Renato Fedi
Umida è l’aria che mi impasta il viso,
ha sapore di sale e mi ustiona il corpo;
in questa barca che naviga la speranza
sono compresso, un tonno a mattanza,
e cerco i sensi perduti dentro un porto.
Mi batte il vento ma l’anima non cede,
guarda di fronte per cercare l’approdo,
fruga tra le onde che non hanno tregua
mentre i lamenti e il mormorio intorno
sono una preghiera ad invocare la terra.
Dietro di me il ricordo di una povertà
consumata tra insulti senza ribellione,
con le mosche a fare di me banchetto
e i miei fratelli seppelliti senza gloria
in nome di un’etnia d’odio circondata .
Davanti il buio che non trova spiagge,
e l’urlo del mare che sbatte sulla prua
scagliando colpi che paiono d’ariete,
salgono i pianti di chi implora l’acqua
mentre Caronte conta il suo compenso.
È un viaggio che ha il sapore di morte
non quello dolce di una nuova libertà,
è un fuggire per divenire ancora preda,
per correre verso un sogno privo d’ali
e portare poi le vesti della ristrettezza.



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