Da Il libro dell'inquietudine di Fernando Pessoa

(una pagina intensamente poetica e di notevole interesse)

 

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Sì, è il tramonto. Arrivo alla foce di Rua da Alfândega, lento e disperso, e nel momento in cui il Terreiro do Paço si apre davanti a me, vedo, nitido, il cielo occidentale senza sole. Quel cielo è azzurro verdastro tendente al grigio bianco, dove, a sinistra, sui monti dell’altra sponda, come ammassata, si nasconde una nebbia quasi marrone, di colore rosa spento. Una grande pace, che io non ho, si disperde fredda nell’astratta aria autunnale. Poiché non la possiedo, provo il vago piacere di supporre che essa esista. Ma, in realtà, non c’è né pace né mancanza di pace: solo il cielo, cielo di tutti i colori che si vanno attenuando – azzurro bianco, verde ancora azzurrato, grigio pallido fra il verde e l’azzurro, vaghe tonalità remote di colori di nuvole che non lo sono, gialle scurite di un rosso che è passato. E tutto ci è una visione che scompare nello stesso momento in cui si ha, un intervallo fra il nulla e il nulla, alato, posto in alto, in tonalità di cielo e tristezza, prolisso e indefinito. Sento e dimentico. Mi invade come un oppio dell’aria fredda una nostalgia che è quella che provano tutti per ogni cosa. C’è in me un’estasi del vedere, intima e posticcia. Verso l’entrata del porto, dove il tramonto del sole sta sempre più volgendo alla fine, la luce si spegne in un bianco livido che si azzurra di fredde sfumature verdi. Nell’aria c’è un torpore di ci  che non si ottiene mai. Tace in alto il paesaggio del cielo.

In questa ora, in cui sento fino a traboccare, avrei voluto avere la totale malizia di dire, il capriccio libero di uno stile per destino. Ma no, solo il cielo alto è tutto, remoto, annullandosi, e l’emozione che ho e che sono tante, insieme e confuse, non è che il riflesso di quel cielo nullo in un lago dentro di me – lago racchiuso fra rocce aspre, silenzioso, sguardo di morto, dove l’altezza si contempla dimentica. Tante volte, tante, come adesso, mi è pesato sentire che sento – sentire come angoscia solo per il fatto di sentire, l’inquietudine di stare qui, la nostalgia di un’altra cosa che non si è conosciuta, il tramonto di ogni emozione, ingiallirmi spento in grigia tristezza nella mia coscienza esteriore di me stesso. Ah, chi mi salverà dall’esistere? Non è la morte ci che voglio e neppure la vita: è quella cosa diversa che brilla in fondo all’ansia come un diamante possibile in una fossa in cui non si pu scendere. È tutto il peso e tutta la pena di questo universo reale e impossibile, di questo cielo, stendardo di un esercito incognito, di questi toni che impallidiscono nell’aria fittizia, da dove il crescente immaginario della luna emerge in un immobile biancore elettrico, ritagliato nel remoto e nell’insensibile. È la totale mancanza di un vero Dio il cadavere vacuo del cielo alto e dell’anima imprigionata. Carcere infinito – perché sei infinito, non si pu  fuggire da te !

 

 

 

 

 

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