La presunzione d'innocenza

Quella che segue è una storia raccontata in Oriente, ma pare si riferisca ai fatti noti che tutti conosciamo:

 

Un Re decise di far chiamare a corte il più abile ladro del regno, per apprendere da lui l'arte del crimine e poter, di conseguenza, combatterlo con più efficacia. Un uomo venne condotto al suo cospetto ma costui, proclamando con fervore la propria estraneità a qualsiasi fatto disonesto, asserì di essere vittima di persecutori, convincendo il Re a lasciarlo libero da quell'impegno. Appena l'uomo se ne fu andato il Re si accorse di non avere più al dito il suo prezioso anello con l'insegna regale. Fece rincorrere il ladro e lo rinchiuse nelle galere sotterranee del palazzo, condannandolo a essere impalato il giorno successivo. L'uomo, continuando a negare le sue presunte colpe, si diceva innocente e vittima di eventi che lo perseguitavano ingiustamente. Durante la notte al Re venne la paura di aver condannato un innocente, e non avendo la prova fisica del furto si recò, nell'ombra della prigione, a spiare di nascosto il condannato il quale, in ginocchio, continuava a pregare piangendo per la propria innocenza, così ingiustamente vituperata e offesa. Il Re si convinse che non era stato lui a prendere l'anello, e il mattino seguente disse al prigioniero di andarsene libero. L'uomo, con un rapido gioco delle mani, gli restituì l'anello, dicendogli che la prima lezione aveva riguardato la necessità, per chi commette crimini, di negare anche di fronte all'evidenza dei fatti.

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