UNA FRASE PER RIFLETTERE

Tutto si può cambiare per amore, a cominciare dai difetti.

Via della carità ottantuno

Salvatore Ferranti

C'era qualcosa in quella faccia,

linee che non somigliavano a rughe,

una dolcezza che mi avvolse,

e prima che avessi il tempo

di dirle chi ero,

mi ritrovai con tutte le scarpe

dentro al suo mondo.

Aveva occhi scuri,

e un neo proprio qui,

tra l'orecchio destro e la guancia.

 

Alla luce debole di una lampada

quasi oscena, se ne stava immobile

ad osservare lo straniero senza cervello,

il pazzo furioso che le sedeva davanti.

Lui su una poltrana, lei su un divano

beige, in finta pelle.

La chiamai due volte per nome,

lei per due volte fece finta di niente.

La polvere che avvolgeva la stanza

mi fece piangere in silenzio.

 

Aveva una figlia, capelli lunghi

e naso greco, giocava a terra

con una bambola di pezza,

ma neanche lei si muoveva.

Con la bocca aperta

continuava a fissare un punto,

forse l'orsetto di porcellana

che stava in bilico sull'angolo

più lontano della cassettiera.

Le carezzai i capelli,

ma lei non si voltò,

la timidezza non è amica

dei sorrisi e delle parole.

In fondo, anch'io venivo da fuori,

era la prima volta che vedeva

la mia bocca senza denti.

 

Presi posto accanto alla donna

col vestito bianco,

tossii due volte per richiamare

l'attenzione, poi m'abituai al silenzio,

e cominciai a respirare

sempre più lentamente.

Lo straniero aveva gli occhi azzurri,

e la barba lunga, non si radeva

da almeno sei giorni.

Teneva la testa un pò piegata

da un lato, forse era stanco

di starsene seduto senza dire niente.

 

Presi coraggio

e raccontai ai tre la mia storia,

fatta d'immagini e di sequenze

sonore più o meno colorate.

Svelai loro il mio più grande segreto,

mi commossi fino alle lacrime,

chiesi se c'era qualcosa

che potessi fare per rendere

meno triste il loro tramonto.

La donna, senza voltarsi,

mi mostrò il cuore che le mancava,

lo straniero m'indicò il profilo che

teneva nascosto, quello

che era stato fatto a pezzi.

I piedi della bambina li notai

solo alla fine, quando mi alzai

per togliere il disturbo. Stavano ancora

dentro le scarpe, poggiate con cura

sul bastione che portava alla terrazza.

 

Il sangue era rappreso, ma le mosche,

con tutta l'aria che avevo portato,

sarebbero arrivate presto.

Insieme ad una folla insopportabile

di pettegolezzi ed altre poco nobili

seccature; salutai la compagnia

con un bacio appena accennato,

e mi chiusi la porta alle spalle.

Avevo le mani asciutte

e le braccia intatte,

non fosse stato che per un paio di graffi.

Sorridendo, presi a calci

tre dei quattro gatti che stavano di guardia,

prima di sparire dietro la collina.

Il sole era ancora tondo

in via della carità ottantuno,

ma sarebbe rimasto presto

solo un ricordo. Come me

e il mio maledetto passo incerto.

Mettermi a fischiettare

mi sembrò la cosa migliore da fare,

mentre la vita mi precedeva in discesa,

come un leone impaziente

d'arrivare in fondo alla tempesta.

Per fare chiasso, e sembrare più alto

di me, finalmente.

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GENERE: poesia
SCAFFALE: Altro
Opere pubblicate da questo autore: 60
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