Lampade di sale

La luce che proveniva dalle candele accese dentro le lampade di sale
assumeva diverse tonalità, che andavano dal chiarore accecante al marrone scuro.

Dipendeva, così spiegava l'uomo che le vendeva, dalla quantità di ferro che, misto ai cristalli , gradava la luce donando all'osservatore quelle differenti sensazioni di trovarsi di fronte a oggetti eguali e diversi.

Avvicinando le mani, un fascio di luce le avvolgeva, come un fazzoletto di calda lana e quasi una voce lontana mi parlava di cose familiari.

La mattina di Natale papà mi disse che ero diventato grande e con mamma avevavo deciso di regalarmi un impermeabile lungo e bianco, che andavano tanto di moda.
E mi piaceva essere diventato grande, forse perchè non sapevo cosa volesse significare .

La sera andavamo a giocare dai vicini che abitavano nell'altra scala e mi sentivo talmente grande che mi mettevo l'impermeabile anche per attraversare il portone.
Eravamo tutti li.

Papà si ricordava sempre le carte che uscivano e vinceva quasi sempre.
Così come si ricordava il significato di tutti i numeri della tombola.
E ogni numero che usciva gli chiedevano che significato avesse e lui non sbagliava mai.
Si è sbagliato una sola volta sui numeri e da li non è più tornato indietro.
Nessuno dei presenti in quelle sere gelide, belle, luminose e infinite quando si cenava con i dolci di Natale e nessuno si preoccupava di come ci potevano far male, lo avrebbe più salutato.

Da piccoli ci portavano sempre al mercato del sabato mattina.

La circonvallazione che abbracciava il piccolo paese , dove i racconti di guerra ancora giravano per l'aria, accoglieva i frutti del lavoro.

Mia nonna discuteva con una contadina su chi quell'anno aveva coltivato le cime più rigogliose.

E parlava di come il gelo aveva spesso vanificato i loro sforzi .
Un gelo che, finita la guerra Sembrava ogni anno peggiore.

Alcuni parenti ci invitavano a pranzo . Mio padre aiutava il capofamiglia A spillare il vino dalla botte.
Un vino che sapeva quasi del fumo del vicino caminetto.

Noi ci nascondevamo dietro la porta, E non appena la caraffa veniva lasciata incustodita Vi intingevamo le dita , Le succhiavamo e poi fuggivamo tutti giù per l'ara , fingendoci ubriachi , gridando frasi senza senso, ridendo come matti e imitando gli animali da cortile chiusi nelle gabbiette.

Fuggivamo così, senza conoscere il dolore, Complici verso i più grandi di sapere ancora condividere il piccolo furto di quel vino dal sapore strano e che rimaneva attaccato alle nostre dita fino al bagno della sera, prima di dormire.

Non avrei più bevuto nettare così delizioso .

Non avrei riso più di gusto di come abbia fatto in quel tempo senza tempo.

Vorrei ora dirti di come mi piacciano le feste di paese, di come mi piaccia camminare, lì con te, per il mercato , e di come io non possa avere desiderio più grande che cercare cosa comprare insieme a te Lungo queste strade ora affollate fino all'inverosimile .

E di come abbia imitato animali da cortile di nascosto da nonna e da mio padre, Aspettandoti qui , immobile, da una vita , all'angolo di una strada che nemmeno sapevo esistesse.

E di come tirando calci ad una palla sgonfia Abbia rotto decine di bottiglie , salvo conservarne una, della quale, per uno strano gioco del tempo, me ne mostri una foto al termine di una spesa.

Così come vorrei dirti in pochi minuti, dove non mi basti mai, di come non mi basta mai un tuo bacio, non mi basta mai un tuo saluto, non mi basta mai tenere le tue mani, di come tu mi restituisci quell'aria insolita, struggente , terribile e bellissima , di quando la nonna urlava ai nostri genitori di guardare cosa stavamo combinando, noi, i più piccoli, gli ultimi , i primi ladri d'amore .

E a me, che già avevo sete dei tuoi dolcissimi baci e che ora continuo a rubare uno a uno.

E di quanto avrei voglia di parlarti ancora per ore e di quante parole, mille a mille, vorrei dirti, raccontarti, rinfrescare ricordi sepolti in un tempo che pensavo non mi appartenesse più.

Così' come vorrei dirti, e non sempre posso, quasi timoroso che tu possa ridere di un pensiero così folle, che farti camminare lungo la mia anima vuol dire per me arrivare al termine di un percorso dove alla fine trovo te e ancora te e alla fine di te, trovo ancora la bellezza dell'immenso, la sua luce, e la cui immagine è l'amore tra noi.

Avvicino le mani alla lampada di sale.

Un fascio di luce le avvolge , come un fazzoletto di calda lana e quasi una voce lontana mi parla di cose familiari.

Se la accendi ora sento proprio la tua voce.

Io non so parlar d'amore.

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