UNA FRASE PER RIFLETTERE

Il bambino che non gioca non è un bambino, ma l'adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che ha dentro di sé.

Notte di San Lorenzo

Max Nava

Neppure ricordo come ha avuto inizio tutto…

A volte le cose cominciano per noi ad avere senso molto dopo che la ruota ha iniziato a girare…

E dopotutto, forse, non è neppure così importante conoscere l’istante esatto in cui il mondo ha cominciato a ripiegarsi lentamente su se stesso, fagocitando la mia esistenza senza chiedermi il permesso.

Di stranezze è costellata la vita di ogni persona che, a passo svelto, si trascinano di giorno in giorno oppure vivono cercando di conoscersi e conoscere; un’occhiata smarrita, una sensazione impercettibile o la netta sicurezza di qualcosa che non dovrebbe essere lì dove si è mostrato a noi.

Eppure leggendo i giornali, ascoltando i racconti delle persone, detti popolari o leggende urbane che siano, il velo della realtà si solleva mosso da un soffio d’aria casuale e mostra ciò che inquieta i sogni di molti o rallegra le speranze di uomini tristi.

 

Cominciò così anche per me.

In modo casuale (se davvero esistesse il caso, certo).

L’estate del 2005 non fu certamente tra le più calde registrate, ma per me rappresenterà sempre qualcosa di più di un evento su un quotidiano alla voce “stranezze dal mondo”.

Le cronache parlarono di aurora “inconsueta” quando il 21 giugno, mentre da qualche parte nuovi stregoni preparavano le loro cerimonie per festeggiare l’estate, il cielo venne a ricoprirsi di scie luminose bellissime solcanti il cielo da tutte le direzioni per sparire nell’attimo successivo alla loro apparizione. Io fui fortunato, fui tra i pochi che a quell’ora della notte, o sarebbe meglio dire del mattino, si trovavano ad osservare il cielo ed a poter esprimere un desiderio verso quelle strane comete.

“Dai una cometa ad un uomo disperato e lui ti chiederà la vita” questo mi venne da pensare a piedi nudi nel balcone di casa mia, intento com’ero a ripensare a quella vita costruita in 5 anni e crollata delle sue speranze in soli 7 giorni, del resto però, se sono bastati 7 giorni a costruire il mondo, allora bastano anche per distruggerlo.

Curiosamente la disperazione che ti fa inginocchiare davanti al nudo cielo ti fa osservare le stelle come fossero gli occhi di Dio cui riversare la preghiera più intima e personale, lacrimando i pensieri che ti sei tenuto dentro, uno per ogni istante di quei 7 giorni trascorsi che mi portarono lì, a chiedere perdono per tutto ciò che era stato o che non era mai venuto ad essere.

E fu proprio in queste condizioni, con il cuore aperto a tutto, inerme al vento fresco della nuova estate che la pioggia siderale cominciò a mostrarsi.

Un piccolo segno bastevole ad infondere, grazie al fascino delle stelle, un soffio di muta speranza.

La pioggia inaspettata durò appena una manciata di minuti, sufficienti a svolgere il loro incarico quella notte, ed espresso il mio desiderio segreto, tornai nel mio letto con la sola voglia di chiudere gli occhi e non pensare più a niente.

 

Qualche ora dopo la radio-sveglia mi rammentò di un appuntamento preso in fretta il giorno prima, un lavoro da fare di quelli che costa più energia e fatica di quanti soldi potrà mai rendere, il gioco raramente vale la candela per certe persone.

Dopo una notte a piangere non hai voglia di incontrare nessuno sguardo, neanche se dovuti e quanto è difficile evitare quelli dei tuoi familiari che di rado si accorgono delle evidenze smaccatamente difficili da dominare.

Una breve doccia utile a scrollarsi i pensieri della notte e del mattino, o così credi quando appoggi la spalla alla parete della doccia, l’ennesimo sospiro carico di una sola parola: “basta”.

Pochi passi e di nuovo in sella, senza entusiasmo.

Ma qui ha inizio la mia storia nuova.

Viaggiando verso l’odiosa meta di quel lavoro occasionale, la mia macchina, compagna poco silenziosa, ebbe a scontrarsi contro qualcosa che i miei occhi registrarono come una banale “foglia secca contro il parabrezza”, se non fosse che il cervello, preparato alle fantasie più improbabili, incastrò l’immagine di quella foglia come uno scatto impossibile di elfi e bambine.

Qualcosa di indistinto, certo, eppure tanto chiaro da costringermi a frenare la macchina e scendere e dare sazio alla razionalità che impone ovvia chiarezza anche quando basterebbe accettare l’ipotesi più fantasiosa solo per vivere un po’ meglio.

Poche le macchine a quell’ora, e con facilità corsi dietro quella strana foglia gialla e verde fino a prenderla in mano e rendermi conto che era solo una foglia secca, rugosa e ormai appassita.

E fu mentre l’intelletto scherniva la voglia di fantasia che girata la foglia, tra i palmi delicatamente schiusi, che il velo si alzò per me.

La foglia, da un lato simile a quelle illustrate nei libri, dal lato opposto rivelava un corpicino sottilissimo, come un uomo in miniatura in preda al sonno eterno, del colore della foglia ed incredibilmente fuso con esso.

L’uomo a contatto con lo straordinario rimane disorientato, immobile, incredulo,e se per alcuni la razionalità torna alla carica per cercare un punto di riferimento per quella foglia di fico che sono le nostre presunte certezze, per altri, dominati da un istinto primordiale cui dare spesso ascolto, la risposta è nel proprio cuore.

Raccolsi altre foglie da terra, ed altre ancora e ancora,  a sincerarmi che fossero tutte come la prima, accompagnate e fuse insieme a piccole creature con le quali dividere un viaggio spinti dal vento.

Le presi con cura una ad una e le portai con me di ritorno a casa, mentre l’appuntamento di lavoro ormai aveva perso ogni interesse nei miei pensieri, rimandato al giorno seguente come tante altre volte.

Nascoste con cura e portate nella mia stanza, di modo che nessuno potesse vederle ed attesi che la casa si svuotasse per osservarle meglio, sorridendo della nuova scoperta come un bimbo nel giorno del suo compleanno.

Ho sempre pensato alla vita, agli eventi, come ad una pila di tessere del domino.

Tante pile diverse per situazioni potenziali diverse, cariche dell’intera gamma dell’inaspettato che a volte si attente una vita senza vederlo mai. Non per me. Non quella volta.

Più osservavo quelle foglie e quei minuscoli esserini da vicino, più sorgevano domande traboccanti di sogni strani cui seguivano risposte altrettanto improbabili, e osservando i corpicini inerti scorsi oltre il balcone una ragazza dai capelli rossi che mi salutava con un gesto della mano.

Cordialmente risposi al saluto accennando un sorriso di rimando, un piccolo spostamento dello sguardo verso le foglie per non lasciarle cadere in terra, di nuovo gli occhi verso quella figura in strada e la sorpresa di non vederla più. Scomparsa in un lampo dietro le foglie delle piante enormi cresciuti davanti casa.

 

Quel giorno passai l’intero pomeriggio chiuso in camera ad osservare le foglie in ogni dettaglio, cercando in rete qualcosa tra le leggende di elfi e foglie e trovando solo brandelli di nozioni trite da favole e vecchi racconti, finchè, stanco del pomeriggio chiuso in casa decisi di farmi un giro in macchina. Una nuova forma di meditazione per me, per poter restare solo con me stesso e con i miei pensieri proprio nel posto in cui nessuno mi avrebbe mai scocciato.

 

Le poche macchine in strada, anticipo dell’esodo estivo, pensai, mi consentivano un andamento di pari passo alla svogliatezza dei miei pensieri.

Il campetto di calcio, il centro sportivo, l’oasi in riva al mare e ormai poche, davvero poche automobili a tenere il passo lento in quel passaggio tra il mare e la città.

Di ritorno mi accorsi che il traffico aumentava man mano che mi avvicinavo alla mia casa e come le macchine anche le persone sembravano raccogliersi e concentrarsi tra i vicoli del mio quartiere mentre in alcuni angoli delle strade notavo particolari inconsueti di cui mai mi ero accorto prima:

la forma di una finestra, il colore rosso della porta dell’antica merceria, il lampione guasto ad angolo della curva verso la chiesa, che sembrava un esule di un tempo ormai trascorso al fianco dei nuovi e più moderni lampioni di luce bianca. Ed entrando nel viottolo di casa mia 3 ragazzine sul balcone di una vicina intente ad osservare il mio passaggio, piccole stranezze inquiete e quel gatto nero che abita il parcheggio del condominio in cui vivo, comodamente accomodatosi tra le righe gialle del mio parcheggio, messo lì ad attendere il mio ritorno e pronto a scansarsi vedendomi arrivare.

Poi cena fugace e di nuovo ad osservare le foglie. Verso l’una a letto stanco del sonno non soddisfatto della notte precedente.

Il pensiero che accompagnò gli occhi chiudersi lo rivolsi a quella ragazza appena intravista, al suo vestito bianco ondulato ed ai capelli rossi come piacevano a me.

Il mese che seguì da quel giorno fu un crescendo di minuscole stranezze, come in sogno, apparentemente senza capo ne coda. Percorrendo le strade solite della mia città, piccola come un grande paese, notavo particolari nuovi: a volte una statua o un albero rigoglioso fuori posto, altre volte intere case dalle architetture smaliziate a sfidare gli edifici confinanti.

A volte la stessa luce del giorno sembrava diversa, più vivace e colorata del solito che dipingeva l’andamento di cose e persone ad una velocità diversa dalla mia, sembrava di essere in uno di quei film in cui il protagonista scorre piano mentre la folla intorno a lui brulica a doppia velocità.

Era divertente in realtà, ma nulla di nuovo forse. Negli anni a volte ho vissuto sensazioni simili, pensando addirittura potesse trattarsi di un lieve difetto della percezione come disse qualcuno.

Il mio solo cruccio era il pensiero della ragazza dai capelli rossi mai più rivista.

Chiesi anche informazioni ai miei vicini, sperando fosse un nuovo arrivo da scoprire, ma nessuno sapeva chi fosse lei o chi fossero i nuovi trasferitisi da poco in quella strada.

Il gioco delle scoperte cominciò a definirsi per tratti oscuri quando, oltre agli oggetti “fuori posto” ed al diradarsi delle automobili, in città cominciai a notare di essere in qualche modo osservato.

Mi capitava con frequenza di notare uomini e donne, sempre più  o meno giovani, con i

quali incrociare lo sguardo, per un secondo appena e perderli l’istante successivo al passaggio di passanti frapposti tra me e le oro.

Era trascorso da qualche giorno il primo mese dalla notte delle stelle, e seppure i miei pensieri andavano ancora con tristezza al futuro ignoto, continuavo a pensare con insistenza a quelle persone che tra la folla si lasciavano notare appena per sparire poi come fantasmi.

Una di queste “apparizioni” un giorno, fu il preludio alla fase finale della mia avventura.

Non potevo saperlo, ma la mia vita stava per cambiare nel modo in cui mai pensato...

Di ritorno dalla visita ad un cliente poco simpatico vidi dall’altro lato della strada in cui mi trovavo una ragazza dai capelli biondi e lucenti come il grano, dai lineamenti dolcissimo, una presenza quasi eterea, solida e irreale insieme,  che mi fissava quasi sorridendo. Era ferma davanti alla mia macchina, pensai che fosse una conoscenza dimenticata e la salutai cercando tra i ricordi quel viso in qualche modo familiare.

Lei  continuava a sorridere mentre biascicavo parole sconnesse cercando di colmare il vuoto generato dalla ricerca, nella mia mente, del legame tra noi due.

Fu lei ad interrompere la tragicomica impresa di dire qualcosa di sensato, senza dire una parola e portandosi l’indice sulle labbra rosate indicandomi il silenzio.

Notai la borsa verde scuro, in tinta con il resto del suo abbigliamento coordinato alla t-shirt gialla che ne metteva in mostra le forme. E dalla borsa, cercando un po’, tirò fuori, senza dire nulla, un bigliettino da visita ed una matita con un fiore rosa di plastica ad una estremità.

In rigoroso silenzio, mentre io la osservavo rispettando la sua richiesta, scrisse qualcosa sul retro del bigliettino e me lo consegnò, salutandomi con un innoquo bacetto sulla guancia sinistra che mi fede arrossire un po’, ammutolito nella mia posizione.

Salito in macchina mi accorsi che nel biglietto c’era scritto il suo nome “Zoe” seguito da una email e la descrizione della sua attività “pittrice”.

Sul retro, un numero di telefonino che aspettava solo me.

Sorrisi anch’io affascinato ed emozionato da qualcosa di inaspettato, di certo desiderato. Una graziosa sconosciuta venuta fuori da chissàdove, una pittrice per di più, mestiere simile al mio per certi versi.

I primi momenti di confusione, nel dubbio di non saper cosa dire o come comportarsi di fronte a questa sensazione nuova lasciarono persino cadere ogni mio interesse verso altri eventi “strani” o “fantasmi” tra la folla e ritornato in casa nel tardo pomeriggio la chiamai subito. Nessuna risposta. Mentre chiudevo il telefono notai allora 3 gatti neri seduti ai fianchi e sul tettuccio della mia macchina, e dopo qualche secondo intento a fissarli lasciai che la mia mente ritornasse alla ragazza bionda.

Andai a dormire al solito orario, più o meno quello in cui la notte delle stelle cominciò a raccogliere la mia preghiera. Fu appena un ora dopo che il mio telefonino, di notte spesso acceso, si mise a vibrare sul comodino di fianco al mio letto ed il nome luminoso, già registrato in memoria, era proprio quello di Zoe.

I sensi all’erta per rispondere come si conviene a quella piacevolissima sortita.

Poche parole le sue. Appena un accenno: “vediamoci accanto all’oasi, vicino al mare. Ora o mai più”. E dopo un lievissimo sospiro, chiuse il telefono.

In quel momento in realtà, con una telefonata del genere pensai ad uno scherzo o qualcosa di simile. In quel periodo avevo altresì la necessità di riscoprire qualcosa di nuovo, e permisi a me stesso di seguire l’istinto ed andare incontro a quella graziosa creatura.

Presi la macchina nel cuore della notte e andai verso l’oasi che conoscevo bene, avendoci trascorsi gli anni saturi dei sogni di ragazzo. Nessuna macchina, nessuna presenza oltre a me per le strade, in assoluto.

Benché potesse essere normale in certi casi, ugualmente mi chiedevo che fine avessero fatto i notturni sempre vispi a quell’ora per le strade.

Ma Zoe aspettava me e non potevo certo temporeggiare inutilmente vagheggiando tra i pensieri.  I miei ricordi andavano all’ultima storia persa nel dolore della certezza di ciò che non doveva ne poteva più essere ed a quelle speranze rinate nella notte delle stelle cadenti.

Le luci nei negozi ancora aperti rischiaravano la notte tranquilla e raggiunsi Zoe proprio lì dove aveva detto, ad attendermi, seduta sul bordo dell’unica fontana dalle sembianze artistiche dell’intera città, chiamata “Dea dei venti” per la forma scolpita dal suo creatore nella pietra.

Al nostro primo incontro, per strada, quel pomeriggio, non pronunciò una sola parola.

Quella notte invece iniziammo a parlare seduti fianco a fianco lì dove mi aspettava lei, sotto la protezione della dea dei venti che sui nostri discorsi vegliava compiaciuta.

Alcuni incontri possiedono qualcosa di speciale, ed avviene che le persone, incrociando le loro esistenza, ritrovano il loro personale sentiero. Così per me quella notte. Parlavamo come se non avessimo fatto mai altro tutta la vita, come se fossimo stati amici di vecchia data da troppo tempo lontani. Lei mi raccontava della sua vita, ed io le parlavo della mia, catturato dai suoi luminosi occhi verdi colmi di profondità rivolti a me.

La sensazione di sentirmi scrutato nell’anima non mi disturbava affatto, grato di quanto stava succedendo.

Di nuovo a volte il pensiero andava all’assoluta assenza di altre persone o automobili anche in quella strada che pure era una delle arterie principali della mia città, ma l’oggetto della mia attenzione era lì, e i pensieri avevano durata troppo breve per occupare il posto che avrebbero forse dovuto avere in quel momento.

Tornai a casa che era già l’alba, eccitato per l’incontro concluso con la promessa di rivedersi ancora ed un sottile, leggerissimo tocco tra le mie labbra e le sue.

Era la mattina del primo agosto.

Non avevo sonno, e non mi sentivo stanco, ma pensai che potesse essere normale con quello che mi era successo, e portai avanti la mia giornata come sempre.

Percorrendo le vie cittadine tra la gente che spariva e nuove scoperte, ormai non prestavo più attenzione alle mie foglie nella loro scatola. Tornato a casa di nuovo le 3 ragazzine, poi di nuovo i tre gatti neri.

Quella notte però Zoe non chiamò, la aspettai fino alla mezzora successiva all’ora in cui si fece sentire, poi decisi di andare di nuovo alla fontana, pensando di poterla trovar lì, ad aspettarmi.

Di nuovo tra le strade e le vie vuote come quella notte, e la notte successiva, e quella dopo ancora.

Triste per l’assenza di Zoe, un po’ deluso dal suo telefonino che squillava a vuoto, di notte in notte dove gli unici esseri umani in strada erano clochards in preda ad un sonno profondo e per il resto, dentro al cuore tutta l’inquietudine dei muri immobili e dei palazzi silenziosi, spettatori dell’ennesima delusione.

In un altro momento forse mi avrebbe inquietato di più una città priva di vita di notte, che mutava allo stesso modo, lentamente, anche di giorno. Non fu così in quei tre giorni, cercando lei, che sparendo, si era portata via anche una piccola parte di me…

La mattina seguente, infine, l’ultimo capitolo era pronto ad essere scritto.

Nessuna delle 4 notti precedenti ero riuscito a dormire se non per pochi attimi, troppo ridotti per soddisfare il corpo o la mente vagante tra passato e presente, e la mattina del 4 agosto, un giovedì, mi alzai sufficientemente stremato per il caldo e per l’insonnia da non notare che ero solo in casa. Giustificai l’assenza della mia famiglia in qualche modo, la solita dura, rapida doccia per svegliarsi e rinfrescare i sensi e di nuovo uno squillo a Zoe, speranzoso quanto illuso, pensai tra me e me.

Ma questa volta Zoe rispose, la voce meno spensierata della prima volta, flebile come un soffio, pronta ad attendermi alla fontana della dea dei venti.

Questa volta, come fosse notte, le strade vuote, deserte, sembrava una città abbandonata in fretta e furia dai suoi abitanti. Automobili e moto ordinatamente parcheggiate attendevano i loro proprietari nel dubbio del loro effettivo ritorno. Cani e gatti randagi i soli a muoversi tra i marciapiedi ed i semafori che scandivano l’alternanza dei sensi come il loro destino imponeva.

Domande questa volta, si accavallavano nella mia testa.

Un pensiero dopo l’altro, cento forme diverse di “perché” ai pezzi di un mosaico, simile ad un gioco, senza chiarezza e pieno di tessere mancanti.

Fogli del giornale del mattino in preda al vento, e Zoe lì, seduta, come la prima volta, nello stesso punto. Osservandola, tranquilla, gambe e mani incrociate, l’inquietudine trovò a placarsi subito avvicinandomi a lei.

Mi invitò a sedermi per “spiegarmi tutto quanto”.

Senso di stranezza, forse anche di diffidenza.

Accolsi con il giusto dubbio razionale le parole che seguirono, laceranti nella follia espressa dall’invito, a conclusione dell’incontro, ad attendere sette giorni ancora prima del nostro nuovo, ultimo incontro.

Zoe mi parlò di se, con la consueta dolcezza, spiegandomi quale fosse la sua reale identità e quale il suo scopo nei miei confronti.

Ciò che disse può essere accolto solo da un bambino, o da un folle. Ed io, un po’ l’uno, un po’ l’altro, pur rifiutando di crederle, subivo il doppio colpo della delusione e dello stordimento interiore. Le mani tremanti a testimoniare il mio stato, di nuovo parole sconnesse, di nuovo sbigottito ed incredulo da una situazione surreale come quella.

Poi Zoe, un bacio tra l’addio e l’arrivederci, portando i suoi palmi sulle mie guance, mi invitò di nuovo a farmi trovare lì, nello stesso punto in cui ci trovavamo, esattamente dopo 7 giorni alle 5 del mattino e mi sussurrò la frase che inchiodò la mia attenzione sul nostro incontro.

 

Sono passati 7 giorni da allora, sono le 4.43 ed io sono pronto.

In questi giorni ho vissuto nella consapevolezza di ciò che sentivo nel cuore che continua a dirmi

“è tutto vero, sta tranquillo”. Forse ho solo bisogno di crederci, forse è tutto un sogno, forse….già……..forse…

In questi 7 giorni tutto è tornato normale sia di giorno che di notte. Le mie foglie sono ormai appassite e i piccoli omini sulla superficie sono ormai ridotti a crepe deformi della foglia stessa, indistinguibili. Non ho più notato cose o persone che non fossero al loro posto, ne “fantasmi” tra la folla, che nel frattempo è tornata numerosa ad animare le strade di una città turistica, come è giusto che sia.

Se Zoe è davvero chi dice di essere, se davvero quella notte mi ha ascoltato e mi ha cercato, tutto quanto è stato aveva il significato in cui ha fede Zoe…

Io ho bisogno di crederle ed ho bisogno di lei…

Vorrei ci fosse un altro modo, o un altro mondo. Siamo piume nel vento soffiato da labbra divine e come in fede spesso viviamo, in fede scegliamo la nostra destinazione. Credo in Zoe ed in quello che mi ha detto. A questa conclusione sono giunto in questi ultimi sette giorni e adesso sono pronto.

E non ha importanza se non dovrei… Ho solo voglia di seguire Me, una volta tanto…

 

Un giorno ci rivedremo, e vi auguro di trovare la stessa felicità che questa sera io accolgo…

…Zoe. Al telefono… dice che mi sta aspettando là. Le ho detto che sto arrivando….

 

Un ultimo saluto, e sia quello che sia…

 

Ciao…

11 agosto 2005

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GENERE: poesia
SCAFFALE: Introspezione
Opere pubblicate da questo autore: 4
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