Deforme alla corte dei conti


Non devi pensarti inesatta se il mondo non ammira quando il cielo è vista disillusa.  
Ti dissi, al tempo dei gerani, quando dorso t'inoltravi stanga per smorzarti, che non esiste legno da scavare se fissiamo ancora il mare, galleggiando con l'intera gradazione di saperci pesi assenti.  

Tu incoroni la pioggia, e regina ti neghi; deve bastarti questo mentre la senti sfuggire fra le dita come una lenta prigione voluta.

Nessuno riesce a graziarla fra le mani come te, sebbene l'occhio continui ad abolirti dentro, vicolo affilato, con storie parallele che a stento si ricordano agli incroci.  

E siamo solamente maschere, parole insaziabili agli incerti, rimmel a svelta decolorazione sotto le tue mani sovrane grondanti, adoratori sbagliati fra siccità di sguardi senza scuse quando belve ci additiamo singoli agli allori inconsistenti


Mancano vili gli aromi,
Fuggevoli nel vento.
E non hanno pena né pietà
Quando ti romanzi la costola in fusione
Che seguace favorevole
T'incoronò Eva senza intenti
Per un Dio lodato ingrato

L'esalazione non trova forma neppure se la sfiori.
Traboccati di pianti,
Di perdoni,
Come se dovessi fiorire sparendo,
così,
Oltre una porta consumata
Col pensiero della fuga.
E noi qua, solamente a confermarci sguardo
Ameremo la lenta migrazione dei petali
Che atterrando
Diranno di te l'inesistenza

Eterna reazione
Tu, eterno peso da timbrare.
Bozzolo arginato in mutazione
Col sorriso imposto dei manichini sordi;
Loro divoranti e tu svezzata, nutrita,
Conservata misera invadenza al tatto.
Accordo delle riappacificazioni
Consentite al ventre
Nel regime delle sottigliezze acute
Del creato

Niente da dirti, ormai,
Se non che sciupi i ponti senza passi
Legandoti la gola in emissione
Per farti pianta illecita sommersa di spine accatastate.
Che poi,
A sfiorarle, vivresti ammansita.
Sofferente,
Rallegrandoti di poche resistenze

È una bocca distratta
Quella che raduna
L'impazienza sbugiardata ai pasti.
Veglia amara su coperti da scansare
Distintamente offerti carie ai denti;
E sarebbe gioia provare poca carità
Sbiancandoli al giudizio
In un gargarismo che ne pesi l'incostanza

Hai constatato un corpo
Soltanto per pregarlo cella ai vermi.
Fine misera d'incassi ai taglialegna
Ideatori d'aperture,
Senza affondo né obiezione.
E credi alle tue labbra,
Ora, giusto il troppo di renderle avvilenti,
Parassita d'esigue utilità;
Ché le intingi solamente sgretolate
Confortando il sangue condensato
Fermo immagine

All'interno di carni
Mostrate assenteismo
Sguazzerà il dialogo infondato delle piene nei deserti
Col coltello inarcato agli occhi svelti.
E ogni fiore che ti verrà a scordare sarà indolore,
Seminando ai disguidi,
Tutto lo stupore da approvare

La tara ti accerti in prescrizione, distante,
Estesa, partecipante ai cieli inanimata
Con la peluria affabile
Per adombrarti nota dipanata.
Stecca discutibile agli accordi;
Piangendoti deforme
Alla corte dei conti

da - il pasto di legno

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