ELEZIONE CORPORALE

THE BODY'S ELECTION
ELEZIONE CORPORALE
BUDETTA GIUSEPPE COSTANTINO
Si sentì strano. Alla finestra osservò il paesaggio. Tra quasi un mese sarebbe stato Natale. L'età verso la sessantina e una mattiniera abulia lo rattristavano senza preciso perchè. Disse: "Cominciamo bene la giornata."
Nell'antistante parco della periferia est di Napoli, ventate polverose con carte svolazzanti e cielo denso di vaporosa nuvolaglia. Si sarebbe fatto la barba come al solito, la doccia che rinsalda i nervi; avrebbe preparato il caffé con aggiunta di latte scremato e sarebbe uscito nella suburra per comprare frutta, il giornale e altro al discount di quartiere. Il corpo rovinava verso la vecchiaia. Però qualcosa si poteva fare per arginare sfacelo e decadenza fisica concretizzati nelle avvisaglie dell'artrosi, obesità e stanchezza generale. La psiche troppo spesso andava in depressione e che dire della ipertensione, diagnosticata appena sette giorni prima dal medico curante? E gli acciacchi subdoli, quelli senz'avvisaglia immediata? Per esempio, adesso aveva l'istmo delle fauci asciutto e la lingua amara. Si doveva reagire per arrivare agli ottanta e oltre. Ottantenni pimpanti avevano l'amante giovane grazie al viagra. Con la fiacchezza che si sentiva addosso, agli ottanta non ci arrivava e neanche ai settanta. Dopo doccia e caffé allungato, si decise. Più democrazia. Ecco cosa ci vuole. La democrazia panacea a tutti i mali. Così dicevano in piazza in periodo elettorale. E lo stesso è per il corpo fatto di varie parti che democraticamente devono collaborare tra loro: lo stomaco con l'intestino, la bocca col naso, le mani coi piedi, il fegato con la milza....Niente colpi di testa, ma ascoltare il parlamento corporale. Uscì di casa convinto: domani al massimo ci saranno le nuove elezioni per il rinnovamento del parlamento interno. La democrazia è la linfa vitale del popolo e dunque anche del mio corpo, parte ristretta della nazione. Comprando il quotidiano aveva detto al giornalaio: "Non bisogna dimenticarsi che il corpo invecchia."
Il consiglio ad hoc del giornalaio:
"Don Gennaro, proprio ieri si è aperta una palestra nello scantinato affianco. Perché non ci andate così dimagrite?"
"Ci vuole altro."
"Don Ciro, lo sapete, quello incarcerato per camorra - il giornalaio aveva abbassato la voce nel dire camorra - adesso è in licenza premio ed ha aperto una palestra. E' qui affianco a pochi passi. Perchè non ci andate adesso a darci uno sguardo? Un po' di attività ginnica giornaliera è quello che fa per voi. Ginnastica e dieta."
"Ci vuole ben altro. Un po' di ginnastica la faccio quando vado in giro per il mercato e spesso mi metto a dieta."
"Sentite a me. Andate da don Ciro, lui risolve i casi disperati."
"Ci vuole altro. Buongiorno."
Uscendo aveva detto come vate:
"Ascoltare le voci corporali, le intime pulsioni, le tensioni interiori.... Ecco che ci vuole."
Uno entrando in quel momento ed accennando ad un saluto, quasi gli aveva dato ragione. Strada facendo aveva letto sul giornale la notizia che lo intrigò:
Abbraccia un albero e lo stress svanisce. Abbraccia un albero ed il copro ringiovanisce.
Scorrendo l'articolo erano uscite fuori altre cose: che la psicoterapeuta Alberta Avvero direttrice di un noto Centro-Disturbi-Depressivi (CDD), recatasi a Sydney per un congresso, aveva letto dei cartelli all'interno del Royal Botanic Garden. Su uno dei cartelli la frase liberatrice: To hug a tree.
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Cioè, abbracciare un albero. Altro che abbracciare una bella donna; meglio un albero. Il giornale riportava altro: scrittori ed attori di successo da anni abbracciano alberi come terapia anti stress. Capito? Le piante trasmettono forza magnetica, vera forza rigeneratrice. Abbracciate gli alberi ed amateli anima e corpo. Un esperto aveva affermato nella stessa pagina di cronaca:
L'ulivo mi consola, la betulla è maliziosa.
Senza andare a casa aveva estratto le chiavi della macchina, diretto ad abbracciare un qualsivoglia albero. Però quelli fuligginosi vicino casa gli fecero schifo. Poi, lo avrebbero preso per pazzo nel vederlo per strada abbracciato ad un albero. Si sedette in macchina, aggiustò lo specchietto retrovisore e aprì il cancello con elettronica chiave. Si avviò verso gli anfratti del Vesuvio pieni di stradine secondarie e spazzatura.. Nessuno lo avrebbe visto mentre abbracciava un pino resinoso, abbandonandosi con tenerezza sull'aspra scorza come l'amante che ascolta il cuore dell'amata. Avrebbe assorbito l'energia vitale del pino, rinverdendo contro le intemperie della vita. In alto sul Vesuvio, l'aria fu più fredda del solito, ma non aveva piovuto e c'era poco vento. Si vedeva il Golfo con Napoli sotto, la penisola sorrentina e Capri a sinistra; a destra il Vomero con dietro Ischia. Aveva adocchiato il pino che faceva al caso. Sostato in uno slargo era corso ad appiccicarsi al tronco. Tese le braccia ed avvolse la scorza fredda. Ci rimase appiccicato per un po' col risultato di un rigurgito di gas e sonora eruttazione. Le aspettative deluse. Sconsolato, urinò contro le radici del pino traditore: lunga pisciata liberatoria. Mentre chiudeva le brache sospirando, gli cadde in testa una grossa pigna che lo fece gridare. Toccatosi sul cranio, vide che c'era sangue. Col fazzoletto pressato sulla ferita se ne tornò in macchina imprecando. Con la marcia in folle per la discesa, disse tra sé e sé: ho fatto sempre di testa mia, ora si cambia. Non ho badato alle esigenze che venivano dal corpo ed ecco i risultati: appesantimento generale, depressione, pancia, affanno, gas intestinale da evacuare, doppio mento sulla gorgia, canizie precoce. Uno schifo. E poi gli attacchi subdoli: colesterolo, trigliceridi, azotemia...
Parcheggiato nel giardino davanti casa, sotto l'architrave della porta aveva detto con autorità:
"Domani alle quattro inizia la campagna elettorale. Tutti gli organi ed apparati ne prendano atto."
Un volvolo intestinale dovuto al passaggio di aria tra intestino cieco e grosso colon fece eco acconsentendo. A notte, mente e psiche di don Gennaro riposarono, ma gli organi interni ed apparati parlottavano con euforia. Dissero i polmoni:
"Democrazia, democrazia. Non più soggetti all'apparato digerente che ci manda solo sangue nero da depurare."
Dissero di rimando quelli del tubo digerente:
"Staremo a vedere. Comunque la maggioranza è nostra. Vogliamo vedere che succede se chiudiamo i rubinetti dell'energia di provenienza alimentare."
S'intromise il cuore che aveva anche lui qualcosa da dire contro i polmoni:
"Con l'aria che respirano, piena di CO2 e povera di ossigeno, protestano pure."
Rispose il polmone destro, spalleggiato dal sinistro:
"E che è? È colpa nostra se don Gennaro vive nel Bronx?"
"Calma - disse il timo che spiegò - aspettiamo le disposizioni di don Gennaro. Le elezioni si tengono col rispetto delle regole. Vediamo don Gennaro cosa deciderà in proposito: se vuole un governo monocamerale a maggioranza assoluta, oppure il bicamerale con maggioranza relativa e sbarramento o meno del 3%."
Disse il rene sinistro:
"A me andrebbe bene la maggioranza relativa senza sbarramenti, questo per dare spazio alle minoranze."
Uno dei testicoli udite le superiori rimostranze essendo in declivio all'interno dello scroto, disse:
"Non facciamo supposizioni. Aspettiamo domani quando don Gennaro emanerà le disposizioni generali. Solo allora potremo formare i nostri partiti e decidere gli accorpamenti."
Gli altri organi tacquero rimuginando nei precordi e preparandosi alla lotta. Il fegato già presagiva la rivalsa: se non funziono io tutto va in tilt. Come minimo devo avere la carica di ministro nel nuovo parlamento. I testicoli di rimando: se non fanno quello che diciamo noi, non si fotte più.
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Cervello, cervelletto, bulbo e restante contingente del sistema nervoso centrale temevano la secessione: il sistema nervoso vegetativo avrebbe reclamato più autonomia con federalismo carnale e sganciamento totale dalla volontà. Il Sistema Immunitario voleva leggi più severe: cacciamo senza mezzi termini tutti i microbi rom che s'intromettono nel corpo da clandestini. C'era fermento e grande eccitazione con sconquasso generale. Il povero don Gennaro si era svegliato tutto gonfio: occhi, faccia, pancia come palloni. Allo specchio non si riconobbe più: e che è?
Aveva brufoli in fronte e sulle braccia. Si lavò e corse all'ASL. Adesso muoio, si ripeteva. L'addetto che dava i numeri per le prenotazioni dal dottore lo aveva squadrato:
"Don Gennaro, ma che avete fatto?"
"Niente. Avevo solo pensato di ringiovanire con qualche cura."
"Siete gonfio. Qualche allergia."
"Non lo so. Per questo sto qui."
"Solo questo dottore dà la cura esatta."
"Forse ho mangiato troppo ieri."
"Fidatevi del dottore. Solo lui conosce il vostro corpo."
Al medico aveva mostrato le piaghe sviluppatesi nella notte. Il dottore aveva detto:
"Non è allergia. Non di questi tempi. So cosa è. Avete deciso di dare più libertà ed autonomia agli organi interni ed essi sono in fermento. Ognuno vuole prevalere sull'altro. Ognuno pensa di essere il più importante. Dovete riprendere il controllo della situazione e mettere a tacere l'anarchia."
"Dottore, ma qualche medicina da prendere alla sera ed al mattino..."
"Niente medicine. Dovete parlare con voi stesso. In interiiore homine habitat veritas."
La frase latina aveva messo paura a don Gennaro che disse:
"Dottore, ma è grave?"
"Si sta sviluppando nel vostro corpo una malattia psicosomatica. C'è ribellione perfino tra la vostra mente ed il sistema nervoso autonomo. Mi spiego. Se uno si scoccia, ma deve stare seduto in una sala con altri ad ascoltare per ore un relatore, allora si sviluppa in lui la ribellione. La mente comanda ai visceri di soprassedere. Però se a lungo andare l'individuo inibisce le pulsioni interne sopraggiungono le malattie psico-somatiche che comportano la guerra tra la volontà e le interiori esigenze. Un altro esempio. Se uno non scopa, reprimendo le pulsioni sessuali, gli organi interni si ribellano e sopraggiunge la malattia psicosomatica con eruzioni cutanee, bruciori di stomaco, gonfiori delle viscere, sudorazioni, bocca secca, tic, balbuzie, lapsus freudiani...uno schifo."
"Un guaio. E c'è una cura?"
"Ve l'ho detto. Parlate chiaramente con voi stesso. Parlate con le interiora. Dialogate. In interiore homine habitat veritas."
Quella frase latina lo rifece rabbrividire. Disse: "Dottore, allora niente ricetta?"
"La ricetta ve la dovete fare voi ascoltando il corpo."
Don Gennaro se ne tornò a casa. Non pensò alla monnezza da scansare, alle turbolenze del quartiere contro i Rom. Lo affliggeva questa improvvisa guerra intestina.
Dopo doccia, nudo come una scimmia davanti allo specchio, fece il discorso diretto ai suoi organi, apparati, tessuti e cellule in anarchico subbuglio:
"Sentite...."
A questa parola l'interno di quel corpo pieno di pustole, tremori e flattulenze sembrò placarsi come la platea che ascolti l'oratore:
"Sentitemi tutti, organi, apparati, cellule e tessuti. Ascoltate. Non più assolutismo. Da oggi, farò quello che volete. I desideri, quelli dettati dalla mente cosciente non esisteranno più. Se il cazzo - faccio un esempio - è tosto e vuole fotttere, farò in modo da esaudirlo subito e nel migliore dei modi. Va bene? Se mi viene fame, mangerò. Se sto per strada e mi viene fame, entrerò in un fast food, in un ristorante, o in una salumeria per munirmi di cibaria. Idem se devo pisciare: vado subito in un cesso pubblico, o a casa. Idem per defecare. Se voi polmoni volete respirare aria pura andrò in montagna per qualche giorno. Però...."
Don Gennaro puntò il medio in alto come un santo. Vatalejò:
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"Organi e interiora, però dovete rispettare i patti. Prima dovete cessare di farvi guerra. In ogni istante, dovete decidere a quale pulsione dare la precedenza: mangiare, scopare, passeggiare, defecare, urinare, assaggiare aromi, annusare profumi...Mi manderete un messaggio alla volta ed io esaudirò le vostre esigenze nel migliore dei modi e nel più breve tempo possibile. Se non ci state e continuate a litigare, in alternativa mi vado a curare da uno specialista e farò tutto di testa mia. Per dispetto, se devo scopare andrò a mangiare. Se devo urinare andrò prima a farmi una bella passeggiata."
Un gorgoglio generale sorto dall'intimo dei precordi gli salì in gola emettendo una grande eruttazione che lo fece sobbalzare. Vide eruzioni cutanee, pustole e arrossamenti dermici scomparsi per incanto: il segno che il corpo si era rappacificato e acconsentendo alla proposta di don Gennaro che disse a interiora e pudende: "Mi avete dato ragione. Siete sagge."
Da allora Don Gennara era diventato sbarazzino come un bebé. Lo aveva notato Alfonsina Guadagno, la sua compagna. Una volta, mentre facevano shopping per Corso Umberto I, di sana pianta don Gennaro le aveva detto:
"Andiamo a scopare."
Ad Alfonsina Guadagno era parso di non capire: "Che?"
"Dobbiamo scopare adesso."
"Ma veramente fai? Adesso è ora di pranzo. Troviamoci un ristorante, piuttosto."
"Scopiamo prima."
"Ma che è sta' frenesia!"
"Devi fare come dico io. Scopiamo."
"E dove?"
"Andiamo in albergo. Quello di fronte. Pago io."
Alfonsina Guadagno l'aveva presa con allegria ed aveva detto:
"Però dopo mangiamo."
Alfonsina Guadagno diceva che don Gennaro era diventato come un bambino di cinque anni. Non sapeva resistere ai desideri immediati. Se doveva andare in bagno mentre erano in macchina, sostava alla meglio ed andava a trovarsi il più vicino cesso oppure, se in aperta campagna, faceva i bisogni dietro un cespuglio. Alfonsina Guadagno con pazienza accettò i cambiamenti di don Gennaro, rinnovato nel fisico. A pianificare il futuro ci avrebbe pensato lei per lui.
F I N E
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