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Paolo Bianco
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NEVE
I proiettili tondi gli fischiarono intorno alle orecchie, sollevando spruzzi di neve nel loro schiantarsi al suolo. Le braccia immerse nel freddo candore, il corpo gelato, Marcel cercò di guardarsi attorno, alla ricerca dei compagni: come lui, giacevano riparandosi alla meglio dietro i cumuli che il vento aveva formato, fidando illusoriamente nella scarsa mira degli avversari. Inutile: sarebbe stato tutto inutile, perché erano rimasti sorpresi allo scoperto in quella piatta distesa ghiacciata, lontani dal riparo tanto incautamente abbandonato. Tutto si ripeteva: l'inverno nemico li aveva colpiti a tradimento, proprio quando credevano d'aver raggiunto l'ambita vittoria, entrando trionfalmente nella mitica capitale. Dov'era? Lui non l' aveva mai vista. Un cumulo di macerie fumanti, una rovina abbandonata, un ammasso di rifiuti tra i quali s'aggiravano con aria assente pochi vagabondi ubriachi, incapaci di distinguere un salvatore da un oppressore: ecco come gli era apparsa l'agognata Città, esattamente come uno dei tanti villaggi incontrati durante la troppo facile avanzata; soltanto immensamente più grande. Il comandante avrebbe dovuto saperlo. Avrebbe dovuto ricordare quella prima, vergognosa sconfitta, esattamente come lui la ricordava ora, incubo di ghiaccio e neve, le dita intirizzite, la feroce esultanza dei vincitori. Non una notte era passata sulle vaste praterie, senza che a Marcel si ripresentasse lo stesso sogno angosciante; ma il comandante quei ricordi d'infanzia certo non li aveva più. Colonnello, Generale, Comandante Supremo. Nessuno, alla scuola militare, avrebbe scommesso le sue scarpe vecchie su Panzerotto Capitano, invece avrebbero dovuto capirlo che il piccoletto era diverso dagli altri: ignorando la battaglia, abbandonando i compagni caduti, era fuggito ignominiosamente ... fino al riparo delle grosse mura, scure in confronto alla neve; laggiù aveva estratto trionfante il piccolo straccio colorato. La bandiera: senza di essa, la vittoria degli avversari non poteva dirsi completa, nonostante la disfatta dei combattenti, e il piccolo ciccione l'aveva sventolata beffardamente, a significare quanto la strenua lotta di entrambe le parti fosse stata inutile. Come sempre. Era stato un tradimento dell'onore, ma forse ora l'intera lezione poteva tornare utile. Marcel scambiò poche, concitate parole con il giovane tenente steso accanto a lui, poi raccolse il suo elmo da ufficiale, e s' avvicinò cautamente alla bandiera, caduta e dimenticata come i soldati. Strisciò nella neve palmo a palmo, poi rialzò l'asta con lo stendardo, restando carponi per un tratto che gli parve interminabile, ed infine, più sicuro, procedette chinato. Udì i nemici gridare qualcosa nella loro lingua incomprensibile, poi una chiara intimazione nella sua vecchia lingua, e movimenti concitati dietro di lui. Fiducioso che i suoi soldati avrebbero obbedito agli ordini, attaccando i nemici non appena si fossero scoperti per inseguire la bandiera, dispiegò il drappo che assicurava sempre la vittoria ... ma un colpo di fucile colpisce più lontano di una palla di neve.
Commenti (2) |
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15/04/2008 - Nemo
Sì, questo è bello. Un racconto vero. Continua.
28/05/2007 - Saverio Costanzo
Bello (scusa la laconicità).