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Sopra l'arcobaleno
oinfante
Pubblicata su Athena Millennium il 08/06/2011

Pioggia, anche quel giorno
pioggia. Sembrava che l’inverno, quell’anno, non volesse finire, la sua lunga
coda continuava a tenere lontana un’agognata primavera. Pioggia sottile, lieve
e continua che dava a quel primo pomeriggio un sapore di tramonto inoltrato.
Il cimitero era piccolo e deserto. Non era uno di quelli “ belli” monumentali,
solo tombe semplici lapidi che nella maggioranza oltre ai nomi e le date
avevano tristi e false foto in ceramica che facevano vedere le persone
com’erano venti o trent’anni prima della loro morte.
Un ragazzino sui dodici anni stava sotto la pioggia. Fermo, assorto, dentro la
sua giacca a vento blu, giusto il cappuccio sollevato per riparare il capo. La
pioggia sottile gli bagnava il viso, le goccioline scivolavano formando dei
rigagnoli, che riunendosi sotto il mento davano vita a piccole cascatelle che
andavano a perdersi dentro le pieghe della giacca a vento. Il ragazzino
guardava intensamente sulla lapide di fronte la foto di una giovane donna con i
capelli mossi forse biondi, gli occhi grandi e chiari in un ovale di viso
regolare illuminato da un sorriso triste e incerto.
“ Non dovevi partire così, senza dirmi perché, lasciandomi un foglietto dove
dicevi che dovevo perdonarti e non dovevo aver paura e di tenere stretti i miei
ricordi. Non un bacio, ora nessuno mi passa la mano tra i capelli mettendoli in
disordine sorridendo nel vedere la mia faccia arrabbiata.”
Il ragazzo si scosse dai pensieri quando si accorse che non pioveva più, eppure
il cielo era sempre grigio e l’acqua continuava a cadere a venti centimetri dal
suo naso. Sollevando lo sguardo sopra di lui un ombrello lo riparava.
Voltandosi vide la mano che lo teneva, il braccio a cui era attaccata ed infine
anche il resto cui era attaccato il braccio. Un uomo, un signore di mezza età,
alto, magro, ben vestito con un cappello a larghe tese che in parte nascondeva
lunghi capelli candidi. Proprio prima che il ragazzo, un po’ spaventato, si
allontanasse l’uomo parlò con una voce chiara e profonda.
“Ti ho visto spesso qua, sempre solo, sempre ad un’ora in cui non c’è nessuno,
ma stasera vedendoti così bagnato ho pensato di ripararti un po’. Spero di non
averti spaventato. Sai ormai ti considero più che un conoscente, anch’io vengo
spesso a parlare con vecchi amici ospitati da tempo in questo posto, a
ricordare con loro, a ridere, a scherzare e qualche volta a piangere, a tal
proposito ” tolse dalla tasca un fazzoletto di stoffa, come non se ne vedevano
più, e lo porse al ragazzo, “togli dal viso quelle due grandi gocce d’acqua che
scendono dagli occhi, sai, purtroppo è la vita”
“Si ma mamma se n’è andata, lei che mi ha sempre detto di seguire i miei sogni
andandosene se li è portati via con se”
Il vecchio stette un attimo in silenzio, assorto. Poi:
“ Sai io ho viaggiato molto per tanti paesi in tutto il mondo, ho visto i
silenzi del deserto ed ho sentito il sapore della menta nel te verde
dell’Africa. Ho visto continenti che finivano dentro l’oceano che li separava
da altri continenti, ho toccato le nevi ed i ghiacciai perenni nel nord del
Mondo. Ma poi un bel giorno nel mio girovagare sono arrivato in un’isola verde
di pascoli e boschi e con un cielo grigio che regalava pioggia, come è oggi da
noi. E mentre passeggiavo dopo un temporale, dentro un querceto incantato, ho
trovato una radura. Là , senza averlo cercato, ho trovato l’inizio
dell’arcobaleno e mentre mi immergevo nei sui incredibili colori ho scorto un
folletto che custodiva una pentola di monete in oro.
Indispettito dal mio arrivo l’esserino, con voce petulante,  gridò di prendere la pentola perché era
diventata mia così come voleva la legge dei folletti, “prendila e vai”. Io
rimasi incantato da tanto splendore, ma nel momento in cui stavo per allungar
le mani qualcosa mi bloccò. “ E se non la volessi, se non mi interessasse, se
rifiutassi di prenderla cosa mi spetterebbe in cambio. Si vorrei altro, non mi
interessa l’oro, preferirei sapere, conoscere.” Il mio interlocutore rimase ad
ascoltare. Poi con una mossa repentina spostò la pentola mostrandomi una scala
che prima non avevo notato e che saliva sull’arcobaleno. “Sali e forse lì
troverai quello che ti interessa.”
“Iniziai timoroso la salita su scalini morbidi come la gommapiuma e che
cambiavano colore ad ogni passo. Al fianco della scala al posto dei corrimano
file di cassettini di diverse grandezze che arrivavano all’altezza di un uomo.
Continuai la salita in mezzo a milioni di cassetti che proseguivano a perdita
d’occhio. Salii per ore ed ore e quando ormai pensavo che il folletto mi avesse
ingannato vidi, a pochi metri da me, un cassetto che brillava più degli altri.
Mi avvicinai, sopra c’era il mio nome e mentre la paura mi spingeva a ritornare
indietro la curiosità mi spinse ad aprire quel cassetto.”
Il ragazzo seguiva quel racconto rapito, tanto da non accorgersi che la pioggia
era finita ed un timido sole faceva passare tra le nubi strisce di luce
luminose, come colpi di gesso su una lavagna.
“All’apertura del cassetto decine e decine di foglietti colorati iniziarono a
volare ma dopo pochi secondi come piccoli fuochi d’artificio scoppiavano
nell’aria e scomparivano uno per volta. Ma ad ogni sparizione mi ritornava in
mente un sogno , un desiderio di tanti anni prima che avevo dimenticato. La
prima bicicletta rossa, le avventure con i pirati, i viaggi col Capitano Nemo,
il sorriso di quella ragazzina, le feste con gli amici, gli amori passati e
quelli mai arrivati, le stelle da raggiungere, un mondo da cambiare, il colore
del grano e tanti altri ancora. Mete lontane, sogni desideri persi negli anni
portati via da fatti o da persone che non c’erano più. Forse era il prezzo del
diventare grandi non lo so. Però ora capivo che gran regalo mi avesse fatto il
folletto. Mi aveva ridato la speranza, lo scopo ed il piacere della ricerca di
mete spesso irraggiungibili.
Mi svegliai all’imbrunire nella radura. L’arcobaleno era sparito e insieme a
lui era sparito anche il folletto. Ma la sua voce mi ripeteva nella mente:
“ Bravo!!! Gli uomini hanno un cervello e un cuore uniti tra di loro da un
ponte luminoso sul quale passano sogni, scelte e desideri. Purtroppo spesso
l’età, le esperienze, la vita, hanno la capacità di fare inaridire tutto, di
lesionare e far crollare questo ponte, cioè di far vivere di pancia. È la
pancia che fa scegliere la pentola piena d’oro. Tu, invece, oggi hai restaurato
il ponte,hai riaperto il tuo piccolo grande arcobaleno. Ricorda, non
richiuderlo mai più.”
Il racconto si interruppe, ed il silenzio tanto usuale in quel piccolo cimitero
si ristabilì.
Il ragazzino tolse il cappuccio mostrando i suoi capelli biondo cenere e mossi,
come quelli della madre. Guardò il vecchio, poi si voltò ad osservare la lapide
e la foto. Vide due gocce d’acqua scivolare sul viso della mamma e con il
fazzoletto che aveva ancora in mano le asciugò. In quel momento gli sembrò che
la foto fosse diversa, che gli occhi avessero perso il velo di tristezza e che
il sorriso fosse più reale, quello che lui ricordava quando la mamma, con la
mano, gli scompigliava i capelli.
Avvicinò le labbra alla fotografia per un ultimo bacio. In quel momento un
refolo di vento caldo lo avvolse, lo carezzo muovendogli i capelli.
Meravigliato si voltò verso il vecchio che però era sparito, non c’era più.
Il ragazzino, col fazzoletto in mano, s’incamminò verso l’uscita,verso la
campagna, dove lontano laggiù all’orizzonte si poteva vedere salire e perdersi
nel cielo uno splendido arcobaleno.

11/06/2011 - GIANNY MIRRA
E' un vero incanto, bravissimo.
09/06/2011 - ROSALGA
Non so se mi incantano di più le tue poesie o i tuoi racconti, ma fermarmi qui a leggere mentre passavo per caso, è stato per me un regalo, stasera!
08/06/2011 - FIORELLA
ma quantè bello questo racconto/favola.... bravisimo!
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