STORIA DELLA LETTERATURA
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Camillo Sbarbaro
Camillo Sbarbaro Camillo Sbarbaro nasce a Santa Margherita Ligure al n. 4 di via Roma il 12 gennaio 1888. Il padre Carlo, ingegnere e architetto, militare a riposo dal 1893, è il protagonista involontario di due tra le più famose poesie di Pianissimo, la prima raccolta di successo di Sbarbaro. La madre, Angiolina Bacigalupo, ammalatasi di tubercolosi nel 1889, morirà nel 1893 lasciando i suoi due figli Camillo e Clelia alle cure della sorella Maria (la Benedetta a cui Sbarbaro dedicherà le poesie di Rimanenze).
Dopo un breve soggiorno a Voze, nel 1894 la famiglia si trasferisce a Varazze, dove Camillo frequenta le scuole elementari e il ginnasio dell'Istituto dei Salesiani. Al 1904, anno d'inizio della sua attività poetica (incoraggiata dallo scrittore Remigio Zena), risale il trasferimento a Savona, in via Paleocapa e poi in via Assereto, dove frequenta il Liceo Gabriello Chiabrera ed ha l'occasione di conoscere uno dei suoi maestri, il filosofo Adelchi Baratono (fratello del futuro amico Pierangelo). Sono questi gli anni in cui nascono le amicizie più importanti e durature - Giuseppe Agnino, Angelo e Pippo Barile, Silvio Volta - le cui tracce si possono ripercorrere nel corso di tutta l'opera sbarbariana.
Dopo aver conseguito il diploma di licenza (1908), nel 1910 Sbarbaro si impiega nella Società Siderurgica di Savona. Nel 1911 la società viene assorbita dall'Ilva di Genova e Sbarbaro è costretto ad affittare una camera nel capoluogo ligure. L'anno successivo, in seguito alla morte del padre (novembre 1912), trasloca stabilmente in via Montaldo, la "strada di casa" raccontata in una prosa di Trucioli. Sono gli anni delle prime pubblicazioni - il primo volumetto di poesie parnassiano-simboliste, Resine, è stampato grazie ad una sottoscrizione dei compagni di liceo nel 1911 - e della stesura di Pianissimo, il suo libro forse più conosciuto e importante, di sicuro decisivo alla nascita della grande stagione della poesia italiana del primo Novecento. Le sue poesie in versi e in prosa cominciano a comparire sulle maggiori riviste letterarie italiane: "La Riviera Ligure", "Lacerba", "La Voce".
Il breve soggiorno fiorentino della primavera del 1914, nell'imminenza della pubblicazione di Pianissimo presso la Libreria della Voce, è l'occasione per conoscere di persona l'ammiratissimo Ardengo Soffici, ma anche Giovanni Papini, Dino Campana, Ottone Rosai, Raffaello Franchi, Giacomo Natta e Italo Tavolato. Nello stesso anno Giovanni Boine scrive la sua entusiastica recensione alle liriche di Pianissimo, accolte con favore anche da Pietro Pancrazi e Emilio Cecchi.
Allo scoppio della guerra decide di abbandonare la mal sopportata vita impiegatizia arruolandosi volontario nella Croce Rossa Italiana. Tra il 1916 e il '17 si trasferisce a Rapallo, a Spotorno, a Ventimiglia, alla Mortola, a Bologna e infine a Cividale del Friuli. Il 10 febbraio del '17 passa in forze alla caserma di Vigodarzere vicino a Padova e dopo aver frequentato il corso allievi ufficiali a Sandrigo (Vicenza) il 30 luglio parte per il fronte come sottotenente di fanteria. Alternandosi tra le trinceee e le retrovie scrive le prose più belle dei suoi Trucioli.
Nel 1919 esce l'ultimo fascicolo della "Riviera ligure", interamente dedicato a Sbarbaro. Nel mese di agosto rientra finalmente a Genova, dove comincia a frequentare assiduamente Pierangelo Baratono e gli altri protagonisti della vita notturna cittadina, capeggiati dal poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi. Abbandonato definitivamente l'impiego, riesce a ritornare alla vita normale grazie alle ripetizioni di latino e greco (un mestiere che, insieme alla botanica, lo accompagnerà per tutta la vita). In questi anni conosce Eugenio Montale, primo appassionato recensore delle prose di Trucioli (1920), e frequenta Adriano Grande, Francesco Messina, Fausto e Oscar Saccorotti, Paolo Rodocanachi. A partire dal 1921 collabora alla "Gazzetta di Genova" e all'"Azione" con numerose prose 'liguri'. In questi anni ritorna anche alla poesia in versi, abbandonata dopo la stesura di Pianissimo.
Nel 1927 comincia ad insegnare all'Istituto genovese Ariecco dei padri Gesuiti, ma lascia improvvisamente l'incarico per non dover subire la tessera del Fascio che gli era stata imposta. L'anno seguente escono nel volume Liquidazione alcune delle prose scritte in questi anni postbellici, che testimoniano il definitivo passaggio da un gusto vociano-frammentista ad una più costruita e complessa prosa d'arte. Nello stesso 1928 Sbarbaro vende a Stoccolma un primo importante erbario di muscinee.
In questi anni compie numerosi viaggi all'estero. Conosce e frequenta Leone Vivante e sua moglie Elena De Bosis, dedicataria dei Trucioli del 1948 e 'autrice' dell'Autoritratto involontario, ricavato da Sbarbaro da una scelta delle lettere di Elena. Ad Arenzano, nella casa di Paolo e Lucia Rodocanachi, frequenta gli amici letterati e artisti Adriano Grande, Eugenio Montale, Angelo Barile, Guglielmo Bianchi, Carlo Bo, Carlo Emilio Gadda. Villa Solaia, la casa senese di Elena e Leone Vivante, è un altro luogo di ritrovo 'letterario' molto amato da Sbarbaro.
Nel 1931 Adriano Grande fonda la rivista "Circoli", che nel primo numero ospita gli splendidi Versi a Dina, piccolo canzoniere amoroso di Sbarbaro. Nel 1933 comincia una feconda collaborazione di Sbarbaro alla "Gazzetta del Popolo" di Torino.
Nel 1937 Elena e Leone Vivante si trasferiscono in Inghilterra e Sbarbaro pensa di seguirli accettando un incarico di insegnante di greco che gli era stato offerto. Solo il ritiro del passaporto in seguito al suo voto negativo nelle elezioni a lista unica gli impedisce di partire. Il rapporto col regime si complica e l'anno successivo la censura esige tagli e soppressioni dalle bozze del nuovo libro, Calcomanie, che non vedrà la luce se non in una versione dattiloscritta allestita per gli amici in venti copie nel 1940. Anche la sua passione botanica, che lo portava a scambiare esemplari di licheni con altri studiosi europei, gli fruttò sospetti e perquisizioni.
In seguito al bombardamento navale di Genova (9 febbraio 1941) si trasferisce a Spotorno con la zia e la sorella. Vi resterà fino al novembre del 1945, iniziando una feconda attività di traduttore dei classici greci e francesi (Sofocle, Euripide, Flaubert, Huysmans, Barbey d'Aurevilly, Stendhal, Villiers de l'Isle-Adam, Maupassant, Supervielle, poi, negli anni sucessivi, Eschilo, Pitagora, Balzac, Zola ecc.). Tornato per qualche anno a Genova, nel 1951 trasloca definitivamente a Spotorno, in via Finale 9. Nel '53 muore la zia Benedetta. n questo secondo dopoguerra vince i suoi primi premi letterari (il Saint-Vincent nel 1949, l'Etna-Taormina nel 1955) e comincia la ripubblicazione e revisione delle sue opere: nel 1948 esce da Mondadori la nuova edizione dei Trucioli (poi riediti nel '63), Neri Pozza ripubblica Pianissimo nella versione originale del '14 affiancata da un'altra assai rimaneggiata. Nel 1955 raccoglie in volume col titolo di Rimanenze le sue ultime poesie.
La collaborazione alle riviste si infittisce in questi anni ("Botteghe oscure", "Officina", "Letteratura", "Itinerari", "Ausonia", "La Fiera Letteraria", "Il Mondo" ecc.), e frutterà le raccolte di prose più o meno esili dell'ultima stagione creativa sbarbariana: Fuochi fatui (1956, '58, '62), Gocce (1963), "Il Nostro" e nuove Gocce (1964), Contagocce (1965), Bolle di sapone (1966), Vedute di Genova (1966), Quisquilie (1967), tutti per conto dell'amico Vanni Scheiwiller. Nel '61 inizia anche la collaborazione di Sbarbaro ai "Libretti di Mal'aria" del nuovo amico Arrigo Bugiani.
Il 31 ottobre del 1967, alla fine di un periodo segnato da gravi depressioni, Sbarbaro muore all'Ospedale S. Paolo di Savona.