L’orologiaio di Everton

Autore: Georges Simenon

Anno:2010

Editore: Adelphi

ISBN: 9788845924941

Pagg.: 166

Prezzo: € 10,00

Questo romanzo fu scritto da Simenon nel periodo in cui visse negli Stati Uniti e infatti nel libro Everton è una cittadina Dell’Arkansas, una delle tante che si trovano in quel grande paese e che finiscono con l’assomigliarsi tutte, con case non ricche, ma dignitose, il cinema in centro, l’immancabile campo da baseball in periferia. Sono realtà urbane così diverse da quelle rurali della Francia di cui l’autore ci ha fornito tanti ritratti talmente veritieri da essere palpabili, ma non c’è invece grande differenza per gli abitanti, magari più ristretti nelle loro case degli europei, con una mentalità meno radicata, trattandosi di una nazione ancora giovane, ma con lo stesso grigiore quotidiano. In questo tempo ripetitivo vive il protagonista, rimasto solo con il figlio figlio da quando questi aveva sei mesi a seguito dell’abbandono della moglie. Casa e lavoro, lavoro e casa tutti i giorni e ogni tanto una capatina per una partita da un amico, che vive solo e di cui sa ben poco. È l’unica fuga da una realtà in fondo monotona, a parte l’amore quasi ossessivo per quell’unico figlio che ogni tanto esce la sera, ma poi ritorna da quel genitore che l’attende in ansia. Un giorno però, anzi una sera, non fa ritorno e non intendo aggiungere altro della vicenda per non togliere il piacere a chi lo leggerà. Galloway, così si chiama il protagonista, vivrà un’ossessiva stagione nel tentativo di tenere unito ciò che si è spezzato e di capire il perché di un gesto. L’orologiaio di Everton è un dramma si familiare, ma soprattutto di uno solo, di lui, di quel padre timido e umile, racchiuso nel bozzolo di una vita in cui c’era la certezza che il domani non sarebbe stato dissimile dall’oggi e dai giorni precedenti, ma c’è chi reagisce in modo diverso a questo stato di immobilità e con rabbia dà sfogo a tutto il tormento che ha dentro. È superfluo che dica che l’analisi psicologica di Simenon è ai massimi livelli, con quella sua capacità di scavare lentamente dentro fino a mettere a nudo gli angoli più nascosti; ho trovato, invece, che la descrizione della provincia americana sembra meno precisa di quella francese; forse è una mia sensazione o forse è proprio così, perché anche lì x’è un agglomerato di case in un tempo immoto che può portare non di rado a improvvise ribellioni, che non sono di Galloway, troppo dimesso e rassegnato per buttare ogni cosa all’aria, ma non tutti sono Galloway. Il solito capolavoro di Simenon? Certamente, anche quando gioca fuori casa.

Recensione a cura di Renzo Montagnoli

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