Di Virginia Woolf : Felicità

FELICITA'. DI VIRGINIA WOOLF

Mentre Stuart Elton si chinava a spazzare via dai pantaloni un filo bianco, quel gesto banale, accompagnato com'era da una slavina, una valanga di sensualità, fu come un petalo che cade da una rosa, e Stuart Elton raddrizzandosi a riprendere la conversazione con la signora Sutton ebbe l'impressione di essere fatto di tanti petali saldamente e fittamente sovrapposti, tutti arrossiti, tutti permeati di calore, tutti soffusi da questo inesplicabile splendore.

Sicché quando si chinava cadeva un petalo.

Da giovane non l'aveva provato no - e ora all'età di quarantacinque anni, ora bastava che si chinasse, che spazzasse via un filo dai pantaloni, e gli correva per tutto il corpo, questo bellissimo ordinato senso della vita, questa slavina, questa valanga di sensualità, e di unità dell'essere quando si rialzava, compiuto il nuovo adattamento - ma che cosa stava dicendo lei? La signora Sutton (tuttora tirata per i capelli sopra le stoppie e su e giù per la terra arata dei primi anni della mezza età) stava dicendo che, sì, le scrivevano i direttori, le fissavano persino appuntamenti, ma non se ne cavava nulla.

Quello che le rendeva le cose così difficili era di non avere per natura conoscenze nell'ambiente del teatro, suo padre, tutti i suoi, essendo solo gente di campagna. (Fu allora che Stuart Elton spazzò via il filo.) Tacque; si sentiva biasimata.

Sì, Stuart Elton aveva quello che voleva lei, pensò, mentre lui si chinava.

E quando si rialzò, gli fece le sue scuse- parlava troppo di sé, disse - e aggiunse, - Lei mi sembra di gran lunga la persona più felice che conosco.

Questo era stranamente in armonia con quello che lui stava pensando e con quella sensazione della vita che gli scorreva fluida giù per tutto il corpo e poi si ricomponeva ordinatamente, quella sensazione del petalo che cade e della rosa intatta.

Ma era 'felicità?' No.

La parola grossa non sembrava adatta, non sembrava avere relazione con questo senso di essere raccolto in scaglie rosa intorno a una luce chiara.

A ogni modo disse la signora Sutton, era di tutti i suoi amici quello che più invidiava.

Era come se lui avesse tutto; lei niente.

Si misero a contare - entrambi avevano denaro a sufficienza; lei marito e figli; lui era scapolo; lei aveva trentacinque anni; lui quarantacinque; lei non era mai stata malata in vita sua e lui era la vittima designata, disse, di un disturbo interno - moriva tutto il giorno dalla voglia di aragoste e non poteva nemmeno toccarne.

Ecco! esclamò la signora Sutton, come se ci avesse messo il dito sopra.

Persino la sua malattia per lui era uno scherzo.

Era questione di controbilanciare una cosa con l'altra? domandò.

Era un senso delle proporzioni, forse? Era che cosa, domandò Stuart Elton, sapendo benissimo che cosa intendesse, ma cercando di parare i colpi di quella donna frenetica rapace con le sue maniere frettolose, le sue lagne e il suo vigore, sempre a fare schermaglie e scaramucce, che avrebbe potuto urtare e distruggere questo bene così prezioso, questo senso di essere due immagini gli folgorarono simultaneamente in testa - una bandiera nel vento, una trota nel torrente - di essere composto, equilibrato, in una corrente di chiara fresca limpida brillante trasparente frizzante prepotente sensualità, che come il vento o come il torrente lo teneva eretto, sicché se muoveva una mano, si chinava o diceva qualcosa rimuoveva la pressione di innumerevoli atomi di felicità che di nuovo si richiudevano e lo sostenevano.

- Niente è importante per lei, - disse la signora Sutton.Niente la fa cambiare, - disse goffamente dando pennellate e facendo schizzi tutt'attorno a lui come un uomo che applichi un po' di stucco qui un po' di calce là per far stare insieme dei mattoni, mentre lui rimaneva immobile, così silenzioso, così enigmatico, così posato; e cercava di cavargli fuori qualcosa, un indizio, una chiave, una guida, piena di invidia, di risentimento, pensando che se lei con la sua gamma emotiva, la sua passione, le sue capacità, i suoi talenti aveva avuto quello in più, avrebbe potuto immantinente rivaleggiare con Sarah Siddons in persona.

Lui non glielo voleva dire; ma doveva dirglielo.

- Sono stato a Kew nel pomeriggio, - disse Stuart Elton, piegando il ginocchio e dando un buffetto, non che ci fosse un filo bianco ora, ma per assicurarsi, ripetendo il gesto, che la macchina funzionasse, e funzionava.

Allo stesso modo, se uno fosse inseguito nella foresta dai lupi strapperebbe brandelli di vestito e pezzetti di biscotto per gettarli agli infelici lupi, sentendosi quasi, ma non del tutto, al sicuro sulla sua alta veloce solida slitta.

Con quell'intero branco di lupi famelici alle spalle, intenti ora a rosicchiare il pezzettino di biscotto che gli aveva gettato, - quelle parole, 'Sono stato a Kew nel pomeriggio' Stuart Elton filava veloce davanti a loro diretto nuovamente a Kew, all'albero di magnolia, al laghetto, al fiume, la mano alzata per tenerli a bada.

Tra di essi (perché ora il mondo sembrava pieno di lupi ululanti) ricordava le persone che gli facevano inviti a pranzo o a cena, ora accettati ora no, e ricordava il senso, là sull'assolato tratto di erba a Kew, di padronanza, quasi che, come poteva muovere il bastone da passeggio avanti e indietro, così potesse scegliere, questo quello, andare qui, là, strappare pezzetti di biscotto da gettare ai lupi, leggere questo, guardare quello, trovarsi con lui o con lei, sostare nella stanza di certi buoni amici - A Kew da solo? - ripeté la signora Sutton. - Per conto suo? Ah! ora il lupo gli guaiva nell'orecchio.

Ah! sospirò, come per un istante ripensando al passato aveva sospirato quel pomeriggio in riva al lago, accanto a una donna che cuciva una stoffa bianca sotto un albero con le oche che passavano sculettando; aveva sospirato, vedendo il solito spettacolo. amanti, mano nella mano, là dove ora c'era questa pace, questa buona salute c'erano state un tempo rovina tempesta disperazione; e ora nuovamente questo lupo, la signora Sutton, glielo richiamava alla memoria; da solo, sì, da solo, ma si riebbe, come si era riavuto allora, mentre passavano i giovani, afferrando questa cosa, questa cosa che chissà che cos'era e l'aveva tenuta stretta e era andato oltre, compatendoli.

- Da solo, - ripeté la signora Sutton.

Era questo che non poteva concepire disse, con una mossa desolata della testa scura dai lucenti capelli - essere felice da sola.

- Sì, - rispose lui.

Nella felicità c'è sempre stata questa tremenda esaltazione.

Non è entusiasmo; né rapimento; non sono gli elogi, la fama, la salute (non riusciva a camminare per due miglia senza rimanere senza fiato), è uno stato mistico, una trance, un'estasi che, con tutto che era ateo, scettico, non battezzato e via dicendo, doveva possedere un'affinità con l'estasi che trasforma gli uomini in sacerdoti, che induce le donne nel fiore dell'età a girare per le strade con il viso incorniciato da increspature inamidate, simili a ciclamini, e con labbra serrate e occhi di pietra; ma con questa differenza: per loro era prigione; per lui libertà.

Libertà da ogni dipendenza da persona o cosa.

E la signora Sutton un poco lo intuiva, mentre aspettava che lui parlasse.

- Kew era bellissimo - pieno di fiori - magnolie, azalee, - non ricordava mai nomi le spiegò.

Non era qualcosa che loro potessero distruggere.

No; ma se arrivava così inesplicabilmente, allo stesso modo poteva scomparire, così aveva pensato, uscendo da Kew, incamminandosi lungo l'argine verso Richmond.

Ma certo, poteva cadere un ramo; il colore cambiare; il verde farsi azzurro; o una foglia tremare; e sarebbe bastato quello; sì, sarebbe bastato quello per incrinare, infrangere, distruggere completamente questa cosa meravigliosa questo miracolo, questo tesoro che era suo, era stato suo, era suo, doveva essere suo sempre, pensava, incominciando a sentirsi inquieto e ansioso, e senza più pensare alla signora Sutton le voltò all'istante le spalle e attraversò la stanza e prese in mano un tagliacarte.

Sì; andava tutto bene.

Lo possedeva ancora.

 

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