Formalità tra convenzioni e convenienze

 

Formalità (controcultura)

 

(Ciò che è, è ciò che (non) necessariamente deve essere)

Io aggiungerei meglio… e Che spesso non dovrebbe essere,

 

Di circostanze

Si assiste spesso ad un gioco di convenevoli

Di benpensanti fino all’estremo dell’ottusità

Dove tutto è formale, come religione,scontato

Nelle risposte nella fruizione, nella logica

Dela domanda dell’offerta e della successione

Delle parti un gioco ambiguo, banale, formale

Scontato ovvio, benpensante bene congeniato

Una logica sola , la stessa, adempiendo si ottiene

Spesso di cedere o perdere sè stessi

Ma sono i se stessi fusi, quelli che stanno al gioco

Denotando o escludendo soggettività 

una soggettività oggettiva in quanto oggettivata

 

Tenendo conto che tutto rientra in un gioco

Delle parti con le parti, dove già previsto quello che può

E che non può, quel che deve e quel che non dovrebbe

Quel che si conviene e quel che non si addice e non si conviene

Che sia, seguendo formule e riti, i sentimenti sono

Quel che si conviene sia e quel che non si conviene sia

Così anche nei circoli con le etichette delle prose e delle poesie

Così nelle taverne, così negli alti lochi e nei bassi fondi,

così per dire ai più vari livelli

Ovunque si conviene e non si conviene, secondo riti e convenzioni

Quel che si può e conviene fare, sgretolando l’essere per via

Perché asociale, perché una socialità non conforme, che non si attiene

Alle psicologie, che va corretto e correggibile , o isolato

Così che se non ha ricevuto niente  difficile che possa poi ottenere

Laddove anche la nobiltà e la potenzialità va a farsi friggere, anzi

Solitamente è l’opposto… e chi non trova posto, non trova il proprio posto...

Tutto quanto  solitamente è già circostanziato, facile seguendo rituali e  manuali

Ma non siamo automi e questa è la controcultura che si oppone

Altrimenti si sarebbe automi come

E chi meglio di una grande scrittrice quale Virginia Woolf forse riesce a metterlo in evidenza

Col suo flusso di coscienza che intercorre e che interviene rivelando gli aspetti intimi e gli psicologismi Banali, del banale quotidiano tra l’èlite e le persone in generale, la gente, le donne soprattutto, ma anche i personaggi  E gli uomini in generale, dove dietro è uno scenario presente e facente parte, l’edificio grossolano Che esclude sentimenti e sincerità, dietro alle convenienze,  le apparenze, all’importanza

Della costruzione inevitabile dell’epoca e del periodo "borghese" o "puritano" , non solo per antonomasia, ma che si ripete ridondando in ogni epoca, in generale, in ogni caso, con avverbi e locuzioni varie, che producono più o meno lo stesso significato giusto o sbagliato che sia, poichè impossibile definirlo , aspirazione di tutti,  significando una vita più o meno agiata... dove del resto la felicità non si può sapere nè conocere dove stia di casa, 

fino alla nostra,  non di meno, anche se appare di più, o appare di meno, ... la libertà in cosa sussista ! ...    

forse (anzi sicuramente ) è soltanto un giusto equilibrio, riprenderò il concetto sviscerandolo, quando mi verrà di farlo.

 

 Controcultura. 

 

 

 

Seguirà un racconto di Virginia Woolf, dove la prosa si fonde con la poesia stessa e viceversa. Come in tutti i suoi racconti del resto. Probabilmente sarà l suo raconto dal titolo "felicità", ma non è detto,  vedrò.   Grazie, ed ora i consigli per gli acquisti, ehmm pardon, scusate la confusione, grazie per le vs. pregiatissime letture. Auf wiedersehen, saluti cari a tutti. 

 

UN COLLEGE FEMMINILE DALL'ESTERNO. Virginia Woolf (il suo racconto breve più poetico, ma anche apparentemente il più neutro, come dire puro, che io abbia letto )

La luna di un bianco di piume non permetteva al cielo di farsi buio; tutta la notte i fiori in boccio del castagno rimasero bianchi nel verde, e indistinto era il sedano selvatico nei prati.

Né in Tartaria né in Arabia andò il vento dei chiostri di Cambridge, ma si placò sognante in mezzo a nubi grigioazzurre sopra i tetti di Newnham.

Là, nel giardino, se voleva spazi per vagabondare, li poteva trovare tra gli alberi; e poiché solo visi di donne avrebbero potuto incontrare il suo, poteva disvelarlo vuoto, indistinto, e spiare in stanze dove a quell'ora, vuote, indistinte, le palpebre bianche sopra gli occhi, le mani senza anelli distese sopra i lenzuoli, dormivano innumerevoli donne.

Ma qui e là ardeva ancora un lume.

Doppio lo si potrebbe immaginare nella stanza di Angela, da come lei stessa era luminosa, e luminoso le ritornava il suo riflesso dal vetro quadrato.

Il vetro infatti presentava un'immagine senza tremori bianco e oro, scarpette rosse, capelli chiari con pietre azzurre, e mai un'increspatura o un'ombra a rompere il liscio bacio tra Angela e il suo riflesso nel vetro, quasi lei fosse lieta di essere Angela.

Era comunque un momento lieto- il quadro luminoso appeso nel cuore della notte, il santuario scavato nel nero della notte.

Strano davvero possedere questa prova visibile della giustezza delle cose; questo giglio fluttuante intatto sullo stagno del tempo, senza paure, come se fosse sufficiente questo-questo riflesso.

Tali meditazioni tradì volgendosi, e ecco il vetro non conteneva più nulla, o soltanto la testata di ottone del letto, e lei correndo qui e là, dando colpetti, guizzando, divenne simile a una donna nella sua casa, e poi mutò nuovamente, mentre increspava le labbra su un libro nero e teneva il segno col dito che certo non poteva dirsi una salda presa sulle scienze economiche.

Angela era a Newnham allo scopo di guadagnarsi da vivere, e non poteva neppure in momenti di appassionata adorazione dimenticare gli assegni di suo padre a Swansea; sua madre che faceva il bucato nell'acquaio: vestitini rosa appesi fuori a asciugare; segni che neppure il giglio fluttua più intatto sopra lo stagno, ma ha un nome scritto su un cartoncino come tutti.

A.

Williams - lo si potrebbe leggere al lume della luna; e accanto su cartoncini quadrati sopra le loro porte tale Mary o Eleanor, Mildred, Sarah, Phoebe.

Tutti nomi, null'altro che nomi.

La fredda luce bianca li inaridiva e li inamidava finché pareva che l'unico scopo di tutti quei nomi fosse di levarsi marziali in bell'ordine nel caso fossero chiamati a spengere un incendio, reprimere un'insurrezione, o passare un esame.

Tale è il potere dei nomi scritti sui cartoncini appuntati alle porte.

Tale inoltre la rassomiglianza, per le piastrelle, i corridoi, le porte delle stanze, con una latteria o un convento, un luogo di clausura o di disciplina, dove la bacinella del latte è fresca e pura e si fa un gran lavare panni di lino.

In quel preciso istante venne un riso sommesso da dietro una porta.

Una pendola dalla voce compita batté le ore una, due.

Orbene, se la pendola stava impartendo ordini, essi vennero disattesi.

Incendio, insurrezione, esame rimasero tutti seppelliti dalla risata soffice come la neve, o furono delicatamente sradicati, il suono che sembrava risalire in bollicine dagli abissi per disperdere nell'aria l'ora, le regole e la disciplina.

Sally sedeva sul pavimento.

Helena sulla sedia.

La buona Bertha si stringeva le mani accanto al caminetto.

Entrò A. Williams sbadigliando.

- Perché è una cosa assolutamente e intollerabilmente maledetta, disse Helena.

- Maledetta, - fece eco Bertha.

E sbadigliò.

- L'ho vista io entrare di nascosto dal cancello di dietro con quel vecchio cappello in testa.

Loro non vogliono farcelo sapere.

- Loro? - disse Angela. - Lei.

Poi, la risata.

Le carte vennero sparse in giro, cadendo con le loro facce rosse e gialle sul tavolo, e mani si tuffarono tra le carte.

La buona Bertha, appoggiata con la testa alla sedia, diede un profondo sospiro.

Sarebbe volentieri andata a letto, ma poiché la notte è pascolo brado, un campo illimitato, poiché la notte è ricchezza non plasmata, bisognava infilarsi nel tunnel della sua oscurità.

E inghirlandarla di gioielli.

La notte veniva condivisa in segreto, il giorno brucato da tutto il gregge.

Gli scuri erano alzati.

Una foschia posava sul giardino.

Seduta a terra accanto alla finestra (mentre le altre giocavano), corpo, mente, uniti, parevano sospinti per l'aria, strascicarsi tra i cespugli.

Ah, come desiderava stirarsi nel letto e dormire! Era convinta che nessuna anelasse come lei al sonno; era convinta umilmente torpidamente- con scosse e sobbalzi improvvisi, che le altre fossero sveglie come grilli.

Quando risero tutte insieme, un uccello cinguettò nel sonno fuori in giardino, quasi che il riso...

Sì, quasi che il riso (si era appisolata adesso) aleggiasse là fuori come nebbia e si attaccasse con morbidi elastici brandelli a piante e cespugli, sicché il giardino era pieno di vapori e di nubi.

E poi, spazzati dal vento, i cespugli si sarebbero inchinati e il vapore bianco sarebbe volato via lontano.

Da tutte le stanze dove le donne dormivano emanava questo vapore, che si attaccava agli arbusti, come nebbia, per volare poi libero nel cielo aperto.

Dormivano le donne anziane, che avrebbero al risveglio immediatamente stretta la verga d'avorio del ministerio.

Lisce e incolori ora, in profondo riposo, esse giacevano circondate, giacevano sorrette, dai corpi delle donne giovani chinate o raggruppate alla finestra; a riversare nel giardino questa spumeggiante risata, questa risata irresponsabile: questa risata della mente e del corpo che spazzava via regole, ore, disciplina: immensamente fecondatrice, e tuttavia informe, caotica, che infestonava e sviava e infiocchettava i cespugli di rose con brandelli di vapore.

- Ah, - sospirò Angela, in camicia da notte davanti alla finestra.

C'era dolore nella sua voce.

Sporse la testa.

La nebbia fu lacerata come se la sua voce l'avesse divisa.

Aveva parlato, mentre le altre giocavano, con Alice Avery, di Bamborough Castle; del colore delle sabbie la sera; al che Alice disse che voleva scrivere e dichiarare chiusa la giornata, di agosto, e chinandosi, l'aveva baciata, o almeno le aveva toccato la testa con la mano, e Angela, assolutamente incapace di stare seduta ferma, come chi avesse un mare frustato dai venti nel cuore, si mise a camminare su e giù per la stanza (testimone di una tal scena) aprendo le braccia per sfogare quell'eccitazione, quello sbalordimento all'incredibile chinarsi dell'albero miracoloso con il suo frutto d'oro sulla sommità - non le era forse caduto tra le braccia? Lo serrava ardente al petto, una cosa da non toccarsi, da non pensarci, né parlarne, da lasciare ardere lì.

E poi, lentamente deponendo là le calze, qui le scarpe, e sopra ben ripiegata la sottoveste, Angela, di cognome Williams, si rese conto che - come poteva esprimerlo? - che dopo tanto oscuro macinare di innumeri ere ecco la luce alla fine del tunnel; la vita; il mondo.

Si apriva davanti a lei - cose buone tutte, tutte amabili.

Tale fu la sua scoperta.

E come potrebbe stupirci allora se, a letto, non riusciva a chiudere gli occhi? - qualcosa irresistibilmente li schiudeva se nell'oscurità senza spessore sedia e cassettone assumevano un'aria imponente, e lo specchio appariva prezioso col suo cinereo rimando al giorno? Succhiandosi il pollice come un bambino (età diciannove anni il novembre scorso), giacque in questo mondo buono, in questo mondo nuovo, questo mondo alla fine del tunnel, finché un desiderio di vederlo o di tenerlo a bada la spinse, buttate via le coperte, a condurre se stessa alla finestra, e là, contemplando il giardino, dove si stendeva la nebbia, tutte le finestre aperte, una di un azzurrino ardente, un mormorio lontano, il mondo naturalmente, e il mattino, che si avvicinava, là disse - Oh, come per un dolore.

 

 

Di nuovo un caro saluto a tutti, e un grazie per le letture.

 

 

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