UNA FRASE PER RIFLETTERE

Quello che non mi uccide, mi fortifica.

Dal cap. 5° di " Tempi difficili " di Charles Dickens

Paolo Faccenda

Si vede che pur non essendo mai stati così facili , anche ora sono tempi difficili, anzi molto difficili, ma

chi meglio dell'arguzia e dell'ironia e della perspicacia, di cogliere il lato ironico e assurdo,

di Charles Dichens, potrebbe mettere in risalto, letterariamente, certi aspetti.

tratto Dal capitolo 5 di Tempi difficili di C. Dickens.  Si tempi aridi, difficili, e anche piuttosto squallidi,

purtroppo...

Charles Dickens, Tempi difficili (1854) , cap. V  (un estratto dal cap. V, non tutto il capitolo)
 

"Era una città fatta di mattoni rossi, o meglio di mattoni che sarebbero stati rossi se il fumo e la cenere lo avessero permesso; ma, per come stavano le cose, era una città innaturalmente rossa e nera, come il volto dipinto di un selvaggio. Era una città di macchinari e di lunghe ciminiere, dalle quali strisciavano perennemente interminabili serpenti di fumo, che non si srotolavano mai. C'era anche un canale nero e un fiume che scorreva, arrossato da tinture maleodoranti, e c'erano enormi blocchi di costruzioni piene di finestre in cui si sentiva tutto il giorno un tintinnio tremolante e in cui il pistone della macchina a vapore andava su e giù con monotonia, come la testa di un elefante colto da una pazzia malinconica.
 La città < Coketown , città del carbone > aveva molte grandi strade tutte uguali luna all'altra e molte piccole strade ancor più uguali l'una all'altra, abitate da persone uguali l'una all'altra, che uscivano ed entravano tutte alla stessa ora, facendo lo stesso rumore sugli stessi marciapiedi, che avevano tutte lo stesso lavoro e per le quali ogni giorno era uguale al giorno precedente e a quello futuro, e ogni anno era la copia dell'anno passata e di quello ancora di là da venire. 

Questi attributi di Coketown erano in gran parte inseparabili dall'industria che dava da vivere allacittà; su questo sfondo,in contrasto, c'erano degli agi da vivere che si diffondevano in tutto il mondo; c'erano la raffinatezza e la grazia del vivere che contribuivano - non indaghiamo in quale misura - a creare quella gentildonna elegante che storceva il nasino al solo sentir nominare il luogo or sopra descritto (....) 
Tutte le iscrizioni pubbliche in città erano dipinte, in severi caratteri bianchi e neri. La prigione avrebbe potuto essere l'ospedale , l'ospedale avrebbe potuto essere la prigione, il municipio avrebbe potuto essere l'uno o l'altra o tutti e due, o qualunque altra cosa, per quel che appariva dalle grazie di quelle costruzioni. Fatti, fatti, fatti ovunque nell'aspetto materiale della città; fatti, fatti, fatti ovunque in quello spirituale. La scuola di M'Choakumchild era solo fatti, la scuola di disegno era solo fatti, le relazioni tra padrone ed operai solo fatti e tutte le cose erano fatti, tra l'ospedale dove si nasceva e il cimitero , e ciò che non si poteva tradurre in cifre o che non si poteva acquistare più a buon mercato o vendere al prezzo più alto, non esisteva e non avrebbe mai dovuto esistere, nei secoli dei secoli, amen. Naturalmente una città così consacrata ai fatti e così trionfante nella loro affermazione andava avanti bene, non è vero ? Ebbene, no, non così bene. No ? Oh, povero me ! No. Coketown non usciva dalle sue stesse fornaci sotto tutti gli aspetti come oro temprato al fuoco. Per prima cosa, il mistero più sconcertante del luogo era: chi apparteneva alle diciotto sette religiose ? Chiunque fosse, non era certo
qualcuno degli operai. Era stranissimo camminare per le strade la domenica mattina ed osservare come pochi di essi dessero ascolto al barbaro clangore delle campane che facevano impazzire i malati e i nervosi, e fossero richiamati dal loro quartiere, dalle loro stanze opprimenti, dagli angoli delle loro strade, dove indugiavano indifferenti, guardando il viavai delle chiese e delle cappelle, come una cosa che non li riguardasse affatto. Non era solo l'estraneo a notare ciò, poichè c'era un'organizzazione nata proprio a Coketown, i cui membri, ad ogni sessione della Camera dei Comuni, chiedevano indignati un atto del Parlamento che costringesse questa gente ad essere religiosa. Poi c'era la società della Temperanza, che si lamentava che questa stessa gente voleva ubriacarsi e dimostrava con tabelle e statistiche che si ubriacava realmente dichiarando, durante le riunioni per il tè, che nessuna convinzione umana o divina ( tranne forse un premio o una medaglia ) li avrebbe indotti ad abbandonare la loro abitudine di ubriacarsi. Poi c'erano il farmacista e il chimico, con altre tabelle, che dimostravano, che quando la gente non era ubriaca, prendeva l'oppio. Poi c'era l'esperto cappellano della prigione, con ulteriori tabelle che superavano tutte le tabelle precedenti, che dimostrava che quella stessa gente si riuniva in locali malfamati, ben nascosti agli occhi degli altri, dove ascoltava canti indecenti e vedeva danze indecenti e forse vi partecipava (....) Poi c'erano il signor Gradgring e il signor Bounderby, entrambi eminentemente pratici, che avrebbero potuto all'occasione, fornire ulteriori tabelle derivate dalla loro esperienza personale e illustrate dai casi che essi avevano visto e conosciuto, dai quali appariva chiaramente - insomma era l'unica cosa chiara in tutto il caso - che questa gente non era niente di buono; che qualunque cosa si facesse per loro non erano mai contenti né grati, che erano irrequieti, che non sapevano quel che volevano...che erano eternamente scontenti ed intrattabili.

 

nota: Ho appena riempito un omissis- un vuoto - di una ironia formidabile (che era quello della gentildonna), con pazienza riempiremo anche gli altri vuoti ironici mancanti , a mano naturalmente. Grazie per la attenzione.

 

(controcultura )

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GENERE: poesia
SCAFFALE: Altro
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