Mancher

    Mancherà il vento, un giorno.
Le spire che porta solidale con l'inverno
Temeranno le candele affievolite
E non avranno tele da attutire
Sfasate in longitudini sgraziate

Le querce,
al tempo ignare d'ogni colle
Discenderanno a valle senza nodi esposti ai fianchi
E penderanno la discesa scorgendosi le spalle
Meravigliate a sfarsi per lodare
Ogni piccola ferita temporale

Risuoneranno i pensili fioriti
Mentre s'innalzeranno mute e gorgoglianti
Le foglie rimpatriate
Dove ogni suono è falce e onnipresenza
Dal timbro vocale consumato

Sarà un pilastro l'odio trascurato.
Un ricordo profanato per darsi ricreduto
Come una spada eretta colta arena
Dove nel sangue si specchia l'avvenuto

Svanirà il vento, un giorno.
E i rami scrolleranno vene e compassioni
Scaraventati al vuoto
Onorando la resa posseduta

L'erba risiederà senza giudizio
La singola carezza incenerita
E concimerà il perduto flettendosi a ridosso con le spine
Come per cantarsi l'indolore

Gli spazi discordanti sapranno di memorie riferite
E nel pensiero semplice focale
Diranno di foreste come di deserti
Nell'unico sapere celestiale

Non ci saranno calli ne bandiere
E il peltro sarà paragonato al legno
Come figlio
E dall'alto si nominerà tarlato senza il fusto

Le selve, voltate all'apertura dell'ignoto
Intralceranno il buio e in esso s'annideranno luci mai remate
Stingendosi nel sole l'incolore

Morirà il vento, un giorno, nel giorno che sarà soltanto sera
E le ginocchia s'innalzeranno flesse
Sentendosi preghiere ritrovate
Senza croci da smaltire

Sfiaterà il vento, un giorno
Stendendosi indifeso e innamorato
Quasi per aspirarsi
Le fibre lesionate prima
Per alzarsi


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