Il posto al caldo

Vento ghiacciato, nella notte;
tremebondo alito di gola montana
che s'abbatte lungo la strada,
sul passo spedito
e sulle mani che stringono i baveri.
Nell'ombra dell' androne
che sporge appena sulla via,
si aggiusta il vecchio barbone
la sua plastica ed i cartoni,
abbassa il cappuccio al capo
e strisciandovi dentro carponi,
si ripiega finalmente
nel suo orizzontale grottesco feto.
Non ha vino per la sete, ma fame;
la barba e il corpo prudono
ed anche i passi della gente
lo feriscono
perché da quel meschino sito
allontanano pure l'ultimo amico,
il sonno
che, meno crudelmente,
lo porterebbe fino al nuovo giorno


Un cane smagrito, bianco e nero
e sporco, compare all'improvviso
e si siede sulla sua parte posteriore
di fronte a lui che è disteso
sul misero guanciale fatto di stracci.
Sembra altissimo, quel pulcioso,
invece è piccolo; due orecchie nere
che pendule s' agitano e sobbalzano
nel tremore di una testa appuntita
e due occhi tondi, avviliti e acquosi.
Sobbalza di paura ad ogni passo
che s'allunga veloce nella via,
ma poi torna lì di fronte e resta a un passo
profilato dalla gialla luce dei lampioni
che non penetra fin nell' anfratto
ma si ferma al tetto fatto di cartoni.

L'aria è ghiacciata; il corpo è contratto
e di fronte solo una miseria di cane
mentre quel benedetto sonno
tanto sperato ancora non viene.
E così una mano mezza guantata
di sbrindellata lana s'allunga dal buio
ed una artritica carezza al riparo invita  
quell' altro scheletro solitario,
un po' di muso bianco e nero,
quattro zampe e due occhi acquosi.

Ed un mozzicone di coda prende
nuovamente a scodinzolare.




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