Scaffali
Altro Amicizia Amore Comicità Dedica Donne Erotismo Fantasia Festività Introspezione Morte Natura Ribellione Riflessioni Satira Sociale Spiritualità Uomini Vernacolo
Pubblicità
Del Cristo
Marina Minet
Pubblicata su Athena Millennium il 15/03/2009


Del Cristo atteso ho perso le tracce
Superando il viale frastagliato
Che a migliorarsi spina comincia la missione.
Ferito il passo svelto, sanguinava
Calcolando il mirto come meta
Stordita e incamminata sguardo

Del Cristo arato ho schiuso più corolle
Acerbe e raggelate. alle spalle il sole:
Fortuna rabbuiata per rinuncia.
La tenebra nasceva e l'astro vacillava
Scrostandosi nei raggi la tristezza
Come grazia in  piaga

Del Cristo stanco conservo lunghe croci
E il faro che segna ogni sua tregua
Malgrado sia fraintesa
Predica bruciata.
Il fuoco era l'assenza
E il tronco, la fessura
Mentre la pace andava al suo riposo

Del Cristo odiato apprendo le tensioni
E l'indice puntato verso gli anni
Compiuti sui gerani  sopra i marmi.
L'estate inversa rivelava il prato
Piangendo divisioni
E un carro profumato era il suo muro

Del Cristo offeso, distruggo l'amnesia
E scivolo imperfetta stringendolo pietà
Trafitto a rinnovarsi corpo.
Un panno scelto al volto
Colava la fatica sorvolando
E al Padre riduceva il fiato

Del Cristo che disegno, confermo la gloria
E il sangue germogliato dietro il buio:
 Promessa dissetante da scolpire.
Un lume in risonanza e il timbro a gocce
- Come l'esclusione - zittivano i lamenti
Promessi dentro il calice, sanati
.
Del Cristo che temo - invecchio a saperlo:
Friabile scienza a valle eclissata;
Inabile fiera viziata in altre strade.
L'oro violato sulla scena
Circondava il corpo
E rinsecchiva il pesco
Plasmandolo declino di stagione

Del Cristo che nutro semino la fame
Subendola a istanti presenza indifferente
Per gli arti consumati in gelide passioni.
La sete nuda stabiliva il sale
E il gorgo era un intruglio
Con gli ami arrugginiti sui carboni

Del Cristo che mangio, freno il dubbio
Sudandolo pianura incenerita.
E quante le mani a zappare
Spariscono amputate.
La fame come grazia e il seme da curare
Segnavano ubbidienze, rifiutate a turno

Del Cristo vissuto non lodo la chiesa
Né il margine falsato di chi prega sputando
I chiodi, dal basso del calvario.
La pietra lucida specchiava ogni fetore
E gli abiti dei martiri strappati
Sparivano derisi all'abbondanza

Giudice è l'aurora: servile consigliera
E carne perdonata in mescolanza
Fin quando il cielo esempio si dibatte
Con l'ego di noi singoli:
Assenti venerati

 

Non sono presenti commenti per quest'opera