principi coalizzati. Però poteva essere che ognuno sperasse di vincere e lottasse solo per sé. Erano sui rispettivi cavalli: bianco quello di Eidos, baio quello del Principe di Nordia e nero quello del Principe di Xantia. Eidos indossò una tuta speciale rosso cremisi ed un nastro dello stesso colore intorno alla fronte. Aveva corti stivaletti muniti di speroni. La suola come quella degli avversari rivestita di materiale speciale, adatto alla scalata. Il Principe di Nordia aveva una tuta blu, bianca quello di Xantia.
Ero sceso davanti alla reggia a vedere l'avvio della corsa. Il filo di luce laser scomparve. Curvare il dorso in avanti, dare di sprone e partire con la rapidità del volo, furono atti simultanei che i tre cavalieri eseguirono con furia e determinazione. Ci fu l'applauso generale dei presenti. I cavalli si allontanarono rapidissimi nel piano, seguiti da mulinelli di polvere. Si udì tonfo di zoccoli in galoppo. Subito dopo i cavalieri già appena visibili. Nello spiazzo apparve una grande superficie luminosa rettangolare che riportava le nitide immagini dei duellanti, in diverse angolazioni e distanze: ora in primissimo piano, ora in lontananza, ora di traverso, o di spalle come seguiti da invisibile occhio che lanciasse a noi la sua visione. Non avevo mai visto una cosa del genere. Era come la proiezione di un film, solo che mancava il lenzuolo, mancava lo schermo su cui l'immagine fosse stata proiettata, né si vedevano cinepresa, pellicola o antenne.
Questo schermo gigantesco sulla piazza a cui tutti guardavamo era privo di spessore e cosa strana, sembrava che le immagini si formassero nell'aria. Eidos si vedeva che lottava per distanziare gli avversari implacabili. Avrei voluto gridare:
"Eidos, ti amo."
Le parole mi rimasero dentro, esile sussulto contro ineluttabili eventi.
Occhi di sangue pieni di rabbia, labbra dall' odio contratte, sopracciglia aggrottate, mascella serrata evidenziava lo schermo in piazza. Collo in avanti proteso, dorso piegato sulla criniera dei cavalli, muscoli tesi allo spasimo, capelli intrisi di sudore e polvere. Lotta accanita. Dovevano raggiungere una delle tre corde sulle tre facciate del Monte Athos. Chi afferrava per primo una delle corde poteva iniziare la scalata e di certo avrebbe impugnato per primo la spada in vetta. Il duello non ammetteva errori; ogni ritardo fatale. Stessa intenzione: distaccare l'altro nella corsa equestre.
24
Improvvise urla di rabbia spronavano i cavalli esitanti là dove il terreno era scosceso. Però nella parte iniziale, il percorso era di minuta ghiaia silicea, rassodato dal tempo e sgombro di arbusti ed erba. Quel tipo di terreno permise allo zoccolo equino una corsa veloce e sicura. Nessuno dei tre aveva accumulato grossi vantaggi sull'altro, nella prima parte del percorso.
Ora il grande schermo mostrava immagini dei cavalieri che tenevano a freno i cavalli ed avevano rallentato l'andatura per le asperità del terreno. Scendevano in direzione di una piccola valle in fondo alla quale s'intravedeva il greto sassoso di un fiume in magra. Sbuffavano i cavalli con froge schiumose. Nei duellanti la voglia di uccidere, l'accanimento feroce e l'estrema crudeltà. La faccia di Eidos tesa allo stremo. Stravano attraversando la pietraia del fiumiciattolo in magra. Eidos mi pareva in leggero vantaggio. Gli speroni conficcati nei fianchi spronavano le bestie a non cedere nell'andatura. Clamore tra gli spettatori. Uno dei tre cavalli che attraversava l'angusto torrente era scivolato sulle viscide pietre. Il cavallo si piegò davanti flettendo gli arti anteriori, s'impennò con il collo, forse tirato dal morso e con un nuovo forte nitrito disarcionò il cavaliere. Era il cavallo nero del Principe di Xantia. Gli altri due cavalieri avevano osservato con sollievo la caduta. Di certo, Eidos stava pensando di avere un nemico di meno. Il Principe di Xantia si era ripreso, aveva controllato gli stinchi del cavallo e salito in sella, sperando di recuperare lo svantaggio.
Risalirono per un colle oltre il quale s'innalzava gigantesca piramide, splendente nel cielo, il Monte Athos con le tre facce ben levigate. Una faccia guarda a sud, una verso nord-est ed una a nord ovest. I cavalli sebbene spronati in salita, avevano rallentato di molto la corsa ed arrancavano nella polvere. Il Principe di Xantia non aveva abbandonato la gara, forse perché sperava nell'aiuto del Principe di Nordia.
Si levò un nuovo clamore tra la folla. Eidos per prima era arrivata alla corda, quella del versante sud obbligando gli altri a fare un breve percorso intorno alla base triangolare del monte. Eidos fu rapida a lanciarsi a volo dal cavallo, aggrappandosi alla fune. Nella scalata non potevano vedersi, ciascuno sul proprio versante. Lo schermo che a noi spettatori riportava le immagini ingrandite della gara mortale apparve ora diviso in tre bande come una enorme bandiera tricolore: la prima mostrava Eidos, la seconda e la terza i suoi avversari. Nella banda centrale il Principe di Nordia e nella estrema, il Principe di Xantia che appariva distanziato dagli altri.
A metà percorso quando la cima poteva distare cinquecento metri, Eidos poggiò i talloni su un'asperità per prendere fiato. Nel riquadro centrale poco dopo anche il Principe di Nordia stremato si era fermato, mentre il Principe di Xantia si accaniva a salire sperando di recuperare lo svantaggio iniziale. Eidos aveva impugnato di nuovo la corda ed a larghe bracciate si portava su. Rivoli di sudore sulla fronte dei tre. Tra la folla degli spettatori, nessuno tifava per uno dei duellanti, o per lo meno non lo dava a vedere. Tutti tesi nel seguire i minimi particolari del duello mortale. La parete del monte in vicinanza della cima appariva a tratti umida ed a tratti ricoperta da nevischio. Lingue di nebbia sottile e folate di vento avvolgevano i tre affannati e stremati.
Eidos fu la prima ad arrivare in vetta. Doveva essere così. Non prese fiato e s'impadronì della spada infissa nel blocco di pietra. Stringendo a due mani l'arma, volò come belva verso la corda tesa di uno dei due avversari e la troncò con un fendente. Ci fu un urlo atroce e prolungato. Il principe di Xantia precipitava sfracellandosi alla base della montagna. Eidos adesso si era sporta ad osservare il principe di Xantia precipitare nel vuoto. Grave errore. Non si era accorta che il Principe di Nordia era già in cima e s'impadroniva anch'egli della spada.
25
IMMAGINI
Trattenei il fiato. Cessarono i mormori della folla. Gridai:"Attenta!"
Nessuno mi badò. Gli occhi appuntati sullo schermo. L'avversario si avvicinava alle sue spalle in silenzio come serpe ed aveva sollevato la spada per colpirla. In un istante, Eidos avvertito il pericolo si era girata fulminea, appena in tempo per parare con la spada il forte colpo. Eidos vacillò sui bordi del precipizio, ma si riebbe riuscendo a sollevarsi e fronteggiò il nemico stringendo con entrambe le mani la spada al titanio. Il principe di Nordia vibrò un altro fendente che fece indietreggiare e barcollare l'imperatrice. Apprensione e silenzio in piazza. Il principe di Nordia era una furia scatenata. Facendo mulinelli in aria con la spada, tornò addosso ad Eidos raddoppiando i colpi con tanta rapidità che la sbalordì. Ora si fronteggiavano in zuffa serrata. Si separarono e si fronteggiarono a distanza. Eidos sembrava essersi ripresa, parando i colpi tremendi ed i fendenti dell'avversario. Stava sulla difensiva. Il pubblico seguiva i minimi movimenti sullo schermo. Ognuno bolliva dentro e si rodeva per essere solo spettatore. Il cerchio della gente si stringeva di più intorno al grande schermo, visibile da ogni angolazione come se le immagini fossero fantasmi aerei e giganteschi. Tutto il popolo aveva seguito con eguale tensione il duello mortale. Chi non era sceso nella grande piazza, era rimasto incollato ai visori nelle abitazioni.
I duellanti di nuovo faccia a faccia con le spade incrociate. Ansimavano. Come nebbia, i caldi respiri si fusero. Si guardavano con odio feroce. Eidos inciampò su qualcosa scivolando sul nevischio. Oppure fu il Principe di Nordia a farle lo sgambetto. L'imperatrice a terra con il petto sguarnito, braccia e gomiti puntati al suolo. La sua mano sinistra stringeva la spada. L'avversario assestò contro di lei un fendente che la ferì alla base del collo. Pochi centimetri più in profondità e sarebbe stata recisa di netto la carotide. Come belva ferita che acquista maggiore vigore, Eidos cacciò la spada nel ventre dell'avversario trafiggendolo da parte a parte proprio mentre questi gustava l'illusione della vittoria. Il principe di Nordia rimase fermo, sorpreso e cadde di spalle come albero abbattuto.
Ebbi un sospiro di sollievo. Grida di gioia nel cielo a ondate crescenti. La piazza silenziosa si riempiva di gente e di clamore. Il ruggito della massa fu lungo e prolungato. Molti gridarono presi da isteria: "Evviva l'imperatrice Eidos. Vita eterna all'imperatrice."
Molti a saltare e a contorcersi a terra come cagne in calore. Con meticolosa cura, Eidos come a pregustare il sapore della vittoria, sollevò adagio per i capelli la testa del principe di Nordia agonizzante e sorridendogli con caratteristico ghigno, gli sussurrò qualcosa. Dispose a terra sul nevischio il corpo ancora ansimante del principe, gli asportò la spada infissa nel ventre, gli strappò una grossa catenina d'oro al collo e con un netto fendente lo decapitò.
Le immagini sullo schermo gigante mostrarono sangue fumante fuoriuscire dai recisi tessuti e dilagare sul bianco nevischio. Il clamore del pubblico trasformato in bisbiglio, poi crebbe di nuovo in urla e schiamazzi. Eidos sollevò in segno di trionfo la testa recisa e non gettò la spada. Assicurò dietro le spalle con lacci e retina la testa mozzata del Principe di Nordia e ridiscese la montagna con la stessa fune. Ai piedi del monte recuperò il cavallo bianco e cercò tra le rocce il corpo sfracellato dell'altro principe. Trovatolo, tagliò anche a lui la testa e la pose nella stessa reticella dietro le spalle. Questo prescriveva il regolamento: il vincitore deve mozzare la testa all'avversario e portarla al cospetto del popolo. Eidos trionfante, fece ritorno alla reggia sul bianco cavallo.
Aveva vinto. Una nuova era sarebbe avvenuta. Sotto il suo impero il popolo avrebbe capito una cosa importante: la Scienza non può tutto e non può sostituirsi alla religione. Esiste una vita terrena ed una ultraterrena. La prima può essere indagata dalla Scienza, la seconda è materia di fede. Forse quando la lunghissima vita di Eidos avrà termine, un altro imperatore ristabilirà il primato della Scienza su tutto. E di nuovo Dio sarà dimenticato.
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FESTA CONCLUSIVA
Sontuoso ricevimento imperiale a festeggiare la vittoria. Centinaia d'invitati affollarono l'amplissimo salone della reggia. L'imperatrice elegante e maestosa. Il suo fisico elastico, atletico e giovane. Lei la dea vincente, l'astro intorno a cui ruotavano vita, gioia e potere.
Libavano e festeggiavano la vittoria. Allora soltanto m'inoltrai arditamente nella sala da ballo. Essa pareva molto più grande del solito, perchè mancavano mobili, ad eccezione di pochi canapè - a me sembravano canapé - e di una ventina di sedie simili a quelle stile impero sul mio pianeta. Quando entrai, Eidos danzava con una dozzina di ballerine che facevano a lei corona. Le braccia nude di Eidos spiccavano in modo così seducente con dolci, movenze. Fra gli ufficiali dell'impero aggruppati accanto alla porta d'ingresso, si fece sentire un bisbiglio di ammirazione. Ci furono esclamazioni di elogio ad alta voce. Perfino le signore anziane - quanti anni avevano? Mille? Duemila? - condannate a sonnecchiare sul canapè, con labbra atteggiate ad un sorriso insulso, si destarono dal sopore a causa della danza che verso la fine ebbe frenetico ritmo. Rapita nello spirito, Eidos si diede a danza sfrenata toccandosi le turgide mammelle e nei posti intimi. Le anziane su cui si ergeva una pettinatura complicata, fatta a gradini ed onde, mormoravano e apprezzavano all'unisono. Osservai nella sala una quantità di belle e distinte signorine tutte rosse. C'erano giovani eleganti avvolti nelle loro strane, lucenti zimarre. Tutti rapiti dalla vorticosa danza di Eidos che alla fine si accasciò sul marmo, ansante, tra lo scroscio di applausi e lodi.
Una ragazza con abito di seta rosata, la cantante più acclamata dell'Impero, si adagiò ad una maestosa arpa e con melodioso canto ricordava eventi lontani, strane avventure ed eroici duelli. Andai in terrazzo, lasciando l'imperatrice circondata dai sudditi riverenti. La vastità del cielo punteggiata di stelle. La stessa sulla Terra. Eidos mi raggiunse sedendomi accanto. La flebile luce stellare e quella più intensa delle vetrate reali, rendevano i suoi occhi brillanti come onde di mare al chiarore lunare. La ferita era scomparsa dal suo collo. Disse:
"Io penso per immagini o raffigurazioni. E' l'immagine la principale espressione del pensiero cosciente. Gli altri fattori per mezzo dei quali si esprime il pensiero non sono che espressioni secondarie che accompagnano L'IMMAGINE."
"Noi siamo reali con le nostre nostalgie e i rimpianti." .
"Ho i miei informatori segreti... Sapevo che i due principi da me uccisi congiuravano contro di me. Cercavano l'appiglio per sfidarmi ed io glielo ho dato."
"Ah, sì? Li hai preceduti?"
"Prima della gara mortale ho fatto drogare i loro cavalli in modo che arrivassi prima in vetta. Il resto è stato piuttosto facile."
Uno sfogo? Una confidenza simile a quella che facciamo al nostro cane? Disse:
"Stanotte saremo di nuovo insieme. Anche per questo ho lottato: averti con me stanotte."
La melodia proveniente dal salone si disperdeva nella notte incantata. Le teste mozzate dei Principi di Nordia e Xantia erano state esposte davanti alla reggia in monito eterno. Rimasi con lei per altri sette giorni poi dissi che volevo tornare sulla Terra. Disse:
"Non sono la Maga Calipso che tiene presso di sé Ulisse coi suoi incantesimi. Ti accompagnerò io stessa con la mia astronave. Ti regalo questo orologio speciale. Ogni volta che vorrai vedermi premi questo pulsante ed io verrò."
Andai via in una scialba giornata. Spogli alberi e tiepido sole.
Sulla Terra la Seconda guerra mondiale era finita da qualche anno. Era il 1946. Gli Americani avevano lanciato due bombe atomiche sul Giappone. Ero disceso dall'astronave nei pressi di Paestum, in abiti civili. Mi avviai verso nord, per un viottolo di campagna di lato ai templi dorici. Il canto delle cicale riempiva l'aria.
Siamo fatti di tempo fuggente. L'amore, la gioia, i ricordi, la gioventù, la vita: attimi di tempo fuggente. Resta solo fugace visione.
FINE
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CURRICULUM
Budetta Giuseppe Costantino nacque a Bellosguardo (SA) il 16/4/1950 e vive a Napoli - Ponticelli, Via Lago Lucrino 24 - 80147 - Italia. Diplomatosi presso il Liceo classico A. Genovesi di Napoli, laureato con lode in Veterinaria, ha due specializzazioni in Alimentazione ed in Citochimica quest'ultima conseguita presso la II Fac. di Medicina di Napoli. E' prof. associato di Anatomia, fisiologia e morfologia degli animali domestici presso la Facoltà di Agraria di Palermo, gruppo disciplinare: VET 01. E' autore di oltre settanta lavori scientifici alcuni dei quali pubblicati su riviste internazionali americane e francesi.
La rivista scientifica Psychologia ha pubblicato alcuni dei suoi saggi come Scienza e Conoscenza, ArcheoMedia e PsicoLab. Budetta Giuseppe Costantino fa parte d'importanti comitati di redazione in giornali di scienza oltre che di narrativa. Vedere su Google alla voce BUDETTA GIUSEPPE COSTANTINO. Ha vinto numerosi premi letterari tra i quali città di Caserta (targa d'oro) e città di Avellino (medaglia d'oro).
Ha pubblicato fino ad adesso i seguenti volumi:
"Venti racconti" presso l'editore Andrighetti di Ferrara (2005)
"Vento di terra": editrice Anna K. Valerio di Udine (2006).
"Giallo Fiordaliso": la Carmelina di Ferrara (2006).
"Doppia Venere di Milo": edizioni Fabula (Roma) (2007).
"La rosa del Grillo": Vincenzo Grasso editore in Padova (ottobre, 2007) .
Ha altri romanzi mai pubblicati:
IL MEDICO E LA MONACA, pagg. 86
OMBRA: pagg. 150
ULTRATOMBALITA: pagg. 43
MAGNA GRAECIA: pagg. 95
ALDILA COSI COSI: pagg. 40
IMMAGINE: pagg 61
TRENI BINARI DE ALTRO: pagg. 144
NECESSITA NAPOLETANA pagg. 43
HOMO SAPIENS SAPIENS pagg. 35
L'ISOLA DELLA DONNA NUDA: pagg. 2013
RICERCA UNIVERSITARIA: pagg. 71.
CAVALIER: pagg. 24.
Mail: giuseppe.budetta@alice.it
Quinta copertina
IMMAGINE: Seconda Guerra Mondiale: un soldato italiano combatte sulla Linea Gotica ed è gravemente ferito. Un essere misterioso lo salva relegandolo su una isola ignota dove lo cura e lo tiene prigioniero. Il soldato scopre che il suo carceriere è una donna bellissima e misteriosa.
: Seconda Guerra Mondiale: un soldato italiano combatte sulla Linea Gotica ed è gravemente ferito. Un essere misterioso lo salva relegandolo su una isola ignota dove lo cura e lo tiene prigioniero. Il soldato scopre che il suo carceriere è una donna bellissima e misteriosa. Giuseppe Costantino Budetta
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