Quando ero bambina...

  Quando ero bambina aspettavo gli indiani.
Spinta da una sfumatura di nostalgia insistente, aprivo la porta del mio balcone, uscivo fuori coperta da grossi grembiuli di spugna di mia madre e puntavo lo sguardo verso ovest, sul camino di un grosso forno per cuocere mattoni, come imparai qualche anno fa, ma che ai miei occhi appariva come un grosso alto palo,  il segno tangibile che lì era accampata la mia tribù e che prima o poi sarebbero tornati a prendermi con un assordante scalpitio di cavalli, enormi piume colorate e il classico grido ondeggiante tra bocca e mano.
Ancora oggi, quando rimango senza parole, appoggio una mano alla bocca e forse, se non so proprio che dire, faccio uscire un archetipico suono.
Aspettavo con lo sguardo fisso dove non c'era il mare e oscillavo tra la paura e la trepidazione, tra la tristezza per l'imminente abbandono degli affetti a me cari e la gioia di ricongiungermi a quella che ero, alla vita cui appartenevo. Ma ne avevo paura.
Avevo paura dei covoni di paglia che i contadini usavano mettere a capanna nelle campagne attorno al litorale, mi apparivano come le case dei miei indiani, ma non riuscivo a capacitarmi di come potevano essere allo stesso tempo così vicini e non con me.
Il mio peggiore incubo erano gli indiani.
Eppure li aspettavo.
Un'estate mi regalarono un bambolotto speciale.
Era il mio figlioletto indiano, dentro il suo marsupio di cuoio.
 Ricordo che era estate perché ero coperta di stracci arancioni che non avevano forma ma che per me erano una gonna e una camicetta.
Il mio piccolo indianino non era come tutti gli altri bambolotti, non aveva ciuccetti europei e non piangeva grazie a un disco di plastica che gli girava nella schiena.
Era tranquillo, era buono, e aveva gli occhi come i miei.
Era così mio che un giorno non lo vidi più. Come se l'avessi fagocitato, inghiottito dentro di me, tanto da pensare di averlo sognato.. ma non era così, la mia famiglia non indiana conferma tutt'oggi, che l'ho avuto con me.
Mi chiedo dove sia finito?
A dispetto delle disattenzioni di oggi, delle scottature fortuite, delle mie vergognose dimenticanze ero una bambina attenta, che aveva cura dei suoi giochi, che osservava tutto in  silenzio e con attenzione, che aspettava...
Oggi credo che aver perso il mio piccolo bambolotto indiano con tutto il suo marsupio di cuoio sia stato un dolore così lieve e intenso da rimanere dentro i miei sogni per sempre, tanto che, solo scrivendo me ne rendo conto, proprio nei miei sogni continuo a perdere quella bambina che aspettava gli indiani, e che aveva smarrito l'unico mezzo e modo di ricongiungersi a loro.
Anche oggi aspetto gli indiani.
Esco fuori in tutti i balconi del mondo cercando un grosso alto palo che poi è solo un forno per mattoni.
Ho trovato un faro.
Mi sono adattata al mio west, e nel mio west c'è il mare... che è diventato la mia casa.
E la punta luminosa del mio faro è un segnale, un messaggio: dove brilla quella luce ci sono io, venite a prendermi perché non è troppo tardi, perché sto ancora aspettando.
Di quel gioco rimangono ancora tracce sommesse... un grido di guerra tra bocca e mano, una piuma sul mio armadio e tra i miei capelli, arco e frecce sul mio letto e sul mio mare, le pietre dei posti in cui non trovo gli indiani, e uno sguardo puntato sempre più lontano, oltre le cose.
Quando ero bambina aspettavo gli indiani e ne avevo paura.
Oggi aspetto gli indiani e ne ho paura.
Perché incontrare un indiano potrebbe voler dire ripetere la storia del mio piccolo bambolotto... potrebbe voler dire perderlo di nuovo e credere di averlo sognato.
Ma ogni giorno la mia pelle diventa più rossa... i miei capelli si trasformano in piume e la mia vita diventa un'attesa sempre più stanca.
Degli indiani non amo quel loro senso di libertà, perché se è da loro che l'ho ereditato, credo mi abbia fatto male e mi abbia reso sola.
Non credo neanche al senso di protezione della mia tribù, perché la mia tribù ha smarrito me per prima e io ho smarrito la mia bambola sioux.
Forse amo credere a quel senso di appartenenza che ha sempre sussurrato dentro di me... a quell'appartenenza che non è mai stata condivisione, che non è mai stata parola esplicita, che non mi ha dato mai una casa, che non mi hai mai protetta, che mi fa sentire estranea a qualsiasi classe, tetto, tribù, che non si è mai conclamata in una danza attorno al fuoco.
Ecco il senso dei miei rituali, delle mie magie, della mia amicizia con la luna, dei miei viaggi sognati e delle mie poesie alla natura.
Per riempire l'attesa, ho trasformato l'attesa in una danza.
E attorno al fuoco io ballo da sola.

Altre opere di questo autore