Sopra l'arcobaleno

sopra l'arcobaleno

 


Pioggia, anche quel giorno pioggia. Sembrava che l’inverno, quell’anno, non volesse finire, la sua lunga coda continuava a tenere lontana un’agognata primavera. Pioggia sottile, lieve e continua che dava a quel primo pomeriggio un sapore di tramonto inoltrato.
Il cimitero era piccolo e deserto. Non era uno di quelli “ belli” monumentali, solo tombe semplici lapidi che nella maggioranza oltre ai nomi e le date avevano tristi e false foto in ceramica che facevano vedere le persone com’erano venti o trent’anni prima della loro morte.
Un ragazzino sui dodici anni stava sotto la pioggia. Fermo, assorto, dentro la sua giacca a vento blu, giusto il cappuccio sollevato per riparare il capo. La pioggia sottile gli bagnava il viso, le goccioline scivolavano formando dei rigagnoli, che riunendosi sotto il mento davano vita a piccole cascatelle che andavano a perdersi dentro le pieghe della giacca a vento. Il ragazzino guardava intensamente sulla lapide di fronte la foto di una giovane donna con i capelli mossi forse biondi, gli occhi grandi e chiari in un ovale di viso regolare illuminato da un sorriso, forse un po’ triste e incerto.
“ Non dovevi partire così, senza dirmi perché, lasciandomi un foglietto dove dicevi che dovevo perdonarti e non dovevo aver paura e di tenere stretti i miei ricordi. Non un bacio, ora nessuno mi passa la mano tra i capelli mettendoli in disordine sorridendo nel vedere la mia faccia arrabbiata.”
Il ragazzo si scosse dai pensieri quando si accorse che non pioveva più, eppure il cielo era sempre grigio e l’acqua continuava a cadere a venti centimetri dal suo naso. Sollevando lo sguardo sopra di lui un ombrello lo riparava. Voltandosi vide la mano che lo teneva, il braccio a cui era attaccata ed infine anche il resto cui era attaccato il braccio. Un uomo, un signore di mezza età, alto, magro, ben vestito con un cappello a larghe tese che in parte nascondeva lunghi capelli candidi. Proprio prima che il ragazzo, un po’ spaventato, si allontanasse l’uomo parlò con una voce chiara e profonda.
“Ti ho visto spesso qua, sempre solo, sempre ad un’ora in cui non c’è nessuno, ma stasera vedendoti così bagnato ho pensato di ripararti un po’. Spero di non averti spaventato. Sai ormai ti considero più che un conoscente, anch’io vengo spesso a parlare con vecchi amici ospitati da tempo in questo posto, a ricordare con loro, a ridere, a scherzare e qualche volta a piangere, a tal proposito ” tolse dalla tasca un fazzoletto di stoffa, come non se ne vedevano più, e lo porse al ragazzo, “togli dal viso quelle due grandi gocce d’acqua che scendono dagli occhi, sai, purtroppo è la vita”
“Si ma mamma se n’è andata, lei che mi ha sempre detto di seguire i miei sogni andandosene se li è portati via con se”
Il vecchio stette un attimo in silenzio, assorto. Poi:
“ Sai io ho viaggiato molto per tanti paesi in tutto il mondo, ho visto i silenzi del deserto ed ho sentito il sapore della menta nel te verde dell’Africa. Ho visto continenti che finivano dentro l’oceano che li separava da altri continenti, ho toccato le nevi ed i ghiacciai perenni nel nord del Mondo. Ma poi un bel giorno nel mio girovagare sono arrivato in un’isola verde di pascoli e boschi e con un cielo grigio che regalava pioggia, come è oggi da noi. E mentre passeggiavo dopo un temporale, dentro un querceto incantato, ho trovato una radura. Là , senza averlo cercato, ho trovato l’inizio dell’arcobaleno e mentre mi immergevo nei sui incredibili colori ho scorto un folletto che custodiva una pentola di monete in oro.
Indispettito dal mio arrivo l’esserino, con voce petulante, mi gridò di prendere la pentola perché era diventata mia così come voleva la legge dei folletti, “prendila e vai” gridò. Io rimasi incantato da tanto splendore, ma nel momento in cui stavo per allungar le mani qualcosa mi bloccò. “ E se non la volessi, se non mi interessasse, se rifiutassi di prenderla cosa mi spetterebbe in cambio. Si vorrei altro, non mi interessa l’oro, preferirei sapere, conoscere.” Il mio interlocutore rimase ad ascoltare. Poi con una mossa repentina spostò la pentola mostrandomi una scala che prima non avevo notato e che saliva sull’arcobaleno. “Sali e forse lì troverai quello che ti interessa.”
“Iniziai timoroso la salita su scalini morbidi come la gommapiuma e che cambiavano colore ad ogni passo. Al fianco della scala al posto dei corrimano file di libri di diverse grandezze disposti su scaffali  che arrivavano all’altezza di un uomo. Continuai la salita in mezzo a milioni di volumi che proseguivano a perdita d’occhio. Salii per ore ed ore e quando ormai pensavo che il folletto mi avesse ingannato vidi, a pochi metri da me, un libro che brillava più degli altri, mi avvicinai, sopra c’era il mio nome e mentre la paura mi spingeva a ritornare indietro la curiosità mi spinse ad aprirlo.”
Il ragazzo seguiva quel racconto rapito, tanto da non accorgersi che la pioggia era finita ed un timido sole faceva passare tra le nubi strisce di luce luminose, come colpi di gesso su una lavagna.
“All’apertura del  decine e decine di pagine colorate iniziarono a volare ma dopo pochi secondi come piccoli fuochi d’artificio scoppiavano nell’aria e scomparivano uno per volta. Ma ad ogni sparizione mi ritornava in mente un sogno , un desiderio di tanti anni prima che avevo dimenticato. La prima bicicletta rossa, le avventure con i pirati, i viaggi col Capitano Nemo, il sorriso di quella ragazzina, le feste con gli amici, gli amori passati e quelli mai arrivati, le stelle da raggiungere, un mondo da cambiare, il colore del grano e tanti altri ancora. Mete lontane, sogni desideri persi negli anni portati via da fatti o da persone che non c’erano più. Forse era il prezzo del diventare grandi non lo so. Però ora capivo che gran regalo mi avesse fatto il folletto. Mi aveva ridato la speranza, lo scopo ed il piacere della ricerca di mete spesso irraggiungibili.
Mi svegliai all’imbrunire nella radura. L’arcobaleno era sparito e insieme a lui era sparito anche il folletto. Ma la sua voce mi ripeteva nella mente:
“ Bravo!!! Gli uomini hanno un cervello e un cuore uniti tra di loro da un ponte luminoso, come l'arcobaleno, sul quale passano i sogni le scelte e i  desideri. Purtroppo spesso l’età, le esperienze, la vita, hanno la capacità di fare inaridire tutto, di lesionare e far crollare questo ponte, cioè di far vivere di pancia. È la pancia che fa scegliere la pentola piena d’oro. Tu, invece, oggi hai restaurato il ponte,hai riaperto il tuo piccolo grande arcobaleno. Ricorda, non richiuderlo mai più.”
Il racconto si interruppe, ed il silenzio tanto usuale in quel piccolo cimitero si ristabilì.
Il ragazzino tolse il cappuccio mostrando i suoi capelli biondo cenere e mossi, come quelli della madre. Guardò il vecchio, poi si voltò ad osservare la lapide e la foto. Vide due gocce d’acqua scivolare sul viso della mamma e con il fazzoletto che aveva ancora in mano le asciugò. In quel momento gli sembrò che la foto fosse diversa, che gli occhi avessero perso il velo di tristezza e che il sorriso fosse più reale, quello che lui ricordava quando la mamma, con la mano, gli scompigliava i capelli.
Avvicinò le labbra alla fotografia per un ultimo bacio. In quel momento un refolo di vento caldo lo avvolse, lo carezzo muovendogli i capelli.
Meravigliato si voltò verso il vecchio che però era sparito, non c’era più.
Il ragazzino, col fazzoletto in mano, s’incamminò verso l’uscita,verso la campagna, dove lontano laggiù all’orizzonte si poteva vedere salire e perdersi nel cielo uno splendido arcobaleno.

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