Oltre il fiume, al di là del mare

PARTE PRIMA

Capitolo 1

Non si può certo affermare che le api conducano una vita interessante. Lavorano senza sosta tutto il giorno e, al termine del proprio ciclo vitale, periscono. La vita di alcune persone non è dissimile da quella di questi operosi insetti. E’ un’esistenza piuttosto avara di avvenimenti degni di nota e tutta imperniata sul lavoro. Anche la loro morte avviene con assoluta serenità, senza guizzi o serpeggi. Francesco Kasica apparteneva a questa categoria di persone. Egli giaceva disteso sul suo letto di morte, quando gli porsero un foglio da leggere. Improvvisamente ebbe un sussulto d’inaspettata vitalità, che sorprese tutti i presenti. Francesco afferrò il documento tra le sue incerte mani e lo lesse con trasporto e attenzione. Poi, una volta letto quel pezzo di carta con un’avidità non comune, sul suo sofferente volto si affacciò un timido sorriso e quella misteriosa forza, che per qualche istante si era impadronita del suo corpo, lo abbandonò per sempre. Le sue tremolanti mani
ritornarono distese lungo i  fianchi e il suo sguardo, rapido ma intenso, fu rivolto attorno la stanza per poter catturare, per un’ultima volta, il volto di sua moglie Teresa e quello dei suoi quattro figli:Zina, Enrico, Nori e Vallì.  

Francesco, che di professione faceva il falegname, aveva grandi mani che, lavorando, disegnavano nell’aria cerchi e altre figure geometriche, riuscendo a trasformare delle semplici tavole di legno grezzo in mobili pregiati. Nel maggio del 1914 Francesco venne convocato dal direttore di un hotel in Opatija. Questi, dopo aver accertato le sue credenziali, gli propose un’importante commessa: la sostituzione di tutti gli infissi dello stabile. Gli echi della Grande Guerra erano lontani e per Francesco, quella commessa, sembrava un’occasione da non perdere. Egli stipulò un contratto apparentemente vantaggioso, invece finì per stritolarlo dai debiti, perché poco dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, il prezzo delle materie prime era salito alle stelle e anche quello del legno non fece eccezioni. Alcuni mesi dopo Francesco si ammalò e la depressione per aver impoverito la propria famiglia, minò ancor più il suo fisico, debilitandolo definitivamente. Le ultime settimane della sua vita impiegò il suo tempo ad insegnare il mestiere a suo figlio Enrico, con la speranza che un giorno continuasse il mestiere che era sempre stato per lui la sua grande passione: costruire mobili.

Sua moglie Teresa, invece, era una donna saggia e previdente, che non si disperava neppure nei momenti di difficoltà. All’insaputa del marito, da molti anni risparmiava, quasi giornalmente, delle piccole somme e le annotava, con precisione contabile, su un pezzo di carta. Erano piccoli importi, ma nel corso degli anni divennero un cospicuo tesoro e furono di sostegno alla famiglia nel momento più difficile: la morte del capofamiglia.

Passarono gli anni. Nell’ottobre del 1953 venne organizzata una cena tra compaesani a Rijeka, città molto rilevante della Jugoslavia. A quella cena parteciparono anche Gino e Raoul, due giovanotti amici di vecchia data e che conoscevano la famiglia Kasica. Durante la cena vennero raccontate, tra i commensali, molte storie e aneddoti tra cui gli ultimi istanti di Francesco Kasica. La cena trascorse tranquilla e venne organizzata per uno scopo ben preciso: era la serata degli addii. L’indomani, molti di loro, sarebbero partiti per gli Stati Uniti o per l’Australia. Al termine della cena Raoul Rusich confidò le sue aspettative per il suo futuro in Australia: “Non vado per lavorare, ma per cercar fortuna”.

 

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