UNA FRASE PER RIFLETTERE

La superbia scava abissi di odio tra i sottomessi e i soprastanti, continuamente pungolati, quest'ultimi, dall'insana smania di eccellere.(

Onora Il Padre e La madre

Giuliana Argenio
Con il caldo che fa, andare in giro con una ventriera di elastico spessa un centrimetro e i jeans stretti, ? una condanna. Ti senti dentro ad uno scafandro, sei costretta al respiro corto, le ascelle puzzano in breve e hai voglia di vomitare. Marzia arriva cos? in fabbrica, in queste condizioni. Il calore che sale dall'asfalto ? niente raffrontato a quello dell'autobus impregnato degli umori di una umanit? che ? gi? sfatta prima di cominciare la giornata. L'importante ? arrivare a met? luglio per le ferie,e tenere ben nascosta la gravidanza. Nessuno deve venirlo a sapere. La licenzierebbero, perderebbe il suo posto precario Marzia. Non ? unicamente questo a imporle quella costrizione che le blocca il diaframma. Nessuno sa, neppure in famiglia lo sanno e, Dio santo, neanche lei conosce il nome del padre. (Con chi pu? essere accaduto?) E' sempre stato tremendamente difficile per Marzia, dire di no ai ragazzi. Da quando ha tredici anni e s'? ritrovata dalla mattina alla sera con un corpo di donna e delle sensazioni che la sconvolgevano con chiunque la accarezzasse. Non importava com'erano. Bastava che le dicessero -M piaci- Bastava che le sfiorassero la bocca con un bacio ed era come se avesse un organo a suonarle dentro. -Ti piaccio?- -S?, s?, che mi piaci. Mi piaci pi? di tutte- gli rispondevano Allora si apriva la porta d'un monolite e le parole di sua madre evaporavano nel nulla, chiudeva gli occhi finch? faceva l'amore e si guardava stando al di fuori del suo corpo: lunghe gambe sinuose e caviglie sottili, capelli biondi che scendevano sulla sua schiena nuda e quelle mani che la accarezzavano in fretta, un premio immenso. -Chi ti vorr? mai figlia mia? Mangi come uno scaricatore. Devi darti una smossa, rimediarti la figura. L'acne ti st? scavando dei crateri sul viso. Tua sorella ci tiene cos? tanto all'apparenza..La vedi no? Le corrono appresso come api sul miele. Quella far? un matrimonio con i fiocchi, puoi giurarci.- E' sempre stata tozza Marzia, grassoccia fin da bambina. Tutti pensano che s'? ingrassata ancora, e a dirla in totale sincerit? negli ultimi mesi, i ragazzi con cui esce solitamente, si sono un p? allontanati. Il suo telefonino ? muto persino la domenica. Quegli sgangherati ragazzotti sono quasi del tutto spariti e in fondo Marzia preferisce cos?. Spogliarsi diverrebbe un macello e poi, non ne ha voglia ultimamente. Si sente diversa con quella cosa che di notte si rigira nella pancia finalmente libera da quell'arma di tortura elastica. Otto mesi che le mestruazioni sono scomparse. Tre che va in giro conciata in quel modo. Fortuna che almeno la parte alta del corpo respira sotto alle casacche larghe, ma certe volte sente ugualmente scivolare lungo la nuca rivoli di sudore e l'affaticamento alla sera st? divenendo insopportabile. Il tre di luglio Marzia sale sull'autobus zeppo, la porta gli si chiude alle spalle e le pizzica un lembo della camicia. Non riesce a muoversi, manca lo spazio, manca il respiro. (Dio che dolore al basso ventre. Fallo smettere Dio. Fallo finire)- Dio non la ascolta, in mezzo a tutta quella calca Dio non legge il pensiero di Marzia, non ode l'invocazione. Troppo rumore anche per Dio. Alla fermata successiva si lascia catapultare fuori dal bus, l'aria la risucchia con il suo dolore atroce, la spinge a scendere imperiosamente. Si guarda attorno. Non sa dov'?.S'incammina a ritroso, a dove ? venuta. -(Devo sopportare questo male cane. E' questa dannata fascia che mi stringe troppo. Devo torglierla, devo toglierla. Se la tolgo mi passa tutto. In fabbrica non ci arrivo se non mi libero di questa maledetta)- Cammina tenendosi una mano sul basso ventre, va come una foca sulla spiaggia. Arranca. Lo spiazzo con la scritta "Capolinea" e l'insegna del Bar, le d? coraggio. E' pieno di gente. Si f? largo al banco e chiede un bicchiere di latte e la strada per il bagno. -Gi? in fondo alla scala a destra- risponde distratto il cameriere che manco si gira dalla macchina del caff? per guardarla- E' come scendere nei meandri dell'inferno. Il dolore ? insopportabile. Marzia potrebbe urlare, urlare forte. -Aiutatemi- La mente ? bloccata nel silenzio. La bocca sigillata. Le parole naufragono dentro a quel male orrendo che non ha mai provato in tutta la sua vita. Accende la luce del primo vano che trova. Chiude la porta a chiave e guarda davanti a s?. Un rettangolo di due metri per tre: un lavandino ingiallito, un water senza asse e un bidone bianco di plastica. (Via questa roba di dosso. Via tutto o crepo) Marzia toglie i jeans e li vede impregnati di sangue. Inizia a colargli lungo le gambe, qualcosa spinge da dentro. Qualcosa spinge da dentro la pancia. Deve spingere Marzia. Deve spingere per recuperare un attimo di ossigeno. Si sente meglio se spinge anche lei. (Oddio!Oddio!) Stavolta grida Marzia. Da laggi? non la pu? sentire nessuno. Dura ancora qualche minuto quello strazio e poi improvvisamente esce dal suo corpo. Seduta sul water lo vede scivolare. Un enorme fagotto intriso di sangue e grasso. Lo afferra per i piedi. Il fagotto ha piedi e mani e un lungo cordone attaccato ad uno strano oggetto che esce da lei strappandole l'ultimo urlo. Il dolore ? scomparso. Se l'? rubato il fagotto e l'altro strano oggetto. Scomparso all'improvviso, volatizzato. C'? un casino in quel bugigattolo, di sangue. Il fagotto muove debolmente gli arti inferiori, ha la bocca socchiusa. Non emette alcun suono. Le ciglia scure sembrano imbrattate dallo strutto. Marzia lo fissa per un istante. La mente si ? svuotata, volato il pensiero con il dolore. Inclina il capo a destra e poi a sinistra, come guardasse uno scarafaggio fermo sul pavimento. L'espressione di schifo si disegna sulle labbra e svolge freneticamente il rotolo di carta igenica. Gliela butta sopra, fino a coprirlo completamente. Pu? raccattarlo ora. Le mani non si sporcano e cos? facendo non lo tocca, che le fa impressione quella cosa. La butta nel bidone di plastica bianca e chiude il coperchio. Sciacqua i jeans sotto l'acqua del rubinetto e li strizza per bene. La casacca coprir? tutto. (Gira la testa-Gira la testa ma mi sento leggera. Mi prendo il latte e star? meglio.Basta Marzia ? finita. Ora bisogna andare. Mi prendo una giornata e torno a casa a dormire).
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GENERE: poesia
SCAFFALE: Fantasia
Opere pubblicate da questo autore: 28
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