UNA FRASE PER RIFLETTERE

Ogni uomo ambizioso deve lottare contro il suo secolo con le proprie armi. Ciò che questo secolo adora è la ricchezza. Il Dio di questo secolo è la ricchezza.

Un viaggio alquanto particolare

Arcangelo Galante
Venni contattato da un losco figuro, almeno questa fu la mia sensazione epidermica, a prima vista, per spostare delle grosse casse di legno dalla sua abitazione verso un luogo alquanto lugubre: una piccola casa immersa nei monti sperduti, a nord di Valmort, situata nei pressi di un cimitero.
Rimasi un po’ perplesso, non capendo il perché di quel trasferimento che sembrava essere stato organizzato in fretta e furia.
Alla fine, ci mettemmo d’accordo sul prezzo e mi organizzai alla meglio, per soddisfare le richieste del cliente.
Durante il trasporto, verso quella amena località di destinazione, cominciarono ad affiorarmi alla mente alcuni fatti di cronaca nera, accaduti negli ultimi mesi: la sparizione nel nulla di parecchie persone che, gli inquirenti dell’epoca, supponevano fosse opera di un possibile serial killer, definito dagli stessi come “The Ghost”.
Non so perché, ma il cuore per un attimo mi sobbalzò nel petto, mentre la mente mi invitava a dare una sbirciatina all’interno di quelle casse, peraltro alquanto strane, nella forma.
Il cervello continuava ad arrovellarsi senza tregua e una sorte di tensione emotiva stava prendendo il sopravvento.
La strada verso Valmort era una di quelle più impervie dell’intera zona.
Il piccolo paese si trovava arroccato in cima ad un monte, a circa 1.200 metri di altitudine.
I continui tornanti e le pessime condizioni dell’asfalto, ormai da tempo lasciato senza manutenzione, non rendevano agevole il trasporto.
Ad ogni buca, pregavo di arrivare al più presto, sperando che le gomme del furgone reggessero bene tutto il peso che stavo trasportando.
Pensavo - tra me e me - di fregarmene altamente di questa consegna: era un lavoro ben pagato e tutto sarebbe finito, una volta arrivato a destinazione.
Sulla bolla di accompagnamento, la merce veniva definita come “materiale inerte” che, a detta del committente, doveva essere utilizzato per la costruzione della sua nuova casa.
Ma qualcosa continuava a non convincermi: perché proprio io? Perché non affidarsi a qualcuno del settore? Io, in genere, mi occupavo di piccoli trasporti, qualche trasloco, svuotamento di cantine, eccetera.
Troppe domande, ma nessuna plausibile risposta. Un vero tormento!
Lentamente, si stava avvicinando la sera e mancavano ancora molte ore, prima di giungere a destinazione.
Una piccola luce in lontananza stava a indicare la presenza di un piccolo posto di ristoro, dotato di stanze ove poter passare la notte in tutta tranquillità.
La decisione fu la più ovvia: decisi di fermarmi per mangiare un boccone e riposare qualche ora, in modo da poter ripartire alle prime luci dell’alba.
L’ostello non era un granché, ma il sorriso e la gentile accoglienza ricevuta dalla locandiera erano riusciti, per un attimo, a tranquillizzarmi, soprattutto quella zuppa di funghi che mi riportò ai ricordi dell’infanzia.
Una buona pinta di birra e un caffè turco, completarono la frugale cena.
Fu allora che decisi di andare a fare quattro passi, per smaltire il tutto, prima di un buon sonno ristoratore.
Mentre camminavo, passando vicino al mio furgone, vidi un grosso corvo nero che si era appoggiato su una delle casse che stavo trasportando, gracchiando in continuazione.
Un brutto presagio - pensai.
Tentavo di scacciare quel brutto corvo nero che si era posizionato su una delle casse che stavo trasportando a Valmort.
Nulla da fare: incurante dei miei gesti, persisteva nel suo gracchiare insistente, colpendo, col becco, quel contenitore di legno e metallo, sul quale si era appollaiato.
Trovai una scopa nei paraggi, la afferrai e cominciai ad agitarla, in direzione del volatile: finalmente, preso dallo spavento, il corvo volò via, rimanendo sempre nei pressi, ma a debita distanza.
Quel brutto presagio continuava a tormentarmi la mente, già abbastanza provata dal viaggio, ma mi feci forza e decisi di dare un’occhiata al contenuto di quella cassa, oggetto di continue attenzioni da parte dell’uccellaccio.
Presi la cassetta degli attrezzi, alla ricerca di un piede di porco, salii sul furgone e mi misi all’opera, facendo leva sul coperchio superiore dell’oggetto incriminato.
Maledizione, pensai, non ho mai visto una chiusura così solida! Segno evidente che chi l’aveva sigillata voleva evitare che qualcuno la aprisse con grande facilità.
Il sudore mi grondava dalla fronte, ma dovevo farcela, perché, a questo punto, era necessario togliersi ogni dubbio, prima di essere coinvolto in qualcosa di losco.
Dopo vari tentativi, riuscii a sollevare il coperchio: era pesantissimo!
Un tanfo irrespirabile fuoriusciva dalla cassa, che, apparentemente conteneva materiali inerti, quelli che solitamente vengono utilizzati nel settore edile, per la costruzione di immobili.
Non soddisfatto di quanto appena visto, cominciai a rovistare tra quei detriti.
Non ci volle molto tempo per arrivare alla macabra scoperta: resti di ossa spuntavano qua e là, alcune ancora ricoperte di tessuto epiteliale.
Una sorta di malessere si stava impossessando di me, la testa girava all’impazzata, un senso di svenimento stava per prendere il sopravvento.
No, ripetevo a voce alta, devo farmi forza e non fermarmi, devo cercare subito qualcuno e dare l’allarme.
Chiusi il “sarcofago” come meglio potevo e corsi subito verso la locanda, dove mi accolse il sorriso della titolare: - “Cosa le è successo?” - mi chiese - vedendo la mia espressione del viso alquanto turbata.
Presto, le dissi, mi può indicare dove posso trovare un telefono?
“Mi spiace - rispose la locandiera - ma un guasto tecnico dovuto al forte maltempo delle scorse settimane, ha reso le linee inutilizzabili. Purtroppo, siamo sperduti in mezzo ai monti e prima che vengano a riparare il collegamento, dovrà ancora passare qualche giorno, se non addirittura, settimane”.
Mi arresi, stanco della giornata trascorsa, ma soprattutto terrorizzato per la spaventosa sorpresa.
Salii in camera, mi buttai sul letto, tentando di addormentarmi. L’indomani avrei affrontato la situazione: qualcosa mi sarebbe venuto in mente, pensai.
La notte trascorse in un baleno, la stanchezza aveva preso il sopravvento sui pensieri, anche se il cervello non aveva mai smesso di funzionare.
Mi svegliai di buon mattino, presi carta e penna, buttai giù poche righe, le misi in una busta chiusa, con la seguente dicitura: “da aprirsi tra due giorni a partire da oggi”.
Uscii dalla stanza e mi recai a fare una bella colazione abbondante e ristoratrice.
Poi mi recai dalla locandiera, pagai il conto e le consegnai la lettera, con la raccomandazione di attenersi alle istruzioni in essa contenute, una volta aperta.
La salutai e lei mi rispose con un sorriso rincuorante, salii sul furgone e ripresi il viaggio verso la mia destinazione.
Il tempo sembrò trascorrere più velocemente del solito.
Ero alla guida già da un paio d’ore e sullo sfondo riuscivo a intravedere le sagome di alcune piccole casupole, arroccate sulla cima del monte: su tutte svettava il campanile di una minuscola chiesetta, al cui fianco si trovava il locale cimitero.
A proposito, qual era l’indirizzo esatto? Che sbadato - mi dissi - basta guardare la bolla di consegna!
Ecco qua: Viale delle Ombre, al numero 17.
In un battibaleno giunsi a Valmort, senza sapere ancora esattamente cosa fare, ma, soprattutto, come comportarmi.
Mentre mi apprestavo a parcheggiare il furgone, vidi una figura da lontano che usciva in fretta e furia dal locale cimitero, tutta vestita di nero, da capo a piedi.
Si stava avvicinando, venendomi incontro, con fare alquanto sospetto!
Chi sarà mai?
Mi ero fermato al numero 17 di Viale delle Ombre.
La casa di fronte a me aveva un non so che di lugubre, tutta dipinta di un grigio talmente scuro che si faceva fatica a distinguerne il profilo e gli infissi.
La nera figura, uscita dal cimitero, si stava avvicinando a me: indossava una lunga tunica nera e il volto era coperto da un velo che lasciava apparire solamente gli occhi, anch’essi di un colore nero corvino.
“È lei, Basmelek Galanturk?” - pronunciò con voce roca, alquanto gracchiante.
Mi fece tornare alla mente quel brutto corvaccio nero che si era posato con insistenza su una delle casse che stavo trasportando: un altro presagio di sventura?
“Sono io”, risposi con tono tranquillo, senza cercare di lasciar trasparire tutta la mia inquietudine.
“Furkan, signore di Valmort, la sta aspettando. Mi segua, ma mi raccomando, è una persona molto suscettibile, veda di ascoltare e parlare solo se richiesto”.
Furkan di Valmort era il destinatario del carico. Non lo avevo mai conosciuto prima: i contatti per la spedizione erano avvenuti per il tramite di un suo emissario di fiducia, con cui alla fine avevo preso accordi per la consegna, dietro versamento di un congruo anticipo.
La nera figura mi fece entrare nell’ingresso dell’abitazione, la luce naturale penetrava a fatica, quasi soffusa, e le stanze apparivano perlopiù illuminate da un gran numero di candele nere, sparse un po’ ovunque.
“Il mio signore la attende in salotto, entri pure nella prima stanza a sinistra, seguendo il corridoio di destra, prima delle scale”, mi disse con voce sempre più fosca.
Ma non può accompagnarmi lei - dissi con tono insistente - con tutte quelle stanze, rischio di perdermi, data la scarsa illuminazione.
“Non mi è concesso - fu la risposta - ma posso solo dirle di sbrigarsi, perché il mio signore si sta spazientendo!”.
Non battei ciglio, presi coraggio e mi diressi verso il salotto. Il cuore batteva all’impazzata, ma la posta in gioco era altissima: dovevo capire a fondo il mistero che ci stava dietro, incassare la somma pattuita, dopodiché agire di conseguenza.
Arrivai alla porta, era socchiusa ma bussai ugualmente: “Venite, Basmelek!” - udii, con tono alquanto perentorio.
Entrai lentamente, la stanza aveva una forma circolare e al centro della stessa era posizionato un braciere acceso. Alle pareti parecchi ritratti che a malapena riuscivo a mettere a fuoco, tanto erano anneriti dal fumo circostante.
Dietro al braciere, appollaiato su una sorta di sedia in legno di ebano, dallo schienale altissimo, si trovava lui, Furkan di Valmort.
Facevo fatica a scorgere il viso, sul cui capo era appoggiato un fez di color rosso porpora. Indossava anch’egli una tunica nera con bordature e ricami in tessuto dorato. Doveva essere alquanto piccolo di statura, ma tutto era, fuorché minuto nel fisico.
“Si segga sullo scranno, di fronte a me - mi disse - le devo fare una domanda, ma ci pensi bene, prima di rispondere”.
Il tono minaccioso mi aveva intimorito, tant’è che riuscii ad abbozzare una risposta, con un filo di voce: “M...mi dica”, pronunciai, balbettando.
“Come mai il coperchio di una delle casse è stato manomesso?”.
Stavo pensando quale tipo di risposta convincente dare, quando sentii una forte botta: la vista mi si annebbiò e persi i sensi.
Non mi resi conto di quanto tempo fosse passato.
La testa mi sembrava volesse scoppiare da un momento all’altro, quasi mi fosse caduto addosso un carico da cento.
Aprii lentamente gli occhi ma la vista appariva alquanto annebbiata.
Sentii un forte odore di incenso e zolfo e un senso di nausea mi assalì rapidamente.
Mi trovavo sdraiato su qualcosa di estremamente freddo e tentai di alzarmi, ma non c’era nulla da fare: ero legato dalla testa ai piedi e un bavaglio mi impediva di urlare a squarciagola.
“Benvenuto tra noi, Basmelek Galanturk”.
- C...chi siete?, riuscii a biascicare, balbettando, nonostante la museruola.
Una figura femminile, alquanto esile, si avvicinò a me mi tolse quel pezzo di stoffa che mi impediva anche di respirare.
Era tutta vestita di rosso, ma di un colore così intenso che quasi infastidiva la vista al solo guardarlo.
“È inutile che provi a urlare” - mi disse con una vocina non per nulla rassicurante, anzi, alquanto imperiosa.
“Qui non ti sentirà nessuno, a meno che non venga dal paese” - continuò.
- Chi siete e cosa volete da me? Sono venuto qui per effettuare la consegna di un carico destinato a Furkan di Valmort, secondo gli accordi presi in città.
“Però nessuno le aveva chiesto di sbirciare quale fosse il contenuto delle casse! Non avrebbe dovuto, ora sa troppe cose e non possiamo permetterci che altri ne vengano a conoscenza”.
- Non volevo, provai a dire, ma un grosso corvo nero continuava con insistenza a picchiettare col becco quella cassa maledetta... pensavo ci fosse entrato qualcosa di deperibile.
“Ahahah, non v’è nulla di più deperibile di quanto ha trovato, nevvero?” - urlò sogghignando. Un sorriso che faceva accapponare la pelle.
Stavo per rispondere, quando lei mi mise una mano sulla bocca: “Silenzio, sta per arrivare il Signore di Valmort, il nostro gran Maestro!”.
La porta si aprì e apparvero altre due figure femminili, sempre vestite di rosso, con in mano dei candelieri. Su entrambi erano impilate sette candele nere, con una fiamma altissima di colore rosso acceso.
Dietro le due vestali si intravedeva la piccola e tozza figura di Furkan che avanzava lentamente verso il centro della stanza, con passo incerto.
Indossava anch’egli una tunica tutta rossa, adornata da ricami dorati che formavano delle strane figure e simboli che non avevo mai visto in alcun luogo.
Alle sue spalle, due loschi individui, vestiti di nero che pronunciavano strane parole.
Era una sorta di cantilena, composta da frasi ripetute in continuazione:
- Kau ia ik te ar chrisalka.
- Kau ia ik te ar piria.
- Kau ia ik te ar petumari.
- Per il tramite di questo seme, rifiorirai.
- Saka bashmata.
- Saka farua.
- Saka tupemari.
- Così ti arricchirai.
Cosa stava per succedere? - mi chiesi, cercando di non pensare al peggio.
Forse è solo un sogno o un brutto scherzo del destino!
Il Gran Maestro si stava avvicinando e una delle vestali gli porse un lungo coltello, uno di quelli utilizzati in strani rituali, visti solo al cinema.
Mi sentii perduto, ormai non avevo alcuna speranza di uscire vivo da quella situazione: “maledetto il giorno che mi sono lasciato coinvolgere e accettare questo lavoro” - pensai.
Chiusi gli occhi, cercando di non guardare quello che stava accadendo intorno a me.
Non riuscivo neppure a pregare, a cosa sarebbe servito?
L’unica cosa che riuscii a sentire era un forte rumore in sottofondo: qualcuno stava sfondando la porta d’ingresso. Uno scalpitio di passi e un rincorrersi di voci, urla e grida, mi fece ben sperare che qualcosa di positivo stesse per accadere
“Fermi tutti!” - qualcuno urlò - “Polizia! Tutti con le mani sopra la testa!”.
Non ci potevo credere, qualche santo era intervenuto in mio aiuto.
Un uomo in divisa mi si avvicinò e con voce pacata mi disse: “Non si preoccupi, è tutto finito, ora la slego e presto potrà tornare alla normalità”.
Mi rincuorai, anche se non riuscivo a spiegarmi come potessero essere arrivati sin lì, dato che non avevo avuto modo di dare l’allarme, a causa del guasto sulle linee telefoniche.
Uscii lentamente dalla casa, accompagnato dal poliziotto. Fuori vi erano delle persone, attirate dal trambusto che si era venuto a creare.
Tra di esse, riuscii a scorgere una figura femminile che mi sembrava di aver già incontrato da qualche parte.
Ma certo - pensai - era la locandiera!
Mi tornò alla mente il fatto di averle lasciato un biglietto chiuso in una busta, che lei avrebbe dovuto aprire, trascorsi due giorni dalla mia partenza.
Ma, come ebbi modo di sapere più tardi, la brava donna, visto il mio stato di agitazione, non ci pensò su due volte: aprì la busta, lesse il contenuto, mandò suo figlio in città a dare l’allarme e mi seguì di nascosto per tutto il mio viaggio sino a Valmort.
Lì attese che il figlio tornasse, accompagnato dalla polizia, alla quale lei stessa diede le indicazioni sul luogo ove mi ero recato a dal quale non avrei potuto più fare ritorno.
Nei giorni successivi, scoprii che il Gran Maestro non aveva nulla a che vedere con il serial killer, noto come “The Ghost”.
Il mio carico di materiale inerte sarebbe servito proprio ad ampliare le proprietà di Furkan e il desiderio di grandezza maniacale della sua setta.
I resti di ossa appartenevano ad un povero animale, finito chissà come in mezzo a quei detriti.
Io mi presi una bella vacanza, immaginate dove?
Nella locanda della mia salvatrice, una donna alquanto affascinante che scoprii essere rimasta vedova da qualche anno e che provava molta simpatia nei miei riguardi... chissà!
A proposito, si chiamava Kurtulu?, che, in turco, significa proprio “salvezza”: fatalità? Chi può dirlo?
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GENERE: racconto
SCAFFALE: Mistero ed Horror
Opere pubblicate da questo autore: 509
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