Mille cose in questa stanza

    Quattro muri,
    un soffitto,
    un pavimento,
    una scrivania con quattro gambe,
    una sedia,
    una lampada,
    una lampadina attaccata al muro;
    si accende tirando una cordicella.
    Una busta di plastica piena di cartacce,
    una porta, un interruttore della luce,
    un termosifone,
    una finestra con tre ante e due maniglie,
    se l'apri vai oltre il giardino,
    oltre la siepe oltre la strada, per i campi,
    dietro e davanti alle case e' il mondo,
    fino giu' e piu' giu' ancora.
    Una tenda bianca appesa ad un palo di legno,
    un'altra finestra con una porta,
    ed un'altra tenda, blu, appesa ad un palo di legno.
    Un mazzo di due chiavi appese ad un chiodo al muro,
    vicino alla finestra con la porta.
    Una poltrona. Sui due braccioli, un asciugamano,
    un maglia di lana, bianca, un po' rosa pero'.
    E' stata lavata con una tuta rossa che ha stinto,
    nella lavatrice, in cucina, nella casa dove mi ospitavi.
    Due calzini per terra accanto alla poltrona.
    La poltrona e' verde.
    Uno zainetto blu. Dentro, un paio di pantaloni impermeabili.
    Due comodini.
    Una radio spenta a destra. Una spina nel muro. Staccata.
    Un mobiletto con quattro cassetti che non ho mai aperto.
    Due cassetti piccoli sopra. Accanto, uno specchio con una cornice di legno.
    Davanti allo specchio, un libro bianco e celeste:
    due scontrini fiscali,
    un foglio di carta piegato in quattro,
    una borsetta verde di similpelle.
    Dentro c'e' un deodorante comprato alla stazione.
    La lampada e' attaccata alla presa ma e' spenta.
    Accanto al mobiletto, per terra, un mucchietto di vestiti.
    Un paio di jeans,
    un paio di pantaloni scoloriti tra il nero e il colore della ruggine,
    una maglietta a maniche corte grigia.
    Due paia di mutande.
    Grigio scuro a righe grigio chiare.
    Grigio, come la maglietta.
    Prendimi le mani, sorridimi, gira intorno a me, per favore.
    Sulla scrivania, uno spazzolino da denti bianco e rosso,
    undici fogli di carta, una penna bianca e nera.
    Un armadio di legno chiaro. Uno specchio.
    Uno zaino rosso, vuoto.
    Dentro all'armadio, quattro camicie,
    calzini e mutande tutti ammucchiati,
    un maglione di lana blu, un paio di pantaloncini blu,
    un costume da bagno, celeste,
    un paio di pantaloni della tuta rossi,
    un maglione a righe,
    una maglietta
    altri vestiti sotto, sotto.
    Butta il tuo tuo peso indietro, sorridimi, guardami.
    Sotto, sotto a tutto, sdraiato sul pavimento ci sono io.
    Il soffitto e' qui vicino, ma irrangiungibile.
    Due mani, due braccia, due gambe e due piedi.
    Tutti legati a fili invisibili, ma stretti e tenaci.
    Dal mio corpo si dipanano per la stanza.
    Passano dalla fessura sotto la porta e sotto la finestra.
    Vanno aldila' della siepe e scendono per il mondo.
    Se ne segui uno, troverai l'altro capo legato al tronco di un albero,
    in un parco di una citta' lontana.
    Seguine un'altro. Lo troverai legato ben stretto ad una bicicletta rubata.
    Ce ne sono tanti. Legati a fotografie, a pali della luce,
    a caffe' presi di pomeriggio,
    a passeggiate.
    I fili mi tengono qui. Un pupazzo, un burattino.
    Muovono le dita. Io mi agito, salto, mi piego, guardo, mi sveglio la mattina,
    ritorno a letto la sera, mangio, mi sposto in percorsi quotidiani.
    Col tempo alcuni fili si affievoliscono. Altri si staccano.
    Man di mano nuovi fili prendono il posto dei precenti.
    Hanno altri colori, un'altra consistenza.
    Certi sono cosi' deboli che mi lasciano andare dove voglio.
    Ma ce n'e' uno in particolare che e' il piu' forte di tutti.
    Mi tiene legato il petto.
    E' lungo. Nella stanza mi avvolge e mi gira intorno milioni di volte.
    Mi tiene immobile in una crisalide spessa, opaca.
    E' questo vincolo a decidede dove saro' tra un'ora,
    o cosa occupera' il mio sonno stanotte,
    Mi fa male.
    Da qui arriva a te, ovunque tu sei adesso.
    Ne tieni l'altro capo,
    forse senza nemmeno saperlo piu'.
    Insieme al filo c'e' un piolo, un gancio, un centro,
    non so come chiamarlo.
    E' un qualcosa in cui passa il filo ed  e' collocato tra noi due.
    E' proprio nel punto piu' lontano che tu hai raggiunto rispetto a me.
    E' in un ristorante.
    E' in una camera d'albergo in un notte di Giugno, brutta.
    E' per la strada tra casa tua e la stazione.
    Io sento tirare il filo intorno al mio corpo quando tu ti avvicini.
    Mi liberi, svolgendolo, quando ti allontani da quel centro.
    Sento invece di rimanere cosi' come sono ora, quando ti allontani,
    perche' il confine, il margine, e' passato da un pezzo.
    Inerte a vita e tempo,
    io, una cosa,
    tra mille cose in questa stanza,
    aspetto che l'apparire di un ultimo filo,
    il guardare la citta' da sopra un tetto,
    mi stringa il collo,
    e per sempre,
    mi tolga il respiro.

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