Il denso che momento pare morto

 



A chi, di nome, io devo il passo stanco
Le fruste consumate ai polsi
E il seno cadenzato nel rimorso.
Lontano
Il latte è apparso a ricordare
Che il danno maggiore è sempre fame amore

A chi, la presa arresa e l'indole sfiorita
Io devo illuminare.
Per cosa dirò la forca ancora
Chiamando spada cieca l'umiltà.
Di chi voi cardi e cesti il peso spigoloso
Che sento Cristo al nome
Io posso sollevare.
Perché il pallore aggiunto
E l'uscio di un andare brullo al varco
Rinascono ora terra da piantare

Ridicole frontiere, scordatevi i saluti
E le caviglie mozze negli abbracci.  
Così perfette ai limiti concesse
Prima d'attraversarmi
Solida
E rapita sfiorando i prati arati
Del credo appreso germogliato al tempo

Non penso a te che speri
Corteccia avvezza ai crolli
Vittima all'altezza dei predoni.   
L'inverno che decreta
L'ennesimo lamento
Del ghiaccio inonda i colli
Brindando agli estremi mescolati                          

Per chi la nitida apparenza
Già oscura a deformare
Svegliandomi robusta gentilezza.
Le croci dominate conservano le tenebre mancate   
E il peltro corpo grezzo
Frantuma misurando la tensione

Fra i denti, lo zucchero si muore, confortando
E il labbro acceso al getto dell'io da superare
Risucchia il fiato antico senza strappi né simili tendenze.
Perché del sangue mai disprezzi il rosso
E il denso che momento pare morto

Come una presenza da abitare
  

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