La sparizione del Presidente

L’avevano chiamata con una telefonata brevissima, e le avevano dato un indirizzo che l’aveva condotta sul retro di Palazzo Chigi. Stranamente senza guardie esterne. Da una porticina secondaria uscì un ometto pelato e ricurvo, con una valigia dalla quale spuntava l’angolo rosa di un biglietto da cinquecento euro, nella sua funzione più nota, quella di lasciapassare. Salì sul taxi verde senza sbattere la porta e si rannicchiò nell’angolo più scuro, come avrebbe fatto qualsiasi animale selvatico sul furgone di un accalappiacani. La donna alla guida del taxi s’irrigidì d’inquietudine, ma l’assenza di capelli, radi e rasi, in cima alla pelata dell’uomo la calmò un poco, anche se non del tutto. Sapeva già dove portarlo, gliel’avevano comunicato al telefono, forse perché l’uomo era muto e probabilmente anche sordo. Questo le pareva perché appena salito sulla vettura al saluto della donna aveva risposto con un ringhio e un gesto della mano che ricordava le corna. Durante il tragitto verso l’aeroporto privato cercò di scrutarlo con attenzione, ma senza dare nell’occhio, facendolo di sfuggita, e in quel silenzio imbarazzante il suo cercare gli occhi di lui era come un frustare a vuoto l’aria. Finalmente, aiutata dal destino aiutato a sua volta dalla luce di un lampione, andata a frugare quell’angolo oscuro, lo riconobbe con certezza: era il Presidente del Consiglio, il Cavaliere senza paura né onore, Silvio Berlusconi, il responsabile del tracollo economico politico sociale di un paese messo all’asta e ora di proprietà, condivisa, della Svizzera e del Congo. Una vampata di calore, che poteva anche essere semplice febbre, le attraversò le tempie svegliando ricordi sepolti da quando la povertà dilagante l’aveva costretta a scambiare la sua Prius Toyota con quella Panda verde vomito, inadatta a trasportare persino i tossici da un quartiere di periferia all’altro. La confusione generata da quell’opportunità insperata le cancellò dai ricordi la meta di quel trasbordo, e le impose la sterzata che infilò la vettura in una stradina laterale di quel vialone alberato che stava percorrendo. L’uomo non fece un cenno, ma allungò una mano di fianco al sedile e le palpò il culo, tremando d’eccitazione. Lei sostenne il contatto immondo con un sorriso che le inclinava le labbra sul lato del viso che lui non poteva vedere. L’auto si addentrò in un boschetto privato a lato dal viale, e penetrò le sue fronde scure. Dall’esterno sarebbe stato difficile intuire che quel sobbalzare furioso dell’auto, che a un osservatore poco preciso sarebbe sembrata l’avventura di una delle solite coppiette di ragazzi, di quelli che hanno la deprecabile abitudine di lasciare sul posto, appena dissacrato, un fazzolettino di carta con avvolto dentro un preservativo giallastro, dicevo sarebbe stato difficile intuire che non fosse un consesso d’amore, quello che si consumava all’interno, ma una motivata e giusta esecuzione.

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