IL SALTO DI GRUBER

 Quando proposi al capo redattore di intervistare Arnett, il grande giallista, pensavo non mi avesse preso in seria considerazione. Invece acconsentì. Doveva aver scorto il mio stupore, perché mi spiegò che Arnett vendeva milioni di copie. Mi concesse di preparare il pezzo e poi, se era il caso, l'avrebbe pubblicato la prossima successiva.

Dopo una beve ricerca, mi procurai il numero telefonico di Arnett. Chiamai e parlai con la segretaria che mi procurò un appuntamento per il pomeriggio stesso.

La villa di Arnett si trovava al quartiere Parioli, in una zona silenziosa e ombreggiata da viali. Giunto al numero civico che mi era stato dato, notai il cancello aperto. Pensai che fosse dovuto ad un eccesso di fiducia o, più probabilmente, al fatto che mi stavano aspettando.

Camminando, potevo udire il rumore dei miei passi e il cinguettio degli uccelli. Per un istante mi sorse il dubbio di trovarmi nella metropoli romana, caotica e brulicante di vita. Suonai il campanello senza udire alcun suono, e mi sorse il dubbio che quella non poteva essere la villa di Arnett, che la porta non si sarebbe mai aperta, che l'indirizzo era sbagliato o che era tutto uno scherzo. Invece la porta si aprì mostrandomi una ragazza fasciata nel suo abito di maglina azzurro che metteva in evidenza le sue forme. "Il signor Marconi?" chiese. Stimai potesse avere una trentina d'anni mentre i suoi occhi verdi interrogavano i miei.

"Si, certo" risposi. "Non so se ho parlato con lei al telefono..."

"Ero io" ammise. "Entri pure, il signor Arnett la sta aspettando."

Entrando, ammirai il salone protetto dalla semioscurità e dall'austera presenza dei mobili di antiquariato. I piedi affondavano in tappeti orientali dalle geometrie armoniose e dai colori caldi. Potevo sentire l'odore della cera applicata sul parquet o sui mobili.

"Siamo arrivati" mi informò indicando una porta chiusa. "Dovrebbe attendere un attimo che l'annunci..."

Entrò e dopo pochi secondi si riaffacciò per annunciarmi che potevo entrare, che il signor Edwin Arnett era pronto a ricevermi.

Lo scrittore era seduto dietro la sua scrivania perfettamente lucida e sgombra, a parte un telefono alla sua destra. Il volto era scarno e gli occhi grigi e spenti sembravano guardare oltre la mia testa. Mi ricordai solo allora che Arnett era cieco. "Signor Marconi!" mi chiamò tendendomi la mano. Avanzai e la strinsi prontamente. Arnett rispose con energia mentre udivo la porta chiudersi alle nostre spalle.

"E' un vero piacere conoscerla" stava dicendo Arnett con autentico entusiasmo.

"Il piacere è tutto mio. Non pensavo che acconsentisse alla mia intervista."

Arnett sorrise spostando il suo sguardo spento. Appariva divertito. "Non potevo perdere una simile occasione. La prego, si sieda" mi invitò.

Lo ringraziai accomodandomi davanti a lui.

"Dalla voce, sembra giovanissimo. Quanti anni ha?"

"Trentacinque".

"E già collabora con un quotidiano come La Stampa? Le faccio i miei complimenti. Sappia che leggo tutti i suoi articoli..." Spostò lo sguardo in modo incomprensibile nell'angolo opposto, sempre sorridendo. "Sarebbe più giusto dire che me li faccio leggere, i suoi articoli. Ma la precisazione la ritengo superflua."

"Sono lusingato delle sue attenzioni."

"Non sia modesto, Marconi! Lei ha stoffa, se lo lasci dire!"

"La ringrazio dei complimenti..."

"Ho letto anche i suoi romanzi" affermò.

"Ne ho scritti due, ma non hanno avuto molto successo".

"'L'uomo dei sogni' e 'I giardini perduti'"citò. "Li ho letti entrambi e li ho apprezzati moltissimo."

"La ringrazio."

Ma veniamo a noi" aggiunse cambiando tono, "lei è venuto per farmi delle domande, suppongo. E se invece di una banale intervista, le proponessi una sorta di gioco per testare le nostre abilità letterarie, accetterebbe?"

"Non lo so" risposi senza nascondere il mio imbarazzo. "Dovrei almeno capirne il motivo e cosa intende per gioco."

Arnett si dondolava sulla poltrona reclinata. "Il motivo?" Chiese. "Pura amenità, o amore per l'arte" si rispose. "Lei mi piace, Marconi. Il mio apprezzamento è talmente sentito che la reputo all'altezza di duettare con me, improvvisando una storia. In ambito musicale si chiama jam session. Il prodotto che ne scaturisce è tanto più apprezzabile quanto più bravi sono gli esecutori. Nel nostro caso, sono fiducioso del risultato."

"La proposta è interessante" concessi. "Ma ci vorrà del tempo..."

"Abbiamo tutto il tempo che vuole. Intanto possiamo iniziare, se crede. Potremo continuare nei giorni a venire, se il gioco funziona."

"Potremmo anche impantanarci nella storia" ipotizzai.

"E' una possibilità che reputo remota. Lei è comunque libero di declinare il mio invito, se non se la sente. Non mi offendo, mi creda."

Mi concessi qualche secondo per riflettere. Era una sfida, pensavo, ma anche un'opportunità di conquistarmi un'amicizia importante. E poi il gioco mi solleticava. Accettai e glielo dissi.

"Bene" approvò Arnett. "Allora può cominciare. Parli pure liberamente, ma sappia che tutto ciò che diremo da ora in poi verrà registrato". Armeggiò con la mano sinistra all'interno del bracciolo, sicuramente azionando il comando.

"Aspetti un momento!" Intervenni. "Non so se dobbiamo stabilire un tema o un limite di tempo massimo per riflettere." Arnett rise. "Ha la massima libertà, sia sul tema che sui tempi che le occorrono per riflettere."

"Perfetto" dissi. Quindi iniziai:

 

Buio pesto.

Sopra, sotto... dappertutto. Tastò il pavimento, quindi, alzando il braccio, annaspò il vuoto cercando i confini di quell'universo imperscrutabile e infinito. Poi giunse il panico. "Calma!" si impose. "Devo stare calmo, se non voglio impazzire". "D'accordo, cerchiamo di ragionare... Forse è solo un sogno." Ma quando si sogna, pensò, non si è consapevoli di sognare, a meno che non si tratti di un cosiddetto sogno lucido. "Ma questo non è un sogno!" disse ad alta voce, più che altro per sondare acusticamente i confini di quell'ambiente assolutamente nero. Ascoltò il suono della sua voce perdersi nel nulla. Poteva quindi escludere un locale angusto o pareti invisibili nelle vicinanze. Tastò il pavimento cercando degli indizi, ma tutto era liscio come vi fosse un rivestimento che non riusciva a decifrare. Non percepiva al tatto le linee di fuga dei mattoni o della ceramiche, tanto meno della pietra, che almeno sarebbe stata fredda. Non sapeva che direzione avrebbe preso, ma decise di avanzare carponi ispezionando il terreno con la massima cautela. Poteva esserci un ostacolo o un baratro dove precipitare. Precipitare dove, poi?, si chiese. Nel nulla. Per lo meno quel nulla aveva una base su cui spostarsi, seppure imperscrutabile, magari infinita.

Aveva paura. Paura di che? Della morte?

"Non ricordo neppure chi sono" si disse, "non ho identità, ricordi, affetti cui aggrapparmi, volti di persone care sulle quali versare lacrime. Nulla. Sono il Nulla. E allora perché ho paura di morire, se non c'è nulla che sia mai iniziato? Forse sono già morto. Tuttavia se non esiste l'ego, non può esserci fine né inizio. Ma se esisto, devo essere qualcuno che ora non ricordo. Forse ho avuto un trauma e ho perso la memoria...

Il buio così fitto però non è plausibile. Senza un barlume di luce, pensò, non so neppure se ci vedo o se sono cieco. Un fiammifero o un accendino potrebbero svelare il mistero di quel buio quasi materiale. Si tastò addosso. Non era nudo. Indossava scarpe, calzoni, camicia e giacca. Non poteva vedere i colori, ma almeno intuiva la foggia. Si frugò nelle tasche, ma erano vuote. Niente accendino o fiammiferi. La giacca doveva essere sportiva, a giudicare dal taglio e dalla trama grossa del filato, quasi certamente di lana. La camicia era di cotone, sbottonata sul collo. I pantaloni avevano un tessuto ruvido, forse si trattava di jeans. Cercò di immaginarsi la sua figura, tutto sommato snella, alta sul metro e ottanta. Il volto... corse coi polpastrelli lungo i lineamenti del viso. I tratti erano regolari. I capelli non poteva immaginare di che colore fossero, ma constatò il taglio corto, anche se non troppo recente.

Tornò a tastare il pavimento, pur non riuscendo a capire di che materiale fosse. Poi si fece coraggio e si alzò in piedi. Camminando di fianco, avanzava muovendo il braccio destro davanti a sé, come una sorta di antenna. Respirò l'aria, se di aria si trattava, a pieni polmoni. Non avvertiva umidità, né alcun odore. Decise di camminare finché le forze glielo consentivano. La dignità della sua esistenza consisteva unicamente nell'esplorare quel mondo decisamente tetro.

 

 

“Interessante” fu il commento di Arnett.”Il buio da lei descritto nella storia crea sicuramente patos, ed è comprensibile. Soltanto uno scrittore dotato come lei poteva immaginare un mondo senza luce.” La bocca dello scrittore si serrò sarcasticamente. “Per me sarebbe stato estremamente facile. Sono cieco, e mi viene il sospetto che questa mia condizione le sia servita da spunto.” Arnett sollevò la mano, rassicurandomi. “Badi che non la biasimo per questo, anzi. E’ consuetudine che uno scrittore usi la realtà per intessere trame immaginarie.” Si concesse un attimo di riflessione, quindi aggiunse: “Ora, se me lo consente, vorrei riallacciarmi al suo racconto cambiando momentaneamente scenario.”

“Per me va bene” Dissi.

Arnett si schiarì la voce, declamando comodamente reclinato in direzione del soffitto:

 

Hans Gruber aveva gli occhi celesti, talmente chiari da apparire trasparenti, che conferivano al suo sguardo una freddezza glaciale e inespressiva. Il volto, pure impassibile, era scarno e spigoloso come una scultura lignea tirolese. Il corpo magro e slanciato si muoveva rigidamente nella stanza. Nonostante l’area fosse angusta, Gruber la percorreva trasversalmente in continuazione, con pochi passi lunghi, animato da un nervosismo evidente, quasi teatrale. Lo seguiva la sua ombra corta, incerta e oscillante, in sincrono con la lampadina che pendeva dal soffitto a volta, talmente alto da lasciare nell’oscurità il punto di partenza del filo elettrico attorcigliato che sosteneva la lampadina. La luce era appena sufficiente ad illuminare la stanza priva di arredi, a parte la sedia posta al centro, proprio sotto il fascio di luce incerto della lampadina. La sedia era occupata da un uomo seduto, con le caviglie legate e i polsi dietro la spalliera, anch’essi legati, ma talmente stretti che la corda gli aveva lacerato la pelle. L’uomo seguiva con lo sguardo i movimenti di Gruber col solo occhio destro, perché l’altro era gonfio e tumefatto dai colpi ricevuti. Era costretto a fare brevi respiri per contenere le fitte di dolore causate dalle costole incrinate. Lo avevano percosso col manganello in modo coscienzioso, tipicamente tedesco, senza procurargli ferite mortali. Erano trascorsi sette giorni dal suo arresto, e ogni giorno veniva interrogato dagli aguzzini della Gestapo per sapere da lui dove si nascondeva Otto Schanzer, il nazista rinnegato che militava nelle fila partigiane del Casentino. Il ghigno di scherno gli ricordò dolorosamente il labbro superiore spaccato di fresco, ma lo consolava l’idea che i nazisti pativano l’onta di un soldato tedesco disertore.

Hans Gruber continuava a camminare nervosamente avanti e indietro, senza togliere gli occhi di dosso al prigioniero. Poi, all’improvviso urlò qualcosa in tedesco. Il prigioniero lo soppesò con lo sguardo. Non sapeva se quel latrato era rivolto a lui o alle mura della cella. Oltre loro due, non c’era nessuno. Poi udì la porta aprirsi e quindi i passi militari di un altro tedesco. Evidentemente Gruber aveva chiamato il soldato. Sentì sbattere i tacchi alle sue spalle e, non vedendolo, immaginò l’immancabile saluto nazista.

“Tiere spreche nicht” pronunciò Gruber con disgusto.

“Musse ich ihn totschlagen?” Chiese il soldato.

“Ja, aber langsam” concesse Gruber. “Befor er musst leiden.”

“Sehr gern, herr Major.”

Il Maggiore Gruber cominciò a girare intorno al prigioniero, studiandolo in silenzio, come se valutasse le sue capacità di resistenza. Ammirava i polsi che si agitavano sotto i nodi della corda alle spalle dell’uomo nonostante le ferite aperte e sanguinanti.

“Ma bene, signor Fabbroni” lo apostrofò con voce roca il tedesco, “vedo che le energie non la abbandonano. Sappia che la lascio in buone mani” lo informò guardando il soldato ancora sull’attenti. “Il Tenente, qui, si occuperà di lei, e le prometto che non sarà per niente piacevole!”

Fabbroni rimase immobile, coraggiosamente indifferente alle minacce del Maggiore.

“Vedo che è deciso a non parlare” constatò Gruber, “ma forse cambierà idea, perché il Tenente è molto abile nel suo lavoro, solo che non capisce la sua lingua. Quindi, che lei parli o stia zitto, per lui è indifferente. L’ho chiamato solo perché ha ricevuto il mio ordine di strapparle la vita molto lentamente.” Sorrise divertito all’idea. “Le assicuro che è uno specialista in questo genere di cose.”

Continuò a camminare nella cella senza aggiungere altro, come se stesse riflettendo, lasciando in realtà il prigioniero sospeso in un silenzio carico di minacce. “Io invece, caro signor Fabbroni” riprese in tono più conciliante Gruber, “sono molto interessato a sentirla parlare. E da lei voglio sapere una sola, semplice cosa…” si fermò davanti a Fabbroni, talmente vicino che il prigioniero non poteva osservarlo in viso. Si limitò allora a contemplare gli stivali neri e lucidi mentre Gruber alzò improvvisamente il timbro della voce: “Dove si nasconde Otto Schanzer?”

Fabbroni era totalmente preso ad osservare i riflessi baluginanti e fiochi sulla punta dello stivale del Maggiore.

“Allora?” Urlò Gruber, “preferisce forse morire?”

“Forse” sussurrò Fabbroni.

Il Maggiore parve stupirsi della risposta. “Oh, si!” concesse con enfasi il tedesco, “arriverà a desiderare di morire, questo glielo assicuro. Ma non sarà poi così veloce!”

Il prigioniero sollevò a fatica il capo per guardare Gruber negli occhi. Aveva un ghigno di disgusto stampato in volto e lo sguardo carico di odio. “Me ne andrò da questo lurido posto” bisbigliò con voce rauca.

“Was hast du gesagt?“ Chiese sorpreso Gruber. Rise di gusto dandosi persino una pacca sulla coscia. “Lei vorrebbe evadere da questa prigione?” Domandò incredulo. “Evidentemente non si rende conto che siamo nelle segrete di un vecchio castello, le cui pareti sono costituite da solidi blocchi di pietra spessi un metro. La sola via di uscita” disse indicando la porta “è difesa da quattro soldati armati e pronti ad uccidere.” Osservò quindi la piccola apertura ogivale protetta da sbarre di acciaio posta a tre metri dal suolo. “A meno che non intende infilarsi tra le sbarre di quella finestrella dove non riescono a passare neppure i gatti.”

“Me ne andrò da questa fogna!” sussurrò Fabbroni più a se stesso che al Maggiore.

Questi lo guardò con aria commiserevole:” Ach so, natürlich” concesse. “Buona fortuna, allora!” Poi si diresse verso la porta annunciando: “Du bist tot!” disse aprendola. Lo ripeté per la seconda volta alzando il tono di voce, come se pronunciasse una sentenza, sbattendo pesantemente l’uscio alle sue spalle.

 

Arnett smise di raccontare la sua storia restando comodamente reclinato sulla poltrona, ma ancora assorto, forse assorbito dal suo protagonista. Mi impressionò la concentrazione dello scrittore mentre parlava, come se stesse esponendo dei ricordi vividi e reali. Mi colpì maggiormente il modo in cui impersonava Gruber, tanto che quasi lo confondevo col suo personaggio. Arnett era molto più anziano di Gruber, i capelli erano lisci e bianchi, ancora folti ma ordinati e tagliati corti. Anche i suoi lineamenti erano spigolosi e il volto era scarno. Aveva qualcosa di Gruber, ma la sua pelle era distesa, quasi priva di rughe e l’espressione dello scrittore era rilassata. Arnett appariva decisamente più umano. Gli occhi spenti erano ancora assorti nel suo immaginario viaggio fantastico.

“’Du bist tot’” dissi distogliendo Arnett dal suo torpore, “vuol dire ‘tu sei morto’?”

Lo scrittore sospirò tornando alla sua buia realtà. “Si” rispose tornando a posizionare la poltrona nella consueta modalità. “Conosce anche lei il tedesco?” Chiese.

“Neanche un po’” ammisi. “Ho solo intuito il significato dal contesto della storia.”

“E cosa ne pensa del mio racconto?”

“Impressionante” concessi. “Ha un modo di esporre davvero avvincente. Devo ammettere che non sono all’altezza delle sue capacità narrative. Non a caso lei è Edwin Arnett.”

“Non dica così” si schermì Arnett, “lei è ancora giovane ed ha delle potenzialità sorprendenti.”

“Troppo gentile da parte sua.”

“Non sono affatto gentile. Sono una persona educata, ma non risparmio a nessuno le mie critiche. Se le dico che è bravo, è un dato oggettivo, non un complimento. Sono così convinto delle sue capacità che sono certo riuscirà a sorprendermi proseguendo nel nostro racconto.”

“A questo punto mi dispiace deluderla, ma devo arrendermi” confessai.

“Perché?”

“Sono in difficoltà” ammisi. “E’ praticamente impossibile far convergere le nostre storie, la mia, col mio uomo perso nel buio e la sua, col suo gerarca nazista. Come minimo, ci devo riflettere.”

“Bene” riconobbe Arnett sorridendo. “Abbiamo abbastanza tempo a disposizione.”

“Lei ha tutto quello che le occorre per scrivere romanzi” ribattei stizzito. “Non ricordo neppure quanti impiegati lavorano alle sue dipendenze. Io per vivere devo lavorare, e dedico alla narrativa i pochi momenti liberi che riesco a ritagliare. Non ho tutto il tempo che voglio, purtroppo.”

Arnett alzò le mani in segno di resa. “Non voglio costringerla a rimanere. Però le confesso che mi dispiacerebbe lasciare incompiuto il nostro lavoro. Si prenda la pausa che ritiene opportuno, ma torni! Non possiamo lasciare i nostri personaggi troppo a lungo in animazione sospesa.”

Sorrisi all’idea. “D’accordo" convenni. "Tornerò domani pomeriggio.”

 

 

 

Il dolore al muscolo deltoide teso nello sforzo di annaspare nel buio faceva supporre che fossero trascorse almeno un paio d'ore da quando aveva iniziato a camminare. I primi minuti erano stati angosciosi e sfibranti, con il terrore di imbattersi in ogni istante in qualche ostacolo invisibile. I passi erano incerti e brevi, sempre protesi con cautela a sondare il terreno circostante. Questo perché l'ostacolo poteva anche essere basso e in grado di farlo inciampare rovinosamente in qualsiasi momento. Col trascorrere del tempo aumentava la tensione e la stanchezza. In quelle condizioni era realmente in grado di sperimentare le problematiche di chi non può vedere e capì quanto poteva essergli utile il classico bastone bianco che usavano i ciechi.

Poi, dopo circa un quarto d'ora, la mente dell'uomo si ribellò a quello stress insostenibile e decise di abbandonare ogni cautela e di procedere più speditamente nella completa oscurità. Meglio la possibilità di un infortunio anche grave piuttosto che vivere costantemente nella paura. Solo il braccio,istintivamente, si protendeva inutilmente in avanti. A quell'andatura spedita, anche se avesse avvertito un ostacolo, si sarebbe certamente fratturato l'arto. Mise in conto tutti i rischi, e decise che era preferibile sbrigarsi ad uscire da quell'incubo. Costi quel che costi.

Poi vinse la stanchezza. Si accasciò al suolo, steso su un fianco ascoltando il suo respiro affannoso. I muscoli delle gambe erano doloranti. Quello della spalla, neanche più lo sentiva. Doveva recuperare le forze. Si costrinse a riposare e chiuse gli occhi. Percepiva le palpebre gonfie e i bulbi oculari muoversi senza motivo. Era passato dal buio al buio. Anche se non serviva, lasciò gli occhi chiusi. Avrebbe almeno in parte tranquillizzato il suo subconscio.

Si tolse una scarpa, deponendola con cura davanti a sé, con la punta rivolta nella direzione che aveva intrapreso.

L'assenza di luce gli ricordava il preludio al sonno. Forse dormì pure per del tempo che non riusciva a determinare, e quando fece per sollevarsi lo colse una fitta dolorosa alla spalla. Il muscolo si era raffreddato, acutizzando il dolore. Cercò a tentoni la scarpa stando ben attento a non spostarla. La individuò. Si mise quindi seduto nella stessa direzione della punta della sua scarpa. Molto lentamente, si costrinse ad alzarsi in piedi e a camminare. Il movimento avrebbe prodotto calore, e questo avrebbe lenito in una certa misura la sofferenza.

Camminava meno speditamente di prima, ma almeno si muoveva verso una direzione che forse l'avrebbe condotto in qualche posto. Uno qualsiasi, non importava dove, purché finisse quell'incubo.

Quando vide un puntino luminoso pensò fosse uno scherzo della mente. Chiuse gli occhi e il puntino scomparve. Li riaprì e lo vide di nuovo. Era reale! Fu allora che gli sfuggì dalla gola un urlo viscerale, quasi animalesco, ma liberatorio. Era il primo suono che emetteva da quando si era trovato in quell'inferno tenebroso. Ora aveva un punto di riferimento e una meta da raggiungere. L'adrenalina cominciò a conferirgli vigore ai muscoli e, senza rendersi conto, si ritrovò a correre incurante dell'oscurità che ancora lo attanagliava. Il puntino luminoso si stava lentamente trasformando in un lucore sempre più diffuso e avanzando lo vedeva irradiarsi lentamente nella circonferenza e nell'intensità. Ad un certo punto, il chiarore arrivò a riverberare sulla superficie liscia e sconfinata, fino a raggiungerlo in riflessi evanescenti. Ancora non capiva dove si trovava e neanche gliene importava. La corsa intanto si faceva scomposta mentre il cuore gli era arrivato in gola, i polmoni affannavano e la milza lanciava fitte dolorose. Si ritrovò piegato in due per recuperare il respiro, sconfitto dalla spossatezza.

Passato il primo entusiasmo, riprese a camminare ad un andatura spedita e costante, tale da consentirgli di giungere alla meta senza sforzi esagerati.

La luce intanto si espandeva in un orizzonte sconfinato, sempre più ampia e luminosa. Quando si fece addirittura accecante, si voltò a guardare la strada che aveva percorso, e solo allora riconobbe il posto e cominciò a ricordare. Si trovò ad osservare un tunnel di dimensioni enormi che l'ingegneria umana non avrebbe mai concepito. Ricordò persino le volte precedenti che lo aveva percorso. Era il 'suo' tunnel, la sua via di fuga che nessuno poteva conoscere. Il sorriso che stava emergendo sulle labbra sparì d'improvviso quando gli parve di sentire un lamento lontano.

Non lo riteneva possibile, ma qualcuno aveva scoperto il suo passaggio segreto e lo aveva seguito.

Non aveva tempo da perdere. Si voltò e avanzò fino al bordo del tunnel. La luce era accecante e gli occhi iniziarono a lacrimare. Sotto di lui la luce scorreva come un fiume in piena, ma sapeva che era un fascio di energia inimmaginabile, potente più di una centrale nucleare, forse più del sole. Ricordò che il tempo era una convenzione umana, che in realtà la vita era racchiusa nella sfera dello spazio-tempo e che questa era pura energia. Fuori della convenzione temporale, esisteva il Tutto o il Nulla, la via di fuga dalla dimensione illusoria del mondo fenomenico, il Tunnel, come amava definirlo, ovvero la zona buia che aveva appena percorso. Sapeva che doveva proteggersi gli occhi prima di effettuare il salto nel fiume di luce, per tuffarsi, ancora una volta, nel divenire...

 

 

Arnett batté lentamente le mani visibilmente compiaciuto. "Notevole" commentò. "Devo riconoscere che non è facile soffermarsi in un ambiente privo di tutto, come il buio, avvalendosi delle sole capacità introspettive per raccontarlo. Inoltre ha fatto cenno a teorie di fisica quantistica. Le faccio i miei complimenti."

"Grazie."

"Però devo confessarle che immaginavo avesse trovato l'aggancio con la mia storia. Era un onore che le avevo lasciato volentieri. Ma vedo che ancora brancola nel buio, se mi consente l'ironia."

"La ringrazio della fiducia" dissi "e in effetti ho trovato l'aggancio. Ma dovrei operare un cambio di scena, se rientra nelle regole del gioco."

Arnett appariva raggiante. Intrecciò le dita all'altezza del petto: "Ha carta bianca" disse. "Ma prima che continui e, badi bene, non vedo l'ora, direi di consumare una cena frugale, vista l'ora. Che ne dice?" Guardai l'orologio. Erano le diciannove. Arnett sembrò avvertire la mia titubanza. "D'altronde" proseguì "mi ha onorato della sua visita nel tardo pomeriggio, e al punto in cui siamo, mi sembra un delitto rimandare la sua storia a domani."

Pensai che non aveva tutti i torti. “Per me, va bene” dissi. “Accetto volentieri l’invito.”

Lo scrittore era visibilmente soddisfatto. “Perfetto” approvò. “Di solito, quando il tempo me lo consente, vado a mangiare in un ristorante poco distante. Quando invece il tempo è tiranno, come nel nostro caso, è il ristorante che mi porta da mangiare in casa. Ha nulla in contrario se ci facciamo recapitare la cena a domicilio?”

“Nulla in contrario” risposi.

Ci accordammo sul menù che Arnett riferì a Laura. La segretaria avrebbe trasmesso l’ordine al ristorante e un fattorino ci avrebbe portato direttamente in ufficio le pietanze. Lo scrittore pronosticò un’attesa di circa mezz’ora. Nel frattempo chiesi di poter usufruire del bagno, che la solerte Laura mi indicò, spiegandomi che era quello di servizio, ma il più vicino.

Il bagno di servizio era grande tre volte il mio. Facendo le debite proporzioni, nel bagno di rappresentanza doveva esserci un tavolo da biliardo e lampadari di cristallo. Mi lavai le mani e diedi un occhiata in giro. Le maioliche avevano una tinta rosa sfumata che conferiva all'ambiente una intimità tipicamente femminile. Le rubinetterie in ottone massiccio erano in sintonia con la plafoniera e la cornice baroccheggiante dello specchio. Il mobile del lavabo era laccato bianco con decorazioni floreali rosa appena accennate. Mi asciugai le mani e, per pura curiosità, aprii il cassetto sotto il lavabo. Trovai la scorta delle saponette e dei dentifrici. Nel cassetto sottostante c'era due buste intatte con cotone idrofilo. Sotto una busta intravidi brillare qualcosa, forse una moneta. Scostai il cotone e raccolsi una coppia di gemelli. Sembrava fossero d'oro. Al centro era incastonato un dischetto d'avorio con due lettere incise, ma quasi illeggibili. Era rimasta solo una leggera traccia di colore nero che andava a marcare le lettere. Avvicinai i gemelli agli occhi per tentare di decifrarle. Sembrava fossero incise un 'O' e una 'S'. Rimisi a posto i gioielli e chiusi il cassetto. Mi chiedevo a chi potevano appartenere i gemelli. Arnett, da quel che avevo notato, non li indossava. Vestiva anzi in modo abbastanza casual, ed eventualmente, le lettere incise avrebbero dovuto essere una 'E' e una 'A', Edwin Arnett. La cosa, pensai, non mi dovrebbe interessare. Mi auto rimproverai di essere un ficcanaso. Il fatto di non essere visto non giustificava la mia indiscrezione.

Tornai da Arnett. Parlammo della crisi economica e dello strapotere delle banche sulle politiche economiche europee e della politica italiana dopo il ventennio berlusconiano. Poi venne il fattorino a stornare le nostre attenzioni sul cibo. Mangiammo di gusto il filetto di chianina al tartufo bianco d'Alba con funghi porcini trifolati. Per il vino scelse Arnett direttamente dalla sua cantina. "Un Tignanello Antinori" annunciò con un certo orgoglio.

La cena ci mise entrambi di buon umore. A quel punto ricordai al mio anfitrione che dovevo proseguire nella storia, ma che avrei cambiato scena, come già avevo annunciato. Arnett non chiedeva di meglio. Pendeva dalle mie labbra, disse.

 

Il nome di Carlo Fabbroni era scritto con pennarello nero sulla cartellina voluminosa, e l'incartamento era sul piano di una scrivania. Una mano virile la spinse nel lato opposto, nella parte dove giunse la mano di una signora a raccoglierla. La donna era sulla cinquantina, bella, persino usando poco trucco, e fiera nel portamento. Aveva del fascino, ma era una di quelle rare donne che non lo ostentavano. Sedeva sul bordo della poltrona, come se volesse resistere agli agi dell'imbottitura.

L'uomo all'altro lato della scrivania aveva l'espressione stanca e distaccata. Anche lui sulla cinquantina, ma leggermente appesantito e con poche, marcate rughe. I lineamenti del viso erano regolari, ma la barba di due giorni e le borse sotto gli occhi lo invecchiavano di dieci anni. "Questo è tutto il materiale che sono riuscito a trovare, signora" spiegò l'investigatore. "Purtroppo non sono riuscito a trovare prove concrete circa la morte di suo padre. Ma come potrà constatare" disse indicando la cartella, "tutto lascia supporre che sia stato catturato dai tedeschi nel '43 e deportato in Germania."

"La ringrazio signor Consolo" pronunciò la donna con una certa stizza. "Questo però me lo aveva già annunciato per telefono. Le sarei grata se per il momento mi facesse un resoconto verbale. Poi mi leggerò con calma il contenuto di questa cartellina."

Consolo sospirò con aria stanca. Probabilmente lo era. valutò con lo sguardo la donna, ma con la giusta calma, tanto da farla agitare sul bordo della poltrona. Stava valutando che il carattere acido della donna svalutava quanto di meglio si era conservato. Peccato. "Sono stato in Germania" la informò, "nella Renania settentrionale, per l'esattezza, e ho visitato il castello di Wewelsburg dove suo padre è stato tenuto prigioniero per una settimana. E' tutto documentato" disse indicando la cartella. La signora Fabbroni socchiuse gli occhi alzando il mento. L'investigatore capì che doveva continuare a parlare. "Non è stato facile, perché ho dovuto fare pressioni presso l'archivio di Stato, ma alla fine ho potuto fare delle copie di alcuni documenti risalenti ai tempi della Gestapo."

"Forse è il caso che veda subito questo documento" propose la donna.

"Concordo" ammise l'investigatore. "Se mi passa la cartella glielo faccio vedere." Consolo cercò tra le carte  e trovò quasi subito la fotocopia che cercava. Lo consegnò alla donna, che studiò attentamente la lista dei nomi battuti a macchina. Scorreva l'elenco accompagnando lo sguardo con l'indice della mano destra. Si fermò sul nome di suo padre.

"Eccolo!" Annunciò. Notò poi che la colonna dei nomi stava sotto il titolo Verhaftet. Spostò l'indice sulla parola. "Cosa significa?" Volle sapere.

L'uomo si allungò sul piano della scrivania per leggere. "Arrestato" rispose.

Nella colonna affianco al nome c'erano delle date. La signora Fabbroni azzardò l'ipotesi che fosse la data di arresto, e Consolo le diede ragione. "Dunque è stato arrestato il 17 ottobre del 1943!"

L'uomo annuì con malcelata pazienza. La donna spostò l'indice nella colonna successiva segnata da delle 'X'. In cima alla colonna stava scritto 'Gefragt'. Il detective, intuendo la domanda successiva, la anticipò: "Quella parola vuol dire 'interrogato'."

"Ci sono sette 'X'"

"Vuol dire che è stato interrogato per sette giorni."

La donna indicò l'ultima colonna con altre 'X', intitolata 'Ingerichtet'. "Immagino che questa parola voglia dire 'ucciso'"

"Più o meno" ammise Consolo. "Per l'esattezza significa 'giustiziato'"

La donna si illuminò. "Allora avevo ragione io" disse trionfante, scendendo con l'indice in corrispondenza del nome del padre, "qui manca la 'X'! Questo sta a significare che mio padre è vivo!"

Consolo appariva ancora più stanco. Parlò in modo rassegnato, ma calmo: "Quella casella vuota non dà adito a troppe speranze, purtroppo. Mi dispiace doverle dire che da quel castello nessun prigioniero è uscito vivo."

"Mio padre si!" Si ostinò la donna.

Consolo si grattò rumorosamente la guancia. Sospirò. "Mi ascolti, signora. Se vuole posso continuare le indagini, ma lo dico contro i miei interessi, sono soldi buttati via. Suo padre era capocellula dei partigiani che operavano in Toscana, tra Arezzo e Firenze. Dalle mie indagini che ho dettagliatamente documentato, risulta che suo padre abbia dato parecchio filo da torcere ai tedeschi, soprattutto grazie alle informazioni che gli forniva un nazista rinnegato, un certo Otto Schanzer. Ma anche di quest'uomo non si hanno notizie. Però in questo caso il silenzio è comprensibile. Il Terzo Reich aveva tutto l'interesse a far fuori un disertore tedesco senza tanto clamore."

"Di questo Otto Schanzer non mi interessa un fico secco" sentenziò la donna. "Il fatto che mio padre non risulti giustiziato, significa che è vivo, o che per lo meno sia sopravvissuto alla prigionia."

La pazienza di Consolo si stava incrinando. "Signora Fabbroni" supplicò,"o lei è in possesso di prove che io non ho, oppure suo padre è una delle tante vittime della seconda guerra mondiale." L'investigatore si prese una pausa, quindi scosse la testa. "Onestamente non capisco questa sua presa di posizione. Nella migliore delle ipotesi, se suo padre fosse ancora vivo, sarebbe quasi novantenne. Il fatto poi che io abbia indagato anche su Otto Schanzer, è giustificato dall'appartenenza di entrambi alla stessa cellula partigiana. Se avessi rintracciato Otto Schanzer vivo, forse mi avrebbe condotto a suo padre. Ho fatto delle ricerche anche su Federico Acciai…"

"So chi era Acciai. E' stato l'ultimo partigiano ad essere ucciso dai nazisti. Lo arrestarono a Talla, un paese del Casentino in provincia di Arezzo, e lo impiccarono al ramo di una quercia di fronte la scuola elementare."

"Un momento!" si allarmò Consolo. "Io questo l'ho scoperto dopo tre settimane di ricerche, lei come fa a saperlo?"

La donna si frugò nella borsa con un certo compiacimento. Estrasse un quaderno con la copertina nera e lo consegnò all'investigatore. "Comunque stavo per dirglielo" si giustificò. "L'ho ricevuto solo due giorni fa."

"Di cosa si tratta?" Chiese.

"E' il diario di mio padre."

Consolo lo sfogliò con sospetto. Ispezionò alcuni fogli tra il pollice e l'indice. Se lo rigirò tra le mani, quasi soppesandolo. Arrivò persino ad annusarlo. Alla fine scosse la testa. "Questo quaderno dovrebbe avere una sessantina d'anni, ma ancora odora di inchiostro. Le pagine dovrebbero essere ingiallite dal tempo, invece sono perfettamente bianche. Mi spiace" concluse l'uomo, "ma qualcuno la sta bidonando."

"Lei crede che non ci abbia pensato?" Si risentì la donna. "Ho notato anch'io che il quaderno non era abbastanza vecchio, ma ho confrontato la calligrafia del diario con le lettere che mio padre spediva a mia madre. Le assicuro che è la stessa mano!"

Consolo inarcò le sopracciglia. "Mah" fece perplesso, "ha mica una di quelle lettere con sé?"

La signora Fabbroni tirò fuori dalla borsa una vecchia busta, lisa e ingiallita. Gliela porse. "Sapevo che me lo avrebbe chiesto!" Disse con una certa soddisfazione.

L'uomo estrasse fuori delicatamente la lettera, l'aprì e cominciò a confrontare la calligrafia. "In effetti si somigliano" ammise.

"Le grafie sono decisamente identiche." Corresse la donna.

"Si, è vero" concesse Consolo, "ma sull'autenticità del diario, nessuno ci metterebbe la mano sul fuoco. Il supporto cartaceo è decisamente recente nel diario, mentre si vede che la lettera ha più di mezzo secolo. Secondo me, le hanno fatto uno scherzo di cattivo gusto. Ma lo hanno fatto ad arte, bisogna ammetterlo."

"No" protestò la donna, "non è possibile. Se legge il diario se ne renderà conto personalmente. Ci sono fatti descritti con dovizia di particolari che nessun testo storico riporta. La misera fine di Acciai, ad esempio, è la prova evidente che chi ha scritto il diario è stato testimone oculare di quella tragedia."

"E come giustifica il quaderno semi nuovo?"

"Non lo so" ammise la Fabbroni, "ma prima di venire da lei ho portato il quaderno in diverse cartolerie, dove i commercianti più anziani lo hanno subito ritenuto un prodotto dell'era fascista."

Consolo finse un tono di meraviglia. "Davvero?"

"C'è poco da scherzare" si risentì la donna, "sul retro della copertina c'è il marchio della tipografia con accanto il fascio littorio. Controlli!"

Consolo controllò e vide il marchio. "E va bene" si arrese, "mi dia modo di leggere il diario e di verificarne i dati. Se il diario fosse autentico ci potrebbe fornire preziosi indizi. Se lo avessi avuto prima, avremmo potuto risparmiare tempo e denaro. Ma mi dica" aggiunse, "come ha ricevuto il diario?"

"Per posta. Era avvolto nella solita carta da pacchi."

"Ha conservato la carta?"

"No, perché? In genere la cestino."

"Ma almeno il timbro postale, l'ha notato?"

"Certo. Il pacco proveniva da Roma e il timbro riportava la data di cinque giorni prima. Più o meno corrispondono ai tempi di consegna delle Poste."

"La grafia dell'indirizzo?" Volle sapere Consolo.

"Era scritta a mano, ma in stampatello. Onestamente non ci feci granché caso."

"Poteva essere" ipotizzò Consolo "… la domanda le potrà sembrarle bizzarra" avvisò, "ma poteva essere la scrittura di suo padre?"

"Può darsi" ammise con tranquillità la signora Fabbroni, "ma l'indirizzo era scritto con una moderna penna a sfera."

 

Arnett si massaggiava il mento con pignola attenzione. "Il diario" stava riflettendo, "come le è venuto in mente di tirare in ballo un diario?"

"E' un'idea come un'altra" minimizzai.

Lo scrittore sembrava non avermi ascoltato. Spostò le dita dal mento alle labbra, tormentandole. "Invece è stato abilissimo. E' riuscito a coinvolgere i miei personaggi nella sua storia, anche se ci sono ancora grosse lacune che prevedo colmerà nel prossimo capitolo."

Sorrisi impudentemente, sapendo che non poteva vedermi. Arnett lo vedevo per la prima volta assorto, quasi preoccupato della piega che stava prendendo la storia. "In genere, i misteri vengono svelati solo alla fine" affermai. "Nel caso specifico, ho pronte varie soluzioni che si adatteranno al suo prossimo intervento."

"Ha fatto i compiti a casa!" ironizzò con una punta di acredine. "Ma Bravo! Si è dimostrato più accorto di quanto pensassi, anche se, col mio prossimo intervento, potrei scombinarle tutti i piani."

"Mi sembra di capire che il bello di questo gioco consiste nell'improvvisazione" puntualizzai. "Cercherò di essere all'altezza della sua prossima mossa."

"Bene!" Esclamò congiungendo le mani. "Per oggi abbiamo lavorato abbastanza, non crede? Suggerirei di rivederci domani pomeriggio per continuare il nostro racconto.”

Mi dichiarai d’accordo. Ci salutammo ed uscii dall’ufficio di Arnett con un certo sollievo. Ero stanco, e al tempo stesso mi sentivo ancora sotto l’influsso dell’adrenalina letteraria. Il fuoco sacro dell’arte, considerai, ma anche una sorta di inquietudine che l’evolversi del racconto, velatamente, mi aveva trasmesso.

Nel corridoio comparve Laura. Non capivo come facesse ad essere sempre presente quando occorreva. Neppure sapevo dove fosse il suo ufficio. Sicuramente era attrezzata con un interfono sempre collegato con l’ufficio di Arnett. Ipotizzai persino l’esistenza di micro telecamere sapientemente nascoste nella villa a sua disposizione. Se non altro, era un piacere vederla comparire.

La segretaria mi attese sorridendo. “Ci lascia?” Chiese.

“Direi di si. Per oggi abbiamo dato abbastanza.”

“Ne avrete ancora per molto?” Si informò affiancandomi nello scendere le scale. “Glielo chiedo perché oggi mi sembra particolarmente stanco.”

Sorrisi. “Cosa non si fa per il grande Arnett!”

“Lavorare per lui, a volte è dura, ma è sempre redditizio.”

“Per lei sicuramente” obbiettai guardandola. “Con me si sta divertendo. Può darsi però che alla fine mi dia la mancia. Lei che dice, ci posso sperare?”

Laura parve perplessa. “Mah” fece, “Sarebbe la prima volta che Arnett perde tempo solo per giocare. Lei sa, vero, che riesce a pubblicare in media quattro romanzi l’anno?”

“Chi non lo sa?” le feci notare. “So pure che i suoi lavori vengono tradotti in sette lingue. Col denaro che ha già guadagnato, potrebbe vivere di rendita per le prossime venti reincarnazioni.”

Laura rise. “Verissimo. Ma ciò conferma che Arnett lavora per il solo piacere di farlo. Non ha bisogno di denaro, però non fa nulla senza una compenso, mi creda. Al tempo stesso, è sempre molto attento a retribuire generosamente chi lo aiuta.”

“Potrebbe essere il mio caso?” ipotizzai.

“Ne sono certa.”

“Allora domani tornerò un po’ più motivato.”

Eravamo giunti alla porta, che lei ebbe la cortesia di aprire. Mi strinse la mano con equilibrata energia e attese che mi allontanassi prima di richiudere l’uscio. Riflettei che Laura aveva tutte le qualità di una segretaria. In realtà mi piaceva tutto di lei.

 

 

Il tenente osservava la sedia inebetito con la mascella inerte, gli occhi sbarrati e increduli. La corda che stringeva i polsi del prigioniero era ancora annodata, ma in terra, dietro la spalliera. Ai piedi della sedia c’erano ancora le corde, anch’esse annodate, che lui personalmente aveva strette alle caviglie di Fabbroni. Mancava però il soggetto. Tutto sarebbe stato perfetto col prigioniero al suo posto, ma non c’era. Era misteriosamente svanito. Involontariamente fece un accostamento blasfemo, ricordando gli atti degli apostoli, quando Pietro, entrando nel sepolcro, vide il telo che avvolgeva Gesù svuotato del suo contenuto. Ma il prigioniero non era Gesù e, in genere, i partigiani non risorgevano. Cosa avrebbe riferito al Maggiore Gruber, che il prigioniero era evaso, sparito, dissolto nel nulla, oltretutto sotto i suoi occhi? Andò col dito a toccare le stecche della spalliera ancora sporche del sangue causate dalle delle ferite ai polsi del partigiano. Era ancora caldo. Sollevò lo sguardo. La sola via di uscita era la finestra, ma più che altro somigliava ad una feritoia, oltretutto dotata di sbarre fin troppo ravvicinate. L’altra via di uscita era la porta. Ma era chiusa dal piantone dall’esterno. Andò con la mente a riesaminare i suoi passi. Il piantone l'aveva aperta per farlo passare. Lui entra e il piantone gli richiude la porta alle spalle. Ricordava persino quando aveva dato le mandate. A quel punto, ricordava bene, il prigioniero c’era. Era seduto e legato saldamente alla sedia. Ricordava che aveva in mano il suo manganello e che lo stava saggiando sulla sua mano, tanto per impressionare Fabbroni, per fargli intuire come sarebbe morto, perché aveva ricevuto l’ordine di ucciderlo. Al Maggiore Gruber non importava come, aveva carta bianca in questo senso, ma il prigioniero doveva assolutamente morire. Stava appunto osservando il suo manganello, quando avvertì un cambiamento repentino nella scena: Fabbroni era sparito! Ma il Tenente, sul momento, era più preoccupato della sua sorte che dell’evaso. Il Maggiore lo avrebbe spellato vivo.

“Scheiße!” Imprecò. Andò alla porta e la percosse col pugno chiamando il Piantone. Questi chiese se doveva farlo uscire. Il Tenente ci pensò un attimo, poi disse: “Non toccare la porta! Chiama subito il Maggiore Gruber!” Voleva che il Maggiore constatasse di persona che la porta era chiusa dall’esterno. Questo sicuramente avrebbe conferito un minimo di credibilità alla situazione già abbastanza assurda e incomprensibile, ma, cosa ancora più importante,  lo avrebbe salvato dalla corte marziale.

Sentì il Piantone girare la chiave nella serratura e subito dopo la porta spalancarsi.

Il Maggiore entrò come un treno. Stava per chiedere al Tenente cosa stava accadendo, quando notò la sedia vuota. La guardò accigliato, con lo sguardo carico d'odio che poi rivolse al Tenente.

"Sparito!" Farfuglio il subalterno.

"Sparito, certo!" Schernì Gruber. "Possiamo escludere la finestra come possibile via di fuga?" Chiese con voce alterata, seppure sarcastica.

"Naturalmente, herr Major."

"Già, naturalmente. Non resta allora che la porta come alternativa, giusto?" Chiese sempre al Tenente, che deglutì, preferendo non rispondere. "Ma la porta era chiusa dall'esterno, dico bene?" Incalzò il Maggiore. Poi urlò improvvisamente: "Piantone!" Questi scattò sull'attenti. Non poteva fare altro. "Adesso ti faccio una domanda chiara" aggiunse con innaturale calma Gruber, "che presuppone una risposta altrettanto chiara. Sei pronto?"

"Si signor Maggiore!" Rispose scattando di nuovo sull'attenti, terrorizzato da Gruber. In quel momento si sarebbe persino ucciso per tranquillizzare il suo superiore.

"Quante volte hai aperto questa porta da quando ne sono uscito?"

"Una sola volta, Maggiore!"

"Una?" Si sorprese Gruber. "Bene, e quando lo hai fatto?"

"Soltanto adesso, Maggiore. Per farla entrare, è ovvio!"

Gruber scosse la testa, sconsolato. "E' ovvio, certo" ammise. "Ma ne sei assolutamente sicuro?"

"Più che sicuro, Maggiore!"

"E non ti sei mai allontanato dalla porta?"

"No, mai, signore!"

Gruber cambiò tattica. "Il Tenente per caso ti ha chiamato dall'interno della cella?"

"Si, signore!"

"E tu hai aperto la porta, giusto?"

"No, signore. Il Tenente mi ha proibito di toccare la porta! Mi ha invece ordinato di venirla a chiamare"…

"Così che io vedessi come stavano effettivamente le cose, giusto?

"E' giusto, signore!"

"E va bene!" Concesse rivolgendosi all'ufficiale. "Cosa vuoi che io creda, che il prigioniero in realtà era Houdini?" Il Tenente abbassò lo sguardo. "O forse era mago Merlino?" Aggiunse il Maggiore cercando il suo sguardo.

"Può anche non credermi, Maggiore" rispose in tono dimesso, "ma quell'uomo è sparito davanti ai miei occhi. Se non crede a me" aggiunse conquistando un po' di fiducia in se stesso, "deve credere alle circostanze."

Gruber cominciò a camminare nervosamente avanti e indietro nella cella, e più saliva la collera più aumentava l'andatura. I due subalterni sapevano che di lì a poco il Maggiore sarebbe esploso. In condizioni normali, avrebbe tuonato un ordine perentorio, terribile e inappellabile, magari una rappresaglia sui civili o qualche fucilazione ancora in sospeso, invece il Maggiore si fermò improvvisamente, più riflessivo che irato.

"Piantone" chiamò, "voglio che tutti gli effetti personali dell'evaso siano portati nel mio ufficio. Subito." Quindi uscì senza aggiungere altro, seguito dallo sguardo perplesso del Tenente.

Quando entrò nel suo ufficio vide che Otto Schanzer si era appena versato del Cognac.

"Cosa sta accadendo?" chiese distrattamente Schanzer.

Mentre Hans Gruber gli spiegava l'accaduto, Otto ascoltava impassibile e silenzioso fino alla fine. Sorseggiò il liquore posandolo poi il bicchiere con esagerata cautela sulla scrivania. "Lasciamo stare i misteri, Hans. La mia cultura positivista e razionale mi impedisce di dar credito a queste sciocchezze. I fatti sono la sola cosa importante."

"Ma in questo caso,  i fatti non sono sfavorevoli" obbiettò Gruber. "Ci è scappato da sotto il naso il capo e unico superstite della cellula partigiana. Due anni di lavoro andati a puttane!"

"Non sarei così severo con te stesso" confutò Otto, "dopo tutto abbiamo fatto fuori l'intera banda tranne uno. Poi, a dirla tutta, sono io quello che ha rischiato il collo. Mi sono infiltrato nella brigata partigiana con il marchio di nazista traditore. Mi sono scontrato anche fisicamente con qualcuno di loro perché non credeva nella mia lealtà. Senza contare il tempo passato alla macchia, mangiando sporadicamente e dormendo dove capitava. Ero giunto a puzzare come un maiale, io che sono un maniaco della pulizia e che spendo un patrimonio solo per vestire. E ora mi vieni a dire che Fabbroni è sparito?" Guardò il bicchiere con il Cognac. "Pensa che quando sei entrato stavo brindando alla sua esecuzione!"

"Lo ritroveremo!" Promise cupamente Gruber.

"Beh, non pensare di usare me" volle mettere le cose in chiaro Otto. "La mia copertura è bruciata. Fabbroni lo conosco, non è uno stupido. Sa che tutti i suoi uomini sono stati giustiziati. Tutti tranne me. A quest'ora avrà già realizzato che io ero un infiltrato."

"Non pensavo a te" spiegò Gruber. "Non so ancora come, ma lo troverò e lo ucciderò personalmente."

"Ne hai avuto la possibilità e non l'hai fatto" lo rimproverò Otto. "Lo hai interrogato inutilmente per sette giorni per giocarci come il gatto col topo. Non devi mai sottovalutare i topolini!"

"Stavo assaporando la mia vendetta" spiegò acidamente Hans. "Non potevo immaginare neppure lontanamente che potesse sparire come in un gioco di prestigio."

Mentre Otto tornava a sorseggiare il suo Cognac, il Piantone entrò con uno scatolone tra le braccia. Il Maggiore gli disse di poggiarlo sulla scrivania e di togliersi dai piedi. Appena il soldato uscì, Gruber cominciò ad ispezionare il contenuto della scatola.

"Cosa speri di trovare tra quegli stracci?" Chiese Otto.

"Non lo so, un indizio qualunque" rispose Hans in preda ad una rabbia repressa.

"Troverai solo pulci, Hans. Lascia stare!"

"Scheiße!" Imprecò spazientito Gruber, "Potresti anche darmi una mano!"

"Se proprio lo ritieni necessario" concesse di mala voglia Otto, alzandosi dalla poltrona. Si tolse la giacca e staccò i gemelli dai polsini della camicia per arrotolarsi le maniche. "Secondo me, però, stai dando troppa importanza a questo partigiano." Raccolse un calzino di lana trattenendolo tra il pollice e l'indice. Lo sollevò scostando il viso. "Questo genere di indizi puzza di formaggio francese!" Disse.

Il Maggiore ignorò i commenti dell'amico che, seppure disgustato continuava a spiluccare oggetti dalla scatola. "Lascia stare!" Scattò Gruber. Afferrò la scatola e ne rovesciò il contenuto. "Così facciamo prima" decise.

Tra gli indumenti sparsi sulla scrivania, Otto notò un quaderno che sfilò da sotto gli abiti sporchi e consunti di Fabbroni. "Sembra un diario" annunciò.

Hans glielo strappò di mano. "Fai vedere!" Ne sfogliò alcune pagine e concluse: "Si, è proprio un diario." Il volto di Gruber si illuminò di un sorriso maligno. "Come ti dicevo, speravo di trovare una traccia. Questo diario potrebbe essere un indizio importante."

"Pensi che quel diario ti aiuti a ritrovare Fabbroni?"

Gruber sembrava aver ritrovato il solito sarcasmo. "Caro Otto, il diario, per definizione, è una riserva di informazioni molto personali. Oserei dire intime. Scrivere un diario è una debolezza umana, tipica dei sentimentali, delle persone insicure e deboli. In genere è custodito gelosamente, perché nelle mani sbagliate può trasformarsi in un arma efficacissima."

"Mani, tipo le tue?"

Gruber guardò sardonicamente Hans. "Le mie mani sono capaci di tutto, amico mio."

 

Avevo trascinato Arnett sul mio terreno narrativo. Il diario faceva parte della mia storia. Nel suo intervento, comunque non si era sbottonato troppo,nel senso che non si era sbilanciato sul contenuto del diario. Al contrario, aveva interrotto la storia sul punto determinante lasciandomi la patata bollente in mano. Improvvisare una storia con il grande Arnett mi aveva dato l'opportunità di conoscere aspetti intimi e personali del suo carattere. Nel lavoro a tandem, o quanto meno in questa sorta di jam session letteraria, si era dimostrato per nulla generoso. Era un 'vincente', di quelli che arrivano a barare pur di prevalere. Dovevo stare attento, molto attento.

Decisi di fingermi ingenuo, dicendo che il diario era diventato il fattore determinante della nostra storia.

"In effetti è diventato il punto cruciale" concesse. "Ora non resta che svelarne il contenuto."

Mi aveva passato la mano, il furbacchione. "Devo ammettere che è stato abile a lasciare a me questo onore."

"L'idea del diario l'ha partorita lei, caro amico. Sicuramente gli ha dato un ruolo determinante nel racconto, oserei dire quasi catartico. Sono certo che sta per raccontarmi eventi e situazioni che faranno luce su questa storia intricata."

Sorrisi accettando la sfida. " Spero di meravigliarla" dissi.

 

'Cos'è l'attimo?

E' una zona di interregno tra il passato e il futuro, talmente labile da non percepirlo. E' ciò che non appartiene al tempo. Il tempo in definitiva è una convenzione umana regolato in base al movimento della terra intorno al sole mentre gira su se stessa. Il tempo è relativo in relazione a questo dinamismo. Se riuscissi a fissare l'attimo, sarei fuori dal gioco dello spazio-tempo, perché l'attimo è statico rispetto al tempo che scorre. Se riuscissi a concentrarmi abbastanza da concepirlo e viverlo, sarei fuori del tempo.'

 

Consolo stava leggendo il diario disteso nel letto. In genere leggeva sempre un romanzo, la sera, sotto le coperte, aspettando che arrivasse il sonno. Leggere un diario era una esperienza nuova. Si sistemò meglio il cuscino dietro la schiena e tornò a studiare  il diario alla luce della abat jour. Si stava chiedendo in che modo Fabbroni sperava di tirarsi fuori dal tempo.

 

'Secondo la filosofia induista, la dimensione che viviamo materialmente è pura illusione. Questa dimensione effimera e mortale del divenire gli induisti la chiamano 'Maya'. Attraverso la Conoscenza e la meditazione, gli yogi orientali riescono a squarciare il velo delle apparenze ed entrano in una dimensione essenziale che loro definiscono 'percezione del Sé'. In qualche modo trascendono la dimensione spazio temporale per entrare in quella che loro chiamano 'Brahamn'. In altri termini, l'attimo potrebbe essere quella percezione del Sé, che è una condizione estranea al trascorrere del tempo. Noi non siamo il tempo. Noi non siamo la materia. Usiamo però il corpo, quale elemento materiale, come esperienze transitorie nel mondo fenomenico.

Il tempo è il risultato di una condizione relativa stabilita dall'energia che segue una direzione. L'energia è luce. Se riuscissi a sfuggire al tempo, mi ritroverei, ipoteticamente, nel buio assoluto.

 

L'investigatore abbandonò il braccio disteso lungo il corpo, trattenendo il diario capovolto per non perdere il segno. La luce della lampada sul comodino illuminava debolmente la stanza. Fissò il lampadario spento e l'armadio a fianco del letto pensando a quanto aveva letto. La luce era energia, o forse era il tempo, rifletteva, ma non riusciva a riordinare le idee. Bastava spegnere la luce per uscire fuori del tempo? No, non era esattamente quello che aveva scritto Fabbroni. Evidentemente non era sufficiente spegnere la luce per uscire fuori dal tempo, come chiudere gli occhi e dormire. Il sonno poteva essere simile alla morte? Sapeva che era stato scritto molto sull'argomento, ma Consolo riteneva il sogno qualcosa di reale per la mente, talmente reale da condizionare, spesso, anche la dimensione di veglia. Si dice di aver sognato, sempre e solo quando ci si sveglia. Mentre si sogna, non esiste altra realtà che quella.

Pensò che anche la morte poteva qualcosa di simile. Ti svegli e dici: 'cazzo, ho vissuto!'

Guardò il telefono accanto all'abat jour e lo afferrò. Fece il numero della signora Fabbroni e ascoltò un flebile 'pronto?'. "Sono Consolo" disse.

Pausa. Forse la donna stava dormendo, ipotizzò. Poi giunse il suo tono, risentito e desto. "Ma si rende conto che ore sono?

"Non lo so. Mi dispiace se l'ho svegliata, ma stava leggendo il diario di suo padre e ho perso la cognizione del tempo."

"Cosa vuole?"

"Stavo per chiederglielo io. Secondo me lei ha bisogno di un fisico o di un filosofo piuttosto che di un investigatore privato."

"Capisco a cosa si riferisce" si addolcì la donna.

"Beata lei. Io invece non capisco, eppure mi ritenevo una persona intelligente. Suo padre però doveva essere un cervellone, perché faccio fatica a seguirlo nei suoi ragionamenti. Mi scusi se glielo dico papale papale, ma credo che suo padre ci stia prendendo per i fondelli."

Consolo udì un sospiro dall'altra parte della cornetta. "Prima di darsi alla macchia, mio padre si stava per laureare in fisica con la specializzazione in 'relatività speciale'."

"Questo spiega molte cose."

"Già. Ma nel diario c’è anche dell’altro."

“Per fortuna, altrimenti sarebbe stata una tesi di laurea. Ci sono cronache di guerriglia partigiana davvero interessanti.”

“Ha letto dell’agguato di San Severo, sulle colline aretine?” Chiese la donna.

“Si. Gli uomini di suo padre avevano teso un’imboscata ad una colonna nazista e i tedeschi, come al solito, hanno risposto con un’azione di rappresaglia sterminando quel piccolo centro abitato. Non hanno risparmiato nessuno.”

“Infatti” convenne la donna. “Nel diario ci sono nomi, date e fatti di importanza storica che non troverà mai nei testi scolastici. Ad esempio, le dice niente il nome di Hans Gruber?”

“Mi sembra che abbia a che fare proprio con l’agguato di San Severo.” Ricordò Consolo.

“Esattamente. Hans Gruber era il Maggiore che comandava la colonna nazista.”

“E suo padre gli ha risparmiato la vita” finì di dire l’investigatore. “Però” aggiunse “l’ha trattenuto al suolo con un piede sul petto e gli ha orinato in volto. Sono convinto che il nazista avrebbe preferito morire, piuttosto che subire un’onta del genere. Però questo nome, Hans Gruber, non mi giunge del tutto nuovo. Devo averlo già letto da qualche parte!”

“Anch’io ho avuto la stessa impressione leggendo il suo lavoro di ricerca su mio padre.”

“Il dossier?” Chiese Consolo.

“Non mi veniva il nome” confidò la donna, “si, il dossier, quella cartellina che mi ha consegnato ieri. In uno dei tanti rapporti che ha scritto, illustra la sua visita al castello di Wewelsburg, in Renania, che oltre ad ospitare le prigioni fungeva pure da centrale operativa del terzo reich.”

“Il castello è bellissimo, ma le celle nelle segrete fanno accapponare la pelle. Me lo ricordo perfettamente. In compenso, da quelle parti fanno un ottimo Pfälzer Saumagen.”

“E cosa sarebbe?” domandò la donna.

“Stomaco di maiale ripieno.”

“Per carità” si sdegnò la donna. “Memorizza una schifezza simile e non ricorda che Hans Gruber comandava il castello di Wewelsburg?”

“Prima di tutto non era una schifezza” si risentì Consolo, “in secondo luogo ho scritto una cinquantina di rapporti in quel dossier, e non posso ricordare tutto. In ogni caso, Hans Gruber non mi suonava del tutto nuovo. Ma adesso che me lo dice, questo tizio è lo stesso che suo padre ha usato come vespasiano. Non poteva capitargli di peggio!”

“Lei crede che abbia ucciso mio padre?”

“Non solo lo credo, ma spero per suo padre che lo abbia fatto anche velocemente. Si metta nei panni del crucco. Si ritrova nelle sue carceri il partigiano che gli ha massacrato la colonna per poi usarlo come vaso da bagno. Come minimo se lo cucina a fuoco lento!”

“Crede che l’abbia torturato?”

“Nel castello di Wewelsburg era una pratica quotidiana, purtroppo.”

“Per questo mio padre è fuggito.”

“Lei crede? Sono più propenso a credere che suo padre se lo sia mangiato Gruber un pezzettino alla volta.”

“Per favore!” Si lamentò la donna.

“Mi scusi, a volte esagero con le battute. Ma come le ho già spiegato, nessuno è mai uscito vivo dal castello.”

“A meno che non sia riuscito a penetrare nell’Attimo!”

“Se si riferisce alle dissertazioni fisico filosofiche del diario, le faccio i miei auguri.”

“Nella sua veste di investigatore non può escludere nessuna ipotesi” si scaldò la donna.

“Beh, quelle scientifiche, tipo fisica quantistica, si.”

“A quei tempi ancora non esisteva la fisica quantistica.” Corresse la donna.

“Qualsiasi cosa fosse” si giustificò Consolo. “Se suo padre fosse riuscito a fuggire grazie alle sue dissertazioni sul tempo, dovrebbe rivolgersi ad un medium o ad una di quelle sette para qualcosa piuttosto che ad un’agenzia investigativa.”

“La prego, signor Consolo” lo esortò umilmente la donna, “anche se le mie idee le sembrano bizzarre, vorrei che lei continuasse le indagini. Non posso rassegnarmi senza conoscere cosa è accaduto a mio padre.”

“Se fossi un disonesto, l’accontenterei. Ma tutto quello che potevo scoprire su suo padre è nella cartellina che le ho consegnato. Ritengo chiuso l’incarico perché, anche se non ci sono documenti che lo accertano, posso assicurarle che suo padre è morto nel castello di Wewelsburg il 17 ottobre del 1943.”

 

Arnett stava sorridendo nella mia direzione, mancando di solo di una decina di centimetri il mio volto. Sembrava un sorriso di soddisfazione piuttosto che di buon umore. Era evidente che stava riflettendo. “Dunque siamo all’epilogo, signor Marconi!”

"Così sembra” ammisi. “Non resta che ricucire gli ultimi dettagli.”

“Dettagli non di poco conto” si lamentò lo scrittore. “Ora devo trovare una spiegazione plausibile per portare il diario dalle mani di Gruber a quelle di sua figlia.” Spostò lo sguardo nel punto esatto, guidato dalla mia voce. “Penso che farò fare al mio personaggio un viaggetto nel tempo, che ne pensa?”

“Da come lo abbiamo descritto, credo che Gruber non abbia alternative. Non è neppure il tipo che si lascia impressionare da un salto temporale. Seguirà il suo prigioniero anche in capo al mondo!”

“Ci può giurare” concesse Arnett. “Però mi sta spostando su uno sfondo narrativo che non mi è proprio congeniale. Sono un giallista, non uno scrittore di fantascienza!”

“Per lei sarà un gioco da ragazzi” lo incoraggiai.

“Bene, Ci provo” annunciò Arnett.

 

Il buio lo avvolse con sensazioni contrastanti, di terrore ed esaltazione al tempo stesso. Era come se si fosse tuffato nell’abisso denso di oscurità e di silenzio. Chiuse gli occhi e li riaprì senza notare alcun cambiamento. L’angoscia lo avrebbe attanagliato se non fosse stato anche euforico per essere riuscito a penetrare nello spazio vuoto del tempo, nell’Attimo, come preferiva definirlo Fabbroni. Comunque era grazie alle indicazioni che il partigiano aveva lasciato scritto sul diario che era riuscito a seguirlo.

Si girò più volte su se stesso, senza sapere che direzione prendere. Il buio totale non offriva alcun punto di riferimento, e se avesse intrapreso una direzione sbagliata, chissà dove sarebbe andato a finire. Ma se Fabbroni aveva percorso quell’imperscrutabile sentiero, l’avrebbe seguito a costo di raggiungerlo all’inferno.

Il nero lo avvolgeva ovunque guardasse, sembrava immergerlo come un mare impalpabile, ma non si scoraggiò. Pensò al suo acerrimo nemico e gridò lacerando il silenzio: “Ti troverò!” Urlò volgendo il viso ad un cielo ipotetico e invisibile, “Mi ascolti, Fabbroni?” Chiese al buio, “Sappi che ti troverò!”

Subito dopo gli sembrò di udire dei passi affrettati, lontani, quasi indistinti. Raccolse la scatola che si era portato dietro e puntò come un segugio la direzione di  quel suono. Il silenzio era tornato ancora più incombente di prima, ma ormai aveva una direzione da seguire, e nonostante i pericoli che poteva nascondere l’oscurità, camminava ad un’andatura sostenuta, ostacolato solo dal contenitore che sorreggeva con entrambe le mani. Se non avesse avuto il pacco, sarebbe stato più libero nei movimenti e sicuramente si sarebbe lanciato in una corsa più redditizia. Ma nella scatola c’erano gli effetti personali di Fabbroni, l’unica traccia che possedeva e alla quale non avrebbe mai rinunciato.

Camminò per un tempo imprecisato, sempre a passo sostenuto e, apparentemente, senza avvertire la stanchezza. L’odio aumentava le sue forze, quasi rendendolo immune alla fatica.

Ripensò a tutto ciò che aveva letto nel diario. In un primo momento era tentato di liquidare il suo contenuto come frutto di una mente esaltata e distorta, ma il fatto incontestabile che il prigioniero era letteralmente scomparso gli imponeva di prendere in seria considerazione quanto vi era descritto. Il primo passo che aveva esposto Fabbroni era quello più difficile, in quanto consisteva in una forma di meditazione profonda che l'avrebbe posto in una condizione quasi estatica, con la mente rivolta su se stessa, come fossero due specchi posti ad osservarsi. Il risultato sarebbe stato la consapevolezza di sé, quel 'sé' che gli induisti identificano con il Tutto, o il Brahman. Una volta posta la mente in quello stato extratemporale, doveva essere in grado di trascinarci anche il corpo. Gruber era persino andato in India per avvalersi dell'aiuto di guru locali, sottoponendosi ad una vita ascetica che i vari maestri reputavano tanto caparbia quanto genuina. Lo scopo di Gruber era però tutt'altro che ascetico e mistico. Il suo unico scopo era quello di raggiungere Fabbroni e di ucciderlo.

Stando al diario, dopo essere stato catapultato nella dimensione atemporale, nella quale peraltro ancora si trovava, poteva subire temporanee perdite di memoria. Successivamente avrebbe dovuto avanzare nel buio finché non avesse incontrato il fascio di luce che lo avrebbe reintrodotto nella vita normale, ma in epoche storiche imprevedibili e in corpi accidentali. Avrebbe potuto incarnarsi in persone vissute nel passato o che avrebbero vissuto nel futuro, inconsapevoli di cedergli le proprie sembianze mortali. Era pazzesco, ma i fatti davano ragione a quel detestabile partigiano.

Pensò che il diario sarebbe stata l'esca che avrebbe fatto abboccare Fabbroni, dovunque potesse nascondersi. In un modo o nell'altro, il diario lo avrebbe ricondotto a sé. Era solo questione di tempo.

Gruber arrivò sul bordo del tunnel. Sotto di lui scorreva il fascio di energia luminosa. Sapeva che avrebbe dovuto gettarsi, ma ebbe un attimo di esitazione. Poteva rientrare nel tempo in un'epoca in cui Fabbroni non c'era, o che sarebbe giunto in un lontano futuro, quando lui poteva essere già morto e sepolto. In ogni caso avrebbe usato il diario spendendolo a lui, se fosse stato così fortunato da incappare nel suo tempo. Nella peggiore delle ipotesi, avrebbe sfogato il suo odio sui suoi avi o sui suoi discendenti. L'ultima raccomandazione riportata sul diario riguardava il momento in cui si fosse tuffato nel fiume di energia. La luce sarebbe stata talmente forte che avrebbe dovuto proteggersi gli occhi con entrambe le mani. Se ne ricordò troppo tardi, quando ormai si era lasciato andare senza abbandonare il suo prezioso pacco. Mentre la luce lo avvolgeva, avvertì un dolore acuto attraversagli i bulbi oculari, come se venissero trafitti da lame taglienti. Quindi tornò il buio. Ma non era più l'oscurità del tunnel, bensì la retina irrimediabilmente bruciata.

 

Arnett restò immobile e silenzioso. Stavo per dirgli che quella non poteva essere la fine della storia, che il diario era ancora nelle mani della figlia e che Gruber non aveva raggiunto ancora la sua vendetta. Ma il dubbio che le storie si stessero intrecciando con una realtà improbabile mi assalì e mi spaventò. Gruber, saltando nel fiume luminoso del tempo senza proteggersi gli occhi, era diventato cieco. Anche Arnett lo era. Io potevo essere l'incarnazione di Fabbroni, per quanto inconsapevole, e Arnett quella di Gruber. E il diario che nella finzione letteraria era stato spedito alla figlia del partigiano, in realtà Gruber-Arnett lo ha trasmesso a me nella estemporanea collaborazione letteraria, o jam session, come l'aveva definita lui.

No, era assurdo, conclusi. Non potevo essere Fabbroni, il partigiano evaso, caduto di nuovo nelle mani del suo aguzzino! Esistevano solo delle concomitanze fortuite, seppure inquietanti. I gemelli, ad esempio. Come potevo giustificare quei gioielli? sembravano antichi e riportavano le iniziali 'O' e 'S'.

Otto Schanzer, conclusi inorridendo. Non potevano che essere le sue iniziali. Nel racconto di Arnett, Otto si tolse i gioielli e si rimboccò le maniche della camicia per frugare tra gli indumenti del prigioniero. Probabilmente i gemelli caddero tra le effetti personali di Fabbroni e Arnett, quando si è liberato del contenuto della scatola, si è tenuto i gemelli. Forse più per il valore commerciale che per quello affettivo.

Lo scrittore sembrò aver seguito il corso dei miei pensieri, perché si voltò e mi rivolse un sorriso sprezzante.

 

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